Marcelo Saralegui Arregà­n, il “rimedio” di Moggi a Lentini e Vazquez

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Marcelo Saralegui Arregà­n nasce a Montevideo in Uruguay il 18 maggio 1971. Approda giovanissimo al Nacional Montevideo, dove a partire dal 1984 percorre la canonica trafila del settore giovanile insieme a un ragazzo di belle speranze, Daniel Fonseca, più grande di lui di soli due anni.

Si affaccia in prima squadra già  nel 1988, anche se in pratica resta solo a guardare. Quell’anno, infatti, un grande Nacional, guidato in campo dal barbuto Hugo De Leà³n, capitano nonchè leader della squadra, realizza una memorabile doppietta, portando a casa prima la Libertadores contro il Newell’s Old Boys di un giovane Batistuta e poi l’Intercontinentale, piegando ai rigori il PSV Eindhoven di Romà¡rio e Ronald Koeman.

Artefice del clamoroso “double” è il tecnico Roberto Fleitas, CT della “Celeste” che aveva vinto la Coppa America l’anno prima, il quale a fine stagione sarà  nominato allenatore dell’anno. La stagione successiva i “Tricolores” continuano a fare incetta di trofei, conquistando Recopa Sudamericana e Coppa Interamericana. Fonseca è ormai uno dei protagonisti, ma il nuovo allenatore, Hèctor Nàºà±ez, crede anche nelle potenzialità  del giovane Saralegui, e lo fa debuttare in Primera Divisià³n, dove scende in campo ben 10 volte.

Nel 1990 il Nacional dice addio al suo centravanti, che sbarca a Cagliari, tuttavia tra i nuovi arrivi c’è un giovane panamense, Julio Cèsar Dely Valdès, che trascina la squadra alla vittoria della Coppa Liguilla, un torneo nazionale che vale la qualificazione alla Libertadores e alle altre manifestazioni della CONMEBOL. Saralegui, di par suo, continua a dimostrare ottime qualità  e un notevole potenziale, tanto da entrare a far parte della scuderia di talenti del potentissimo manager Paco Casal, il quale si mette subito al lavoro per trovargli una sistemazione di “maggior prestigio”.

Nel luglio del 1991 Casal, con il benestare del Nacional, trova un accordo con il vulcanico Jesàºs Gil y Gil, presidentissimo l’Atletico Madrid. Il promettente volante si trasferisce così in Spagna, pur tuttavia all’Atletico lo parcheggiano nella squadra delle riserve, dove resta in prova fino alla fine dell’anno, senza convincere però i Colchoneros, che decidono così di rispedirlo al mittente.

Finita in malo modo l’avventura spagnola Casal, a gennaio del 1992, chiama il direttore sportivo del Cagliari, Carmine Longo, con il quale aveva concluso già  diversi affari (Francescoli, Herrera e Fonseca) e gli propone il giocatore. Inizialmente pare che un accordo di massima non sia difficile da raggiungere, tuttavia nell’affare insorgono alcuni problemi. Il Cagliari, infatti, sta cambiando proprietà , la famiglia Orrù è in trattative con Massimo Cellino. Gli impegni presi dalla precedente gestione ovviamente vanno ridiscussi a giugno, quando Cellino diventa ufficialmente il nuovo padrone della società  isolana. Così, quando Casal si ripresenta a Cagliari, ecco che vengono fuori inattesi imprevisti. Oggetto del contendere sono alcuni arretrati pretesi dall’agente per il trasferimento di Fonseca, una ritoccatina al contratto di Herrera, ma soprattutto l’inserimento nell’affare-Saralegui di un altro suo assistito, il centrocampista del Defensor Marcelo Tejera (che arriverà  comunque in Sardegna l’anno successivo). Cellino, che fesso non è, non ci casca e alla fine decide di passare la mano, arrivando addirittura a una clamorosa “rottura” col procuratore uruguayano.

Nel frattempo però Longo, segnala il ragazzo al suo amico Luciano Moggi, il quale prende contatti con Casal e con il suo socio italiano Dario Canovi per saperne di più sul conto di quel giovane e sconosciuto volante. Bocciato in Spagna, rimandato in Italia, all’ambizioso Marcelo non resta che farsi coraggio e rimanere a Montevideo, dove però fa in tempo a vincere lo scudetto e la sua seconda Coppa Liguilla, grazie ancora ai gol di Dely Valdès, capocannoniere del torneo con 12 centri. Alle vittorie di squadra si aggiunge, inoltre, la personale soddisfazione dell’esordio in Nazionale maggiore, nell’amichevole terminata 0-0 contro l’Australia, il 21 giugno del 1992.

Il suo tempo in Uruguay è ormai agli sgoccioli, Saralegui è ben consapevole che per “sfondare” è necessario imporsi su palcoscenici più importanti di quelli sudamericani. Lui vuole l’Europa. Casal lo sa bene e lo rassicura: Moggi è sulle sue tracce.

