«Avrei preferito la fortuna al talento»: Mastour e i grandi ‘incompiuti’ – VIDEO

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Con l’addio al Milan di Hachim Mastour, la parabola dell’ennesimo talento perso per strada: dopo Adu, Sarno, Chiumiento, Tassi, Piazon…

Dal monologo iniziale del film cult Match Point, pellicola statunitense del 2005 diretta da Woody Allen: «Chi disse: “Preferisco avere fortuna che talento”, percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde».

Match Poìnt e quella lezione speciale: meglio il talento o la fortuna?

La fortuna, più del talento. La componente primaria di ogni carriera di successo. Perché il talento, fulgido o incompreso, non è mai garanzia di vittoria. Ne sa qualcosa Hachim Mastour. Il talento originario del Marocco, a 19 anni appena compiuti, ha lasciato definitivamente il Milan. Il contratto è scaduto e la società ha deciso di non rinnovarlo. E forse è proprio Mastour, che da giovanissimo aveva incantato tutti nella Primavera del Milan, il caso simbolo di talenti sbocciati troppo presto. O di talenti mediatici, che dir si voglia.

Le sponsorizzazioni Nike, gli spot insieme a Neymar, lo strapotere fisico e tecnico contro i coetanei: tutto lasciava presagire ad un volo da mille ed una notte. Ma così non è stato: nel 2015/2016 venne ceduto in prestito al Malaga, raccogliendo una sola presenza, per poi dirottarlo al PEC Zwolle, in Olanda, divenendo anche lì uno dei maggiori flop di mercato con sole 6 presenze. Infine, il ritorno, fugace, a Milano: solo per poche settimane prima dell’addio definitivo. E così Mastour ora si ritrova senza squadra: dove lo piazzerà il suo procuratore Raiola?

Non solo Mastour: quando Adu faceva impazzire il mondo…

Quella di Mastour, però, è solo l’ultima delle parabole di baby-stelle del calcio. Sono tanti i talenti che nel corso degli anni hanno raccolto le vesti di enfant prodige per poi perdersi più in là durante la carriera. E, tra tutti questi, probabilmente non c’è caso più emblematico di quello di Freddy Adu. A 14 anni, infatti, in preda alle etichette più footballmanageriali che altro, il calciatore statunitense sembrava destinato a divenire un fenomeno del calcio mondiale.

Di conseguenza, invece, ha raccolto solamente tanti fallimenti che ne hanno schiacciato il peso nel corso degli anni. Giramondo del pallone, è riuscito a trovare la bellezza di 16 presenze con la Nazionale degli Stati Uniti (l’ultima convocazione è del 2011), mentre oggi gioca nel Tampa Bay Rowdies, squadra militante nella NASL statunitense.

Sarno e quei 120 milioni: sembrava perso, poi De Zerbi…

C’è chi nel corso degli anni non è riuscito a togliersi di dosso l’etichetta da grande promessa del pallone ed è rimasto schiacciato dalle aspettative sul suo conto. C’è chi invece, con grande forza di volontà ed umiltà, ha aspettato la fine dell’ondata mediatica per ricominciare dalla gavetta. Era il 1999 e la mia calda estate siciliana veleggiava tra ‘tedesche’ in ogni porta improvvisata possibile e l’ardua scelta tra la compilation blu/rossa del Festivalbar al jukebox del bar. Quando la notizia che il Torino comprò un giovane talento 11enne napoletano per la cifra shock di 120 milioni di lire tutti capimmo che per noi era già tardi.

Quel bambino era Vincenzo Sarno, finito sotto i riflettori di un paese intero, e le polemiche divamparono dopo l’ospitata di lui e del padre a Domenica In, con i mass media frastornati da quella grande cifra per un ragazzino talentuosissimo di Secondigliano, ma pur sempre di 11 anni. E così, solamente tantissimi anni dopo, Sarno è riuscito a scrollarsi di dosso l’etichetta di eterno incompiuto, con tanto di gavetta tra Sangiovannese, Potenza, Pro Patria, Lanciano, Virtus Entella e Foggia, dove è arrivata la consacrazione del talento grazie a De Zerbi. Insomma, quando l’etichetta di ‘nuovo Maradona’ fa più danni che altro.

