Paolo Sollier, la classe operaia va in serie A

Paolo Sollier, la classe operaia va in serie A
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«Il pugno alzato negli stadi? Sono andato avanti nel mio ragionamento poltico, però questo calcio lo contesto ancora»

L’anno è il 1976 ed il PCI di Enrico Berlinguer è a un battito di ciglia dalla Democrazia Cristiana nelle elezioni politiche del 20 giugno. In Italia, tanto per cambiare, tira una brutta aria. Volano proiettili quasi ogni giorno e qualcuno sta già iniziando a metabolizzare il concetto di “compromesso storico”. Nel calcio invece il Torino sta vincendo il suo storico settimo scudetto (il primo dopo Superga) grazie ai devastanti gol di Pulici e Graziani e un certo Paolo Sollier chiude qui la sua breve permanenza in serie A condita da 21 presenze con la maglia (rossa) del Perugia.

Poche gare, ma buone visto che Sollier (centrocampista di lotta munito di polmoni al titanio) approfitta della chance concessagli e si mette a scrivere il suo punto di vista di ex-operaio di Mirafiori capitato non per caso nel grande circo del dio pallone. Qualche mese dopo pubblica per Gammalibri il suo memoir (il cult ‘Calci e sputi e colpi di testa – Riflessioni autobiografiche di un calciatore per caso’ ristampato anni fa dalla Kaos) e, finché gioca, sconvolge la Penisola bacchettona del football con un gesto tanto semplice e “popular” da risultare quasi indigesto: il saluto col pugno alzato appena prima che l’arbitro dia l’inizio alle ostilità.

Una “mano de Dios” ante-litteram, quella del calciatore piemontese che alla Gazzetta dello Sport preferisce Il Manifesto. Sempre che ci passiate l’impegnativo paragone col Pelusa argentino e vi scordiate del gol epocale di mezzo. A Sollier, ovviamente, l’aneddotto fa ancora gonfiare il petto, ma anche sbuffare di sacrosanta noia mediatica. La sua vita è andata avanti tra editoria, giornali, resistenza No TAV e un curriculum lungo così da allenatore tra i Dilettanti. Più il suo ruolo in una “nazionale” dedicata al più grande scrittore footbalista di ogni epoca. E questi, ovviamente, sono i suoi Tempi Supplementari.

Cosa combina di bello Paolo Sollier nella primavera 2015?
«Mi rompo le palle! (ride) Scherzi a parte, la mia carriera di allenatore è attualmente al palo e quindi ci dò dentro col progetto dell’Osvaldo Soriano Football Club, ovvero la nazionale italiana degli scrittori. A maggio avremo la nostra sfida annuale contro gli editori nell’ambito del Salone del Libro di Torino e poi, più avanti, delle altre amichevoli in Scozia e Svezia.»

Ma Fabio Volo non lo convocherete mai, vero?
«Le porte dell’Osvaldo Soriano F.C. sono aperte per chiunque abbia pubblicato almeno un libro in vita sua. Gli snobismi letterari sono banditi. E poi il bello di questa squadra è che possiede la filosofia di un settore giovanile anche se dentro ci giocano scrittori che hanno già superato la cinquantina. Volo? Se vuole essere dei nostri, è il benvenuto. Sempre che sappia almeno un po’ giocare a pallone… (ridacchia)»

Il tuo impegno politico è calato dagli anni ’70 oppure…?
«Assolutamente no. Dalle elezioni europee del 2014 supporto la Lista Tsipras però – per quel che riguarda il nostro Paese – oggi la vedo in una pericolosa fase di stallo. La delusione, in pratica, sta prendendo il posto dell’entusiasmo iniziale. Ma questo, ahimé, è tipico della sinistra italiana. (sospira)»

Poi c’è la questione della TAV che immagino ti coinvolga da vicino. In chiave antagonista.
«Beh, per me uno come me che è nato a Chiomonte in piena Val di Susa, è perfino scontato interrogarmi ed indignarmi sul progetto dell’Alta Velocità. Non starò qui a farti il solito riassunto delle ipotesi contrarie, ma ti consiglio di leggere un libro del nostro premier Matteo Renzi intitolato ‘Oltre la rottamazione’ (è uscito nel 2013 per Mondadori, Ndr). Ad un certo punto del volume, Renzi parla della stessa TAV e la definisce inutile. Non si sofferma sul dissesto ecologico o sull’ingente spesa economica, ma mi ha colpito molto quel suo aggettivo: ‘inutile’. Curioso, no?»

Parliamo di calcio: ti dà fastidio, a circa quarant’anni di distanza, essere sempre ricordato per la faccenda del pugno alzato? Eppure eri un buon centrocampista di fatica, di quelli che stanno sempre lì nel mezzo…
«L’icona del pugno alzato mi pesa non perché abbia rinnegato quel gesto di solidarietà, ma per il semplice fatto che stiamo parlando di cose che affondano il loro peso ideologico nel cuore degli anni ’70. Voglio dire: anche le idee più giuste e sacrosante bisogna prima o poi rinnovarle ed io penso di averlo fatto. Sono andato avanti nel mio ragionamento politico, ecco.»

