Pagina 113 – Calcio News 24

Solet si racconta: «L’Inter? Milano è bellissima. Ma qui a Udine sono a casa»

Il difensore rivelazione dei friulani, Oumar Solet, traccia un bilancio della stagione: i segreti di Runjaic, l’idolo Ronaldinho e le voci di mercato

Classe 2000, Oumar Solet ha fatto un’ottima stagione ed è nel mirino di molte squadre, attratte da quanto visto con l’Udinese. La Gazzetta dello Sport lo ha incontrato.

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MILANO «Milano è una città bellissima e molto viva. Mi piace».

LE ORIGINI «Ho parenti nella Repubblica Centrafricana e in Costa d’Avorio, ma sono francese, ho sempre vissuto in Francia».

IL FRATELLO AL CSKA «Abbiamo iniziato insieme, all’Accademia di Laval. Non abbiamo mai giocato insieme da professionisti, magari un giorno succederà. È un centrocampista molto tecnico. Dopo la Turchia quest’anno è stato al Cska Sofia».

IL RUOLO «All’inizio ero centrocampista, poi a 17 anni difensore. Ho sempre avuto queste caratteristiche. Amavo Ronaldinho, molto tecnico, giocava tanto con la palla, mi piaceva vederlo. Oggi non c’è più un Ronaldinho, ma mi piacevano anche Sergio Ramos e Pogba».

IL SALISBURGO «È stata una buona esperienza, quattro anni. Li ho aiutati molto. Loro vogliono fare mercato, hanno un modo particolare di gestire».

L’INTERESSE DELL’INTER «È bello essere accostato a grandi club, ma io sono concentrato sull’Udinese».

GLI PIACE L’UDINESE «Perché sto bene qui. Il club ha fiducia in me, gioco con continuità e posso crescere. Questo è fondamentale per me. L’Udinese mi ha fatto sentire a casa, vivo in centro, è una città tranquilla e ti permette di concentrarti sul lavoro. Sto molto bene. La pasta al formaggio è ancora tra le mie preferite, ma ho scoperto anche altri piatti italiani».

IL MERITO DEI 50 PUNTI «Il merito è di tutto il gruppo: squadra, staff e società. Il mister ci ha dato organizzazione, fiducia e un’identità chiara. Si è visto in campo: siamo stati una squadra in ogni momento, anche nei più difficili. E Arthur Atta con cui gioco ogni giorno e che mi ha stupito fin dal primo allenamento».

QUALE NAZIONALE SCEGLIERA’ «È una decisione importante. Ci sto pensando: voglio fare la scelta giusta per il mio futuro».

TIFAVA REAL MADRID DA BAMBINO «Il Real Madrid è sempre il Real Madrid: resta un club speciale per me».

Torino International Cup 2026: al via la 25ª edizione del torneo “Piccole Grandi Squadre”. Date, regolamento e squadre partecipanti, la presentazione ufficiale

Torino International Cup 2026: è stata ufficialmente presentata la 25ª edizione del torneo “Piccole Grandi Squadre”. Tutti i dettagli

Il grande calcio giovanile internazionale si prepara a fare tappa in Piemonte. È stata ufficialmente presentata la 25esima del torneo Piccole Grandi Squadre TIC (Torino International Cup), una delle manifestazioni calcistiche più prestigiose e attese a livello giovanile, che spegne quest’anno ben venticinque candeline. L’evento si disputerà dall’11 al 14 giugno 2026, cinque giorni di sfide intense che vedranno protagonisti i migliori talenti del panorama calcistico mondiale. Sabato sera – 13 giugno – ci sarà la sfilata dei club allo Stadio Olimpico Grande Torino.

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Un parterre di livello mondiale: i club partecipanti

L’edizione si preannuncia memorabile grazie a un tabellone di primissimo livello, capace di unire le eccellenze del calcio italiano alle più importanti realtà calcistiche straniere provenienti da Europa e Stati Uniti, così come club dilettantistici del torinese. Sul rettangolo verde si daranno battaglia ben diciannove squadre di livello internazionale.

Il roster italiano sarà guidato da big storiche come Juve, Inter, Roma e Torino, affiancate da formazioni di grande tradizione quali Genoa, Sampdoria, Como e Venezia. Il fronte internazionale sarà invece rappresentato da colossi europei del calibro di Psg, Atletico Madrid, Marsiglia e Rangers, insieme a club storicamente rinomati per la qualità dei propri settori giovanili come lo Sparta Rotterdam, la Dinamo Kiev e la Stella Rossa. A completare il prestigioso roster globale ci saranno gli statunitensi del Chicago Fire e dell’Orlando City, oltre alle compagini greche del PAOK e dell’AEK Atene.

Le categorie in campo: spazio anche al calcio femminile

La Torino International Cup si conferma una kermesse inclusiva e strutturata, capace di coprire un’ampia fascia d’età per mostrare l’evoluzione dei migliori vivai in circolazione. Per quanto riguarda il settore maschile, l’evento vedrà ai nastri di partenza le categorie dall’Under 8 all’Under 16 maschile, offrendo una vetrina unica dai primi calci fino alle soglie del calcio agonistico.

Un focus importante e in costante crescita sarà dedicato anche al movimento in rosa, con lo svolgimento dei tornei per le categorie Under 15 e Under 17 femminile, una scelta organizzativa che certifica l’attenzione del comitato direttivo verso lo sviluppo e la valorizzazione del calcio femminile giovanile. Ma non solo. Il torneo promuove occasioni di incontro tra culture, territori e persone differenti, valorizzando il ruolo educativo dello sport e favorendo percorsi di integrazione crescita e socialità. Sarà un torneo inclusivo, con pari opportunità e partecipazione.

Come funziona il torneo

Ogni squadra giocherà almeno 5 partite durante il torneo, di cui una contro un club professionistico. Le squadre vengono suddivise in gironi in base alla categoria. Ogni squadra affronta tutte le altre del proprio girone. Dopo la fase a gironi, le squadre vengono suddivise in diversi livelli (Elite, Oro, Argento, Bronzo) in base alla classifica e continueranno a competere. Le finali si disputano l’ultimo giorno in impianti sportivi d’eccezione (Finale 3°/4° posto; Finale 1°/2° posto).

Dybala Roma fino al 2027: scelta di cuore o rischio calcolato? I pro e i contro del rinnovo

La Joya resta nella Capitale: tra leadership tecnica e interrogativi fisici tutti i pro e i contro del rinnovo dell’argentino

L’annuncio ufficiale arriverà lunedì, ma la direzione è ormai chiara: Paulo Dybala continuerà la sua avventura con la Roma fino al 2027, con un nuovo accordo da 2,5 milioni di euro netti più bonus. Una cifra inferiore rispetto al passato, ma simbolicamente pesante perché racconta molto sia della volontà del giocatore sia della strategia del club.

