Di Canio: «Mi pento di tante cose: il "saluto romano" soprattutto»
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Di Canio: «Mi pento di tante cose: il “saluto romano” soprattutto»

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Paolo Di Canio

Allontanato dal Sky per il suo passato turbolento e fatto di provocazioni, Paolo Di Canio si racconta. Non vuole essere etichettato, si pente di certi atteggiamenti tenuti sul terreno di gioco e del saluto romano che lo condannò

Aveva fatto abbastanza notizia l’allontanamento da Sky di Paolo Di Canio per quello che è stato il suo passato da giocatore: alcuni tatuaggi, decisamente bordeline, quel saluto “romano” fatto sotto la Curva, hanno determinato l’arrestarsi della sua carriera come commentatore sportivo.
PAROLA A DI CANIO: MI PENTO DI CERTE COSE – La parola passa a Paolo Di Canio che, sulle pagine del Corriere della Sera, racconta come è cambiato e come alcune cose, se potesse tornare indietro, non le farebbe più. Un riferimento è proprio quel gesto, del 6 gennaio 2005, che lo ha fatto passare alla storia come uno dei giocatori più schierati politicamente e pubblicamente: «A causa di qualcosa ormai lontano nel tempo ho perso un lavoro che facevo con entusiasmo. Ci sono rimasto non male, peggio. Ho urlato. Mi sono sentito un appestato. Avrei voluto reagire d’istinto» ha affermato riguardo all’allontanamento dalla emittente televisiva «C’e’ tanta gente che ha ogni diritto a sentirsi ferita dall’esibizione, per quanto non voluta, di quei tatuaggi. E un’azienda importante come Sky ha diritto a non vedersi associata a una simbologia che non condivide. Ma non era stata una mia scelta. E ancora oggi ne pago le conseguenze. Non rinnego le mie idee. E la gente cambia. Io sono cambiato, non da ieri. Il saluto romano è la cosa di cui più mi pento nella mia carriera. Non avrei mai dovuto farlo perchè lo sport deve restare fuori da certe cose. Lo feci per provocare, per rabbia. Era scoppiato il casino. Mi tiravano sassi dagli spalti. Spunti, cori con insulti terrificanti ai miei genitori. L’ho detto: sono pentito, non che nella mia vita sia stato un santo. Preferirei però evitare le etichette. Ho sempre spiegato come la penso e non è un mistero. Ma se mi chiede delle leggi razziali, dell’antisemitismo, dell’appoggio al Nazismo, quelle sono cose che mi fanno ribrezzo. Ho creduto nella destra sociale, ho seguito le varie svolte da Fiuggi in poi. Non ho mai preso una tessera e sono 17 anni che non vado a votare».