Siamo dunque alla stagione 1992-93. Il calciomercato impazza, sono 600 i miliardi spesi dalle squadre di serie A. Cifra sbalorditiva, non c’è dubbio, ma pur sempre in linea con gli standard delle ultime annate. Una nuova norma federale, sollecitata dalla Comunità  Europea in accordo con l’UEFA, aumenta a tre il tesseramento di calciatori extracomunitari, sempre però con il limite di tre stranieri tra campo e panchina per ogni partita. Questa nuova possibilità  spalanca le porte del calcio italiano a 36 nuovi giocatori d’oltrefrontiera, che faranno lievitare a 73 il numero in totale, un vero record! Ovviamente nell’ubriacatura generale che ne vien fuori, diverse saranno le topiche clamorose che verranno a galla, su tutte l’incredibile abbaglio preso dall’Inter con l’acquisto di Darko PanÃ?ev.

Al Torino, tuttavia, si respira un’atmosfera pesante. Con il ricordo della sconfitta in finale di Coppa UEFA ancora troppo vivo per non soffrirne, la tifoseria granata ha già  altro a cui pensare. Il trend è in controtendenza rispetto all’andazzo generale: il presidente Gian Mauro Borsano ha guai
finanziari, e non di poco conto. Così, nonostante le promesse e i proclami fatti dalla dirigenza ad una piazza sempre più inferocita a causa dei rumors, che danno tra i partenti diversi beniamini, i sacrifici sull’altare del bilancio sono inevitabili. Uno ad uno vanno via i gioielli di famiglia: Gigi Lentini, venduto al Milan di Berlusconi dopo una lunga e non proprio limpida trattativa, Martà­n Và¡zquez, altro affare non del tutto “pulito” con quel volpone di Tapie, presidente del Marsiglia, ma anche Benedetti, Cravero, forse l’ultimo vero “cuore granata”, Policano e Bresciani.

Il popolo granata esasperato esplode, riversandosi nelle strade e mettendo in scena numerose e tutt’altro che pacifiche manifestazioni di protesta. à? il caos. Le voci più insistenti danno per scontato finanche l’addio di Moggi. Voci alle quali si susseguono quelle di un acquisto importante, di un grosso nome, notizia confermata dallo stesso Borsano. Si parla persino di Gullit e Maradona, finchè Mondonico non riporta tutti sul pianeta terra, chiarendo che il Torino per sostituire Martà­n Và¡zquez a centrocampo ha ingaggiato “una giovane promessa sudamericana”.

Esattamente 48 ore prima rispetto al limite imposto dalla Federazione per il tesseramento di giocatori stranieri Moggi chiude la trattativa per l’acquisto di un giovane calciatore uruguaiano dal nome esotico, tale Marcelo Saralegui. La stampa si scatena alla ricerca di informazioni, chi sia questo Saralegui in Italia nessuno lo sa, è praticamente un elemento (quasi) del tutto sconosciuto nel panorama calcistico internazionale. Nelle redazioni sportive, il giorno dell’annuncio (6 agosto 1992), corre il panico: del nuovo arrivo granata non esistono fotografie nè schede biografiche, niente di niente. La “Gazzetta dello Sport”, intrepida, lo presenta con la fotografia di Mario Daniel Saralegui, un biondo e filiforme centrocampista del Peà±arol, in campo con l’Uruguay nel Mondiale del 1986.

Quello che filtra prima della presentazione ufficiale è poca roba. Pare che il ventunenne Saralegui sia un mediano con una discreta fama in patria, con qualche presenza anche nella “Celeste”, capace di organizzare il gioco e di segnare, senza trascurare le mansioni difensive. Arrivato in granata grazie all’ottimo rapporto di amicizia che lega il suo procuratore, Paco Casal, al Direttore Generale Luciano Moggi.

Il Toro lo paga la bellezza di 5 milioni di dollari (7 miliardi e mezzo di lire), facendogli firmare un contratto triennale da 600 milioni a stagione fino al 1995. Forse un po’ troppo per un ragazzo di belle speranze, ma il Torino “? stravolto da una dissennata campagna acquisti e poi riassemblato a fatica “? si augura che sia tutto vero. Saralegui va così ad aggiungersi all’altro uruguaiano Aguilera, assistito anch’egli da Casal, al brasiliano Casagrande e al belga Scifo. Il giorno seguente (il 7 agosto), nel corso di un’apposita conferenza stampa, Saralegui viene presentato come un centrocampista completo, un mediano incontrista, abilissimo in zona gol, destro naturale ma capace ad usare con disinvoltura anche il sinistro. Insomma, per farla breve, il fuoriclasse che farà  dimenticare Lentini nel cuore dei tifosi granata e Martà­n Và¡zquez nel cuore della manovra.

