Vieri senza filtri: dalla Nazionale ai giovani talenti, passando per Pio Esposito, Inter, Milan e Juventus, tutte le parole dell’ex bomber azzurro sui temi più caldi del calcio italiano
Christian Vieri torna a parlare di calcio italiano in una lunga intervista concessa alla Gazzetta dello Sport, spaziando dalla Nazionale alla Serie A, passando per i giovani talenti e per alcuni dei protagonisti più interessanti del nostro campionato. L’ex bomber azzurro non risparmia opinioni nette sulla sosta internazionale, difende la scelta di puntare sui giovani e dedica parole importanti a Pio Esposito, oltre ad analizzare le situazioni di Daniel Maldini, Kean, Ndour e dei principali club impegnati nella corsa scudetto. E, come sempre, Vieri non rinuncia alla sua consueta schiettezza.
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La pausa per le Nazionali è durata parecchio: qual è il suo giudizio sulla gestione di questo calendario?
«Ma che roba è? Una roba ridicola. Venti giorni fermi, quattro partite in undici giorni: mica è un Mondiale o un Europeo. No, non ha senso: stavolta l’Uefa ha toppato proprio».
In compenso, il rendimento dell’Italia l’ha convinta. Se lo aspettava da questa Nazionale?
«Sì, molto. Ma non avevo dubbi sul Mancio».
Eppure, intorno al ritorno di Mancini, non erano mancate perplessità e critiche.
«Non me ne frega nulla di dire se aveva sbagliato, e quanto: aveva già detto tutto lui, no? Io ero sicuro di due cose, che mi piacciono molto: lui cambia le squadre e dà spazio ai giovani. E dare fiducia ai giovani, crederci, insistere, è molto importante per il nostro calcio. Perché lo fanno in pochi e il suo esempio conta».
Parliamo più avanti di Pio Esposito. Prima, però, che impressione le ha fatto la rete di Scamacca contro la Turchia? Quella conclusione sembrava quasi una sua specialità.
«No, sembrava Scamacca. Bel gol, gli serviva perché qualche infortunio non gli aveva consentito di avere continuità: fare un gol in Nazionale è importante anche a livello mentale, ti carica. Ti fa venire ancora più voglia di migliorare».
C’è però un aspetto in cui vi siete assomigliati: anche lui ha spiegato di non aver festeggiato perché era esausto.
«Non ho esultato perché ero troppo stanco».
Una frase che lei conosce molto bene, avendola pronunciata più volte.
«Giocare in Nazionale è ancora più faticoso, fidatevi».
Anche la convocazione può aver dato una spinta a Daniel Maldini?
«Daniel ha bisogno solo di giocare: spesso, non ogni tanto. Serve a lui e poi anche a chi deve valutarlo. Se ne giochi una sì e due no, è difficile capire a che livello sei. Così, invece, lui si rende conto se è pronto e chi deve farlo giocare sa se può farci affidamento davvero. Per questo andare a Cagliari è stata una buona scelta: meglio una squadra più piccola, ma dove giochi trenta partite, magari per 90 minuti. Capisci come allenarti bene per essere sempre al top fisicamente e mentalmente, prendi botte tutte le settimane, e cresci».
Per lo stesso motivo considera positiva anche la scelta di Kean di trasferirsi al Como?
«Se gioca, sì. Ma per lui è diverso: è un attaccante completo, attacca bene la profondità, fa gol, dunque ha sempre giocato. E sicuramente a lui serve ancora di più, per la struttura fisica che ha».
Lei ha sempre avuto un legame particolare con l’Under 21, anche per quello che ha rappresentato nella sua carriera. Come vede oggi il lavoro sui giovani?
«Torniamo sempre lì: Baldini è un buon allenatore per i giovani. E ce ne sono di buoni, anche nella altre nazionali: attaccanti che fanno gol, ma sanno giocare pure per la squadra, vedi gli assist di Liberali, di Koleosho. Basta che trovino spazio».
Ndour ha trovato anche un gol quasi incredibile, segnando da oltre settanta metri. Quanto può incidere una giocata del genere?
«Ma quella di Ndour è stata anche fortuna, ti può venire una roba così. Sono altre le cose da guardare e Ndour sta dimostrando pure altro».
Il campionato riparte con un Como-Roma che sembra promettere spettacolo. È una partita ideale per tornare subito alla Serie A?
«Due squadre che hanno il gol in testa: l’ideale per rituffarsi nel campionato. Mi incuriosisce vedere come il grande Gasp avrà caricato a palla Malen e Dybala, che non sono andati in nazionale: si saranno allenati a duemila».
Questa sfida può già fornire qualche indicazione sulla squadra destinata a contendere lo scudetto all’Inter?
«Fasullerie. Dopo sei giornate? Dai…».
