5 maggio 2002. Ei fu siccome immobile – VIDEO

5 maggio 2002. Ei fu siccome immobile – VIDEO
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5 maggio 2002, il dramma sportivo dell’Inter che perde lo Scudetto all’ultima giornata

IL CINQUE MAGGIO – I giocatori dell’Inter stanno entrando ad uno ad uno in campo e alla fine del tunnel dell’Olimpico li attende una figura canuta con un accento sudamericano che in nerazzurro ha sempre attratto parecchio. A mano a mano che i calciatori gli si avvicinano, questi batte loro la mano sul cuore per motivarli. Passa Zanetti, passa Cordoba, passano Vieri e Ronaldo, lui non salta nessuno, pacca sul cuore e via, che c’è da combattere. Quel condottiero risponde al nome di Hector Raul Cuper, all’epoca dei fatti ha 47 anni e lo chiamano Hombre Vertical, uomo tutto d’un pezzo. Di mestiere fa l’allenatore, ha preso un’Inter allo sbando e la sta portando a vincere lo Scudetto dopo tredici anni di attesa. Mancano novanta minuti e la classifica di Serie A dice Inter 69 punti, Juventus 68 e Roma 67, una corsa a tre anni Settanta. L’Inter è di scena a Roma contro la Lazio, è il 5 maggio 2002 e questa data fino a quel giorno è famosa solo sui sussidiari di storia. Napoleone e Manzoni però non potevano sapere che qualche secolo dopo anche il signor Cuper avrebbe deificato ulteriormente il 5 maggio.

APPOGGIATE AL PALO – «Peruzzi appoggiate al palo» recita uno striscione che campeggia nella Curva Nord dei sostenitori della Lazio, gemellati da sempre con l’Inter. La squadra romana però non può rilassarsi perché c’è ancora una flebile speranza di qualificarsi in Coppa Uefa, serve però che dai campi di Brescia e Verona arrivino notizie positive. Alberto Zaccheroni si siede in panchina ma i fotografi sono tutti per il collega Cuper, arrivato in sordina a Milano dopo due finali di Champions League perse col Valencia e una non trascurabile fama da menagramo. Adesso Cuper ha l’occasione della rivincita, ha giocato mezza stagione con Kallon e Ventola in attacco prima che rientrassero i roboanti Ronaldo e Vieri, la coppia gol dell’anno. Il clima all’Olimpico è afoso, nonostante maggio sia iniziato da poco – la stagione deve finire prima, ci sono i Mondiali in Corea e Giappone – il caldo è soffocante sia a Roma che a Udine e Torino. Sì perché Juventus e Roma devono vincere rispettivamente con Udinese e Torino. Vincere non serve, bisogna sperare e anche gufare, come nella migliore delle tradizioni italiane. Alle 15.00 in punto si parte e il triangolo Torino – Udine – Roma diventa un asse strategico impensabile anche per un genio come Napoleone, tanto per restare in tema col 5 maggio.

LA LINEA A ROMA – A Udine dopo due minuti David Trezeguet fulmina De Sanctis, siamo già sull’uno a zero. La Juventus gioca a mille contro un’Udinese già salva per la classifica avulsa, e addirittura con un gol in fotocopia raddoppia al minuto numero undici con Alessandro Del Piero: Pinturicchio e Trezegol hanno segnato la bellezza di quaranta gol in due, Lippi gongola ma da Roma le notizie che arrivano sono tutt’altro che buone. Alle 15.12 Recoba batte un corner dalla destra, Peruzzi fa suo il pallone ma si appoggia su un difensore (e non sul palo dunque) e la palla gli sfugge, Vieri è un rapace e mette in rete. L’Olimpico esplode e anche i sostenitori laziali fanno festa, spaventati dal secondo scudetto di fila della Roma o da un successo juventino. Vieri si toglie la maglia e va sotto la Curva Sud gremita di interisti, l’attesa sembra finita e si sente odore di Scudetto mentre Hector Cuper, el Hombre Vertical, scruta l’orizzonte in panchina imperturbabile come un capo indiano che conosce già il futuro. E infatti, passano otto minuti e la difesa interista viene bucata da un filtrante di Stankovic, Fiore fa da sponda e Karel Poborsky, finora corpo estraneo venuto dalla Cechia, batte Toldo. E’ uno a uno, l’Olimpico è più ammutolito di quanto si possa pensare.