Ã?«Un acquisto importantissimo, a conferma che il Torino non intende smobilitare e che punta allo scudetto!Ã?», annuncia tutto soddisfatto il presidente granata, il quale poi aggiunge: Ã?«Marcelo è il nuovo fenomeno del calcio uruguaiano, un mediano difensivo con il vizio del gol, lo si può impiegare sia sulla destra che sulla sinistra. Già  da tempo era sul taccuino del nostro Luciano Moggi. Me l’ha segnalato Aguilera, e se ha passato il giudizio di Moggi vuol dire che non abbiamo sbagliato. Si tratta di un vero investimentoÃ?». Lucianone tronfio annuisce. Casal, tanto per non far mancare la sua, aggiunge: Ã?«à? la bandiera del calcio uruguaianoÃ?», infine lo stesso Moggi, che non vuole essere da meno, rincara la dose e lo descrive come: Ã?«Il Tardelli del Sudamerica, il più promettente uruguaiano della nuova generazioneÃ?».

Poi, finalmente, il “campioncino” viene esibito ai giornalisti: un ragazzone con una folta chioma di riccioloni neri che gli coprono la fronte e le sopracciglia. Ricorda più il batterista dei Pooh Stefano D’Orazio che un giocatore di pallone. Non sorride mai, nè sussurra una parola di italiano se non un’improbabile promessa: lo scudetto.

I giornalisti, scettici, non abboccano. Nemmeno quando spunta fuori uno sfocato video in vhs con le gesta di un tipino che somiglia a Saralegui e che sgambetta su campi dall’erba mal tagliata, segnando qualche gol. Il bluff viene alla luce quando il presunto talento di Montevideo raggiunge il ritiro della squadra granata e si mette a disposizione dell’allenatore Mondonico. Lento, sgraziato, brutto da vedersi.

à? quanto emerge da qualche partitella di allenamento e qualche sprazzo di precampionato, tanto che il “Mondo” non lo prende mai in seria considerazione, nonostante gli attestati di stima dei compagni, su tutti quello del connazionale Aguilera, il quale, fiducioso sulle doti del connazionale, dichiara ai giornalisti: Ã?«Vedrete, è più potente di Shalimov, gli assomiglia moltoÃ?».

Gioca comunque in Coppa Italia contro il Monza, il 2 settembre, arrivando anche a cogliere una traversa. Si rivede ad ottobre, sempre in coppa, stavolta contro il Bari: impiegato in posizione più avanzata resta sul terreno di gioco per gran parte del secondo tempo, regalando anche qualche buona giocata. Il 10 febbraio, in casa contro la Lazio, entra al 21′ del secondo tempo con i granata in vantaggio per 3-0, un risultato che pare ormai mettere al sicuro la qualificazione, soprattutto alla luce, del 2-2 dell’andata. Peccato che dopo l’ingresso di Saralegui i biancocelesti vadano a segno con Signori e Winter, sfiorando addirittura il pareggio in zona Cesarini, pari che avrebbe significato il passaggio del turno, mettendo così a dura prova le coronarie del povero Mondonico, il quale si guarderà  bene dal riproporlo.

Resta comunque il fatto che il giovane centrocampista, grazie ai tre gettoni di presenza iscrive il proprio nome tra i componenti della rosa granata che vince la Coppa Italia al termine della stagione. La prova della verità  resta comunque il campionato. Dei tre stranieri che possono trovar posto in campo, lui è sempre il quarto! Il 4 ottobre del ’92 la sua prima panchina in Torino-Sampdoria. Il suo esordio sembra prossimo il 22 novembre, quando il Toro gioca il derby contro la Juventus. Se non che tra primo e secondo tempo, durante il consueto torello delle riserve, un infortunio muscolare lo mette ko, e addio esordio.

Mondonico lo fa debuttare al ’90 di Fiorentina-Torino del 17 gennaio 1993, con le squadre avviate allo 0-0. Alla 29^ giornata contro il Foggia la sua seconda e ultima presenza in campo, sempre per pochissimi minuti, e sempre sul punteggio di 0-0. Conti alla mano il corpulento Saralegui, su 34 partite metterà  insieme la miseria di 4 minuti, distillati in 2 sole presenze. Per il resto 11 panchine e 21 domeniche da spettatore in tribuna. In sostanza un fiasco clamoroso!

Al termine del campionato, nonostante non avesse mai giocato, viene comunque convocato dal C.T. Luà­s Cubilla nella rosa dell’Uruguay per la Coppa America, dove non solo è tra i titolari della squadra, ma riesce finanche a segnare due gol, al Venezuela e nei quarti contro la Colombia.

