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Viviano dice tutto: «Per un “Fai schifo” in B ho preso un rosso diretto. Zeman? Mi vide fumare dietro al pullman. Il mio rimpianto…»

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Viviano svela: «Per un “Fai schifo” in B ho preso un rosso diretto. Zeman? Mi vide fumare… Il mio rimpianto…». Le parole

Emiliano Viviano, portiere dal grande carattere e senza peli sulla lingua, si è ritirato nel 2024. Oggi su La Gazzetta dello Sport apre l’album dei ricordi.

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L’EVOLUZIONE «Da calciatore tenevo viva la fiamma con quel tipo di rabbia. Oggi sono più sereno, so che la diplomazia zero dalla ragione ti porta al torto. E ha condizionato la mia carriera. Io ho fatto delle cazzate, però c’è chi è stato fuori rosa in sei squadre diverse e ne ha sempre trovata un’altra, ma Viviano era quello che litigava e parlava troppo, non quello che per un compagno avrebbe dato un arto. Il calcio italiano è un grande condominio, le voci si moltiplicano e ti stroncano».
ALLENATORI E ARBITRI «Infatti ho avuto un feeling umano splendido con allenatori ai quali non serviva nemmeno dirle, le cose: Cosmi, Zenga, Mihajlovic. Io e Sinisa abbiamo anche litigato di brutto, ma durava trenta secondi, per lui avrei fatto qualsiasi cosa. Con gli arbitri più duri, benissimo. Per un “Fai schifo” in B ho preso un rosso diretto, con Pairetto ho esagerato da bestia e lui ha fatto finta di niente. Ad alcuni facevo pure la supercazzola di “Amici miei”…».
L’INCONTRO CON ZEMAN «Mister, ho fatto il portiere per non correre”. “E allora non correre”. Mi vide fumare acquattato dietro al pullman, “Che fai ti nascondi?”. “Non è bello che si veda che un calciatore fuma”. “Si nasconde solo chi ruba”».
BAGGIO «Per me, fiorentino classe 1985, Baggio era religione. Al mio primo allenamento da aggregato della Primavera si siede nel nostro spogliatoio per presentarsi e ci chiede: come va? Amici del mio quartiere mi dicevano: “Se lo vedi, saluta Baggio”. Frase fatta, pensavo: invece era tutta gente con cui Robi era andato a caccia».
GUARDIOLA «Guardiola avevo 17 anni e a fine allenamento mi chiese: “Ti va se ti tiro un po’ in porta?”. Intelligenza e sensibilità infinite: se tu oggi gli dici – che so – che tua figlia si è rotta una caviglia e lo incontri fra due anni, ti chiederà come sta tua figlia».
LE OCCASIONI PERSE «All’Arsenal c’era Wenger: mi aspettavo un rivoluzionario, come proposta era un tecnico normale, ma non giocai perché Szczesny fece un’annata pazzesca e c’era anche Fabianski. Allo Sporting fu una questione politica: mi scelse il presidente Bruno de Carvalho, chi arrivò al suo posto mi fece la guerra. Ogni allenatore che arrivava mi chiedeva: “Perché non giochi?”. “E che ne so?”. Me lo spiegò il quarto, Keizer: “C’è l’ordine di non convocarti”».
IL RIMPIANTO INTER «Il mio unico vero rimpianto. Julio Cesar era al suo ultimo anno, ma feci di tutto per andarmene, contro il volere del club: non gli credevo. Una delle cazzate fatte di pancia di cui sopra».
SETTE ANNI DOPO «Handanovic infortunato: feci le visite mediche e anche un allenamento, poi rimasi chiuso in un hotel ad aspettare a vuoto. Qualcuno disse volontà di Handanovic, altri di Conte: boh. Mi chiamò Piero Ausilio: “Vivio, non si fa”. E amen»
LA NAZIONALE «C’era Buffon, di più era impossibile. Dopo quel biennio avrei dovuto essere più presente, e fu colpa mia, ma non andare all’Europeo 2012 fu una coltellata. Io del Palermo, Sirigu del Psg, De Sanctis del Napoli: più semplice lasciare a casa me. Decisione politica, e ovviamente a Prandelli lo dissi».
ITALIA-SERBIA «Mi arrivò un fumogeno sul polpaccio, andai dall’arbitro non perché avessi paura, sono cresciuto in curva, ma perché temevo di distrarmi: “Mandaci loro da questa parte”».
EVERTON-ARSENAL «Non sono convocato per Everton-Arsenal e faccio serata. Solo alle due leggo un sms: “Fabianski è stato male: alle sei e mezzo ti viene a prendere un’auto”. Avevo bevuto più o meno mezza bottiglia di vodka, il mio amico proprietario del locale mi guarda: “E ora?”. “Ora portami altra vodka”. A casa all’alba, doccia, arrivo a Liverpool e Santi Cazorla mi dice: “Puzzi d’alcol che fai schifo”. In panchina ebbi quasi un attacco di panico: non ci vedevo. E mi ripetevo “Se devo entrare, ho chiuso la carriera”».
IL FUTURO DA ALLENATORE «Sì: mi appassiona la proposta, però poi vedo Chivu che in sei mesi è invecchiato vent’anni, mio fratello De Zerbi che sta 15 ore al giorno con la testa lì dentro: quel lavoro non si può fare a metà e a fine carriera certe cose non le sopportavo più. Però ho 40 anni: in futuro, chissà…».

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