Ciro Esposito «ucciso per una bravata»: la sentenza shock della corte d’appello

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La sentenza emessa ieri dalla Corte d’Appello in merito all’omicidio di Ciro Esposito scatena l’indignazione e lo smarrimento della famiglia, che si ritiene uccisa una seconda volta

Era il 3 maggio del 2014, una data che i tifosi napoletani, ma non solo, ricordano bene; era il giorno della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina e si giocava, com’è consuetudine da anni, allo stadio Olimpico di Roma. Un corteo di tifosi partenopei, nel pomeriggio, mentre percorre viale di Tor di Quinto viene bersagliato da una serie di colpi di pistola; tre ultras napoletani cadono a terra e uno di questi, Ciro Esposito, appare fin da subito in condizioni gravissime. Dopo cinquanta giorni di agonia, il giovane 31enne muore «per insufficienza multiorganica non rispondente alle terapie mediche e di supporto alle funzioni vitali». A sparare si scoprì essere Daniele De Santis, ultrà romanista, già noto alle forze dell’ordine. Da quel momento per la famiglia Esposito iniziò un calvario, arrivato fino alla clamorosa sentenza della giornata di ieri.

La corte d’appello ha, infatti, emesso ieri una sentenza che ha fatto molto discutere; ciò che avvenne quel giorno è stata definita una «tragica bravata». Una bravata che ha avuto come conseguenza la morte di un giovane innocente e la riduzione di pena dell’omicida, da 26 a 16 anni. Una riduzione di pena giustificata dal fatto che la sua azione non può essere definita un “agguato”, bensì «una scomposta azione dimostrativa» e, in quanto tale, va estromesso il reato di rissa. Così i giudici descrivono le conseguenze di quell’azione: «De Santis non si limitò ad esibire la pistola o a sparare in aria a scopo intimidatorio e nemmeno mirò a parti non vitali del corpo dei suoi contendenti. Non cercò di causa la fuga dei giovani napoletani, ma esplose ben cinque colpi ad altezza uomo, quattro dei quali andarono a segno. La ripetizione dei colpi è indice di volontarietà di ferire».

Non poteva essere, allora, che di sbigottimento e smarrimento la reazione della famiglia che, dopo questa sentenza, si sente mortalmente colpita una seconda volta: «Con questa sentenza hanno ucciso mio figlio un’altra volta». Di amarezza e tristezza è, infine, anche il commento dell’avvocato della famiglia, all’uscita del tribunale: «Questa è la giustizia italiana. L’unica cosa che possiamo fare è scrivere in un libro quanta amarezza ha subìto una vittima innocente. Come non hanno rispettato la sua memoria».