Keita: «Fui ad un passo dal Milan» - Calcio News 24
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2014

Keita: «Fui ad un passo dal Milan»

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E sul suo futuro con la Roma: «Mi piacerebbe restare»

Ricca di retroscena l’intervista rilasciata da Seydou Keita ai microfoni di SkySport per l’appuntamento con “I Signori del Calcio”, di cui il centrocampista della Roma è stato protagonista. Si parte dall’ambientamento nella capitale, che non ha avuto modo di visitare attentamente: «Appena arrivato ho abitato in hotel per quasi un mese e mezzo, poi ho trovato una casa. Ho tre bambini che vanno a scuola, oltre ovviamente agli allenamenti, quindi non ho avuto molto tempo libero per visitare e ammirare le bellezze di Roma. Mi rifarò, ogni cosa a suo tempo».

LO SPOGLIATOIO – E di conseguenza l’attenzione si sposta sul club giallorosso: «Qui a Roma ho trovato un ottimo gruppo, ho notato diversi dettagli che lo rendono diverso, non direi migliore, ma differente rispetto a quelli delle altre squadre in cui ho giocato. Ho trovato ragazzi molto rilassati. Abbiamo un gruppo su WhatsApp che usiamo per comunicare fra di noi, per esempio se qualcuno non ricorda a che ora inizia l’allenamento, scrive un messaggio e riceve subito una risposta. Sono piccoli dettagli ma molto importanti. C’è davvero una bella atmosfera, ma poi in fin dei conti il calcio è sempre uguale, bisogna lottare per vincere e raggiungere i risultati, che determinano la serenità del gruppo. Vincere per me è fondamentale, i risultati sono la base su cui costruire un gruppo unito».

L’ALLENATORE – Keita ha descritto poi il rapporto con Rudi Garcia, sebbene lo conosca da poco tempo: «È un allenatore molto intelligente e molto diretto con i giocatori, quando c’è un problema non esita a parlarne subito con noi. E’ molto interessato anche ai nostri sentimenti e alle nostre opinioni, non si pone come un capo che impartisce ordini, e questo è molto importante. Credo sia positivo interagire con i giocatori che hanno più esperienza, parlare con loro per conoscerne le sensazioni. Sia io che tutti i miei compagni vogliamo giocare bene a calcio e questo è anche l’obiettivo di Garcia. Ho giocato in tante squadre, è difficile paragonarlo con gli altri allenatori che ho avuto. Sicuramente ha le qualità giuste per essere allo stesso livello di Guardiola, Juande Ramos, che mi ha allenato al Siviglia, o Pizzi, con cui ho lavorato al Valencia. Garcia è molto bravo e, soprattutto, e un allenatore davvero intelligente».

MENTORI – E a proposito di Pep Guardiola, il riferimento è d’obbligo, ma non è stato l’unico ad aver influenzato la sua carriera: «In Francia, per esempio, Gillot o Christian Gourcuff sono stati importanti, tutti gli allenatori che ho avuto mi hanno aiutato molto. Certo, a Barcellona con Guardiola ho vinto tutto e le immagini di quei successi sono rimaste impresse nella memoria della gente, ma sono arrivato a Barcellona dopo un percorso lungo e importante. A Barcellona, con tutti quei grandi giocatori e un allenatore come Guardiola, era addirittura facile lavorare e dare il massimo, ma per arrivare a quel punto avevo faticato tanto. Tutti gli allenatori con i quali ho lavorato mi hanno aiutato tanto e personalmente ho avuto buoni rapporti con tutti, perché sono un giocatore che pensa alla squadra, non un individualista. Mi trovo bene all’interno di un gruppo e i miei allenatori mi hanno sempre apprezzato per questo».

LA CHIAMATA – Prima di passare alla Roma, Keita ha vissuto un’esperienza importante nel Valencia: «Non è stato facile lasciare: i miei compagni, i tifosi e la società volevano che restassi, ma il mio obiettivo era continuare ad alti livelli, per esempio giocando ancora la Champions. Garcia mi ha cercato telefonandomi varie volte, a marzo, se non mi sbaglio, ma la decisione per me non è stata facile perché giocavo in una grande squadra che mi piaceva molto. Ho impiegato un po’ di tempo a decidere, alla fine ho accettato di venire a Roma dopo aver parlato con Garcia e avevo capito che mi voleva fortemente. Io voglio confrontarmi con i migliori e la Champions League mi dà questa possibilità, così posso sempre conoscere il mio livello. Per me è importante».