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Nel pieno della rivoluzione targata Gian Piero Gasperini, alla guida della Roma dalla stagione 2025-2026, il rinnovo dell’argentino rappresenta uno dei primi veri segnali tecnici e identitari del nuovo progetto giallorosso che continuerà anche nella prossima annata, sperabilmente con la Champions League. Una scelta che divide tifosi e addetti ai lavori: da una parte c’è chi vede nella permanenza della Joya un colpo intelligente e romantico, dall’altra chi teme che puntare ancora su un giocatore fragile fisicamente possa frenare la crescita della squadra.

I vantaggi del rinnovo: talento, esperienza e identità

Dybala resta il giocatore più forte della rosa

Partiamo dal punto più semplice: quando sta bene, Dybala è ancora un calciatore dominante in Serie A. La sua qualità tecnica, la capacità di creare superiorità e la visione negli ultimi trenta metri sono caratteristiche che pochi possiedono nel campionato italiano.

Per Gasperini, che ama il calcio verticale, aggressivo e pieno di rotazioni offensive, avere un giocatore in grado di accendere la partita con una singola giocata può diventare fondamentale. Dybala non sarà il classico uomo “gasperiniano” da corsa continua e pressing feroce, ma può essere il talento capace di dare imprevedibilità a un sistema molto codificato.

Un segnale forte per ambiente e tifoseria

C’è poi un fattore emotivo che conta eccome. Dybala è diventato il volto della Roma negli ultimi anni. In una fase di cambiamenti profondi, trattenere il giocatore più amato dalla piazza significa dare continuità e mantenere un legame forte con l’ambiente.

Il fatto che abbia accettato uno stipendio ridotto racconta anche una certa volontà di restare protagonista a Roma, mettendo il progetto davanti alle offerte economicamente più vantaggiose. In tempi in cui il senso di appartenenza nel calcio è sempre più raro, questo dettaglio pesa.

Un’operazione economicamente più sostenibile

Il nuovo contratto, inoltre, appare più equilibrato rispetto ai precedenti accordi. 2,5 milioni più bonus rappresentano una cifra importante ma non devastante per il bilancio romanista. La Roma mantiene così un campione in rosa senza appesantire eccessivamente il monte ingaggi, lasciando margine per intervenire sul mercato.

I rischi: tenuta fisica e compatibilità con Gasperini

Il vero dubbio è uno solo: quante partite giocherà?

Il problema, però, resta sempre lo stesso. La continuità fisica di Dybala. Negli ultimi anni l’argentino ha alternato prestazioni straordinarie a stop muscolari frequenti. E proprio questo rappresenta il grande interrogativo del rinnovo.

Gasperini costruisce le sue squadre su intensità, ritmo e disponibilità atletica. Serve continuità, soprattutto per gli attaccanti. Se Dybala dovesse saltare ancora molte partite, la Roma rischierebbe di ritrovarsi nuovamente dipendente da un giocatore presente solo a intermittenza.

Il rischio di rallentare il rinnovamento

C’è poi un altro aspetto meno emotivo ma molto concreto. La Roma sta cercando di abbassare l’età media della rosa e costruire un nuovo ciclo. Tenere Dybala significa inevitabilmente continuare a ruotare parte del progetto attorno a un calciatore di enorme talento ma non più giovanissimo.

Questo potrebbe togliere spazio o centralità ad altri profili offensivi più dinamici e futuribili, soprattutto se Gasperini vorrà modellare la squadra secondo i principi che lo hanno reso grande a Bergamo.

Una scommessa che può premiare tutti

Alla fine, il rinnovo di Dybala sembra una via di mezzo tra romanticismo e pragmatismo. La Roma non poteva permettersi di perdere a zero il suo uomo simbolo senza avere già un’alternativa dello stesso livello. Allo stesso tempo, il nuovo accordo più “leggero” riduce almeno in parte i rischi economici dell’operazione.

Molto dipenderà da Gasperini. Se il tecnico riuscirà a gestire Dybala senza spremerlo, costruendogli attorno un sistema capace di proteggerlo fisicamente e valorizzarne il talento, la Joya potrebbe vivere una seconda giovinezza.

In caso contrario, il rischio è assistere all’ennesima stagione fatta di lampi, magie e rimpianti.

E forse è proprio questo il paradosso di Paulo Dybala: un giocatore talmente forte da convincerti sempre a rischiare ancora una volta.

Asse di mercato Milano Roma: Kone e Celik nel mirino dell’Inter, Frattesi e Carlos Augusto verso la Capitale


L’estate 2026 si preannuncia caldissima per i nerazzurri di Chivu e i giallorossi di Gasperini. Marotta tenta il doppio colpo, mentre la Roma guarda a chi cerca maggiore minutaggio

La tratta Milano-Roma si prepara a diventare una delle più trafficate nella prossima sessione estiva di calciomercato. Al centro dei dialoghi ci sono quattro profili principali che potrebbero scambiarsi le maglie, in un fitto intreccio di esigenze tecniche e necessità finanziarie. Ecco cosa scrive Tuttosport.

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Gli obiettivi dell’Inter: Koné e Celik

Il nome in cima alla lista presentata da Cristian Chivu alla dirigenza è Manu Koné. Il centrocampista francese (classe 2001) rappresenta il profilo ideale per l’identikit tracciato da Oaktree: giovane, dinamico e perfetto per garantire quantità e qualità alla mediana dei campioni d’Italia, anche in vista di un eventuale passaggio al centrocampo a due.

  • La valutazione: la Roma fissa il prezzo di partenza a 40 milioni di euro.
  • Le tempistiche: i giallorossi hanno la necessità di incassare entro il 30 giugno per questioni di Fair Play Finanziario. Questo coincide con la volontà dell’Inter di muoversi d’anticipo, sfruttando l’apertura ufficiale del mercato fissata per il 29 del mese.

Sui radar nerazzurri c’è anche Zeki Celik. Il ventinovenne difensore turco, valorizzato da Gian Piero Gasperini, è in scadenza di contratto. Il rinnovo con la Roma stenta a decollare a causa della richiesta del giocatore di circa 4 milioni netti a stagione (sfruttando il Decreto Crescita): una cifra che per i capitolini altererebbe gli equilibri dello spogliatoio, ma che l’Inter potrebbe assorbire con più facilità. Sullo sfondo resta viva anche la concorrenza della Juventus.

