Hanno Detto
Giovanni Galli ricorda il figlio Niccolò: «Ogni sera, nelle mie preghiere, il pensiero va a lui. C’è un aspetto sul quale faccio fatica a dare una risposta»
Giovanni Galli ricorda il figlio Niccolò, a 25 anni dalla sua scomparsa: le parole toccanti dell’ex portiere di Milan, Napoli e Torino
Venticinque anni dopo quel tragico 9 febbraio 2001, il ricordo di Niccolò Galli resta indelebile. Giovanni Galli, campione del mondo con l’Italia di Bearzot e colonna del Milan di Sacchi, ha trasformato il dolore in speranza attraverso la Fondazione intitolata al figlio Niccolò, scomparso giovanissimo. Ecco le parole affidate a La Nazione.
IL RICORDO QUOTIDIANO – «A Casteldebole il ricordo si ripete ogni 9 febbraio grazie al Bologna. Per me torna ogni giorno, ogni momento. Alla sera, nelle mie preghiere, prima di addormentarmi, il pensiero corre a lui. Mi chiedo sempre come sarebbe ora, se potessi vederlo. Con quel volto da ragazzino, che mi salutò quando aveva 17 anni. Oppure quello di un uomo di 42. C’è un altro aspetto al quale faccio fatica a dare risposta: la forza di un giovane che ha lasciato ovunque ricordi piacevoli».
L’ORGOGLIO DI PADRE – «Sì, era un bravo ragazzo ma non solo quello. Penso al presidente Giuseppe Gazzoni e allo slancio che ebbe e del quale sono grato. In fondo Niccolò era a Bologna da sei mesi. Aveva giocato mezza partita in serie A. Eppure ha lasciato il segno. Per me, da padre, un motivo di grande orgoglio».
AVEVA 17 ANNI – «Io ne avevo 19 quando persi mio babbo, Mario. A 19 anni, avevo appena esordito in serie A, portai i fiori sulla sua tomba. A 42 mi sono ritrovato a fare lo stesso gesto, nei confronti di Niccolò. È un qualcosa contro natura. Come figlio sei più o meno preparato al fatto che un giorno perderai mamma e papà. Ma un figlio no. Non sei preparato, non te lo aspetti. Non esiste. Avrei fatto cambio».
LA NASCITA DELLA FONDAZIONE – «Sono stati gli amici, i primi, ad avere l’idea. Erano tutti minorenni. Mancavano i soldini. Con alcuni genitori ci siamo dati da fare. Nel periodo della sua scomparsa, un compagno ebbe un incidente. C’erano cure costose da affrontare. Abbiamo inserito questa voce nello statuto. Poi abbiamo pensato a borse di studio. Niccolò adorava studiare. Sa perché decise di lasciare Londra e l’Arsenal dove pure stava benissimo? Voleva studiare. Nel sistema inglese, finisci a 16 anni. Si allenava al mattino e al pomeriggio frequentava una scuola privata per non perdere contatto con lo studio. Ma lui mi diceva: “Babbo, io voglio andare a scuola al mattino per non pensare al calcio. Al pomeriggio gioco e così non penso allo studio”. Arrivò per questo a Bologna».
RIVEDERSI – «È il grande enigma. Magari con il volto di ragazzo di 17 anni. Magari sarò io invecchiato. Non sappiamo quale forma prenderà la nostra anima. Però una certezza ce l’ho. Lo riabbraccerò io, lo riabbraccerà mia moglie. Lo abbracceranno le sorelle Camilla e Carolina, in modo sereno. Ci ritroveremo».
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