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Repice: «Chi ha forza e possibilità restituisca gloria al Torino» – ESCLUSIVA
Francesco Repice in esclusiva, cosa rappresenta il ricordo del Grande Torino oggi e una riflessione sulla particolare condizione che vivono i tifosi granata
Quella che, senza soluzione di continuità, da anni vivono i tifosi del Torino è una condizione particolare: una costante collisione tra la memoria dell’eccellenza e l’abitudine alla modestia. Il contrasto tra – l’immenso – ricordo del Grande Torino e la constatazione di un Toro oggi (apparentemente) bloccato in una normalità piatta senza ambizioni e possibilità di competere per i vertici. «C’è un prima e un dopo il Grande Torino nella storia italiana», ci dice Francesco Repice in riferimento alla squadra cinque volte campione d’Italia. Con il radiocronista voce di “Tutto il calcio minuto per minuto” – e che il 12 febbraio porterà proprio a Torino il suo spettacolo teatrale – abbiamo parlato di cosa rappresenti oggi il ricordo della squadra di Valentino Mazzola (non solo nel capoluogo piemontese) e dello stato d’animo che agita il presente dei tifosi granata. Seguendo un filo conduttore che, in una certa misura, lega tutto il calcio italiano. L’intervista di Francesco Repice a CalcioNews24.
Buongiorno Francesco Repice, lei a breve sarà a Torino per parlare – anche – del Grande Torino. Cosa rappresenta oggi per un giornalista, che non è torinese, quella squadra?
«Vuol dire che c’è un passato. E come dicono in tanti – e secondo me giustamente – non esiste un presente e non esiste un futuro senza il passato. E secondo me la maglia del Torino è il passato di tutti noi, anche di quelli che non hanno potuto viverla quella maglia. Anche di quelli che addirittura non hanno potuto vivere quella tragedia, perché non erano ancora nati o perché erano troppo piccoli. Probabilmente la tragedia di Superga è uno degli spartiacque nella nostra storia, tra l’Italia di un tempo e l’Italia per come poi è diventata dopo. Secondo me è uno dei tanti spartiacque della nostra storia. Ecco cosa significa la maglia del Torino».
Quando parla della storia italiana immagino non intenda solo dal punto di vista calcistico…
«No no, non solo calcistico. Quella squadra lì, quel Torino, quei personaggi, quei calciatori sono riusciti io credo anche a lasciarsi alle spalle un determinato passato. Quello che era successo nel ventennio e durante la guerra. E’ stato un modo per dimenticare il brutto, la bruttezza di quella storia. Ecco perché io penso che – nella storia del nostro Paese – ci sia un prima e un dopo il Grande Torino».
Il pensiero non può che andare inevitabilmente al presente. Il calcio è senza dubbio cambiato da allora, c’è però una grande differenza tra ciò che è stato e ciò che è il Toro oggi…
«Non dico che mi addolori, perché sarei un falso. Ma che provo disagio… certamente sì. Dispiacere… sì. Se fossi un tifoso del Torino io sicuramente andrei a disturbare quelle persone che hanno manifestato la loro fede per la maglia granata e che hanno tante possibilità finanziarie ed economiche. E direi a queste persone “Fatemi tornare quello che ero”. Perché in fondo è un dovere morale.
Mi spiego: io non dico che il Presidente Cairo stia facendo bene o male, probabilmente sta facendo quello che può fare e magari lo sta facendo anche bene. Il problema è che una squadra come il Torino, con quella maglia, ha bisogno di gloria! E la gloria secondo me gliela possono restituire proprio quei personaggi che hanno tanta forza, tanto potere finanziario. E che io credo potrebbero fare anche qualcosa di più, potrebbero invertire la rotta! Se qualcuno che è molto forte economicamente ed è tifoso del Torino dichiarato – e noi sappiamo chi sono questi personaggi – prendesse quella storia e la restituisse alla sua grandezza farebbe un’opera importante. Non solo per il Torino, ma per il calcio italiano. E forse per tutto lo sport generalmente inteso: fare del calcio uno sport e non più soltanto una speculazione finanziaria come è adesso».
