Hanno Detto
Fassone racconta: «Lavezzi era indisciplinatissimo, con lui ci fu il mio record di multe…L’addio al calcio di Zanetti e il rinnovo di Donnarumma al Milan: ecco cosa successe»
Fassone – ex dirigente di Napoli, Juve, Milan e Inter – ha tratteggiato il filo conduttore della sua carriera attraverso queste dichiarazioni
(inviato al J Hotel) – Durante il workshop “Il Rapporto col Calciatore” organizzato da Piace Formazione, il dirigente Marco Fassone ha rilasciato queste dichiarazioni.
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AMMINISTRATORE DELEGATO – «Il calcio è un’azienda anomala, l’amministratore delegato ha un ruolo che si incastra perfettamente con le altre figure che prendono le decisioni. La struttura è più snella nonostante mezzo miliardo di fatturato, quindi non è confinato all’ultimo piano. L’ad insieme al ds e al direttore della comunicazione sono gli stakeholder del calciatore. L’importante è che ciascun ruolo non si sovrapponga ma si lavori sulla propria fascia di competenza. Il direttore generale deve avere interazione col giocatore ma con grande intelligenza all’interno del proprio ambito».
DIRIGENZA – «All’interno del club c’era una proprietà rappresentata da un imprenditore, il presidente mecenate che era l’apice della piramide. Negli ultimi 10-15 anni si è iniziato a delegare a figure come Adriano Galliani per Berlusconi. Il presidente ha delegato così l’ad. Ma se l’ad tende a fare il plenipotenziario è difficile che la società funzioni. Il direttore sportivo ha una sua valenza nel rapporto col calciatore che il direttore generale non ha. Si rapporta quasi nel quotidiano, conosce abitudini, radici del giocatore, quella che può essere la sua sfera familiare anche. Il direttore generale non ha questa confidenza, ma conserva l’autorevolezza derivante dall’acquisto di quel giocatore. Ha un livello superiore rispetto alla quotidianità. Quando il giocatore arriva, dopo un mese ha già capito gli equilibri che ci sono in dirigenza. Quando una squadra ha giocatori forti ma non performa, c’è qualcosa che non va nella società».
QUANDO L’AD CHIAMA IL GIOCATORE – «Le coppie di dirigenti come Marotta e Ausilio all’Inter, Marotta e Paratici alla Sampdoria e alla Juve, Moggi e Giraudo, sono riferimenti. Poi c’è una parte disciplinare, di rapporto con i giocatori, fare il poliziotto buono e quello cattivo».
EPISODI IN CARRIERA – «Ne racconto 3. Negli anni a Napoli avevamo una bellissima squadra, con i tre tenori Cavani Lavezzi e Hamsik. Lavezzi era indisciplinatissimo, era perennemente in ritardo, amava uscire, richiedeva particolari attenzioni. Con Mazzarri e Bigon mi chiesero di occuparmi io della situazione e con lui è stato il mio record di multe. Ma era un caso di armonia, perché ha sempre giocato benissimo. A Milano mi trovai a dover gestire l’uscita dal mondo del calcio giocato di Zanetti, che era il capitano di mille battaglie, per farlo diventare vice-presidente. Quell’estate con Pupi fu complicata, anche se lui voleva fare il dirigente. Poi ci fu la rocambolesca trattativa di Donnarumma al Milan, l’anno in cui arrivai. Raiola faceva interessi suoi, non voleva che rinnovasse per buttare la palla in tribuna e vedere cosa succedesse. Poi il rinnovo fece felice Gigio e il Milan».