Totti: «La Lazio non esiste. Vincere a Roma è speciale, la festa dura 3 mesi»

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Francesco Totti ha parlato a 360° a Revista Libero: queste le dichiarazioni dell’ex capitano della Roma

Lunga intervista rilasciata da Francesco Totti a Revista Libero. L’ex capitano della Roma ha parlato a 360°, queste le sue parole.

ROMA O LAZIO – «Non chiedermelo neanche. Per me Roma è la Roma. La Lazio non esiste. Non posso fare paragoni. Questo non significa che sto parlando male di loro, assolutamente no. Per me la Roma è unica come i suoi tifosi. Sono appassionati, sentimentali, danno tutto per la maglia».

ALLA LAZIO DA GIOVANE – «Mia madre era laziale perché lo era anche mia nonna. Giocavo alla Lodigiani. I miei genitori e mio fratello Riccardo mi chiamarono per dirmi che c’erano queste due opzioni. Non c’erano dubbi per me, anche perché mio padre e mio fratello erano della Roma. Ho scelto la Roma, anche se volevano che andassi alla Lazio perché pagava. Fortunatamente è stata la scelta migliore».

CASSANO – «Cassano è un fratello minore. È venuto a Roma per me che ero, come mi ha detto, il suo idolo. C’era la Juventus interessata a lui, ma ha scelto la Roma. Voleva giocare con me, era innamorato del mio calcio. Non ha avuto un’infanzia facile quindi quando è arrivato a Roma l’ho portato a casa mia con i miei genitori».

VINCERE ALLA ROMA – «È speciale perché vince ogni 20 anni. Purtroppo è la realtà. Quando la Juve vince, festeggia solo una notte, la domenica. Tutto finisce il lunedì. Invece, quando abbiamo vinto con Capello, a Roma lo scudetto è stato celebrato per tre o quattro mesi. Una festa non-stop, perché non siamo abituati, non siamo il Real Madrid o il Barcellona, che vincono anche in Europa. Se vincessimo tre campionati di fila, forse con il terzo si fermerebbe questa euforia».

MONCHI A ROMA – «Ha avuto molti alti e bassi. Non mi sono mai sentito importante nel progetto, anche se lui per me è un dirigente leale, sincero, di grande professionalità. Il cambiamento che ha vissuto non è stato facile. È andato via da Siviglia, dove ha avuto una carriera di 30 anni, per venire a Roma, dove tutti si aspettano il massimo. È arrivato in un momento unico nella gestione americana e penso che sia stato mal consigliato. Non si è circondato delle persone che volevano davvero lasciargli fare il suo lavoro. Ha fatto affidamento su altri che pensavano più a se stessi».