Il pareggio per 1-1 allo Stade de France racconta una Nazionale viva, coraggiosa e ancora in costruzione: troppo facile liquidare Roberto Mancini con le solite etichette
Ma come, Roberto Mancini non era bollito? Non era quello da considerare superato, incapace di dare ancora qualcosa alla Nazionale, prigioniero delle sue idee e di un calcio ormai appartenente al passato? Sono bastate poche settimane per rispolverare uno dei grandi classici del dibattito italiano: prima la sentenza, poi eventualmente l’analisi.
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Il pareggio per 1-1 dell’Italia sul campo della Francia non cancella errori, problemi e interrogativi. E non deve farlo. Ma offre almeno una risposta a chi aveva già trasformato ogni difficoltà in un verdetto definitivo. Gli slogan funzionano benissimo sui social, molto meno quando arriva il campo.
Allo Stade de France, contro una squadra che lo stesso Mancini alla vigilia aveva definito più avanti nel proprio percorso, l’Italia ha disputato una partita di personalità. La Rai ha descritto quella degli azzurri come una “bella prova”, sottolineando anche le parate decisive di Gianluigi Donnarumma e il pareggio firmato nel finale da Alessandro Bastoni.
Mancini e un’Italia che sta provando a diventare squadra
Questo è il punto vero. Non l’1-1 in sé, perché un pareggio di Nations League non può diventare improvvisamente una consacrazione. Conta ciò che si è visto dentro quella partita.
Mancini sta cercando di costruire una squadra con idee riconoscibili, coraggio e disponibilità al sacrificio. Dopo il 2-0 subito contro il Belgio, l’Italia ha reagito battendo 4-1 la Turchia e poi conquistando un punto in Francia: tre risultati diversi che raccontano soprattutto un gruppo ancora in evoluzione.
Lo stesso commissario tecnico, dopo la gara, ha parlato di un altro passo avanti nel percorso della Nazionale e ha sottolineato come l’Italia abbia giocato da squadra. È probabilmente questa la parola più importante: squadra.
Perché oggi l’Italia non dispone di una collezione infinita di fuoriclasse capaci di risolvere ogni partita individualmente. Mancini lo aveva detto chiaramente prima della sfida: bisogna costruire un collettivo che funzioni.
Gli slogan all’italiana e quella fretta di emettere sentenze
Il problema non è criticare Mancini. Le critiche fanno parte del calcio e alcune possono essere pienamente legittime. Il problema nasce quando il giudizio tecnico viene sostituito dall’etichetta.
“Bollito”. “Finito”. “Superato”.
Tre parole, zero analisi.
È la scorciatoia che nel calcio italiano utilizziamo troppo spesso: si prende un allenatore, lo si riduce a uno slogan e si aspetta soltanto il risultato successivo per confermare la propria tesi. Poi arriva una notte come quella di Saint-Denis e improvvisamente qualcosa non torna.
Non significa che Mancini abbia già risolto tutto. L’Italia deve crescere nella gestione della partita, nella qualità offensiva e nella continuità. La stessa gara con la Francia ha mostrato momenti di sofferenza e un Donnarumma determinante. Ma una squadra giovane che va a giocare in casa della Francia senza rinunciare alla propria identità merita almeno di essere giudicata per quello che sta facendo, non per una caricatura costruita intorno al proprio allenatore.
E allora avanti, Roberto.
Non perché un pareggio abbia cancellato il passato o garantisca il futuro. Semplicemente perché questa Nazionale sta mostrando segnali che meritano tempo, equilibrio e soprattutto meno sentenze preventive.
Il calcio cambia velocemente. Gli slogan ancora di più.
Il campo, per fortuna, resta l’unico posto nel quale certe etichette valgono davvero poco.