Arrigo Sacchi, la grande bellezza (del Calcio)

Arrigo Sacchi, la grande bellezza (del Calcio)
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Arriva in libreria la biografia totale del Profeta di Fusignano. Che confessa: «La mia carriera? Mica lo so se è terminata…»

Cita Brecht, Pavese, Herbert von Karajan, la Bibbia, ma anche Mark Hughes (l’indimenticabile ariete di Barcellona e Manchester United) e l’Edwige Fenech di Giovannona Coscialunga. E il Petisso Pesaola parlando però allo stesso tempo di Francisco Maturana. Pura goduria calciofila, stasera alla Feltrinelli di Milano. Il nostro atteso ospite si presenta coi Rayban dei tempi d’oro e la voce romagnola in perenne affanno: non per la tensione di non sapere cosa pronunciare, ma per il pressing mentale di volerne dire troppe. Arrigo Sacchi è così fin dalla notte dei tempi (o dal Parma del primo 4-4-2): magnetico, ieratico, chiacchierone, moralista e con quegli occhi che – mentre ti fissano, dismessi i Rayban di cui sopra – sembrano spilli appuntiti. Esagerati? Mica tanto. In fondo si tratterebbe “solo” della presentazione dell’ennesima biografia sportiva (‘Calcio Totale’, tra parentesi un libro bellissimo), ma di fronte all’uomo di Fusignano si catapulta un esercito di reporter manco fosse la finale di Champions League. Più lo stato maggiore del Milan nelle sembianze della difesa più impenetrabile del mondo (Tassotti, Maldini, Filippo Galli e Capitan Baresi), l’immancabile Adriano Galliani (che se lo mangia con lo sguardo) e addirittura l’allievo Filippo Inzaghi, umile e ben appartato nel mucchio. Ok, c’è pure Provvidenza Massaro e l’effetto-nostalgia, adesso, può dirsi completo.Per uno strano caso del destino Arrigo Sacchi ha scelto di pubblicare il suo primo, intrigantissimo memoir in coincidenza con il successo televisivo di ‘1992’, la fiction targata Sky sulla stagione calda di Mani Pulite. Lui, quell’anno, era già diventato CT degli Azzurri, ma tanto per cambiare c’è voglia di guardarsi indietro in questa Italia contemporanea così propositiva di “renzismo”, ma avara di emozioni forti. E quindi, benvenuto Arrigo. Con le tue metafore cinematografiche («La zona la sanno fare tutti? Beh, un conto è dirigere ‘Fronte del Porto’, un altro girare ‘Giovannona Coscialunga’. In fondo sono entrambi film dotati di trama…»). Con il tuo Milan vincitore a Barcellona e Vienna (due Coppe Campioni consecutive, come il buon Brian Clough del Nottingham Forest), la tua Nazionale sconfitta ai rigori nel caldo di Pasadena in quel romanzo mondiale ancora tutto da (ri)scrivere che fu USA ’94, i tuoi schemi asfissianti, il tuo amore per il Giuoco di squadra ai danni del singolo fantasista, le tue ansie, il tuo stress, il tuo football. Totale ed epocale. Allora, da dove cominciamo? Magari dalle viscere.

Sacchi, in ‘Calcio Totale’ si parla di tutto e di tutti all’interno di un flow (creato ad arte dal coautore Guido Conti, uno che viene dalla scuola di Tondelli) che farà letteralmente impazzire chi ama il pallone. Ad un certo punto si cita pure la gastrite…
«Eh, quella me la portai dietro per gran parte del campionato ’87/’88, durante la mia prima stagione al Milan quando vinsi subito lo scudetto. Un male atroce, mi creda. Tant’è che lo dissi chiaro e tondo alla dirigenza: ‘Guardate che se questa gastrite non passa, io lascio: la salute prima di tutto’. Fortunatamente il dottor Tavana mi mandò da uno specialista che riuscì a guarirmi. E l’anno dopo trionfammo a Barcellona in Coppa dei Campioni…»

Merito del suo Gioco o degli splendidi giocatori che popolavano allora Milanello?
«Merito della Società ed ovviamente del Presidente Silvio Berlusconi. In via Turati furono dei pazzi a darmi la chance – a me che venivo dalla B – di guidare un Milan dove potevo comprare chi volessi. Ma a me interessava la continuità così decisi di puntare su degli acquisti oculati come Colombo e Mussi. Oppure Ancelotti che all’epoca aveva 28 anni e la stampa lo dava già sul viale del tramonto. Un grattacielo, d’altronde, lo costruisci in molto più tempo di una baracca. Solo che poi ti resta in eredità un grattacielo…»

Galli, Tassoti, Maldini, Baresi, ecc. E poi lo stesso Carletto, Donadoni, Rijkaard, Gullit, Van Basten… Devo continuare?
«Grandissimi atleti, gente immortale, ma non posso passare per falso modesto: senza quel gioco, con un altro allenatore, probabilmente avrebbero vinto comunque. Ma non così tanto. Non in quel modo spettacolare. Per Bertolt Brecht, d’altronde, lo spartito era tutto. Lo sa cosa mi ha detto recentemente il gallese Mark Hughes

Me lo dica Lei.
«Mi ha confessato che gli sembrava impossibile che quel Milan di fine anni ’80 fosse uscito fuori da un Paese conservatore come l’Italia. E poi ha aggiunto: ‘Se il campo fosse stato lungo 2 chilometri sono convinto che lei, Mister, li avrebbe tenuti tutti negli ultimi 20 metri. A pressare alto’. Hughes era incredulo, ma noi a quei tempi avevamo il Sogno. E ci impegnavamo duramente per raggiungerlo. Attraverso gli schemi.».

