Hanno Detto
Negrisolo: «Liedholm consultava uno stregone. Con Ranieri siamo amici, su Di Bartolomei…»
Negrisolo in una lunga intervista a ‘La Gazzetta dello Sport’ ha ripercorso la sua carriera raccontando diversi aneddoti su compagni e non solo
Piergiorgio Negrisolo è un ex calciatore di 75 anni con l’entusiasmo di un ragazzino. Su La Gazzetta dello Sport ha ripercorso la sua carriera tra aneddoti, ricordi e volti illustri.
L’ARRIVO ALLA ROMA GRAZIE A SCOPIGNO «Facevo il libero e sapevo giocare con i piedi, gli piacevo per quello. Poi sì, Scopigno fu cacciato e presero Liedholm. E devo dire che è stata una fortuna per me. Il Barone apprezzava la mia attenzione tattica. “Sai muoverti senza palla, sei importante”, mi diceva. E infatti mi faceva giocare ovunque. Penso di aver fatto tutti i ruoli con lui allenatore. Mi ha sempre dato fiducia: segnai un gol in un derby e glielo dedicai».
LIEDHOLM SI CONSULTAVA CON UNO STREGONE «Sì, ne sono stato anche testimone diretto. Una volta andammo a Milano io, Prati e Marini. Liedholm ci disse che portava bene e di andare in rappresentanza del gruppo. Questo sciamano ci chiuse in una stanza, ci tagliò una ciocca di capelli e li bruciò. Il tutto mentre pronunciava frasi strane. Fu un’esperienza mistica. Un’altra stranezza era che il mister gettava il sale agli angoli dello spogliatoio: su alcune cose era davvero fissato».
DI BARTOLOMEI «Agostino era un ragazzo serio, schivo, ma un grande professionista. Liedholm stravedeva per lui, erano simili. Entrambi amavano l’arte. Quello che gli successe poi mi lasciò senza parole. Fu uno shock senza precedenti».
BRUNO CONTI «Il mio preferito tra i ragazzi, mi chiamava “Fisicchio”. Alla fine del ’73 lo consigliai al direttore sportivo del Genoa che voleva prenderlo. “Se ve lo danno, andate sul sicuro. Diventerà un campione”. Infatti lo presero. Certo, era impossibile pensare che la Roma si facesse scappare un talento del genere. Lui e Ago erano due giocatori fantastici».
RANIERI «No, è diverso. Io e Claudio siamo proprio amici. È un signore del calcio, lo era anche da calciatore e lo è stato poi da allenatore. A Roma, per un periodo, giocavamo sulla stessa fascia: lui terzino, io tornante di fascia davanti a lui. Poi siamo rimasti in contatto nel tempo. Ricordo che al Catanzaro portava tutti i compagni in giro in barca».
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MARCARE PELÉ «Lo marcai due volte a dire il vero. Una, sì, in amichevole contro il Santos. Appena entrato in campo mi feci subito la foto con lui. Era imprendibile. Fece due gol, uno con una rovesciata da cartolina. L’altra volta, invece, fu con la Roma all’Olimpico. Pelé era a fine carriera e giocava con i Cosmos. Vincemmo noi, segnai addirittura io. Un peccato non avergli chiesto la maglia».
IL PIU’ DIFFICILE DA MARCARE «Senza dubbio Rivera, un genio. Lo marcai per la prima volta a San Siro in un Milan-Samp. Mi fece letteralmente impazzire».
SUAREZ «Un altro campione. Io l’ho incrociato alla Sampdoria e, mi creda, era una grande persona oltre che un fuoriclasse. Aveva preso in simpatia me e Marcello Lippi, i due giovani del gruppo. Restava con noi a fine allenamento e ci faceva vedere come calciare. L’ho visto fare anche a De Sisti a Roma».
IL RIMPIANTO «Ho fatto una bella carriera e sono felice. Un rimpianto, però, ce l’ho: non essere andato al Milan nel ‘77. Liedholm mi voleva e io avrei coronato il sogno di una vita. Saltò perché Valcareggi scelse di non vendermi. Avrei giocato con Rivera e nella squadra del mio cuore».