Difatti una volta un giornalista del Fatto Quotidiano ti ha chiesto di ripetere a fini folcloristici quel paradigma di “lotta dura” e tu ti sei rifiutato.
«Per forza! L’avrei fatto con chiunque, guarda. Se domani sedessi in panchina, eviterei volentieri di agitare il pugno verso le tribune come se fossimo ancora nel bel mezzo dell’Autunno Caldo… (sorride)»

Quella volta che affrontasti la Lazio all’Olimpico, invece, il clima era leggermente più infuocato…
«Quella fu una leggerezza da parte mia. Ti racconto l’aneddoto anche se la vicenda è ben nota. Vigilia di Lazio-Perugia, serie A, 1976: si presenta un giornalista umbro de ‘Il Messaggero’ e mi fa una lunga intervista pre-partita, più o meno come questa che stai svolgendo tu ora. Parliamo di tutto: della condizione mentale del Perugia, del mister Castagner, dello schema che adotteremo a Roma, del mio stato fisico ecc.»

Fin qui tutto bene.
«Già, solo che prima di congedarci gli faccio una battuta stupida riferita alla Lazio: gli avrò detto un qualcosa tipo ‘Spero con tutto il cuore di battere la squadra di Mussolini’ e lui ovviamente ci fa un titolo a nove colonne sul suo giornale. Il giorno dopo, all’Olimpico, fu un inferno: striscioni contro di me (‘Sollier boia’, Ndr), tafferugli in curva, molti tifosi del Perugia contusi, un clima assolutamente intimidatorio. E tutto per via di una mia frase evitabilissima di cui non vado fiero neppure oggi. Il potere dei media, direbbe qualcuno…»

Un solo anno in serie A col Perugia di Renato Curi, Walter Novellino ed Aldo Agroppi in quel lontano 1975/1976. Prima e dopo tanta B e C. Ti pesa aver frequentato poco la massima divisione?
«Un po’ sì, ma a quei tempi – col vincolo di mezzo – come si faceva? Ricordo che il Perugia, nell’estate del ’76, vendette me, Pellizzaro e Raffaelli al Rimini in cambio di Giordano Cinquetti, un giovane di sicuro avvenire (l’anno dopo, però, lo stesso Cinquetti verrà girato al Pescara, Ndr). Noi ovviamente potevamo anche ribellarci e fare casino, ma cui prodest? Rimini era comunque una buona piazza e l’amore per il pallone restava immutato. Se ho incrociato Arrigo Sacchi? No, so che lui orbitava nell’ambito della squadra romagnola, ma io nel 1979 avevo già fatto le valigie per accasarmi con la Pro Vercelli

Secondo te il calcio resta sport “qualunquista” per eccellenza oppure va così un po’ dovunque? A parte Socrates e la sua “democrazia Corinthiana” non mi vengono in mente altri esempi in grado di unire football e Sinistra…
«Credo che il fenomeno riguardi tutti gli sport, soprattutto quelli di vertice e quindi più mediatici. La questione, più che sportiva, è puramente sociale e in questi casi molto fa l’apprendistato di ognuno di noi. Le radici da cui uno proviene. Io, ad esempio, ho avuto da giovane un background cattolico, calato nel mondo del volontariato, e poi da grande sono diventato ‘Paolo Sollier, il calciatore rosso’. Ritengo che se – invece di essere stato un atleta – avessi fatto l’avvocato o il medico, il risultato non sarebbe cambiato di una virgola.»

Mi sveli il tuo punto di vista sul football moderno? E nella fattispecie su quello nazionale?
«Il nostro calcio si è già fatto abbastanza del male tra finanza creativa, il caso-Parma, rapporti sospetti tra società ed ultras, stadi vuoti, violenza, razzismo, le banane ecc. Ma il problema per me sta da un’altra parte e si chiama televisione. In fondo il football è frutto della partecipazione diretta mentre la TV si muove in tutt’altro campo: quello della pubblicità, dell’audience a tutti i costi, delle polemiche create ad arte, del vuoto sensazionalismo ecc. Eppure la quadra ci sarebbe: guardo la Germania e vedo impianti pieni e pay-tv che fanno milioni di abbonati. Qua da noi no: comanda solo il mezzo televisivo e, per quel che riguarda le folle allo stadio, ci esaltiamo giusto in occasione di qualche derby o partita di cartello. Non va bene così.»

La cosa che ti da più fastidio del calcio televisivo?
«La mano davanti alla bocca quando tecnici o calciatori sanno di essere inquadrati: se non è invasione mediatica quella! E poi il fatto che molti bambini, nelle squadre giovanili, copiano il brutto modello degli adulti. Tipo quando si rivolgono male all’arbitro o esultano in maniera sciocca e sfacciata. Secondo te dove l’hanno imparato? Dove l’hanno visto?»

Sono questi i problemi di cui discuteresti con Damiano Tommasi di fronte ad un buon caffè?
«Anche. Probabilmente gli parlerei di tutto e in particolare del mio argomento preferito: il calcio a 360 gradi. Stimo Tommasi, il suo ruolo politico e soprattutto il suo passato da atleta: chi viene da quel mondo e ha provato quelle emozioni sul campo o nello spogliatoio, alla fine parla una lingua molto comune alle mie orecchie. Che poi è la lingua universale dello sport

A Michel Platini, invece, cosa consiglieresti?
«Di stare attento alle spalle! (ride) È presidente dell’UEFA, mira alla FIFA e, quando ci si muove in quei grandi organismi di potere, si fa in fretta a venir condizionati. E dico questo perché Michel mi sta tremendamente simpatico: è essenziale, diretto. Ha le idee terribilmente chiare.»

Un contestatore… ai piani alti?
«Platini ha giocato a pallone e quindi è perfino logico che odi la moviola in campo…. Blatter – un “non calciatore” – ultimamente la esalta, mentre lui la denigra; e questa sua avversione, credimi, è davvero molto lodevole.»