Come anticipato, lei il 12 febbraio sarà a teatro a Venaria Reale. Avrà modo di esprimere anche questo pensiero?
«Sì, vorrei esprimere proprio questo concetto. Non è un caso che la famiglia Moratti abbia fatto grande l’Inter, la famiglia Agnelli la Juventus o la famiglia Sensi la Roma. E io credo sia giusto restituire il calcio a quelli che un tempo noi definivamo “magnati”, ma che avevano un’anima come il più “squattrinato” dei tifosi. Condividevano la stessa storia e lo stesso amore. Noi, secondo me, per uscire dall’impasse in cui ci siamo cacciati dobbiamo tornare a determinate tradizioni».
Abbiamo allargato la lente da Torino all’Italia. A proposito di quanto detto, nel calcio italiano di oggi c’è un qualcosa colpisce piacevolmente Francesco Repice? Un aspetto che in qualche modo la fa emozionare?
«Mi sembra che in questo momento, in riferimento anche a quanto dicevo poc’anzi, ci sia una squadra – cioè il Napoli – con un presidente con un nome e cognome che sia riuscito a riportare il Napoli a ciò che gli spetta. Come aveva fatto Ferlaino, che era un sognatore, un visionario che riuscì nell’impresa secondo me più clamorosa di quegli anni: vale a dire portare il calciatore più grande di tutti i tempi e vestirlo con la maglia del Napoli. Ecco io credo che Aurelio De Laurentiis sia riuscito in questo magnifico sogno: fare di Napoli una capitale di calcio anche senza Maradona. E questo secondo me è un merito incredibile che va dato a quest’uomo. Che poi, voglio dire, è anche di origini napoletane, quindi sente come missione questo suo impegno all’interno del club e all’interno della città»
Questo è un fil rouge con la situazione del Torino che abbiamo esaminato. Se vogliamo anche la speranza dei tifosi?
«Esatto. Io penso che a Torino ci siano dei personaggi e degli imprenditori finanziariamente monumentali, che si sono dichiarati tifosi del Torino… Che ci pensino bene a questa cosa! Probabilmente una volta raggiunte determinate vette economiche e finanziarie io credo sia giusto anche occuparsi degli altri. Occuparsi magari togliendosi delle soddisfazioni che possono essere anche personali, specie se si è tifosi di una squadra».
Questa fotografia che ha offerto del calcio di oggi, così apparentemente lontano rispetto a quello di cui invece abbiamo parlato, si riflette anche sulla Nazionale? Dunque sullo stato attuale di questo sport in Italia?
«Io credo che… tutta questa storia sia legata anche alla partecipazione di tutti noi alla maglia della Nazionale. Io sono tutt’altro che un sovranista. Però, credo che il valore della maglia della Nazionale in uno sport sia un valore importante. E credo che debba essere rispettato. E credo che se non torniamo a concepire questo gioco come uno sport, il pallone come uno sport… non arriveremo più da nessuna parte. Io poi capisco quando mi si dice “Eh ma la Premier…”. Certo, ma non guardiamo solo al massimo. Guardate anche come ogni sabato pomeriggio ci siano delle realtà in tutto il Regno Unito in cui le persone vanno a vedere la squadra del proprio paesino, del proprio piccolo borgo. Dove non è permesso filmare alcuna di queste partite. Guardate come sono tutti attaccati alle tradizioni. E cercate di capire come probabilmente… sì d’accordo la ricchezza, sì d’accordo chi viene dall’estero… però cerchiamo di amplificare anche come allo United vadano tanti tifosi con i vecchi colori per protestare con una proprietà che evidentemente sta passando sopra certi valori. Facciamo anche questo… probabilmente c’è anche un rovescio della medaglia»
Si ringrazia Francesco Repice per la disponibilità e la gentilezza mostrate in questa intervista.
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