Di Carlo Ancelotti non si butta via niente

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Carlo Ancelotti compie cinquantotto anni. Una carriera di successi tra PSG, Chelsea, Real Madrid, Bayern Monaco e Milan, soprattutto Milan. L’uomo delle Champions League e l’elogio che si merita

Uno dei luoghi comuni più in voga nel calcio moderno è forse anche uno dei più esatti. Tolto il recente exploit di Zinedine Zidane, spesso i grandi allenatori sono coloro che in campo non ricoprivano un ruolo di primissimo livello. Per intendersi: nessun numero dieci, di quelli a cui la natura aveva dato in dono la fantasia, difficilmente qualche numero nove spaccaporte. Nella maggior parte dei casi succede come nel ciclismo, chi ha fatto il gregario può stare a capo di un team perché sa cosa significa portare l’acqua al compagno che deve tirare la volata. Nel calcio succede che il gregario in questione possa essere stato un centrocampista molto buono, frenato da una miriade di infortuni e da un fisico non da atleta. Succede che questo centrocampista cresca, si ritiri, segua il suo mentore e inizi ad allenare, venga spernacchiato a destra e a manca salvo poi prendersi la sua rivincita e diventare il miglior tecnico del mondo. Ogni riferimento a Carlo Ancelotti è puramente voluto. Lo hanno chiamato Maiale ma il suo vero soprannome è Carlo Magno, lo hanno dato per finito quando la sua carriera da allenatore stava per iniziare. Oggi, a cinquantotto anni, allena il Bayern Monaco ed è il mister italiano che ha vinto più Champions League – anche quello europeo, ma a parimerito con Bob Paisley – e lo ha fatto con più squadre diverse. L’unico italiano ad averla vinta con due squadre differenti, Milan e Real Madrid. Perché lo hanno chiamato Maiale, lo chiamano Carlo Magno, ma Carlo Ancelotti è sinonimo di Champions League.

Carlo Ancelotti e la letteratura

Per capire la grandezza di Carlo Ancelotti basta un dato letterario. La bulimia da biografie sportive dopo il capolavoro Open di Agassi ha portato a poche opere degne di essere paragonate, pur lontanamente, a quella del tennista. In mezzo a molti obbrobri ci sono due libri che spiccano sugli altri, sono la biografia e un dizionario di tattica curati dal buon Carletto. Il suo sopracciglio alzato – tratto distintivo di una carriera – fa bella mostra sulla copertina e i titoli dicono tutto: in uno preferisce la coppa, nell’altro l’albero di Natale. La coppa inteso come salume, perché i piaceri della tavola non vanno sottovalutati, ma anche come Champions League. Ne ha vinte tre, riportando a splendere nel cielo d’Europa due squadre che da troppo tempo non avevano tra le braccia quel trofeo con le orecchie così grandi, il Milan e il Real Madrid. Ha allenato in tutti i campionati migliori d’Europa ed è l’unico allenatore ad aver sempre vinto in tutte le nazioni. Certo, gli manca la Liga, ma ai tifosi del Real Madrid quella finale di Champions contro l’Atletico a Lisbona – sotto dopo pochi minuti, pari di Ramos all’ultimo respiro, goleada nei supplementari – molto probabilmente basta quella vittoria in salsa portoghese. Le sue squadre hanno un tipo di gioco che raramente si vede altrove, sanno addormentare le partite ma poi vengono fuori con giocate strabilianti, frutto della forza del collettivo. Perché Ancelotti sa far giocare splendidamente le sue squadre ma è anche un grandissimo uomo spogliatoio, uno di quelli che hanno sempre la parola giusta. E al Milan lo hanno rimpianto, e lo rimpiangono tuttora, tantissimo.

Carlo Ancelotti, successi e sconfitte

Non ne vogliano il Real, il PSG, il Chelsea o il Bayern, ma la summa del gioco di Ancelotti si è vista con il Milan. E, non ne vogliano i tifosi rossoneri, ma il massimo della bellezza del calcio ancelottiano è stato raggiunto nella finale sportivamente più tragica della storia, quel Milan-Liverpool a Istanbul che per molti è un incubo tangibile. Quella squadra lì giocava a meraviglia, aveva in rosa alcuni tra i più grandi campioni dell’epoca ma era in grado di dare il ritmo alla gara e decidere in ogni momento l’andamento della stessa. Bellissimo anche nelle sconfitte, straordinario perché incompleto: quel Diavolo lì era capace di ribaltare l’Allianz Arena e perdere in casa con l’Empoli. Con il Milan ha alzato la Coppa dei Campioni da giocatore, perno del centrocampo di Sacchi e capace di aprire la famosa goleada col Real a San Siro con una bomba da trenta metri. Da allenatore ha regalato la gioia più grande a un milanista, ha battuto l’Inter nel derby di Champions e poi ha sconfitto la Juventus in finale. A distanza di quindici anni, quelle gioie lì sono sempre vive e nessun trofeo è riuscito mai neppure a eguagliarle. Neppure quella coppa inaspettata nel 2007, quando un Milan agli ultimi sprazzi di classe spazzò via un avversario dopo l’altro e si prese la rivincita sul Liverpool.