Tassi il nuovo Baggio. Ma per l’Inter è stato una tassa…

Un altro giovane calciatore schiacciato dalle etichette, nella fattispecie di ‘nuovo Baggio’, è sicuramente Lorenzo Tassi, classe 1995 e oggi in forza al Feralpisalò. Quando il giovane Tassi passò dal Brescia all’Inter, il boom mediatico sul diciottenne non corrispose ad un’effettiva crescita a livello di prestazioni del centrocampista. Crescita calcistica rallentata ed ennesimo caso in cui le aspettative sono state controproducente.

Oggi la sua carriera, a 22 anni, non può certo dirsi conclusa tuttavia il primo treno per la gloria è già sfumato: il tempo, naturalmente, è ancora dalla sua parte per poter dimostrare di invertire la rotta. Magari, con un pizzico di fortuna in più, per un calciatore che a soli 16 anni aveva già esordito in Serie B.

Davide Chiumiento, la promessa svanita della Juve

La fortuna, più del talento. Nascere con un grande talento può essere facile, ma conviverci può essere deleterio. Se non si è in grado di poterlo far fruttare. E il caso di Davide Chiumiento, balzato agli onori della cronaca nei primi anni del Duemila quando spadroneggiava tra i coetanei con la maglia della Primavera della Juventus. Da ‘nuovo Del Piero’ a talento mancato e dimenticato: nonostante alcune presenze con la prima squadra (in Champions League contro il Deportivo La Coruna e con l’Ancona in campionato), il suo lungo viaggio in provincia per mettere minuti nelle gambe non sarà certo fruttuoso. Siena, Le Mans, Young Boys, Lucerna, Vancouver.

Nel 2012, invece, il ritorno in Svizzera, siglando un contratto con lo Zurigo, squadra con cui ancora oggi gioca in campionato. E magari, ai più giovani, racconterà di quando divideva lo spogliatoio con gente del calibro di Del Piero, Nedved, Trezeguet, Buffon e tanti altri nomi simbolo del calcio degli ultimi 20 anni.

Lucas Piazon, un fenomeno mancato: la scommessa persa del Chelsea

Classe ’94, piedi educatissimi, sangue carioca e passo da fenomeno. La carriera di Lucas Piazon sembrava poter decollare già in tenerissima età. Il Coritiba lo tessera a 11 anni, poi il passaggio all’Atletico Panamaense e infine il grande salto al San Paolo. Nessuna presenza in Prima Squadra, ma il Chelsea lo nota. E lo opziona con un blitz in Brasile. Nei primi mesi del 2011 i blues strappano un pre-accordo, con il San Paolo che annuncia che il giocatore, per motivi di visto di lavoro per extracomunitari, migrerà verso Londra soltanto nel gennaio 2012.

Un’operazione mostruosa da 7,5 milioni di euro più sette di bonus permettono a Piazon di vestire la maglia del Chelsea. Ma Di Matteo prima e Mourinho poi proprio non lo vedono e comincia il lungo peregrinare del brasiliano: Malaga, Vitesse, Intracht Francoforte, Reading e Fulham non rimangono entusiasmate dal talento di Piazon. Che resta, e probabilmente resterà, uno dei più grandi misteri del Chelsea. E pensare che in Inghilterra credevano di aver trovato un fenomeno…

Fernando Forestieri: quando anche l’Udinese sbaglia…

Quando un giovane talento nasce in Argentina, nello stesso anno in cui Maradona vince il suo secondo Scudetto a Napoli, cominciano a scomodarsi paragoni improbabili. E così è stato anche per Fernando Forestieri, soprannominato El Topa (la scavatrice), che nelle giovanili di Boca Juniors e Newells Old Boys comincia a mostrare colpi da vero campione. Colpi che vengono immediatamente notati dal Genoa, che lo porta in Italia strappandolo alla concorrenza dei più grandi club europei. Nel 2006 raggiunge un accordo formale con la famiglia, mettendo sotto contratto il giocatore.