Il percorso inverso: Frattesi e Carlos Augusto

Se Koné e Celik dovessero sbarcare a Milano, due esuberi nerazzurri farebbero volentieri le valigie in direzione Roma, trovando l’approvazione di Gasperini.

  • Davide Frattesi: l’addio all’Inter appare quasi scontato. Deluso dal minutaggio calato drasticamente nel passaggio da Inzaghi a Chivu, il centrocampista tornerebbe di corsa nella Capitale per vestire il giallorosso. Il suo cartellino potrebbe incrociarsi con l’affare Koné, sebbene le due operazioni verrebbero impostate in modo formalmente slegato.
  • Carlos Augusto: il brasiliano è da tempo un pallino di Gasperini. È legato all’Inter fino al 2028 e i dialoghi per il rinnovo sono aperti, ma il laterale pretende garanzie su un impiego maggiore in campo. La Roma osserva alla finestra, pronta ad approfittarne.

Orsi: «Sarri lascerà sicuramente la Lazio ma gli sconsiglio il ritorno a Napoli» – ESCLUSIVA

Orsi, ex portiere e noto opinionista, ha analizzato il momento della Lazio e non solo: le sue dichiarazioni in esclusiva a Lazionews24

Fernando Orsi ha parlato con LazioNews24 in esclusiva toccando diversi temi relativi all’attualità dei biancocelesti

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Ciao Nando, dopo le due sconfitte in finale di Coppa Italia e nel derby sono tornate insistenti le voci di un addio di Maurizio Sarri alla Lazio. Pensi che i rapporti possano essere ricuciti o si va verso l’addio tra le parti?

«Per quanto si sta vedendo e leggendo e considerando anche il botta e risposta tra il presidente e l’allenatore io dico che i margini di riavvicinamento sono veramente pochi. E quindi si andrà verso una risoluzione consensuale. La Lazio andrà a prendere un altro allenatore dopo un’annata veramente drammatica, forse uno dei punti più bassi della storia della Lazio dove non è riuscito praticamente niente. Né il mercato, né la comunicazione, non c’è stato nessun risultato di rilievo se non la finale di Coppa Italia anche se poi pure quella abbiamo visto come è finita. Non è stato valorizzato nessun giocatore, i tifosi non sono andati allo stadio che è la cosa più grave che una società possa subire. E quindi non so la Lazio da cosa possa ripartire perché il clima di contestazioni dei tifosi non cesserà e Lotito rimarrà in sella alla Lazio. A rimetterci è una squadra con 126 anni di storia. Quest’anno si è parlato di tutto meno che di calcio».

Tornando a Sarri, si fanno sempre più insistenti le voci di un possibile ritorno a Napoli. Come valuteresti questo eventuale ritorno e come valuti invece l’intero ciclo del tecnico alla Lazio considerando anche la prima esperienza di due anni e mezzo?

«Sull’eventuale ritorno di Sarri al Napoli io temo l’effetto minestra riscaldata. Non sono mai stato propenso ai ritorni dopo un primo periodo in cui si è fatto molto bene. A parte Lippi alla Juve non ricordo quale altro allenatore ha fatto nuovamente bene tornando nello stesso club. La gente si ricorda di quello che è stato fatto prima e non contestualizza purtroppo. Sicuramente Sarri non rimarrà a spasso, o va al Napoli o va all’Atalanta. Per quanto riguarda il percorso di Sarri alla Lazio, ha fatto un secondo posto e una finale di Coppa Italia. Ha fatto discretamente bene, è un grande allenatore. Anche lui ha commesso degli errori ma ha sicuramente più dato che ricevuto. Poi è una persona diretta e quest’anno si è lamentato della situazione fin da subito. Di un rapporto che non c’è mai stato, di un mercato non fatto. E’ un dispiacere che vada via anche se va ricordato che la Lazio in 126 anni di storia ha vissuto pure addii peggiori».

L’ultima domanda che ti faccio è sull’Inter scudettata e vincitrice anche della Coppa Italia. Quali sono stati secondo te i meriti di Chivu e come giudichi il suo lavoro? E come credi che dovrà rinforzarsi per tornare competitiva anche in Europa?

«Credo che i meriti maggiori di Chivu siano stati più a livello comunicativo che tecnico perchè comunque l’Inter era e resta una squadra molto forte che però arrivava da una stagione in cui non aveva vinto nulla e aveva perso 5-0 la finale di Champions contro il PSG. Andava quindi trovata nuova linfa motivazionale e in questo Chivu è stato bravissimo nonostante le sole 13 panchine in Serie A col Parma. Le sue qualità sono sotto gli occhi di tutti. Vincere scudetto e Coppa Italia al primo colpo è un grande punto di partenza. Alcuni giocatori volevano ribadire di essere forti e ci sono riusciti vincendo. Ora l’Inter dovrà necessariamente cambiare qualche giocatore per dare nuova linfa e puntare all’Europa e ad altre cose».

L’INTERVISTA ESCLUSIVA DI ORSI A LAZIONEWS24

Farioli: «Ho già girato l’Europa, in Champions parto da zero»


L’intervista al tecnico italiano dopo il trionfo in Portogallo: «Che onore vincere dove Mourinho è leggenda»

Francesco Farioli è passato alla storia come l’unico allenatore italiano ad aver vinto un campionato di prestigio: la Primeira Liga. Lo ha fatto alla prima stagione in Portogallo, dopo avere sfiorato il titolo nell’esperienza precedente con l’Ajax, crollato nel finale, dove ha pagato una grande rimonta sul Psv. Definirlo l’uomo del momento non è sbagliato, anche perché ha solo 37 anni. Il Corriere dello Sport lo ha incontrato.

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CAMPIONE DI PORTOGALLO «Ma non sono diventato biondo né alto 1,95. Sono la stessa persona e non credo di aver fatto un lavoro migliore rispetto alla scorsa stagione. Anzi, credo di aver fatto qualcosa di più e di meglio all’Ajax. La differenza è che ogni singola parte del Porto è andata esattamente nella stessa direzione, con lo stesso desiderio. E ha fatto la differenza. E ora…».

ADESSO FARA’ LA CHAMPIONS «La Champions, sì: uno sport diverso. Sento di dover ripartire e spingermi oltre perché le aspettative saranno ancora più alte. Il primo passo, però, sarà la Supercoppa di inizio agosto».