Fabregas continua invece a sostenere una filosofia precisa: meglio rischiare di perdere, ma senza rinunciare alla propria idea di gioco.
«Gli spagnoli hanno questa testa: già quando giocavo all’Atletico sentivo dire le stesse cose. Comandare il gioco, fare la partita, tenere la palla e creare il più possibile. Poi ci sta di perdere, ma così è più facile vincere».
L’Inter affronta il Parma: sulla carta sembra una giornata favorevole alla squadra di Chivu.
«In teoria, sì: se nell’Inter sono tutti concentrati al cento per cento, la differenza di livello viene fuori. Ma non ci riesci sempre, e infatti finora… Però è ora di cambiare passo: si entra nel vivo del campionato e l’impegno della Champions si fa più tosto».
E a proposito di Inter, quanto può essere «tosto» Pio Esposito?
«E ha anche l’età dalla sua parte: a 21 anni ha già fatto sette gol con quella maglia azzurra che pesa tanto, vuol dire che fra sette-otto anni batterà il record di Gigi Riva. E sarà l’attaccante che avrà segnato più gol nella storia della Nazionale. Ma vuol dire anche che tra due-tre anni inizierà pure lui a fare i suoi venti gol a stagione».
Perché secondo lei bisognerà aspettare ancora qualche stagione prima di vederlo stabilmente a quei livelli?
«Perché deve ancora capire bene come muoversi in campo, anzi soprattutto in area. Pio è più simile a Toni, secondo me. Ma i paragoni per me non hanno senso, lo sapete. E a lui non fanno neanche bene».
Se fosse al posto di Chivu, sarebbe complicato scegliere ogni settimana tra Pio Esposito e Thuram?
«Se alleni una grandissima squadra devi saper fare delle scelte, altrimenti non puoi fare l’allenatore. Ma mi pare che a Chivu non dispiaccia avere scelte, e abbia sempre saputo farle».
E Sebastiano Esposito? Anche lui ha lasciato una buona impressione con la Nazionale.
«Molto bene, soprattutto a livello tecnico: mi è piaciuto come ha saputo «legarsi» con il centrocampo e dividere gli spazi con il fratello».
Inter-Parma sarà particolare anche per Alberto Gilardino, che si ritroverà subito ad affrontare una delle sue vecchie squadre. Come lo vede sulla panchina emiliana?
«Sono sempre contento quando i miei ex compagni allenano, peccato solo che gli tocchi subito l’Inter: il rischio di prendere tre o quattro fischi pronti-via c’è».
La Lazio di Gattuso ha iniziato molto bene: pensa possa rimanere stabilmente nelle zone alte della classifica?
«Questo non lo so, ma non era facile partire così pur senza l’aiuto dei tifosi, perlomeno in casa. Gattuso se lo meritava, per tutto quello che dà. E Frattesi anche: quando parte da dietro non lo prendi, non mi stupisce che abbia già segnato tre gol. E può arrivare a dieci tranquillamente».
Il Napoli, invece, sembra attraversare un momento più complicato. Quanto possono pesare gli infortuni?
«Quando hai tanti infortuni… Non credo che Allegri abbia benedetto questa sosta. Ha tutto il tempo per recuperare, ma a un patto: non può continuare a perdere troppi punti e pensare che il rientro di McTominay, da solo, possa risolvere tutti i problemi. Anche se è mancato molto».
Milan e Juventus possono puntare allo scudetto oppure l’obiettivo realistico resta la qualificazione in Champions?
«Buona la seconda. Ma con Gonçalo Ramos, si è visto anche con il Portogallo, il Milan finalmente, dopo anni, ha trovato un grande centravanti. Che però, come tutti i centravanti, ha bisogno di essere cercato di più. Vuoi i gol? Più palloni da giocare. Altrimenti diventa difficile dire se potrà fare bene o no».
Rispetto a Kolo Muani, quindi, Ramos le sembra più adatto al ruolo di centravanti puro?
«Direi più che altro: più centravanti. Kolo gioca più per la squadra, per come lo vedo se non fa un gol a partita non impazzisce, è felice anche di far segnare un compagno. Però, senza Vlahovic e David, alla Juventus serve che segni di più».
Chiudiamo con un tema diverso dal calcio: come interpreta, da ex atleta che ha conosciuto gli infortuni, la lunga pausa di Jannik Sinner?
«Solo chi fa sport a certi livelli, e non chi lo vede in tv, può capire quanta fatica ci sia dietro. Se si ferma, vuol dire che sta male, che ne ha bisogno. Va aspettato, bisogna dargli il tempo di curarsi per tornare a posto, e quanto tempo lo sa solo lui. Stop, il resto sono chiacchiere. Anzi, fasullerie».