Tardelli: «Ventura, fai la rivoluzione»

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Marco Tardelli racconta l’infinita storia della rivalità fra Italia e Germania: «E’ sempre una partita speciale, e loro hanno paura di noi. Ventura? Mi aspetto un ricambio generazionale, è un rischio che va preso»

Dopo la partita di questa sera contro il Liechtenstein, l’Italia affronterà a Milano la Germania in amichevole. Una partita utile per il Ct Ventura per tentare qualche esperimento tattico, certo, ma va da sé che quella contro i tedeschi non è mai una sfida come le altre. A maggior ragione perché l’Italia è stata eliminata proprio dalla Mannschaft agli ultimi Europei, una delusione che ancora scotta per quella parte di popolo azzurro che nella cavalcata trionfale degli uomini di Conte aveva iniziato davvero a crederci. Ma come battere una squadra forte ed organizzata come la Germania? Non c’è persona migliore a cui chiedere che Marco Tardelli. Il centrocampista faceva parte di quell’Italia che nel 1982 salì sul tetto del mondo calcistico dopo aver sconfitto proprio la Germania – dell’Ovest – in finale, una partita che tutti ricordano per l’urlo liberatorio del classe ’54 dopo la rete del provvisorio 2-0.

“LA” PARTITA –  «Italia-­Germania ha sempre un valore speciale – esordisce Tardelli ai taccuini della Gazzetta dello Sport. La voglia di prevalere di entrambi per tante ragioni storiche e sportive. Il bello naturalmente è prevalere sul campo, giocando a calcio. Rapporto di amore e odio? Forse oggi ci amano un po’ meno che in passato, ma la rivalità c’è sempre. Si sentono un po’ superiori e soffrono i nostri successi calcistici». Agli Europei, pur arrivando allo scontro come squadra non favorita, gli Azzurri hanno fatto penare parecchio Low: «Non era la Germania cui siamo abituati e contro di noi non ha giocato un calcio brillante. Non gliel’abbiamo neanche consentito. Noi avevamo grande forza fisica e psicologica , siamo stati sfortunati dal dischetto. Poi però loro sono “tedeschi”: più freddi».

SUDDITANZA – Cassano, ai tempi della sua prima esperienza alla Sampdoria, diceva che nei derby, quando i giocatori del Genoa incrociavano sul campo quelli blucerchiati prima del match, si facevano pallidi. Al di là della veridicità di una tale affermazione in ambito genovese, va detto che per quanto riguarda le sfide fra Italia e Germania i tedeschi hanno sempre mostrato una certa sudditanza psicologica nei confronti degli Azzurri: «Hanno e avranno sempre paura. Anche ai miei tempi erano un po’ supponenti e noi li affrontavamo a testa alta. Durante il ritiro dell’82 uno di loro venne a salutarci. Ci confessò la loro “paura” storica. Se San Siro potrà metterli in soggezione? E’ uno degli stadi più importanti d’Europa. Io sarei per una Nazionale che gioca sempre nella capitale, come l’Inghilterra a Wembley, ma San Siro è un grandissimo palcoscenico».

RIVOLUZIONE – Giampiero Ventura si è seduto sulla panchina azzurra dopo Antonio Conte. Se quello dell’ex-tecnico juventino era un ciclo fondato in gran parte sui “vecchi”, quello di Ventura dovrà per forza di cose basarsi su un ricambio generazionale: «Mi aspetto da Ventura quello che ha fatto Bernardini dopo Germania ‘74: una rivoluzione. Bernardini cambiò tutto e tutti, anche chiamando nomi sorprendenti. Ventura è un allenatore di giovani e mi sembra stia cominciando a fare lo stesso, almeno da queste convocazioni: ma devono lasciargli la libertà di farlo. Cambiare è un rischio: paga a lunga scadenza. Dipende se noi siamo in grado, oggi, di accettare una situazione del genere in silenzio, come fu nel ’74. Dura».

DOPPIA SFIDA – Il futuro immediato è però rappresentato dal doppio impegno contro Lietchenstein e Germania. Due gare in cui fare bene, con la prima da vincere assolutamente: «Non possiamo permetterci passi falsi. Non dico 8­-0, ma ci vuole un risultato pieno che dia fiducia a questi giovani». Per quanto riguarda invece i tedeschi, Tardelli ha le idee chiare e non si fa illusioni: «Non sarà un’amichevole e mi auguro vinceremo noi, perché una sconfitta avrebbe conseguenze negative. Faremo leva sulla loro paura, ma oggi, contro le grandi, possiamo solo fare fatica».

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