IL PORTO ERA IN CRISI «A Villas-Boas ho detto sì in tre minuti davanti a un caffè. Cercavo persone con le mie stesse motivazioni e lo stesso spirito: vendetta non è la parola giusta, ma voglia di ribaltare un fallimento o qualcosa andata storta. E poi, sono abituato a entrare in situazioni non proprio comode: molti cambiamenti, problemi di budget, la necessità di ridurre gli stipendi…».

MOURINHO «Un anno fa, prima dell’ultima partita con il Twente, mi mandò un vocale per darmi qualche suggerimento e si è creato un rapporto: mi ha spiegato la città, la sua gente. Stringergli la mano prima di sfidarlo, senza dirci una parola ma con enorme rispetto, è stato davvero emozionante. Ha scritto la storia. Quando vinceva all’Inter avevo 20 anni, l’ho menzionato nella mia tesi di laurea».

IL MESTIERE DI ALLENATORE «Per me significa essere aperti all’evoluzione. Allenatori come Mou o Villas-Boas hanno dimostrato che non esiste un’unica strada per raggiungere altissimi livelli: contano la qualità delle esperienze che vivi, la curiosità con cui affronti il percorso e la capacità di continuare a evolverti senza sentirti mai arrivato».

NOSTALGIA DELL’ITALIA «Mi mancano la famiglia, gli amici, la Toscana. I luoghi del cuore. Anche perché quest’anno non mi sono mai mosso dal Portogallo: devo ancora ritirare il passaporto alla questura di Montecatini!».

ESPERIENZE DIVERSE «La parola giusta è proprio intensità. Faccio fatica a realizzare quante esperienze, quanti cambiamenti e quante emozioni siano stati concentrati in così pochi anni. Italia, Turchia, Olanda, Francia, Portogallo. Dal Karagümrük al Porto. Ambienti, lingue, culture e pressioni completamente differenti, ma io non ho mai cercato zone di comfort e ho sempre scelto contesti che mi obbligassero a crescere velocemente. Ma ho ancora tantissimo da imparare, costruire e migliorare».

Altro che Bastoni: il Barcellona punta Lautaro Martinez, Inter avvisata

Per settimane attorno all’Inter si è parlato soprattutto di difensori, di possibili movimenti nella retroguardia e di quei giocatori che negli anni sono diventati il centro di qualsiasi discorso di mercato.

Poi improvvisamente il focus sembrerebbe essersi spostato parecchio più avanti, verso un nome che per i tifosi nerazzurri ha un peso completamente diverso.

Quando una squadra come il Barcellona si muove, o anche soltanto comincia a osservare una situazione con attenzione, il rumore si sente immediatamente. Soprattutto se il giocatore in questione porta la fascia da capitano e negli ultimi anni ha costruito una parte importante dell’identità della squadra.

Il Barcellona su Lautaro Martinez

Secondo quanto riportato da fichajes.net, il club spagnolo avrebbe aumentato la propria attività sul mercato internazionale mettendo Lautaro Martinez tra le priorità per il futuro reparto offensivo.

Sempre secondo la stessa ricostruzione, sarebbero già in corso contatti formali con i rappresentanti del calciatore, elemento che farebbe salire inevitabilmente l’attenzione attorno alla vicenda.

La parte che aggiungerebbe ulteriore interesse alla situazione riguarderebbe anche l’aspetto tecnico. Lautaro, secondo la fonte spagnola, apprezzerebbe molto l’approccio tattico di Hansi Flick, elemento che potrebbe rappresentare una componente da tenere sotto osservazione.

Allo stato attuale, però, affare difficile pensare ad una cessione dell’argentino. Ma il calciomercato ci ha abituati a ribaltoni inaspettati, dunque, non resta che attendere i risvolti di questa vicenda.

Pagelle Friburgo Aston Villa: Buendia sontuoso, Tielemans la sblocca, Rogers spina nel fianco! TOP E FLOP della finale di EL

Pagelle Friburgo Arsenal: i Top e i Flop protagonisti del match, valido per la finale di Europa League 2025/26

Pagelle Friburgo Arsenal: i migliori e i peggiori del match, valido per la finale di Europa League 2025/26

Non c’è stata storia dopo l’uno-due nei minuti conclusivi del primo tempo ad opera dell’Aston Villa. La finale di Europa League regala la solita applicazione della legge: dove c’è Emery la vittoria è sicura. Il 3-0 finale riflette l’esatta proporzione della differenza dei valori in campo.

Top

Emiliano Buendia (Aston Villa): partita sontuosa dell’argentino, assoluto protagonista. Mette a segno un capolavoro balistico per lo 0-2 (un interno a giro imparabile dal limite) e serve un assist perfetto sul primo palo per lo 0-3 di Rogers, sfiorando anche la doppietta personale nel secondo tempo. La sua qualità tecnica ha illuminato Istanbul. L’ammonizione ingenua a inizio gara è l’unica sbavatura in una prestazione da dominatore.

Morgan Rogers (Aston Villa): spina nel fianco costante per la difesa tedesca. Suo l’assist da corner per il vantaggio capolavoro di Tielemans e suo il gol che chiude definitivamente i conti sullo 0-3, anticipando Kübler in spaccata. Si era già reso pericoloso a inizio gara, costringendo Atubolu a una grande parata, ed è stato una minaccia per tutto il tempo.

Youri Tielemans (Aston Villa): sblocca una finale equilibrata (fino a quel momento) con un gesto tecnico di rara bellezza e difficoltà: destro al volo potente e preciso su calcio d’angolo indiretto. Oltre al gol, tanta sostanza e geometria a centrocampo, prima di essere sostituito nei minuti finali.

Unai Emery (Allenatore Aston Villa): Il “Re” dell’Europa League colpisce ancora. Conquista il suo quinto personale trofeo nella competizione, schierando un Aston Villa organizzato, cinico e spettacolare. La squadra ha gestito il palleggio e punito spietatamente le distrazioni del Friburgo, dominando letteralmente la ripresa.

Tifosi del Friburgo: un plauso al pubblico tedesco, arrivato in massa a Istanbul, che non ha mai smesso di cantare e sostenere la propria squadra nonostante il pesante passivo, onorando un cammino europeo comunque storico.

Flop

Lukas Kübler (Friburgo): serata da incubo per il difensore del Friburgo. Soffre costantemente le sortite offensive avversarie sulla sua corsia.

Philipp Treu (Friburgo): pronti, via e dopo soli 4 minuti spende un cartellino giallo per una trattenuta palese su McGinn che se ne stava andando. Un’ammonizione così prematura in una finale condiziona inevitabilmente il resto della sua partita e di tutta la linea difensiva tedesca.

