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Empoli, Andreazzoli: «Juve? Incertezza sul ruolo, dissi di no. Lavoro per le emozioni»

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Aurelio Andreazzoli ha parlato ai microfoni della Gazzetta dello Sport, le parole dell’allenatore dell’Empoli

Aurelio Andreazzoli ha parlato ai microfoni della Gazzetta dello Sport. Le parole del tecnico dell’Empoli:

PAROLE «Vorrei essere ricordato per aver regalato qualche emozione e per aver lasciato una traccia. Io posso anche salvare l’Empoli, ma che lavoro ho fatto se non ho trasmesso emozioni ai tifosi e agli stessi giocatori?»

OTTIMO LAVORO EMPOLI – «Mettendo insieme tutte le componenti: la filosofia del club, il lavoro dell’ottimo ds Accardi, l’attenta scelta dei calciatori, la cura dei giovani. E poi c’è il campo, che è l’ultima cosa».

TATTICA – «Appeso nel mio ufficio c’è un post-it con i cinque principi della fase di possesso: scaglionamento offensivo, penetrazione, ampiezza, mobilità, imprevedibilità. Poi i cinque della fase di non possesso: scaglionamento difensivo, azione ritardatrice, concentrazione, controllo e limitazione, equilibrio. Ma non mi sono inventato nulla: li ho imparati a Coverciano. La teoria del corso allenatori è imprescindibile. È come il greco per gli studenti del Liceo Classico: te lo porti sempre dentro».

DEBOLEZZE – «Noi siamo l’Empoli e non possiamo pretendere di essere perfetti. Se devo scegliere, preferisco far bene la transizione positiva e portare la pressione alta rischiando di concedere campo dietro. È una debolezza figlia di una scelta. Noi giochiamo con tre elementi difensivi: i due centrali e il portiere. Tutti gli altri spingono».

CARATTERE – «I giocatori non dimenticheranno mai il modo in cui hanno vinto in casa di Juve e Napoli. E così sfideranno la Roma con la fiducia di batterla».

AGGIORNAMENTI – «Mi aggiornano i miei bravissimi collaboratori. Le confesso una cosa: io guardo poche partite e non conosco tutti i giocatori. Per me il calciatore è una pedina e mi interessano le sue caratteristiche. Mi piace molto allenare, stare con la squadra, vedere se sono capace di portarmela dietro e di trasmettere il mio pensiero rendendolo pratico».

ROMA – «Io con Totti e De Rossi mi sono trovato benissimo. Dipende da che persona sei: i ragazzi ti inquadrano velocemente. Prima di essere un allenatore, io sono un uomo con i miei comportamenti e la mia sensibilità. Il rapporto con la squadra è come quello con i figli, solo che nello spogliatoio sono venticinque. La difficoltà del mio lavoro è quella di far sentire la mia squadra più forte di quello che è».

GIUDICATO PER LE SCONFITTE – «Perché il mondo del calcio spesso manda messaggi superficiali per arrivare alla pancia del tifoso. Un giudizio oggettivo dipende dalla voglia di trasmettere la curiosità, le difficoltà, le bellezze. A Roma passai da inadeguato a fenomeno e poi di nuovo a inadeguato: non ci restai male perché do peso solo al giudizio di chi mi conosce».

CONTE – «Partì alle 6 del mattino per non rischiare di arrivare tardi al mio allenamento. Io non l’avrei mai fatto. A me infatti è mancato qualcosa, Antonio è eccezionale».

VICE PIRLO – «Non era l’obiettivo della mia vita, però ero incuriosito dalla Juve e dal suo mondo. Ma l’incertezza sul mio ruolo era eccessiva».