Juventus, che ingiustizia mettere tutto in discussione

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Il delicato post-partita di Cardiff: Juventus travolta dal Real Madrid e messa pesantemente in discussione

I fatti raccontano oltre ogni ragionevole dubbio di una delusione cocente: la Juventus, dopo il 10% con cui due anni fa si presentava al cospetto del Barcellona nella finale di Berlino, era data dalla stragrande maggioranza degli addetti ai lavori alla pari con il Real Madrid di Zinedine Zidane. Una coppa da contendere ai campioni in carica nel più classico dei 50 e 50: un lancio della monetina che puntualmente non si è rivelato tale. La Champions League va agli spagnoli con un sonoro 4-1: Ronaldo e compagni diventano i primi della storia ad alzare consecutivamente la Champions League da quando la rassegna ha assunto la nuova formula e il nome con cui il mondo oggi la appella.

Juventus-Real Madrid, le modalità di una sconfitta rovinosa

Abbiamo parlato di 50 e 50: una fattispecie che per definizione ti espone alla vittoria così come alla sconfitta. Ci può stare dunque di uscire con la coppa tra le braccia, alla pari di quanto sia lecito attendersi l’ennesima maledetta sconfitta. Dunque non andiamo ad argomentare sulla sconfitta in quanto tale: non avrebbe alcun senso farlo. Ad aprire le strade al ragionamento è invece la modalità con cui la sconfitta è arrivata: una caduta rovinosa che, quando le aspettative del mondo raccontano di una contesa alla pari, si prende le primissime pagine e rende lecito il dibattito. Juventus travolta dal Real Madrid, esposta alle offensive di Cristiano Ronaldo e compagni, scoperta proprio sul suo punto forte: quello della compattezza, della tenuta difensiva, dell’equilibrio tra le linee, dell’inespugnabilità di un muro che è alla base dei recenti e brillanti successi ottenuti dalla squadra di Allegri. Una caduta vertiginosa, avvenuta in un misterioso secondo tempo, disputato da qualcosa di molto lontano alla Juventus ed al concetto di Juventus: aggredita da ogni dove, incapace di reagire, di trovare una contromossa seppur non funzionante, di battere un colpo, di mostrare cenni di vita. Responsabilità da attribuire a tutti: detto della giornata no della fase difensiva, va specificato come i vari Dybala ed Higuain non siano stati in grado di tenere un pallone, di permettere alla squadra di guadagnare metri di campo nel momento di massima fatica, di venire fuori da un pressing asfissiante. I due argentini, biglietti da visita di questa Juventus per talento e capacità di incidere sul corso di una gara, sono venuti meno proprio sul piano della personalità. Difetto che, per quanto concerne il Pipita, è oramai un assunto insindacabile: Higuain manca puntualmente in ogni finale della sua carriera. E non può più essere un caso.

Giusto mettere tutto in discussione?

Il resto lo ha fatto una mediana che non ha schermato la fase difensiva: Pjanic ha provato a sostenere gli attaccanti anche con intraprendenti conclusioni dalla media distanza ma come il resto della squadra è scomparso dal campo nella ripresa, Khedira è apparso in difficoltà al cospetto del ritmo imposto dagli avversari. Male anche il simbolo Buffon: probabilmente all’ultima chance della sua carriera, non alza ancora una volta la tanto agognata Champions League e ci mette del suo, con la netta complicità in occasione della decisiva rete di Casemiro. In questo quadro però, almeno chi ora vi scrive non se la sente di mettere in discussione alcunché: la Juventus di Allegri ha clamorosamente toppato una sfida, ma seppur si tratti della più importante della stagione non merita il processo nato nel post-partita. Giusto porsi alcuni punti interrogativi che approfondiremo in seguito, non lo è però togliere diversi gradi di valutazione alla stagione: c’è la macchia, vero, ma non si può parlare di ridimensionamento di un’annata. Perché nella sostanza la Juventus di Allegri è giunta alla notte di Cardiff incarnando il senso del merito: ha funzionato a prescindere dal modello tattico impiegato, grazie al carattere di uomini sempre disposti ad apprendere e migliorarsi nonostante i successi ottenuti, mai poggiati sugli allori delle vittorie, si è goduta i frutti delle operazioni brillantemente condotte in questi anni. I parametri zero Pirlo, Pogba, Barzagli, Khedira, Dani Alves: operazioni che per altri club imporrebbero versamenti economici di circa 300 milioni. Le è andata bene anche quando ha vuotato il sacco e scelto di investire massicciamente sui profili individuati in sede di mercato: i 40 milioni di Dybala oggi valgono più del doppio, i 90 di Higuain hanno portato in dote il peso specifico degli scontri diretti vinti contro Napoli e Roma e la decisiva doppietta rifilata al crac Monaco in semifinale di Champions League. Siamo di fronte ad un processo di crescita innestato su una torta già vincente: fidatevi, non è facile. Vi sembra scontato soltanto perché la protagonista si chiama Juventus e risulta normale chiederle il massimo: ma quanto fatto negli ultimi sei anni ed in particolare in un triennio di crescita vertiginosa, di maturità tecnica e caratteriale, non può essere preso a calci neanche da un 4-1 incassato nell’evento calcistico più seguito dell’anno.

Juventus, si riparte da?

Intanto Zidane, un attimo per Zinedine Zidane: il buon Zizou si è beccato del genio dal suo datore di lavoro. Quel Florentino Perez che se lo è goduto da calciatore, da allenatore in seconda, da guida tecnica del suo Real Madrid. Il francese ha portato il club spagnolo – mentre la Juventus perdeva la settima delle sue nove finali disputate – dove non era mai arrivato nessuno: due Champions League consecutive, nell’anno in cui è giunta la seconda affermazione è arrivata anche l’ambitissima Liga, punto debole dei Blancos nella pagina di storia recente. Da italiani stiamo ponendo maggiore risalto nell’analisi di quanto accaduto e potrebbe avvenire in casa Juventus, ma almeno un cenno a chi sta riscrivendo la storia del calcio moderno appare quantomeno doveroso. Visione futura: cosa farà la Juventus? Da dove sceglierà di ripartire? Da quali uomini? Su chi incentrerà le sue ambizioni? Quali gli uomini sacrificati in nome del padrone risultato? Sgombriamo il campo dai dubbi, una risposta non la possiamo avere: se questo è un ciclo terminato o che ha ancora qualcosa da dire lo dirà soltanto il tempo. Non prima delle scelte della società: proprietà e dirigenza dovranno stabilire proprio questo, ossia se ricamare intorno a questa ossatura e rimandare discorsi rivoluzionari – strada assolutamente consigliabile – o spingere l’acceleratore sul piano delle motivazioni e di conseguenza voltare pagina. Rinnovare radicalmente. Il senso: nulla più si potrebbe chiedere a questi uomini sul piano del carattere, della predisposizione alla vittoria, della mentalità, meglio avviarsi sul sentiero rivoluzionario seppur doloroso. Per anticipare gli avversari, come da queste parti del resto accade spesso. Il Mondiale e la ferita appena incassata potrebbero rappresentare leve essenziali per i vari Buffon, Bonucci, Chiellini, Barzagli e via discorrendo. Un altro anno tutti insieme per poi procedere all’inevitabile cambio di guardia. O stravolgere già da ora. Un’analisi in cui ci rientra tutto, Allegri in primis. L’unica certezza: se ancora una volta questo spogliatoio troverà gli argomenti per riproporsi al mondo del calcio con il coltello tra i denti, beh, avremmo l’ulteriore conferma – qualora servisse – di trovarsi al cospetto di uomini speciali.