Nicolas Höfler (Friburgo): sua l’unica vera, grande occasione del Friburgo (sullo 0-0 al 15′) ma il suo diagonale in area, da posizione invitante dopo una respinta, non trova incredibilmente lo specchio della porta. Sostituito a mezz’ora dalla fine, la sua partita si spegne con quell’errore.

Friburgo Aston Villa 0-3: come sempre, vince Emery. Inglesi troppo forti per i tedeschi debuttanti in una finale

Friburgo Aston Villa LIVE: sintesi, risultato, cronaca della finale di Europa League che si gioca alle 21 nello stadio di Istanbul

Alle ore 21:00 va in scena Friburgo Aston Villa, la finalissima di Europa League che si giocherà a Istanbul. Una finale inedita con due squadre che faranno di tutto per vincere il trofeo. L’ultima italiana a riuscirci è stata l’Atalanta di Gasperini. Calcionews24 segue il LIVE qui:

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SEGUI IL LIVE DI FRIBURGO ASTON VILLA QUI

90+1 Fischio finale: è trionfo per Emery!

90 Un solo minuto di recupero

90 Nonostante il passivo il pubblico del Friburgo non smette di cantare

86 SOSTITUZIONI Fuori Pau Torres e Tielemans, dentro Mings e Douglas Luiz

84 SOSTITUZIONE Entra Gunter, veterano del Friburgo, esce Beste

83 AMMONITO McGinn per un fallo sulla trequarti su una delle poche iniziative del Friburgo

80 SOSTITUZIONI Esce tra gli applausi Bendia, dentro Sancho. Fuori Digne, dentro Maatsen

78 OCCASIONE ASTON VILLA Ancora un angolo crea un pericolo, McGinn prova a piazzarla in corsa, tiro bloccato

75 OCCASIONE ASTON VILLA Buendia si dispera perché da pochi passi mette fuori con un tiro troppo morbido e fuori dallo specchio

73 Punizione Friburgo, Martinez non trattiene la sfera ma sul tiro di Scherhant la riprende

72 SOSTITUZIONI Altri due cambi di Schuster: Scherhant e Makengo per Grifo e Kubler

69 OCCASIONE ASTON VILLA Onana va su di testa su corner e colpisce il palo esterno. C’è una sola squadra in campo

68 Watkins in area prova a superare Ginter, il difensore in spaccata mette in corner

65 SOSTITUZIONE Primo cambio dell’Aston Villa, Onana rileva Lindelof

60 SOSTITUZIONI Cambi per il Friburgo: dentro Rosenfelder e Holer, fuori Lienhart e Hofler

57 GOL ASTON VILLA 0-3: Buendia dalla sinistra in areadi rigore mette forte sul primo palo, Rogers in spaccata anticipa Kubler e mette dentro

57 Lunga circolazione palla del Friburgo senza trovare sbocchi

53 Deviazione al volo di Watkins da punizione centrale, palla fuori, non era facile indirizzare verso la porta

52 Cross di Ginter dalla trequarti, uscita in presa bassa di un attento Martinez

49 Pallonetto d’esterno di Buendia, nessun problema per Atubolu che blocca la sfera

SECONDO TEMPO

45+2 GOL ASTON VILLA 0-2 Altra meraviglia balistica, stavolta è Buendia che con interno a giro raddoppia, tiro imparabile

45+1 Ancora un corner per l’Aston Villa con palla che passa in area e deviazione di Konsa che determina un altro angolo

45 Anche il Friburgo muove palla sul corner, nessun problema per il Dibu Martinez che esce in presa

40 GOL ASTON VILLA 0-1 Capolavoro di Tielemans che su corner indiretto riceve palla da Rogers e al volo colpisce di destro con potenza e precisione

38 Manzambi arriva in area sulla sinistra, doppiopasso e cross troppo forte, nessuno dei compagni può intervenire

36 Nuova azione veloce dell’Aston Villa, nascono due conclusioni, entrambe respinte

33 Manzambi ruba palla in pressione a Tielemans, conclusione dalla distanza che Martinez blocca in tuffo

29 Buona iniziativa sulla fascia di Cash, il suo cross d’esterno viene allontanato dall’attenta difesa tedesca

28 Watkins terminale offensivo inglese finora è molto ben controllato

25 Gara equilibrata, possesso palla favorevole agli inglesi che si attestano sul 61%

20 AMMONITO Cash: il giocatore dell’Aston Villa colpisce il pallone, ma con la gamba tesa va anche sulla tibia di Grifo che resta a terra.

15 OCCASIONE FRIBURGO Hofler chiude con un sinistro in area dopo una respinta, diagonale che non trova lo specchio

14 AMMONITO Buendia che sbraccia in modo molto visibile su Beste che accentua un po’ la caduta

09 Rogers pericoloso con conclusione a giro, palla fuori non di molto. Aston Villa davanti, Friburgo schiacciato

08 Atubolu costretto a uscire di piede su un retropassaggio troppo corto

04 AMMONITO Treu su McGinn, trattenuta nettissima, lo scozzese se ne stava andando via sull’out.

02 OCCASIONE ASTON VILLA Ripartenza fulminea, Watkins appoggia per Rogers, diagonale potente dai 20 metri e risposta positiva di Atubolu

00 Colpo di testa di Matanovic lontano dai pali, ma il Friburgo parte con coraggio

PRIMO TEMPO


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Formazioni ufficiali

FRIBURGO-ASTON VILLA 0-3 (0-2)

Reti: 41′ Tielemans (AV), 45+3 Buendia (AV), 57′ Rogers (AV)

Friburgo (4-2-3-1): Atubolu; Kübler (73′ Makengo), Ginter, Lienhart (61′ Rosenfelder), Treu; Eggestein, Höfler (61′ Holer); Beste (86′ Gunte), Manzambi, Grifo (73′ Scherhant); Matanović. Allenatore: Julian Schuster. A disposizione: Müller, Huth, Jung, Osterhage, Scherhant, Höler, Irié, Philipp, Günter, Makengo, Rosenfelder, Ogbus.

Aston Villa (4-2-3-1): Martínez; Cash, Konsa, Pau Torres (88′ Mings), Digne (81′ Digne); Lindelof (66′ Onana), Tielemans (88′ Douglas Luiz); McGinn, Rogers, Buendía (81′ Sancho); Watkins. Allenatore: Unai Emery. A disposizione: Bizot, Wright, Mings, Elliott, Andrés Garcia, Abraham, Sancho, Douglas Luiz, Maatsen, Onana, Bogarde, Bailey.