Ormai legalmente di proprietà del Genoa, non potrà giocare con la società ligure fino alla stagione seguente perché il Boca Juniors, ricorrendo a vari tribunali sportivi, rimanda l’invio del transfer definitivo. Al Genoa nemmeno con Gasperini riuscirà ad incidere. E allora inizia il viaggio lungo la penisola: Siena, Vicenza, Udinese, Empoli e Bari non rimasero certo folgorate da Forestieri, talento troppo scostante e discontinuo. Si riabilita in Inghilterra con Watford e Sheffield, ma resta un giocatore da seconda serie. Chissà se riuscirà con il tempo a dimostrare le qualità che lo avevano reso fenomenale in Argentina.

Lupoli strega Wenger, ma in Italia si è perso per strada

Quando l’Arsenal bussa alla porta è sempre difficile dire di no. Arturo Lupoli, dopo una folgorante stagione con gli Allievi Nazionali del Parma, prepara le valigie, lascia casa e vola da Wenger. Un viaggio straordinariamente ricco di emozioni, anche contrastanti, che lo portano a diventare una delle stelle più promettenti del calcio mondiale. Ma in Inghilterra fa fatica a trovare una dimensiona accettabile, degna delle premesse degli anni delle giovanili nazionali.

E così, sfiduciato dall’Arsenal, torna in Italia e comincia un viaggio infinito verso una carriera che non decolla mai: prima la Fiorentina, poi a seguire Treviso, Ascoli, Grosseto, Varese, Frosinone, Pisa, Catania e Sud-Tirol (in mezzo anche le parentesi estere di Sheffield, Honved e Norwich). Non lascia mai il segno, in nessuna categoria. Lupoli, molto difficilmente, riuscirà a regalare una soddisfazione al suo ex scopritore Wenger: la sfortuna e le circostanze, mai come in questa occasione, hanno superato il talento…

Kerlon e un soprannome tutto da ridere

Kerlon Moura Souza, meglio noto come Kerlon, poteva diventare un grandissimo giocatore. Il brasiliano classe ’88 è arrivato in Italia, dopo le parentesi con Cruzeiro e Ajax, con grandi ambizioni. L’Inter lo tessera, in una trattativa molto simile a quella che aveva portato il nigeriano Victor Obinna in nerazzurra. Parcheggiato al Chievo, Foquinha (così chiamato perché capace di spettacolari numeri come i palleggi con la testa, alla stregua degli animali da circo) disputa quattro partite ufficiali, senza mai lasciare il segno.

Nella carriera del talento brasiliano c’è un infortunio alla caviglia che lo condiziona pesantemente: all’Inter non emerge e anche le altre parentesi della carriera si rivelano letteralmente fallimentari. Ora gioca in Slovacchia, allo Sparta Trnava, ma in pochissimi si ricordano di Kerlon, che con il pallone faceva magie. E per questo avrebbe dovuto probabilmente dedicarsi alla carriera da freestyler e non a quella da calciatore. Il paragone con Ronaldinho non gli ha certo portato fortuna…

Lo manda Fonseca: Viudez diventa un flop mostruoso

Tabaré Viudez, in un Milan-Atalanta dell’8 marzo 2009, entra nella storia: l’uruguaiano prende il posto di David Beckham. E gioca sette minuti, gli unici che i rossoneri gli riservano. Eppure era arrivato dall’Uruguay, dal Defensor Sporting, con la prospettiva di diventare un fuoriclasse a livello internazionale. E soprattutto con l’appoggio di uno sponsor pesante: il procuratore Daniel Fonseca, non proprio uno qualunque, che lo porta in Italia insieme a Cardacio. Nessuno dei due riuscirà ad emergere e il piccolo attaccante Viudez comincia il giro del mondo giocando con America, Necaxa, Nacional, Kasimpasa e River Plate. Ma il talento sudamericano non è mai stato in grado di fare la differenza. Il rammarico è tanto, soprattutto perché con le nazionali under dell’Uruguay aveva impressionato il mondo intero. Ma con i grandi è tutta un’altra musica e il talento di Viudez è stato seppellito da una fragilità mentale che, di giorno in giorno, ha spento le grandi qualità mostrate in gioventù.
Con la collaborazione di Paolo Pirisi