Le parole di Arrigo Sacchi, ex allenatore, sulla scelta di Simone Inzaghi di dire addio all’Inter per trasferirsi all’Al Hilal. I dettagli
Arrigo Sacchi, il profeta di Fusignano, non è stato semplicemente un allenatore, ma l’architetto di una delle più grandi rivoluzioni nella storia del calcio. I suoi primi quattro anni alla guida del Milan, dall’estate 1987 alla primavera del 1991, scolpirono un’era leggendaria, ridefinendo i concetti di gioco e successo. Il bilancio di quel quadriennio è sbalorditivo: uno Scudetto conquistato al primo tentativo (1987-88), due Coppe dei Campioni consecutive (1988-89, 1989-90) che stupirono il mondo, due Coppe Intercontinentali, due Supercoppe Europee e una Supercoppa Italiana. Ma al di là del palmarès, fu l’imposizione di un calcio proattivo, basato sul pressing, sulla zona e sul collettivo a lasciare un’impronta indelebile. Proprio Sacchi, dalle colonne odierne de La Gazzetta dello Sport, offre oggi la sua autorevole analisi sui primi quattro anni di Simone Inzaghi all’Inter e la sua scelta di lasciare il club nerazzurro.
I SOLDI – «Mi sembra evidente che in questa storia un peso determinante lo abbiano avuto i soldi, e non so se seguire il profumo del denaro sia sempre una buona scelta. Solo il tempo potrà dire se ha fatto bene o no. Io, al primo anno al Milan, prendevo uno stipendio inferiore a quello che percepivo al Parma».
LA SCELTA DI ANDARE VIA – «Non è un fulmine a ciel sereno, un po’ me l’aspettavo. Non entro nel merito della sua volontà di lasciare l’Inter, avrà le sue buone motivazioni sulle quali non è corretto esprimersi. Ma aggiungo che a lui il club nerazzurro ha dato tanto, perché gli ha permesso di giocare addirittura due finali di Champions, e che questo non è il miglior periodo per l’ambiente dopo le sberle che ha preso dal Paris Saint-Germain. Magari qualche giorno in più di riflessione, qualche colloquio in più…».
IL BILANCIO FINALE – «Guardiamo ai risultati: quattro campionati e un solo scudetto, nonostante avesse sempre il gruppo più forte, con tanti giocatori di alto livello e profumatamente pagati. Due finali di Champions League, entrambe perse. L’ultima, addirittura, in modo traumatico. Non mi sento di dire che il percorso è stato positivo, anche se devo ammettere che, da quando è arrivato dalla Lazio, Inzaghi è cresciuto parecchio come allenatore. Gli è mancato il salto decisivo».