Ammoniti: Treu (F), Buendia (AV), Cash (AV), McGinn (AV)

Moviola Friburgo Aston Villa: tutti gli episodi della finale di Europa League

Moviola Friburgo Aston Villa: alle 21 va in scena la finale di Europa League nello stadio di Istanbul. Ecco tutti gli episodi della sfida

La moviola della finalissima di Europa League Friburgo Aston Villa, che si gioca a Istanbul. Una finale inedita tra due squadre che hanno fatto una grande stagione. Calcionews24 segue la moviola della sfida diretta da Letexier

PRIMO TEMPO

Minuto 05: subito un giallo assolutamente netto per Treu che non lascia andare via McGinn cinturandolo in maniera prolungata. Gara vivace sin dalle prime battute, non mancano i contrasti e gli interventi dell’arbitro. Proteste appena accennate di Eggestein per un mani, protesta di avere il braccio attaccato al corpo. Giallo al 15′ per Buendia che sbraccia in modo molto visibile su Beste, il giocatore del Friburgo accentua un po’ la caduta. Piccola tensione tra Grifo e Cash lungo l’out, focolaio subito spento. Lo stesso Cash poco dopo colpisce il pallone, ma con la gamba tesa va anche sulla tibia di Grifo: terza ammonizione della gara. Al 35′ Letexier perdona Lindelof che sgambetta un effervescente Manzambi. Contatto Hofler-Biendia, l’argentino chiede più del semplice fallo. Si va all’intervallo dopo 3 minuti di extra-time a dimostrazione di un match spigoloso: sono già state 17 le interruzioni di gioco.

SECONDO TEMPO

La ripresa inizia con un duro tackle di McGinn su Treu, Letexier si limita a decretare il fallo. Il risultato di 3-0 e la netta differenza di valori svelenisce la gara, non ci sono situazioni problematiche. Sul solito lancio a lunga gittata di Martinez, Watkins finisce a terra per contatto di Ginter, l’arbitro lascia correre. Cartellino per McGinn che ferma fallosamente una delle poche incursioni offensive del Friburgo. Molto acceso Scherhant, Letexier lo calma nelle battte finali. Bilancio finale in assoluta parità: 15 falli a testa

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Catanzaro in finale playoff di Serie B: rimonta (quasi) riuscita al Palermo, ma passano i calabresi! Sarà ultimo atto col Monza

Catanzaro è in finale playoff di Serie B: rimonta sfiorata dal Palermo, passano i calabresi! Sarà ultimo atto col Monza

Il quadro della post-season del campionato cadetto è finalmente completo. La finale playoff di Serie B vedrà scontrarsi Monza e Catanzaro, due formazioni pronte a darsi battaglia in un doppio confronto per conquistare l’ultimo e ambitissimo posto disponibile per la promozione in Serie A. Le due semifinali hanno regalato emozioni, capovolgimenti di fronte e tanta sofferenza, confermando l’incredibile fascino e l’imprevedibilità di questa fase della stagione sportiva.

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Il Catanzaro soffre al Barbera ma stacca il pass

L’accesso all’atto conclusivo non è stato una passeggiata per la formazione calabrese, che ha vissuto una serata di profonda apprensione allo stadio Renzo Barbera. Forte del netto e rassicurante 3-0 dell’andata, il Catanzaro ha infatti subito la veemente reazione agonistica del Palermo. Sospinti dal proprio pubblico, i rosanero hanno tentato una clamorosa rimonta, trovando la via della rete e riaprendo i giochi grazie alle marcature firmate da Pohjanpalo e Modesto.

Il passivo di due reti ha fatto letteralmente tremare i tifosi giallorossi, rischiando seriamente di rovinare l’ottimo percorso costruito nel primo atto dei play-off. Alla fine, però, nonostante la pressione costante dei padroni di casa nei minuti finali, la squadra di Aquilani è riuscita a stringere i denti e a serrare le fila in difesa, mantenendo il vitale gol di scarto nel computo totale (3-2 il risultato aggregato) ed esplodendo di gioia al triplice fischio.

Il Monza supera l’ostacolo Juve Stabia

Dall’altra parte del tabellone, ad attendere i calabresi ci sarà un avversario di altissimo livello: il Monza. I brianzoli hanno confermato le proprie ambizioni superando la tenace e sorprendente Juve Stabia nell’altra fondamentale semifinale. La formazione lombarda ha dimostrato solidità, organizzazione tattica e cinismo, spegnendo i sogni di gloria della compagine campana e prenotando l’accesso alla gara che vale un’intera annata agonistica.

Verso il sogno della massima serie

Ora i riflettori e l’attenzione dei media sportivi sono tutti puntati sul doppio scontro decisivo. Monza-Catanzaro si preannuncia come una finale incandescente e priva di un vero favorito. In palio non c’è solo un trofeo, ma il salto definitivo nel calcio dei grandi: la corsa verso l’olimpo della Serie A è giunta al suo ultimo, imperdibile capitolo.

Tensioni nel Milan: Ibrahimovic scavalca Allegri? Ora tocca a Cardinale – VIDEO di Alberto Petrosilli

Ibrahimovic e le tensioni al Milan: ora tocca a Cardinale prendere una decisione – VIDEO di Alberto Petrosilli

Le recenti indiscrezioni su Zlatan Ibrahimović rischiano di provocare un profondo terremoto all’interno del Milan. Secondo i rumors, lo storico ex attaccante avrebbe agito alle spalle dell’allenatore Massimiliano Allegri, comunicando ad alcuni giocatori la loro esclusione dal progetto per la prossima stagione. Una mossa che, in un momento cruciale per la qualificazione in Champions League, richiede l’intervento immediato del proprietario Gerry Cardinale.

Il confine tra leadership e ingerenza è superato

Se queste ricostruzioni venissero confermate, la problematica per la società di via Aldo Rossi non sarebbe più soltanto gestionale, ma diventerebbe prettamente strutturale. Un club che punta a tornare stabilmente ai vertici europei non può tollerare ambiguità o guerre di potere interne. L’ex fuoriclasse era stato originariamente inserito nei quadri dirigenziali per fungere da collante tra spogliatoio e vertici, portando una mentalità vincente. Tuttavia, delegittimare la guida tecnica scavalcandone l’autorità significa creare confusione, alimentare divisioni in un gruppo psicologicamente fragile e anteporre il proprio peso personale agli interessi della squadra lombarda.

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La necessità di una presa di posizione forte

A questo punto, la responsabilità delle decisioni ricade interamente sul numero uno del fondo RedBird Gerry Cardinale. Il patron statunitense è chiamato a dimostrare di aver appreso dagli errori del recente passato, evitando che le dinamiche del Diavolo restino ostaggio di personalismi o di mere intuizioni mediatiche. Il dirigente è stato un simbolo indiscusso della rinascita sul campo, ma questo status non lo rende automaticamente intoccabile dietro la scrivania. Lavorare per accrescere la propria influenza a discapito dell’unità aziendale va contro il bene supremo della compagine meneghina.

