Andres Escobar, l'uomo che venne ucciso a Medellin per un'autorete - Calcio News 24
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Andres Escobar, l’uomo che venne ucciso a Medellin per un’autorete

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Andres Escobar USA 94

La storia di Andres Escobar, uno dei più importanti difensori della Colombia, ucciso poichè ritenuto “colpevole” dell’eliminazione della sua Nazionale a USA 94

Escobar è un cognome difficile da portare se si è colombiani. Certo, è molto diffuso in tutto il paese, ma per tutti Escobar è uno solo: Pablo Emilio Escobar Gaviria, criminale e narcotrafficante a capo dell’impero della droga in Colombia tra la fine degli Ottanta e i Novanta. L’Escobar in questione però si chiama Andres, è nato nel 1967 sulle Ande colombiane e gioca a pallone e lo fa anche splendidamente bene visto che è uno dei difensori più forti dei cafeteros e del calcio sudamericano e per la sua eleganza lo chiamano El Caballero. Gioca nell’Atletico Nacional ed è una colonna dei Verdolagas, la sua squadra preferita fin da piccolo; esclusa una parentesi infruttuosa in Svizzera nello Young Boys, ha giocato a Medellin per tutta la sua carriera e con l’Atletico si è guadagnato la fiducia di Pacho Maturana, che lo nota in patria e decide di portarlo nella nazionale colombiana. E’ un successo perché Escobar ha carisma e sa giocare da difensore come nessun altro. Tutto questo fino a quel Mondiale del 1994.

E’ strano come quando muore un sudamericano ci siano sempre di mezzo gli americani. In questo caso non c’entrano nulla gli USA, se non che proprio in terra Yankee si giocano i mondiali di calcio del 1994, i primi nel paese del basket e del baseball, non certo del calcio. Sono tra i Mondiali più brutti della storia, così come la finale di Pasadena tra Italia e Brasile sarà una delle gare più noiose e tirate da quando esiste il mondo, ma soprattutto sono i mondiali della Colombia. I cafeteros arrivano dopo un girone di qualificazione splendido, condito da un 5-0 in trasferta con l’Argentina che è già mitologia futbolistica in Sudamerica, per di più la squadra non è male visto che in avanti ha fenomeni come Asprilla, Valderrama e Rincon e dietro ha il gigantesco Escobar. Gigantesco in senso calcistico perché poi Andres non ha questa stazza enorme da mastino dell’area di rigore, ha anche un’andatura triste e uno sguardo a metà tra il torvo e il preoccupato, non è poi questo manifesto mondiale dell’allegria. Eppure è forte, cristo se è forte. Lo sa pure Pelè, che da buon menagramo qual è, la indica come principale favorita per la vittoria finale. Non lo avesse mai fatto.

Il girone di qualificazione dice USA, Colombia, Romania e Svizzera, un ottavo di finale ci può anche stare, dai. Però la prima gara con la Romania è una dichiarazione di forza di Gheorghe Hagi, trequartista sublime che il calcio italiano non ha saputo apprezzare. Hagi vede e provvede e i rumeni vincono tre a uno con clamorosa doppietta di Raduciou. Troppe pressioni, troppe aspettative, anche Escobar quella partita a Pasadena la gioca male. Non è la Colombia che tutti hanno imparato ad apprezzare, Maturana lo sa e cerca di caricare i suoi per la partita successiva contro gli USA padroni di casa: nonostante le norme sui ripescaggi delle migliori terze, una sconfitta vorrebbe dire eliminazione e addio sogno Mondiale. Contro gli Stati Uniti si gioca il 22 giugno 1994, sempre a Pasadena in California. La Colombia inizia a spron battuto ma al minuto trentacinque succede una di quelle cose che cambia una partita e anche la storia, ineluttabilmente. Hamwkes da sinistra corsa in mezzo, Oscar Cordoba è pronto a tentare l’uscita ma Escobar, proprio Andres Escobar, in scivolata beffa il proprio portiere e tocca il pallone quel tanto che basta per spiazzare l’estremo difensore e buttarla dentro. L’autorete apre le porte all’eliminazione colombiana, che perderà 2-1 con gli USA, vincerà 2-0 con la Svizzera e tornerà a casa con la coda tra le gambe. La stampa non ci va tenera e Escobar è il principale indiziato del tracollo dei giallorossoblu. Quello che fino a pochi giorni prima era il miglior difensore colombiano adesso è soltanto un capro espiatorio. Un Paese intero ce l’ha con lui, per un’autorete come tante che ha deciso solo in parte un Mondiale in cui hanno fallito tutti i grandi campioni della nazionale sudamericana. Escobar però è intelligente, sa che la vita va avanti e quindi tornato in patria decide di andare a cena con la sua ragazza in un ristorante famoso di Medellin. E’ il 2 luglio 1994.

Dentro all’Estadero Indio molti tifosi si avvicinano a rincuorare Andres Escobar e chiedono pure foto e autografi, ma tre brutti ceffi lo fissano in modo losco per tutta la serata mettendo apprensione al difensore e anche alla compagna. I due mangiano in fretta, hanno paura e quando si alzano per andare via si avvicina a Escobar uno dei tre brutti ceffi. Si chiama Humberto Muñoz Castro e più del nome interessa cosa fa in quel momento: imbraccia la mitraglietta e spara dodici colpi su Escobar urlando “Goool” come fosse un telecronista e non un killer spietato (anche se c’è chi afferma di averlo sentito gridare “Grazie per l’autogol”). Andres Escobar Saldarriaga, ventisette anni e professione difensore, si accascia a terra e muore nonostante i medici in ospedale tentino invano di rianimarlo. La Colombia è nel caos: il miglior difensore della nazionale è stato ucciso per un autogol, si pensa che Castro abbia agito accecato dal dispiacere per l’eliminazione ma sicuramente c’è qualcosa di più grande dietro, tipo un giro di scommesse andate male.

Andres Escobar si spegne quindi a ventisette anni nella maniera più incredibile possibile. Castro verrà condannato a quarantaquattro anni di carcere ma inspiegabilmente dal 2005 è fuori di prigione ed è un uomo libero a tutti gli effetti. Sono ancora ignote le cause che hanno portato il killer ad agire in questa scellerata maniera, ancora dopo vent’anni la morte di Escobar è una ferita aperta nel cuore della Colombia e del calcio colombiano. Curiosamente Castro, l’assassino, era un tempo a capo dei Los Pepes, organizzazione paramilitare impegnata in una lotta contro l’altro Escobar, Pablo. Sempre curiosamente il numero 2 non è più stato indossato da nessuno in nazionale. Nessuno tranne Ivan Cordoba, fratello del portiere Oscar a cui El Caballero mise dentro l’autogol che segnò la sua fine.