De Rossi, da «bullo di Ostia» a signore del fair-play: la metamorfosi

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Leader indiscusso nello spogliatoio, Daniele De Rossi ha dimostrato di essere cresciuto anche in fair-play e i gesti compiuti contro la Svezia l’hanno manifestato ancor di più

La drammatica e inaspettata uscita di scena anticipata dell’Italia dai Mondiali di Russia 2018 ha, nella disgrazia, dato modo di mettere in risalto alcune personalità della nostra Nazionale: tra tutti, ovviamente, sono spiccati Buffon e De Rossi. Se per il Capitano risulta difficile aggiungere ulteriori elogi, per il simbolo della Roma merita, come ha fatto il Corriere della Sera, dedicare uno spunto più approfondito. Degna di nota è, infatti, l’evidente metamorfosi manifestata, soprattutto, nell’ultimo periodo, che ha dimostrato l’emergere di un autentico leader, anche di fair-play.

Molti si ricorderanno del noto soprannome affibbiatogli ai tempi dei vincenti Mondiali 2006, dopo la dura gomitata rifilata allo statunitense Mc Bride: «bullo di Ostia». Un epiteto che, a dir la verità, ha dato modo di “meritare” in altre circostanze, come in occasione del provocatorio e irrisorio «E mo’ buttace li guanti!», pronunciato a Barthez, dopo la realizzazione del rigore nella finalissima; ma a ciò è possibile aggiungere anche la costante propensione a commettere entrate non sempre pulite oppure i numerosi labiali “intercettati” dalle telecamere: arcinota, a questo proposito, è la colorita espressione rivolta a Mandzukic, durante un recente Juventus-Roma, «zingaro di m***a».

Tutto ciò non toglie, però, che De Rossi abbia sempre dimostrato le doti di leader indiscusso, all’interno dello spogliatoio; soprattutto alla Roma, dove è stato costretto a sopportare più di una complicata situazione, dimostrando anche una certa correttezza in più di un’occasione (basti pensare al gol di mano segnalato all’arbitro il 19 marzo 2006 contro il Messina). Ma gli episodi della scorsa funesta serata, contro la Svezia, hanno, ancora una volta, reso il vecchio Capitan Futuro un idolo incontrastato: l’espressione – «Entro io? Guarda che dobbiamo vincere, non pareggiare…» – rivolta al collaboratore di Ventura ha fatto il giro del mondo, ricevendo elogi da eminenti personalità, come il Ct della Germania, Loew; ma anche la scelta di salire sul pullman degli svedesi per scusarsi dei fischi tributati da una parte di San Siro all’inno avversario, non ha lasciato indifferenti.

Segni tangibili di un ragazzo che, evidentemente, è cresciuto, rispetto soprattutto al 2006, sia dal punto di vista della personalità, che dal punto di vista del fair play: doti, inoltre, che gli potrebbero prospettare, senza dubbio, un’importante carriera da allenatore, “carica” che ricopre quotidianamente, peraltro, negli spogliatoi e in campo.