Hanno Detto
Fermín López si racconta: «Gli inizi? Ero nel miglior posto possibile per chi sogna di fare il calciatore, ma ero solo. Uno dei miei idoli era Iniesta»
Fermín López si racconta a cuore aperto a La Gazzetta dello Sport. Ecco le dichiarazioni del talento del Barcellona
Fermín López, talento cristallino cresciuto nella cantera del Barcellona, si racconta a cuore aperto a La Gazzetta dello Sport. Protagonista con il club blaugrana e la nazionale spagnola, il duttile centrocampista ripercorre i suoi inizi, le gioie dei trionfi recenti e quella ferita ancora aperta chiamata Inter.
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L’INIZIO ALLA MASÍA «Bello e duro allo stesso tempo. Sono stato male, molto. Ero lontano dalla famiglia, che era rimasta in Andalusia. Ero ancora un bambino e improvvisamente avevo lasciato El Campillo, il paesino dove avevo le mie radici. Ero nel miglior posto possibile per chi sogna di fare il calciatore, ma ero solo. Senza la mia famiglia e gli amici. Ho vissuto l’inizio della mia tappa alla Masía con enormi difficoltà perché la solitudine era una compagnia costante. Mi consolava pensando che ero nel luogo migliore per la crescita di un giocatore».
LA CANTERA DEL BARÇA «Stare nel miglior posto possibile, è il luogo dal quale sono passati i migliori del mondo. Ed è un centro di formazione permanente, in campo e fuori. Non smetti mai di imparare perché sei circondato dai compagni migliori e accompagnato dai migliori formatori. È una scuola di vita, la Masía ti offre valori che servono all’evoluzione della persona, non solo del calciatore».
IL PRESTITO AL LINARES «E sono maturato di botto. È stato perfetto per me. È chiaro che quando lasci il Barça lo fai con la paura di non tornare, e di nuovo è stato difficile abbandonare la mia seconda casa. Però mi fu subito chiaro che quel prestito era la cosa migliore. Andare al Linares mi ha cambiato la vita perché sono migliorato tantissimo. Era un passo rischioso, ma pensavo fosse necessario e avevo ragione. Sono maturato come giocatore e come persona».
A CHI SI ISPIRA «A tanti giocatori, ma uno dei miei idoli era senz’altro Andrés Iniesta. Io da bambino ero già super tifoso del Barça per “colpa” di uno zio che mi aveva trasmesso la passione per questi colori. Sono cresciuto guardando quel fantastico centrocampo con Xavi, Busquets e Iniesta, e osservavo le caratteristiche di ognuno di loro, così diversi, per cercare di prendere il meglio da ciascuno».
HA UN RUOLO PREFERITO «No, l’importante è stare negli 11 titolari. In questi anni sono stato usato in diverse posizioni tanto a centrocampo come in attacco e la conclusione è che l’importante è giocare. Poi è chiaro che la mia duttilità fa comodo a un allenatore».
I GIOVANI «Il calcio ha fatto grandi passi in termini di precocità. Io sono del 2003, Pau Cubarsí e Lamine Yamal del 2007… Incredibile. Hanno debuttato minorenni in prima squadra e in nazionale. Ma la precocità mi sembra si sia estesa a tanti altri sport. La società va tanto di corsa che l’età non è più un problema o un freno. Il talento si afferma in maniera autonoma, segue il suo corso».
LA SEMIFINALE DI CHAMPIONS PERSA CONTRO L’INTER «È stato uno dei momenti più duri della mia carriera. Eravamo vicini alla finale, così vicini… Eravamo a un minuto dal traguardo. Un minuto o una manciata di secondi. Sentivamo che avevamo fatto tutto ciò che dovevamo per giocare la finale, compreso segnare sei gol a una delle migliori difese del torneo. E invece all’ultimo sospiro… Questa sconfitta resterà con me per sempre, ma diciamo che ho cercato di digerirla pensando che fosse parte di un processo. Doloroso, questo sicuro».
L’ANNO DEI TRE TITOLI NAZIONALI «È stato un anno eccellente. I titoli e la finale di Champions sfuggita per un niente… Però le dico una cosa: l’aspetto più importante, più rilevante anche dei trofei conquistati, è stato il grande gioco espresso dalla squadra. Abbiamo prodotto un calcio spettacolare che è piaciuto a tutti i tifosi, e non solo i nostri del Barça eh? Abbiamo conquistato la gente con un calcio bello ed efficace».
LA SPAGNA VERSO IL MONDIALE «Siamo tra i favoriti, inutile nascondersi. Siamo gli attuali campioni d’Europa. Ma nel gruppo di chi può vincere siamo in tanti: l’Argentina che ha vinto nel 2022, per cominciare. E poi Francia, Inghilterra, Brasile, Germania… E poi è un torneo nuovo, non ci sono mai state tante squadre, ci vorrà grande concentrazione per evitare rischi e brutte sorprese».