La stagione seguente Moggi lascia il Torino (inutile dire che smentirà , irato, ogni responsabilità  non solo con la cessione di Lentini ma anche con l’acquisto del “Tardelli uruguagio”), non Saralegui, però, che resta in squadra nonostante non venga mai impiegato da Mondonico (del resto come dargli torto, gli avevano pure comprato Francescoli!) racimolando due sole panchine in campionato, contro la Juve e l’Inter, e il classico gettone di presenza in Coppa Italia.

Emarginato, incompreso, Marcelo Saralegui viene rimpatriato alla chetichella col primo volo per l’Uruguay e con un anno di anticipo sulla scadenza del contratto. Il suo nome si impone nuovamente all’attenzione di giornalisti e tifosi, solo per motivi non strettamente calcistici. Quando la procura di Torino aprirà  un fascicolo per capire come mai un “avveduto” dirigente come Moggi avesse comprato un brocco come Saralegui spendendo bei soldini, mentre un campione come Aguilera sia arrivato per poche lire.

Ã?«L’operazione Saralegui, condotta insieme al signor Moggi, era indissolubilmente legata all’ingaggio di Aguilera dal GenoaÃ?», racconterà  poi Borsano ai magistrati. In pratica, l’ingaggio del giovane uruguaiano era una messinscena architettata dal duo Moggi-Borsano per coprire la seconda parte del prezzo d’acquisto di Aguilera. Ecco svelato il “mistero Saralegui”, il quale al rientro in patria non fa in tempo a metter piede a Montevideo che subito il Nacional gira il suo cartellino al Racing di Avellaneda.

In Argentina Saralegui ritrova se stesso e la grinta che ne aveva contraddistinto le prove in Nazionale, tanto da disputare la migliore annata della sua carriera: 33 presenze e 5 gol, culminata con la convocazione per la trionfante spedizione della Coppa America del 1995 dove l’Uruguay dei vari Herrera, Otero, Fonseca, Francescoli, Poyet, e Rubèn Sosa, guidato in panchina da Hèctor Nàºà±ez, l’allenatore che lo aveva fatto debuttare col Nacional, batte il Brasile ai rigori aggiudicandosi il torneo.

Nell’estate del 1995, dopo la Coppa America, si trasferisce al Colà³n di Santa Fè, dove resta per quattro stagioni giocando più di 100 partite, diventando un vero e proprio idolo per la tifoseria, contribuendo al clamoroso secondo posto nel Torneo di Clausura del ’97, il miglior risultato di sempre nella storia del Colà³n, e giocando la sua terza Coppa America.

Chiusa la sua lunga parentesi con i rossoneri del Colà³n, inizia la sua lunga e inesorabile parabola discendente. Nel 1999 passa all’Independiente, dove si ritrova a fare da chioccia, insieme all’ex meteora napoletana Josè Luis Calderà³n, a un nugolo di giovani promettenti come: Gabriel Milito,
Esteban Cambiasso e Diego Forlà¡n.

La stagione seguente ritorna di nuovo al Racing di Sergio Zanetti, fratello di Javier, dove gioca anche il Principe Milito. Siamo ormai agli sgoccioli della sua carriera e Marcelo lo sa, tant’è che si ripresenta al Nacional per chiudere con la “sua” squadra, giusto in tempo per rivincere il Campionato. Nel 2002 scende in seconda divisione a giocare con il Fènix Montevideo (dove ritrova l’ex compagno di nazionale Marcelo Otero). Infine, nel 2004, il canto del cigno con la maglia dell’Uruguay Montevideo, piccolo club cittadino, prima di appendere gli scarpini al chiodo e iniziare, proprio nell’Uruguay Montevideo, una seconda vita da allenatore.

Due anni in seconda divisione, prima di approdare nell’agosto del 2006 sulla panchina del Club Sportivo Cerrito, altro club di Montevideo, dove vi resta fino a Marzo del 2007, prima di subire l’amara sorte degli allenatori: il licenziamento.

Marcelo Saralegui fu il tipico straniero dei tempi delle vacche grasse del nostro calcio. Non c’è dubbio che la sua inesperienza abbia decisamente giocato contro un suo impiego costante, tanto che i diversi infortuni, molti dei quali “diplomatici”, siano stati un ottimo paravento dietro il quale nasconderlo. Certo, fa specie comunque registrare che Saralegui, ultimo delle riserve qui in Italia, in Uruguay era considerato qualcosa in più dell’ottimo giocatore, pilastro della “Celeste”, con la quale ha collezionato 33 presenze e segnato 6 gol, tanto da indossare in diverse occasioni anche la fascia di capitano. Ciò nonostante a Torino non ha fatto mai nulla per dimostrare di valere almeno una parte dei (tanti) soldi spesi per l’acquisto del suo cartellino, restando così un vero e proprio “oggetto misterioso”.