Honda, l’addio al Milan e l’Oriente che non sfonda in Serie A

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L’addio di Honda al Milan: dopo tre stagioni e mezzo, il giapponese è in attesa di decidere il suo futuro. Un altro orientale dalla poca fortuna in Serie A

Keisuke Honda al passo d’addio al Milan. Il giocatore giapponese ha salutato domenica, con gol al Bologna, San Siro e il suo pubblico. Era arrivato in rossonero nel gennaio 2014, dopo aver raggiunto la fama internazionale nel CSKA Mosca. Con l’allora allenatore rossonero Allegri trovò subito spazio, tanto che l’allenatore toscano gli concesse quasi sempre il posto da titolare; nel suo primo scorcio di carriera rossonera non entusiasma, con una rete e due assist in 14 gare. La stagione successiva, Inzaghi gli conferma la fiducia, ma il giapponese, dopo un ottimo inizio di campionato, si smarrisce iniziando la sua parabola dell’anonimato; situazione che prosegue nella stagione successiva targata Mihajlovic-Brocchi (30 apparizioni e una sola rete): «pensavo di venire in Italia e poter diventare grande, ma al Milan ci sono troppi allenatori licenziati» una sua battuta del gennaio 2016, esattamente due anni dopo il suo approdo in rossonero. Honda, che al contempo disse anche di non essere sicuro di vestire la maglia del Milan quando i rossoneri sarebbero tornati grandi, aveva forse deciso il suo futuro già da allora. La stagione con Mihajlovic ha rappresentato un addio indiretto alla società rossonera: «una squadra col potenziale del Milan come fa a non avere risultati?» si chiedeva Keisuke a buona ragione avendo visto scorrere davanti a sè giocatori come Kakà, Robinho, Balotelli e Fernando Torres.

Incomporeso, spaesato. Il giapponese, suo malgrado ma non troppo, ha vissuto gli anni peggiori del Milan dell’ultimo ventennio: dalla Champions League assaporata nel 2014 (fino agli ottavi di finale, ma lui non la giocò), passando, in ordine, per l’ottavo, il decimo, il settimo e il sesto posto in Serie A. Anni transitori, confluiti nella stagione in corso col cambio di proprietà (e la fine di un’era) e il ritorno in Europa dopo tre anni. Un unico trofeo, la Supercoppa Italiana contro la Juventus in dicembre a Doha: lui non giocò, ormai chiuso dai Suso e Bonaventura della situazione, ma quel successo ha reso più dolce la sua esperienza, non certo positiva, in rossonero. Il ragazzo dagli occhi a mandorla ha salutato domenica: incompreso, soprattutto mai ambientato nel calcio nostrano. Ma stimato dai compagni, come Abate che lo ha definito ‘un esempio di serietà e professionalità’.

Simbolo di quell’Oriente che in Serie A non vuole sfondare (escludendo il corso più che positivo di Nakata) e di cui Honda è stato l’ennesimo esempio; dalla meteora Miura, primo giapponese a giocare in Italia nel Genoa 94-95, ai presenti Nagatomo e Han. Proprio quest’ultimo, primo nordcoreano del nostro campionato, dopo aver segnato la sua prima rete alla seconda apparizione con la maglia del Cagliari, è sceso nell’anonimato: ma a 18 anni c’e tutto il tempo per non diventare l’ennesima meteora venuta dall’Oriente.

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