La conferma dal derby di Manchester: Guardiola il più grande di sempre

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Manchester City - Borussia Mönchengladbach
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Manchester United vs. City, Mourinho vs Guardiola: l’analisi del duello omerico

Old Trafford, la prima tanto attesa: Manchester United contro Manchester City si è inevitabilmente tramutato nel faccia a faccia tra i due allenatori più influenti della recente storia calcistica. Josè Mourinho, padrone di casa, e Pep Guardiola, ospite di lusso. Ha vinto il secondo ma il risultato, seppur cruciale in ogni considerazione che si rispetti, stavolta passa in secondo piano.

L’OPERA DI PEP – Futurismo allo stato puro. O meglio revisionismo, adattabilità, indipendenza dagli attori in campo: si è detto per almeno un lustro che Pep Guardiola avesse disegnato quel modello calcistico perché forti di interpreti del valore di Xavi, Iniesta e compagnia, con l’extraterrestre Leo Messi a mettere i conti a posto al primo intoppo di un meccanismo rasente la perfezione. In Germania invece l’immancabile partito dei detrattori si è appellato alla manifesta superiorità del Bayern Monaco sulle avversarie: giusto, ma intanto Guardiola continuava ad innovare. Ad imprimere il suo calcio e sublimarlo con continue versioni aggiornate. Chiedere a Loew, che con invidiabile umiltà ha attinto dall’ingegneria Bayern per costruire il successo tedesco in terra brasiliana.

A MANCHESTER – Qui gli oppositori del guardiolismo nulla hanno potuto nelle premesse: lo scenario è quello del torneo più equilibrato di sempre, per tanti la prima vera grande sfida dell’allenatore spagnolo. Come se a Barcellona non avesse dovuto vedersela con avversari del calibro di Real ed Atletico Madrid. Fa nulla. In Premier League però nessuna storia: tante contendenti al titolo, tre sullo stesso livello ed altre che gravitano intorno forti di conclamati valori. Il primo esame nel derby che tutto il mondo aspettava: Mourinho contro Guardiola, il secondo è uscito da dominatore incontrastato. Sì, perché quel che si è visto in campo va ben oltre l’evidenza di un 1-2. Il Manchester City ha dominato la gara con un palleggio della qualità dei tempi catalani, adattato ad interpreti che non hanno la qualità degli allora catalani: eppure ecco uno spartito recitato alla perfezione, una macchina mutevole in cui ognuno conosce alla perfezione il ruolo da svolgere ma il cui talento non è incastrato nel recinto della parte, un assetto apparentemente illogico per quanto sproporzionato in avanti ma invece strutturalmente equilibrato e razionale.

NEL DETTAGLIO – Partiamo da Kelechi Iheanacho, ottobre ’96, titolare al posto dello squalificato Aguero (ah giusto, mancava anche il Kun): nessuno lo avrebbe mandato in campo in questo genere di partita. Meglio un centrocampista in più. Guardiola invece non teme di rischiare una scelta al limite perché consapevole di non dover dimostrare nulla a nessuno: questa è la sua più grande forza. Per inciso: dal nigeriano arriveranno l’assist a De Bruyne ed il gol dello 0-2. Poi gli automatismi del centrocampo, o meglio della trequarti considerando il numero di fantasisti schierati in campo: la convivenza tra De Bruyne, Silva, Sterling e Nolito – più Iheanacho – appare oggettivamente irrealizzabile eppure tre dei quattro (non Sterling) si esprimono al meglio del loro potenziale. Una parentesi per De Bruyne: così non si era mai visto. Finora sprazzi di talento che non si convertivano in decisività. Il De Bruyne visto all’Old Trafford però muta radicalmente lo scenario e garantisce a Guardiola l’arma desiderata, alla stregua di Thiago Alcantara in quel di Monaco. L’ago dell’equilibrio è David Silva: perdonateci il raffronto, ma guidato da Guardiola la somiglianza con Iniesta si fa densa. E’ un calcio offensivo in cui c’è spazio anche per la difesa: la guida con debordante personalità un classe ’94, John Stones, che sembra plasmato ad immagine e somiglianza di Guardiola. Detta tempi e movimenti, imposta più di quanto lo facesse all’Everton.

IL CONFRONTO – Anche chi di indole mourinhiana, come chi vi scrive, ad un certo punto (molto presto) si deve arrendere. Spieghiamoci meglio: ti appresti alla visione dell’evento magari tifando per Josè, il personaggio per cui hai scelto di tenere nel duello omerico (una frecciata ai bookie imglesi, la mano se la sono data eccome, con tanto di abbraccio). Poi però la bellezza si impadronisce della vicenda: va in scena l’opera d’arte, la mescola degli elementi, l’amalgama dell’insieme, non tanto l’evoluzione calcistica quanto l’aggiornato ripetersi di qualcosa che non ritenevi ripetibile. E’ un concetto molto particolare e complesso da spiegare, ma è come se ai tempi di Barcellona avessi detto addio ad un modello calcistico perché realizzabile solo con determinati interpreti, ed ecco poi che te lo ritrovi in salsa rimescolata con singoli che solo qualche mese prima chiudevano al quarto posto della Premier giocando un calcio assai mediocre. Ed allora la domanda sorge immediata: è Pep il migliore di sempre? Liberi di pensarla diversamente, ma nessuno come lui ha marchiato uno stile. Questo calcio è il suo, fatevene una ragione.

Massimiliano Bruno
Giornalista sportivo ed economico, dottore di ricerca in analisi socio-economica, diffido di chi va d'accordo con tutti, nato curioso.
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