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Sannino si racconta: «Tornare in Italia? Non voglio entrare in una centrifuga. Al manicomio ho conosciuto la sofferenza vera…Zamparini voleva darmi 500mila euro»

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Sannino, attuale allenatore del Bellinzona con un lungo passato in Serie A, si è raccontato in questa intervista

Beppe Sannino, 68 anni, allenatore del Bellinzona, seconda serie svizzera ha al suo attivo sei promozioni, quattro campionati vinti, una panchina d’oro di Serie C e un’altra d’argento, più svariate dimissioni. A La Gazzetta dello Sport ha raccontato la sua vita.

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LE NOVE DIMISSIONI «Io sono così: parlo in faccia. Mi sono dimesso per dignità lasciando dei soldi. Al Watford salutai 550mila sterline dopo 4 vittorie nelle prime 5. E dopo aver vinto la prima partita della storia del Carpi in A, dissi che era tutta di Castori, non mia»

TORNARE IN ITALIA «Non vivo sulla luna. So che il meglio l’ho dato e che sono in una fase calante, ma in Italia diventi un personaggio. Ti chiedono se mangi il panettone. E i social sono dilanianti. Alla mia età non voglio entrare in una centrifuga. Io sono uno che è partito dal niente e che si è fatto da solo».

LE ORIGINI «Nasco scugnizzo napoletano, poi mi sono trasferito a Torino. Ero l’unico che girava in pantaloni corti e infradito, da qui il soprannome “ciabattino”. Giocavo e basta, saltavo spesso la scuola. Una volta mio padre per punirmi diede fuoco alle scarpe da calcio sul balcone con l’alcol».

DA CALCIATORE «Ero genio e sregolatezza, uno come me non l’ho mai allenato. Sono arrivato alla Serie C, poi ho smesso a 31 anni e ho iniziato ad allenare gli allievi della Vogherese. Andavo a vedere di nascosto il Milan di Sacchi».

L’ESPERIENZA IN MANICOMIO E LA SVOLTA «Pulivo i cessi per l’equivalente di 900 euro di oggi. Lavavo i pavimenti con la segatura, c’erano scarafaggi e quant’altro. E poi aiutavi i pazienti. Inoltre, al manicomio, ho conosciuto la sofferenza vera. Ricordo una pittrice bravissima che se ne stava lì a dipingere e ti chiedevi come mai. Al civile, invece, ho visto morire anche amici e tifosi della Vogherese».

LA SVOLTA «Nel 1998, alla Biellese. Presi un anno di aspettativa. Ma la svolta è stata al Sudtirol, nel 1999-2000, dove vinsi il campionato di Serie D. In estate mi ero licenziato apposta per poterci andare. Dopo aver vinto due campionati a Lecco e a Crema sono rimasto a casa. E correvo. Sui colli del Monferrato, ogni giorno, finché nel 2008, in primavera, un agente mi consigliò di andare a Como a vedere Como-Varese in C2. Gli allenatori rischiavano entrambi…».

LA SERIE A COL SIENA «All’Olimpico, contro la Roma, pensai: “Ce l’ho fatta”. Totti e gli altri uscirono da sotto la Sud, sembravano gladiatori. Chiesi al mio vice: “Oggi quanti ne prendiamo?”. Finì 1-1. Una delle partite più belle mai fatte».

IL NAPOLI SFIORATO «Mandai a quel paese De Laurentiis. Ovviamente non pensavo fosse lui, ma uno scherzo. “Hai già fatto con Zamparini a Palermo?”. Gli risposi di sì».

PALERMO «Non ho mai avuto così tante richieste come alla fine di quella stagione, conclusa con la retrocessione. Genoa, Lazio e non solo. Andò male, ma non lo meritavamo. Ho avuto la fortuna di allenare Dybala, il più forte di tutti».

ZAMPARINI «Litigai con lui prima di un Palermo-Cagliari 1-1, con gol subito all’ultimo. Mi fece chiamare nella hall per dirmi la formazione. Io gli risposi a modo mio. “Ma chi si crede di essere?”, rispose. Il giorno dopo pareggiamo e mi esonerò, ma era un uomo generoso. Se ci fossimo salvati mi avrebbe dato 500mila euro, ma gli dissi che non li avrei accettati. Io sono così».

WATFORD «L’unico rimpianto: dissi stop dopo 4 vittorie nelle prime 5. Non mi piaceva la libertà di alcuni giocatori. Io devo essere me stesso. Se fossi andato avanti mi sarei scornato con tutti. A fine anno la squadra andò in Premier»

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