Hanno Detto
Ravanelli ammette: «Non sarei mai dovuto andare via dalla Juve, me ne pento ancora! Spalletti come Lippi, mi rivedo in Pio Esposito»
L’ex attaccante della Juventus, Fabrizio Ravanelli, torna sul suo addio ai bianconeri ripercorrendo alcune tappe della propria carriera
Fabrizio “Penna Bianca” Ravanelli, oggi advisor del Marsiglia, riavvolge il nastro fino al 1996: la Juve sul tetto d’Europa, la grinta di Lippi e quell’Ajax stellare messo al tappeto. In questa intervista a La Gazzetta dello Sport, l’ex bomber bianconero analizza il passato glorioso e lo specchia nel presente di Spalletti e Yildiz.
IL GOL ALL’AJAX – «L’avevo studiato, l’avevo immaginato, è stato solo più complicato: la loro sicurezza, palla al piede, poteva offrire l’occasione e, così, me la sono andata a prendere tra Frank de Boer e Vander Sar…».
LA JUVE PIÙ FORTE DI SEMPRE – «L’Ajax era la squadra più forte del momento, noi, quella notte, diventammo la Juve più forte di tutti i tempi. Sì, la più forte. Avremmo battuto anche l’Impero Romano tanto grande era la nostra personalità, il nostro carattere, la generosità di un gruppo che dava tutto per il compagno, per l’allenatore, per i dirigenti. Qualcosa di unico. Saremmo morti in campo per la maglia, morivamo durante gli allenamenti, dove vedevo compagni vomitare dalla fatica».
VIALLI – «Non c’è giorno che non ci pensi… Gianluca nello spogliatoio mi disse che se non avessimo vinto si sarebbe dato alla latitanza perché non avrebbe retto a un nuovo ko dopo la finale persa a Wembley con la sua Sampdoria e con quella battuta mi tranquillizzò. Ecco, negli ultimi giorni è questo il flash ricorrente nella mia testa».
CHI GIOCHEREBBE NELLA SUA DELLA JUVE DI OGGI – «Yildiz. Un ragazzo che risponde a tutti i requisiti prima citati, anche la generosità tipica di un fuoriclasse: la tecnica non si discute, la dedizione alla causa è qualità rara e va valorizzata».
COME NASCE RAVANELLI IN BIANCONERO – «Da una telefonata, a mio zio: il nostro numero di casa non c’era nell’enorme elenco di una volta, giocavo a Perugia, meglio sfuggire alle offese dei tifosi della Ternana. Boniperti in persona. Ricordo ogni passaggio: mio zio chiama papà Carlo, incredulo. Andammo in sede, firmai per tre stagioni, ma mi feci male alla spalla con la Reggiana: feci una visita accurata, potevo recuperare senza complicazioni, tornai in sede e mi fecero firmare un contratto di cinque stagioni. Due in più…».
IL SARTO DI BONIPERTI – «Non so perché, forse per la giovane età e la mia intraprendenza: prima di un Inter-Juventus, Boniperti venne negli spogliatoi per darci la carica e, io gli feci i complimenti per l’abito che indossava. Mi aveva colpito il tono di marrone… due giorni dopo, era martedì mattina, fui convocato in sede e non capii il motivo: trovai stoffa e sarto e, poco dopo, avevo lo stesso abito, dello stesso colore».
VIA DALLA JUVE – «Una premessa: non sarei mai dovuto andare via, non me lo perdono ancora».
L’ARIA DI MIDDLESBROUGH – «Bella (ride, ndr). Scherzi a parte, fu un’avventura preziosa a livello sportivo, con 34 gol segnati, e personale… mi sono arricchito. Ma era un altro mondo e lo capii già dalla prima serata fuori con i compagni: scazzottata al pub tra di loro dopo l’amichevole con l’Inter, pugni e calci mai visti, io, da solo, a guardare incredulo. La mattina, all’allenamento, come se niente fosse accaduto».
L’ESORDIO – «Esordii con la tripletta al Liverpool: dopo la prima rete, i tifosi in tribuna si mettevano la maglietta a coprire la testa. I miei compagni festeggiavano così».
A BONIPERTI SAREBBE PIACIUTO SPALLETTI – «Sì, di sicuro. Spalletti è simile a Lippi, ma ha anche del Trapattoni…».
JONATHAN DAVID – «Nella scatola di un centravanti ci deve essere anche altro. Sì, quando dice che serve tenere il pallone dopo averlo preso per aiutare i compagni a guadagnare campo ha ragione: David deve dimostrare di essere da Juventus a 360 gradi».
L’EREDE – «Mi rivedo in Pio Esposito: io correvo di più, ma per il modo in cui difende il pallone ci siamo».
IL 1996 – «Ci penso ancora tutti i giorni. Quella Juventus avrebbe battuto l’Impero Romano».
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