La stabilità come unico obiettivo per il futuro

Ciò di cui l’ambiente rossonero ha disperatamente bisogno oggi è una totale stabilità tecnica e dirigenziale. Il mister toscano, forte della sua indiscussa esperienza ed equilibrio, rappresenta il profilo ideale per garantire questa solidità. Se i vertici hanno scelto di affidargli il progetto sportivo, hanno il dovere di proteggerlo, non di sabotarlo dall’interno. Dopo anni di lotte intestine e repentini cambi di rotta, la proprietà deve prendere una decisione definitiva: rimettere la società al centro di tutto, anche a costo di allontanare figure ingombranti. Nessun nome può mai essere più grande del bene collettivo.

Addio al Cagliari: Leonardo Pavoletti saluta la Sardegna, il futuro tra dirigenza e Livorno – VIDEO di Elia Serra

Leonardo Pavoletti, addio al Cagliari: il futuro tra dirigenza e Livorno per l’attaccante che ha salutato la Sardegna

L’avventura di Leonardo Pavoletti in Sardegna è giunta ufficialmente ai titoli di coda. L’attaccante ha salutato il pubblico durante la sfida contro il Torino disputata alla Unipol Domus. Il bomber ha chiuso una bellissima parentesi durata ben nove stagioni, vestendo i colori rossoblù con estremo orgoglio e senso di appartenenza. Il giocatore ha reso omaggio a una piazza che lo ha profondamente amato, ricevendo un tributo storico da parte di tutto lo stadio. Si chiude così l’era di uno dei protagonisti assoluti del calcio isolano, capace di lasciare un segno indelebile nel cuore dei tifosi presenti per l’ultimo, commosso applauso.

I momenti indimenticabili di “Pavoloso” con il Cagliari

La storia d’amore tra il centravanti e il club è stata ricca di pagine importanti, vissute sempre intensamente sul campo. “Pavoloso” ha affrontato a testa alta anche i momenti calcistici più complicati, tra gravi infortuni e dolorose retrocessioni in Serie B, ma ha saputo rialzarsi sempre con enorme tenacia. Non ha mai fatto mancare il proprio contributo fondamentale, dimostrando un attaccamento viscerale alla maglia rossoblù.

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Dalle vittorie esaltanti alle sofferenze nei periodi bui, il capitano è stato un vero e proprio faro per lo spogliatoio. La sua straordinaria dedizione ha incarnato perfettamente lo spirito battagliero della formazione sarda, rendendolo un simbolo indiscusso di resilienza sportiva.

Le strade per il futuro: scrivania o ritorno a casa?

Ora si aprono due strade davvero affascinanti per il futuro di Leonardo Pavoletti. La prima opzione prevede la permanenza sull’isola con un ruolo di primo piano all’interno della dirigenza del Cagliari, una soluzione manageriale molto gradita all’intera tifoseria. Questa scelta permetterebbe alla società di non disperdere l’immenso patrimonio umano e di leadership costruito nel tempo.

La seconda via porta invece a un romantico ritorno al Livorno per disputare un’ultima stagione agonistica con la squadra della sua città natale. La decisione finale del giocatore dipenderà molto dalla tenuta fisica delle sue ginocchia, oltre a ciò che gli suggeriranno la testa e il cuore. Pavoletti valuterà attentamente ogni singolo aspetto di questa delicata transizione e firmerà un contratto da calciatore solo se supportato da motivazioni fortissime per chiudere in bellezza la propria avventura calcistica.

Mikel Arteta e l’Arsenal pronti al rinnovo: così ha cambiato la storia recente dei Gunners. Perché è l’uomo perfetto per il futuro

Mikel Arteta è pronto a rinnovare il suo contratto con l’Arsenal: perché è l’allenatore perfetto per il futuro dei Gunners

Il trionfo assoluto in campionato ha sancito il definitivo ritorno dei Gunners nell’Olimpo del calcio inglese. Dopo la straordinaria conquista del titolo, il tecnico spagnolo Mikel Arteta è pronto a firmare un nuovo contratto a lungo termine. La dirigenza londinese è pronta a blindare il proprio condottiero, assicurando continuità e stabilità a un progetto sportivo che ha finalmente riportato i massimi traguardi sperati da tutti i tifosi dell’Emirates Stadium.

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I dettagli dell’accordo societario e le tempistiche

La volontà di proseguire il cammino insieme non è mai stata in reale discussione. Infatti, si tratta di una decisione presa a febbraio, maturata con largo anticipo rispetto al finale incandescente della stagione. Alla base di questa intesa totale c’è un nuovo contratto con conseguente aumento di stipendio, un giusto e meritato riconoscimento economico per il lavoro straordinario svolto. Dal canto suo, Arteta è felice di continuare la sua entusiasmante avventura a Londra, sentendosi il fulcro indiscusso del progetto tecnico.

Per quanto riguarda le firme e gli annunci ufficiali, ci saranno dei colloqui dopo la finale di Champions League contro il Psg. Le parti hanno concordato serenamente che non c’è nessuna fretta ma la direzione è chiara: il futuro della panchina dell’Arsenal sarà ancora saldo nelle mani del suo attuale allenatore. Lo riporta Fabrizio Romano.

Perché la permanenza in panchina di Arteta è fondamentale

Considerando che l’Arsenal ha appena vinto la Premier League e ora potrebbe salire sul tetto d’Europa, il consolidamento di questo rapporto rappresenta la mossa più strategica e cruciale che il club potesse fare per il proprio futuro. La permanenza in panchina di Arteta è assolutamente fondamentale perché il tecnico non si è limitato a conquistare un trofeo, ma ha ricostruito dalle fondamenta l’anima della squadra. Ha forgiato una precisa identità tattica proattiva, rivoluzionando la mentalità di un ambiente che da troppi anni faticava a imporsi contro le superpotenze come Manchester City e Liverpool.

Sotto la sua attenta guida, la società ha saputo valorizzare in modo esponenziale i giovani talenti, creando un gruppo profondamente coeso e affamato di vittorie. Perdere l’architetto principale di questa clamorosa rinascita proprio nel momento di massimo splendore significherebbe interrompere bruscamente un ciclo vincente appena sbocciato. Rinnovare a lungo termine il contratto del proprio allenatore significa quindi lanciare un messaggio inequivocabile a tutte le grandi rivali in Inghilterra e in Europa: il club nordlondinese è tornato per restare al vertice.