Oggi invece… the dream is over?
«Mettiamola così: le squadre italiane sono più confuse della Torre di Babele! Chiedi ad un dirigente di comprare un batterista e lui ti porta un pianista: come si fa a lavorare così? Però qualcosa si salva: diciamo che ci sono dei team italiani ottimisti all’interno di un Paese pessimista. Certo che chi gioca con due difensori in più, tanto ottimista non lo sarà mai… (sorrisino beffardo)»

Come se ne esce? Dal brutto gioco, intendo.
«Inseguendo la bellezza, ovviamente. Ed evitando la solita solfa che va avanti ormai da cinquant’anni: le polemiche da mattina a sera, il masochismo, il rifiuto verso tutto ciò che è nuovo, la furbizia che deve sempre averla vinta sul merito, il disconoscimento della fatica, gli stadi scomodi e vuoti. Sono cose gravi, queste, gravissime! (s’impunta, Ndr) E se andremo avanti così, il suicidio del Calcio sarà giusto dietro l’angolo…»

Mai pensato di tornare in panchina?
«Io ormai ho smesso, ma – attenzione! – ho smesso come quei fumatori che quando vedono un mozzicone sospirano e vorrebbero darci una boccata… (ride) Il calcio mi manca e chi lo sa davvero se la mia carriera è terminata oppure no… Diciamo che, negli ultimi anni, ci ho dato dentro con la compensazione. Tramite le dimissioni, ad esempio. Sa, in una nazione dove non se ne va mai nessuno, io mi sono dimesso qualcosa come dieci volte.»

Cosa la tiene distante dal campo? Lo stress, forse?
«No, si tratta più di un discorso legato alla tensione che resta una componente essenziale per poter allenare. Pep (Guardiola, Ndr), Mourinho ed Ancelotti – i tre più grandi Mister del mondo – ce l’hanno eccome quella forza, quell’energia; io non più. Dirigere una squadra è come far suonare un’intera orchestra sinfonica, tipo quella di von Karajan: non basta muovere le mani per aria, a caso, come fanno in tanti nel nostro calcio attuale… Ci vuole sensibilità. La sensibilità di capire all’istante cosa sta succedendo a pochi passi da te, durante un’azione di gioco.»

L’allenatore è solo in tutto questo processo? O, per essere più precisi, lei si sentiva solo come un pugile o un tennista?
«Un briciolo d’incertezza ti accompagna sempre prima di compiere una certa mossa tattica, ma io non ero solo. Sui giornali mi davano dell’eversore visionario, ma la Società mi è sempre stata vicina. E poi avevo Berlusconi: il Presidente fu come una valanga in uno stagno quando arrivai al Milan. La sua fu una rivoluzione di mentalità e, tre anni dopo, nel 1990 il calcio italiano vinceva tutte e tre le coppe europee con la Juventus, la Sampdoria e lo stesso Milan

Vogliamo chiudere porgendo tributo alle squadre più ostiche e difficili che le sia mai capitato d’incontrare? Sul podio io metterei la Stella Rossa, l’Atletico Nacional di Medellin e il Malines. Oltre ovviamente al Marsiglia…
«Col Marsiglia purtroppo ci arrivammo in un momento difficile, non stavamo bene fisicamente… Le altre invece le approvo tutte, a partire dall’Atletico Nacional allenato da Francisco Maturana. Vedendo giocare quella grande squadra colombiana, mi venne subito in mente un aneddoto di Bruno Pesaola. In pratica il Petisso (che all’epoca sedeva sulla panchina del Bologna) doveva affrontare l’Atalanta e fu molto spavaldo alla vigilia. Solo che in quell’occasione i bergamaschi surclassarono di brutto i rossoblu. ‘Sono comunque soddisfatto – disse Pesaola a fine gara -, in fondo ci hanno battuto copiando il nostro gioco’… (ridacchia)»

Come lo capì che quel Medellin, a Tokyo, vi stava “plagiando”?
«Quando i loro giocatori vennero a chiedere gli autografi ai nostri. Avevano appena perso l’Intercontinentale del 1989 al termine di una partita durissima, risolta da un gol di Evani al 119esimo minuto, ma volevano a tutti costi le firme di Baresi e Van Basten, Gullit e Maldini. Più ammirazione di così…»

‘Calcio Totale – La mia vita raccontata a Guido Conti’ di Arrigo Sacchi (Mondadori, 283 pagine) è attualmente disponibile nelle migliori librerie oppure cliccando qui. Non perdetevelo, mi raccomando.