L’ANEDDOTO – La Champions League, sempre difficile da vincere, ma conquistata con il Barcellona: «C’è un aneddoto su quella prima Champions vinta con il Barcellona, fra l’altro proprio a Roma. Ero stato titolare sia nei quarti che in semifinale, così Guardiola mi ha chiesto se me la sentissi di giocare anche la finale, ma da terzino sinistro, perché Abidal era squalificato. A centrocampo Iniesta e Henry tornavano dagli infortuni, quindi eravamo in tre per tre posti. E il terzo era proprio il ruolo di terzino, ma la finale della Champions non è la partita adatta a fare esperimenti. Io ho risposto a Guardiola che ovviamente volevo giocare la finale, però non volevo passare alla storia per il mio orgoglio, per aver giocato quella partita anche se in un ruolo non mio. Gli ho detto di schierare qualcuno che potesse giocare meglio di me da terzino e che io ero disponibile a entrare per dare una mano. Ma non volevo essere egoista e giocare a ogni costo, bastava anche un mio piccolo errore sul fuorigioco per perdere la finale. Alla fine ha giocato Silvinho e io sono entrato nel secondo tempo, abbiamo vinto ed eravamo tutti felici. Da quel momento Guardiola mi ha rispettato ancora di più, perché ha capito che non sono un giocatore egoista. Una cosa molto importante».

AMAREZZA – La sfida tra Roma e Bayern Monaco in Champions League, però, l’ha dovuta guardare dalla tribuna ed è stata dura: «Era difficile vedere i miei compagni perdere così. Però nel calcio certe cose possono succedere, quando una partita per te inizia male e al tuo avversario tutto gira bene è difficile rialzare la testa. La scorsa stagione, per esempio, il Real Madrid aveva segnato quattro gol a Monaco in semifinale. Quello che è successo a noi non va dimenticato, ma nel calcio bisogna sempre alzare la testa e andare avanti, come ha fatto il Bayern dopo quella sconfitta di cui adesso non parla più nessuno. Ed è passato solo un anno, in più era una semifinale in casa del Bayern. Questo è il calcio. Come nel caso del Barcellona, che nel 2012 subisce 7 gol fra andata e ritorno contro il Bayern, certe cose non accadono solo alla Roma».

SIMBOLI – Keita ha parlato poi di Lionel Messi: «E’ il migliore con cui ho giocato, è naturale che chi vince quattro volte il Pallone d’Oro sia il più forte. In più fa cose che solo lui è capace di fare, giocate uniche, è un dono divino. E’ in grado di cose che io non saprei mai fare. Per me è lui il migliore. E’ un ragazzo molto tranquillo, a volte da fuori può sembrare un po’ strano, ma è una persona molto tranquilla e socievole. Scherza con i compagni, vive in modo normale». Ma non solo, c’è spazio anche per Francesco Totti: «Per essere come Totti a 38 anni non basta avere la testa, bisogna essere professionisti seri. Tutti conoscono le sue qualità, non devo commentarle io, ma quello che mi colpisce di Francesco è il suo stato di forma. Che richiede tanta serietà. Io ho 34 anni e non sono sicuro di voler giocare fino a 38, soprattutto a questo livello. Per me lui è davvero incredibile».

