Sette anni fa ci lasciava Enzo Bearzot, il “Vecio” che ha unificato l’Italia nel 1982 – VIDEO

Il 21 dicembre 2010 scompariva Enzo Bearzot, il commissario tecnico che ci portò alla vittoria del Mondiale ’82, come un “Garibaldi del calcio”

Nella sua vita Enzo Bearzot ha collezionato diversi soprannomi: per tutti era il Vecio, come lo aveva soprannominato il suo cantore Giovanni Arpino in Azzurro tenebra e Garibaldi del calcio, coniato da Giovanni Trapattoni che in un parallelismo tra storia e calcio disse: «Con un gruppo di fedelissimi, come i mille di Garibaldi, ha unificato l’Italia, vincendo il Mundial ’82, quando nessuno ci credeva.» Sette anni fa il mitico commissario tecnico ci lasciava.

Da calciatore Bearzot era un onesto mediano, con discreta tecnica ma gran temperamento agonistico. Le stagioni migliori le passò con la maglia granata, dove disputò nove campionati, gli ultimi da capitano. Una sola apparizione con la maglia azzurra in Ungheria, dove ebbe il non facile compito di marcare Ferenc Puskas. Chiusa la parentesi da calciatore, e caldamente invitato da Nereo Rocco, intraprese quella da allenatore, iniziando a seguire i giovani granata della De Martino, come si chiamava allora la formazione Primavera. Quando Rocco lasciò il Piemonte, però, Bearzot non instaurò un buon rapporto con il successore Edmondo Fabbri e decise di trasferirsi a Prato, ad allenare la prima squadra in serie C.

Si mise in mostra di fronte ai tecnici della Federcalcio che gli proposero di entrare nello staff degli allenatori federali, dove incrociò la strada con Ferruccio Valcareggi. Enzo considerava Valcareggi il suo mentore e al suo fianco partecipò ai mondiali di Messico ’70 e Germania ’74. Sandro Mazzola, protagonista di quei due Mondiali, ricorda il Vecio con due aneddoti: «fu il primo a venirmi a consolare negli spogliatoi nella famosa partita Italia-Germania 4-3, quando ero arrabbiatissimo per la sostituzione. E quando per la prima volta giocai contro il Torino, lui era il capitano granata e mi regalò la maglietta di mio papà Valentino. Fu un’emozione grandissima.» Nel 1977 viene nominato ct della nazionale maggiore, in vista dei Mondiali argentini dell’anno successivo. Pur essendo un ex bandiera granata, Bearzot si affidò ad un blocco juventino, a discapito proprio di calciatori torinisti: Causio preferito a Claudio Sala, Roberto Bettega a Paolo Pulici, Dino Zoff a Luciano Castellini, Marco Tardelli e Romeo Benetti anzichè Eraldo Pecci e Patrizio Sala.

Nonostante un mondiale terminato da imbattuti, Bearzot fu lungamente osteggiato dalla critica sportiva nei mesi precedenti al Mondiale spagnolo del 1982. Armata Brancazot era uno degli epiteti più gentili che venivano rivolti alla nazionale azzurra e al suo selezionatore, colpevole di non convocare giocatori come Roberto Pruzzo ed Evaristo Beccalossi. Qui entrarono in gioco le straordinarie capacità di Bearzot di compattare il gruppo creando una grandissima forza morale. Sotto assedio mediatico, la squadra decise per un protettivo silenzio stampa (incredibile novità all’epoca), affidando le rare dichiarazioni al capitano Zoff. L’esito di quel mondiale si conosce, rimangono solamente immagini e frasi (come quella pronunciata dal Vecio prima della partita contro il Brasile vinta 3-2: «Primo: non prenderle! Secondo: è imperativo, vincere. Terzo: non c’è un terzo punto perché i primi due han già detto tutto») impresse nella memoria collettiva di ognuno di noi.

Il calcio spesso, purtroppo,  è stato irriconoscente e con Bearzot ha l’esempio più lampante, non perdonandogli il deludente Mondiale successivo, dove il ct commise l’errore di non rinnovare la squadra, convocando gli eroi del Bernabeu di quattro anni prima. Condivide con Vittorio Pozzo oltre che la data di morte, anche il podio per il record di panchine da Commissario Tecnico della nazionale: 97 per Pozzo, 104 per il Vecio, record assoluto.