GRESKO – In questo momento la Juventus è campione d’Italia, l’Inter è seconda e la Roma andrebbe ai preliminari di Champions League, stante lo zero a zero del Delle Alpi. La storia però è destinata a cambiare e interviene con le sembianze a noi più consone di Gigi Di Biagio: romano e romanista, il centrocampista nerazzurro sbuca su un altro angolo di Recoba e di testa fulmina Peruzzi. Sono le 15.25 e l’Inter sta vincendo lo Scudetto nuovamente. A Udine quasi non si gioca più, i giocatori si fermano per chiedere indicazioni su Lazio – Inter e si aspetta solo il novantesimo, sperando nella voglia della Lazio di andare in Europa. A Brescia e a Verona le partite sono sempre sullo 0-0, la Coppa Uefa è ancora una possibilità tutt’altro che remota per i biancocelesti. Lo diventa a maggior ragione nell’ultimo minuti del primo tempo. Da più di un anno gioca nei nerazzurri tale Vratislav Gresko, difensore slovacco che quel 5 maggio lì lo passa da terzino sinistro, in marcattua su Poborsky. Il ceco ha già messo dentro il gol del pari, ma è in giornata di grazia e corre come un ossesso. Gresko è in difficoltà e quando Paparesta di Bari è vicino al duplice fischio, arriva una palla da sinistra e Materazzi alza un campanile. Il tempo si ferma e Gresko decide di alleggerire indietro a Toldo, distante un metro e mezzo. «Come di dirà “uomo” in slovacco?» si chiede forse Zanetti, mentre Poborsky arriva da dietro come un treno e intercetta il retropassaggio di Gresko trasformandolo nel beffardo 2-2. E‘ la fine della carriera di Gresko, diventato poi anche un personaggio di Aldo, Giovanni e Giacomo.

SECONDI TEMPI – L’Italia calcistica è in fermento. Il Milan sta per andare in Champions League, il Piacenza è vicino alla salvezza con Tatanka Hubner, il Brescia di Baggio lotta per non andare in B. Soprattutto però la Juventus, a due anni dalla pioggia di Perugia, sta per vincere uno scudetto clamoroso, impensabile fino al sabato di pasqua. Ripartono i secondi tempi ma l’Inter è svuotata, non ce la fa ad attaccare e al 56′ arriva la beffa. Diego Pablo Simeone, altro vero Hombre Vertical e cuoe nerazzurro, segna il primo gol stagionale e non esulta, è 3-2 per la Lazio e il 5 maggio 2002 comincia a diventare un incubo. I giocatori nerazzurri adesso vagano sul prato verde dell’Olimpico dove una Lazio indemoniata (con i tre punti sarebbe Europa, il Bologna sta perdendo infatti) non molla l’osso neppure per un secondo, mentre i tifosi laziali sono indecisi su che squadra tifare, più per rispetto che per altro. Al 68′, alle 16.25, la Roma passa a Torino con un pallonetto di Cassano e l’Inter sprofonda al terzo posto. Non è finita perché ancora Gresko si lascia sfuggire Simone Inzaghi, il quale al 73′ fa impazzire il popolo juventino e mette dentro il 4-2 per la lazio su cross splendido di Cesar. L’ultimo quarto d’ora di quel Lazio – Inter è un dramma sportivo allucinante: Ronaldo esce dal campo e, giunto in panchina, si porta una mano al volto scoppiando in lacrime; i suoi compagni sono scarichi, increduli per il risultato; Cuper è sempre lì, sguardo fisso sulla gara e in piedi, verticale, nonostante sia il giorno più brutto della storia dell’Inter.

TITOLI DI CODA – Il fischio finale di Paparesta sancisce la rimonta più clamorosa del nuovo millennio, la classifica finale infatti dice Juventus 71 punti e Campione d’Italia per la ventiseiesima volta (allora non c’erano le discussioni sui numeri, bei tempi), Roma a quota 70 e qualificata per la fase a gruppi della Champions League e infine Inter a 69. La trentaquattresima giornata del campionato 2001-02 è quanto di più triste sportivamente parlando sia capitato ai Bauscia, retrocessi ai preliminari di Champions quando ormai il tredicesimo titolo era solo a un retropassaggio giusto di distanza. La faccia di Ronaldo e quella di Cuper fanno il giro del mondo, si è consumata la più grande beffa del calcio italiano. Al Friuli Lippi e compagnia festeggiano uno Scudetto assurdo, vendicando quella rete di Calori al Curi di due anni prima. A San Siro, dove il Milan ha battuto il lLecce tre a zero e conquistato dei preliminari di Champions che a maggio 2003 risulteranno decisivi, i tifosi già dal 50′ hanno smesso di seguire l’incontro gufando i cugini nerazzurri. Anche per il Bologna è una data nefasta, lo 0-3 di Brescia condanna i felsinei all’Intertoto, loro che stavano lottando per la Champions. La Lazio è in Coppa Uefa ma festeggiare mentre gli avversari sono così atterriti è quasi una mancanza di rispetto, quindi l’Olimpico è avvolto da un silenzio innaturale. Ronaldo se ne andrà dall’Inter poche settimane più tardi per dei dissapori con Cuper; Materazzi – scoppiato a piangere in campo a partita in corso – saprà prendersi la sua rivincita nel 2006 e con un certo Josè Mourinho qualche stagione dopo, così come i compagni Toldo, Cordoba e Zanetti. Anche se quel 5 maggio 2002 Roma non fu più Roma, bensì Sant’Elena.