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Cuadrado, la madre: «L’ho spinto a non mollare». E al gol contro l’Inter…

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Intervista alla madre dello juventino Juan Cuadrado, protagonista nel match contro l’Inter

Dietro un grande calciatore, c’è sempre una grande mamma. Mettiamola così, anche se il detto non recita precisamente in questo modo. Juan Cuadrado è circondato dalle donne della sua famiglia: dalla moglie Melissa, alla sorellina Maria Angel di 10 anni, fino alla figlia Lucia, 15 mesi. Ma se c’è una persona che ha fatto tanti sacrifici e lo aiutato ad arrivare così in alto è stata la mamma Marcela. La donna ha sempre creduto nel talento di suo figlio, lo ha sostenuto in ogni sua decisione. Appuntamento al Picchio, ristorante zona Stadio Olimpico, dove Gianni (proprietario super tifoso della Juventus) la ospita come fossero parenti. Anche se non sa cucinare il riso di pollo, il piatto preferito dell’esterno colombiano. «Quella è una mia specialità», racconta scherzosamente la signora alle colonne de La Gazzetta dello Sport. Marcela sorride sempre, proprio come Juan, ma nasconde un carattere da combattente, proprio come il suo cognome (Bello Guerrero), che però si scioglie ogni volta che suo figlio va in rete. «Quando ho visto la palla entrare ho pensato: “Finalmente!”. Mi mancava vederlo esultare. E’ stato emozionante, una rete bellissima, anche se quella dell’anno scorso nel derby per me resta indimenticabile. Dopo la partita l’ho abbracciato forte e gli ho detto semplicemente “Sei stato grande”. Il nostro è un legame speciale, solidissimo».

Com’è nata la passione di suo figlio per il calcio?
«Credo che abbia cominciato a giocare già nella mia pancia: è stato irrequieto fin da subito. Juan è solare e instancabile. Giocava a calcio ovunque, in spiaggia, per strada. All’inizio vivevamo a Necoclì, 53 mila abitanti. Suo padre è morto quando aveva 4 anni e mezzo ma noi ci eravamo già separati quando ero incinta. L’ho cresciuto da sola, con tanto coraggio e tanti sacrifici. Ho fatto ogni genere di lavoro per mantenerlo e farlo giocare. Lavoravo soprattutto come donna delle pulizie, sono stati anni faticosi ma non ho mai smesso di sorridere. Gli ho insegnato che nella vita si deve lottare, godersi ogni momento e pregare. In famiglia siamo molto religiosi e lui ringrazia Dio dopo ogni gol. L’unica cosa che mi chiedeva da bimbo erano scarpe da calcio e palloni. Guardava Ronaldo, il suo idolo, e diceva: voglio fare il calciatore. Ero certa che ce l’avrebbe fatta. Per questo l’ho sempre assecondato».

Quale è stata la svolta?
«A 13 anni venne selezionato per un torneo a Barranquilla. L’allenatore Nelson Gallego è stato la sua fortuna. Grazie a lui ottenne un contratto in Italia, all’Udinese. Poi Lecce, Firenze, Londra, ora Torino. Io l’ho sempre seguito. L’Italia è la sua seconda casa».

In Premier con il Chelsea infatti non è andata tanto bene.
«Continuava a sorridere ma io vedevo che si era spento. E’ stato un periodo difficile, il più duro della sua carriera. Quest’estate pregavo tutti i giorni perché tornasse alla Juve. Sapevo che a Torino sarebbe ridiventato quello di sempre».

All’inizio però giocava poco anche con Allegri. Come ha fatto a non incupirsi?
«Continuavo a ripetergli: Juan, devi avere pazienza. Ogni cosa al momento giusto. Adesso vive un periodo speciale, nel nuovo modulo si esalta».

Com’è Juan fuori dal campo?
«Un giocherellone. Quando è a casa stacca la spina, gli piace stare in famiglia, leggere, organizzare cene con gli amici. L’altra sua passione è il ballo: ce l’ha nel sangue, come me. Ama tutto, in particolare il reggaeton».

I balletti-esultanza li prepara a casa?
«No, segue l’ispirazione del momento. Gli piace festeggiare così».

Con chi ha legato di più alla Juve?
«Con tutti. E’ un gruppo magnifico, per questo Juan è voluto tornare. Il fatto che ci siano molti sudamericani aiuta. C’è un legame molto forte anche con gli altri colombiani che sono in Italia: si vede spesso con i milanesi Bacca e Murillo e appena può va a trovare Muriel a Genova, oppure viene lui da noi. Ogni tanto si mette anche ai fornelli. Ma il riso con pollo glielo faccio bene solo io…».