IN BLAUGRANA – A Barcellona ha avuto modo di conoscere Puyol, il miglior capitano, a detta sua, che ha avuto: «Credo che non basti indossare una fascia per essere capitano, ho avuto compagni di squadra fondamentali per il gruppo, sia in campo che nello spogliatoio, nonostante non indossassero la fascia. A Barcellona, per esempio, c’era Puyol, ma non era l’unico, eravamo un gruppo di grandi professionisti. Certo, Puyol indossava la fascia, ma era il gruppo a fare davvero la differenza». E sull’esperienza nel Barcellona: «Molti pensavano che io non fossi un titolare indiscutibile. Guardando le statistiche però si vede che ho giocato oltre l’80% delle partite, di cui più del 60% da titolare in una squadra come il Barcellona. In pratica una ogni due, è chiaro che ero uno dei titolari. Come ho detto prima, avevo giocato una semifinale di Champions da titolare e, se avessi voluto, sarei stato fra i titolari anche in finale. Qualcuno pensa che Guardiola preferisse giocatori come Xavi e Iniesta, ma a me non importa, ho disputato tante partite e credo di averlo sempre fatto bene. Io pensavo semplicemente ai fatti miei, non sono mai stato troppo mediatico, ma ogni volta che ho lasciato una squadra tutti i compagni e gli allenatori sono sempre stati tristi, perché sapevano di perdere un giocatore importante, che lotta per la squadra. Spesso la stampa preferisce esaltare gli attaccanti. Faccio un esempio: prima di arrivare a Roma giocavo titolare in una squadra importante come il Valencia, dove avevamo appena disputato la semifinale di Europa League. Appena arrivato qui mi hanno chiesto se fossi venuto per guardare gli altri o per giocare. E’ incredibile! Questo perché nessuno aveva guardato la Liga, o chi lo aveva fatto si era concentrato solo sul goleador, dimenticandosi degli altri. Pensa, mi chiedevano se fossi qui per guardare gli altri!  I tifosi che leggono i giornali hanno pensato che io fossi un giocatore finito, solo perché la stampa diceva così. La cosa più importante, però, è sempre il campo».

GLI SCENARI FUTURI – Sul suo futuro, a breve termine e non: «Non so se a fine carriera vivrò in Europa o altrove. Magari a Dubai, un posto che mi piace molto per come si vive e per l’educazione dei miei figli, che sono piccoli e quindi con loro è difficile andare a vivere in Africa, dove non c’è lo stesso livello di istruzione che invece abbiamo qui. Mia mamma non poteva permettersi molto, voglio offrire ai miei figli quello che io non ho potuto avere a livello di istruzione. Sono loro la cosa più importante per me». E sul suo contratto: «Ho firmato per un anno e per me è sufficiente. Alla mia età non voglio firmare per molti anni e poi magari costringere il club a tenermi se le cose non vanno bene. Ho vinto tanto e ho guadagnato molto in carriera, ora voglio solo divertirmi. Quando vado all’Olimpico e vedo i tifosi provo allegria, è importante sapere che apprezzano il mio lavoro, per me conta molto sentirmi amato. Alla mia età il contratto non è un tema così importante, certo per un ragazzo di 20 anni è diverso che per un giocatore di 34. Sto molto bene qui e chiaramente mi piacerebbe restare. Sono credente e penso che nessuno possa conoscere il futuro, ma sarei molto orgoglioso di poter chiudere la carriera alla Roma. Oggi le cose vanno bene, ma fra sei mesi possono cambiare, se inizio a giocare male la società può scegliere di non rinnovare il contratto. Per me in questo momento più che il contratto conta il fatto di giocare ancora ad alti livelli, continuando ad essere apprezzato dai tifosi».

RETROSCENA – Infine, rivela un retroscena sul Milan e su una chiamata di Zlatan Ibrahimovic: «Nel 2012 ero molto vicino a firmare con il Milan e prima ancora per due volte sono stato a un passo proprio dalla Roma, la trattativa era abbastanza avanzata ma poi non se ne fece nulla. C’era quell’allenatore che ha allenato anche in Russia, Spalletti, che allenava la Roma. Per due volte ho quasi firmato, così come con il Milan, sono stato a un passo anche da loro. Molto vicino. Al Milan mi aveva chiamato Zlatan, un mio buon amico, abbiamo giocato insieme a Barcellona. Voleva che andassi a giocare con lui al Milan, che poi, però, ha avuto qualche problema, infatti Zlatan ha lasciato la squadra per andare a Parigi. Potrei provare a chiamare Ibra adesso, ma lui è fondamentale per la sua squadra, una società che ha la stessa dimensione della Roma, gioca la Champions e lotta per vincere il campionato. Si trova bene a Parigi, non credo che voglia cambiare per venire qui. Magari la prossima stagione, ma non credo che lascerebbe Parigi per una squadre dello stesso livello. Io ho lasciato il Valencia per vivere una dimensione più importante, giocando la Champions. Insomma per salire di livello. Lui invece gioca già in Champions e lotta per il campionato. Però, lo chiamerò, chiederò a lui se vuole venire qui e a Sabatini se ha i soldi per prenderlo».