Serie C, Gravina: «C’è bisogno di una rivoluzione culturale»

Gabriele Gravina, presidente della terza serie italiana, ha piani importanti per il futuro: «Riforme possibili, ma abbiamo bisogno…»

Una visita importante, quella fatta da Gabriele Gravina, presidente della Lega Pro, in redazione. Oltre al piacere di ospitare il numero uno di una fetta importante del calcio italiano, la Serie C che raccoglie 57 realtà e svariati milioni di utenti nel proprio bacino che tocca tutto lo stivale, più le principali isole. Importante anche e soprattutto perché porta alla luce, per la prima volta, un progetto organico di riforma del calcio italiano. Cosa di cui si parla da anni e che Gravina, come ultimo atto da dirigente (si presenterà dimissionario alla prossima assemblea di Lega) vuole mettere in moto. Sogno? Utopia? Stavolta ci sono segnali che su questa idea possano convergere in tanti. C’è stato più di un benevolo assenso da parte del presidente federale Carlo Tavecchio, che della faccenda sarà totalmente coinvolto in questi giorni.

IL FUTURO – A “Il Corriere dello Sport”, Gravina spiega dove vuole arrivare la sua visione: «A una rivoluzione, nei fatti, che riveda la struttura stessa dei campionati: il mio progetto è pronto, una sessantina di pagine da proporre a Tavecchio, in cui emerga il senso del cambiamento. Ma in tempi brevi: dead line, il prossimo novembre». Forma o sostanza? «C’è un modello nuovo con una serie A che resterebbe immutata con venti o diciotto squadre; una B1 con venti club; una B2 a quaranta. Poi ci sarebbe la New League, una fascia-cuscinetto col potere di avvicinare al professionismo e che aiuti a creare l’agorà, un centro di sviluppo e di valorizzazione della polis». Dove vuole arrivare? «Intanto, l’introduzione del rating: può aiutare a capire se esistano i presupposti per continuare o se bisogna fermarsi. Ne va della salute dei club, di manager che si sono impegnati in prima persona e rischiano di essere soffocati. Occorre una rivoluzione culturale, che nel mio piccolo penso di aver avviato il 22 dicembre del 2015, con la mia elezione: non si può privilegiare esclusivamente la competizione, bisogna sentire dentro un ruolo diverso, di base e di formazione. Vincere è la festa di un giorno ma noi in C, ad esempio, siamo il calcio di 60 città, d’un Paese che si chiama Italia».

PIANI DA APPROVARE – Non teme resistenze? «Non tocchiamo la A e la B, non va temuta la riduzione: questa è una filiera particolare, che però ha costi elevatissimi. In C sono cresciuti calciatori, arbitri e i migliori italiani del momento. Però il mecenatismo non può esistere più, è sparito. Ci vuole equilibrio di sistema, non mutualità». Vogliono abolire le scommesse sulle partite di C. «Quando sono stato alla Commissione Antimafia, un deputato mi ha avanzato interrogativi su questo tema. La scommessa è lecita, il problema è la frode. Siamo attrezzati per controllare i flussi, attraverso una convenzione con l’Aams. Chiudere a queste possibilità, significherebbe aprire all’universo clandestino, concentrato in Asia, difficile da governare, se non dalla Polizia. E non è vero che le società in crisi siano quelle più vulnerabili». Come si congeda Gravina da un dialogo con la gente attraverso un giornale? «Sono convinto che ciò ch’è stato costruito, con tanti sacrifici, non verrà disperso. Serve aria nuova, non ventate di polemiche e frizioni».