Da Pirlo a Messi, fino a Casemiro: 15 anni di stelle alla conquista della MLS

Casemiro approda all’Inter Miami: 15 anni di stelle in MLS, ecco il racconto dei giocatori sbarcati in America

L’imminente approdo di Casemiro all’Inter Miami, pronto a sbarcare in Florida a parametro zero dopo aver concluso la sua avventura al Manchester United, è solo l’ultimo entusiasmante capitolo di una lunga storia d’amore tra i fuoriclasse del calcio europeo e la Major League Soccer (MLS). Quella che fino a qualche decennio fa veniva etichettata dai critici come una dorata “pensione” per campioni sul viale del tramonto, negli ultimi 15 anni si è trasformata in uno dei palcoscenici sportivi e commerciali più attrattivi al mondo.

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I pionieri e l’era d’oro europea (2011-2019)

Se l’operazione David Beckham nel 2007 aveva piantato il seme, il vero e proprio esodo di stelle è iniziato nel decennio successivo. Tra il 2014 e il 2018, le franchigie americane hanno iniziato a fare sul serio:

  • Il blocco New York: Il New York City FC ha incantato i tifosi riunendo un trio da sogno formato da David Villa, Frank Lampard e dal nostro Andrea Pirlo.
  • Palloni d’Oro e leggende: Nello stesso periodo, Kaká ha illuminato Orlando City, mentre Steven Gerrard ha vestito la maglia dei Los Angeles Galaxy.
  • L’uragano Zlatan: Un capitolo a parte lo merita l’impatto devastante di Zlatan Ibrahimović ai LA Galaxy (2018-2019), condito da gol irreali e dichiarazioni a effetto, accompagnato nello stesso anno dallo sbarco di Wayne Rooney al DC United.

Da Chiellini alla “Rivoluzione Messi” (2020-2026)

Gli anni ’20 del duemila hanno segnato un ulteriore salto di qualità. Il LAFC ha costruito una mentalità vincente affidandosi all’esperienza di Giorgio Chiellini e Gareth Bale (campioni nel 2022), per poi accogliere recentemente anche fuoriclasse transalpini come Hugo Lloris e Olivier Giroud.

Tuttavia, lo spartiacque definitivo della lega ha una data precisa: l’estate del 2023. La firma di Lionel Messi con l’Inter Miami ha letteralmente cambiato l’ecosistema del calcio nordamericano. L’effetto domino generato dalla Pulce ha permesso alla dirigenza di David Beckham di ricostruire un “Dream Team” dal sapore catalano, affiancando all’argentino ex compagni storici come Sergio Busquets, Jordi Alba e, in un secondo momento, Luis Suárez e Rodrigo De Paul.

Oggi, nel 2026, l’innesto di un mediano di rottura pluridecorato come Casemiro completa un puzzle perfetto. Il brasiliano porta in dote una fisicità straripante e la mentalità di chi ha vinto cinque Champions League, confermando in maniera inequivocabile che la MLS è ormai una vetrina globale dove i campioni vogliono continuare a lottare per alzare trofei.

Malagò non ha dubbi sulla presidenza FIGC: «Sono un incosciente ottimista, altrimenti non mi sarei cacciato dentro questa avventura!»

Malagò ha parlato così della sua candidatura come presidente della FIGC. Queste le dichiarazioni

Il panorama del calcio italiano si infiamma con la candidatura ufficiale di Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC. Intervenuto in collegamento telefonico durante l’evento dell’European Golden Boy a Solomeo, ha spiegato nel dettaglio le motivazioni che lo hanno spinto a intraprendere questa nuova e complessa sfida dirigenziale per il futuro del pallone tricolore.

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L’endorsement dei club e l’urgenza delle riforme

Alla base della sua discesa in campo c’è il compatto sostegno ricevuto dai vertici societari: “E’ impressionante in quanti me lo stiano chiedendo… Lo fa chi mi vuole bene e soprattutto quelli del mondo del calcio. Io sono una persona che ha sempre apprezzato le sfide.” Un appoggio netto e trasversale che lo ha convinto a mettersi in gioco in prima persona: “Ho sentito il richiamo della foresta, chi mi conosce sa che ho sempre sostenuto questo ruolo di essere al servizio del calcio, della Federazione. Io ci ho messo sempre la faccia”.

Riguardo ai veti incrociati che storicamente bloccano la crescita del sistema, Malagò invoca un deciso cambio di passo: Ho l’auspicio e la presunzione di provare a convincere, dovessi essere eletto, le persone per fare qualcosa di più insieme. Questo non è avvenuto nel recente passato e se non si cambia non si esce dalla situazione di stallo”.

Sostenibilità economica e alleanza istituzionale

Un punto nevralgico del suo programma sportivo sarà il rigoroso risanamento finanziario dei club: I dati dicono che questo problema è strutturale. Sui ricavi vedremo se saremo capaci di fare di più e di meglio, mentre sull’ambito dei costi non posso impedire di fare certe scelte. Quello che è sicuro è che ci sono regole chiare e che non si deve continuare a perpetrare errori in fatto di sostenibilità”.

Sarà inoltre vitale dialogare in armonia con il legislatore e il governo su normative, investimenti e fiscalità: Deve essere un discorso collaborativo, c’è un percorso di opportunità, benefici, privilegi fiscali… Noi dobbiamo agire in questo senso”.

Il rilancio della Nazionale

Analizzando le evidenti difficoltà della Nazionale maggiore rispetto ai modelli vincenti di altri sport italiani, Malagò traccia la via per tornare competitivi puntando sulla forza del gruppo e sull’ottimizzazione delle risorse a disposizione. Sul potenziale di rinascita dell’intero movimento calcistico chiude infine con assoluta sicurezza: Io sono un incosciente ottimista, altrimenti non mi sarei cacciato dentro questa avventura. Io sono convinto che il calcio abbia dentro di sé queste possibilità”.

Simonelli ‘denuncia’: «Il calendario di Serie A è affollato ma non per colpa nostra»

Simonelli, presidente della Lega Serie A, ha parlato così del caos calendari e di tutto quello che è successo nell’ultima settimana. Le parole

La complessa gestione dei calendari calcistici nel calcio moderno continua a essere al centro di un acceso dibattito tra istituzioni e club. Sulla questione è intervenuto direttamente il presidente della Lega Serie A Ezio Simonelli, che ha analizzato le criticità emerse soprattutto in vista dei verdetti conclusivi del campionato e le polemiche nate attorno alla concomitanza di eventi nella Capitale.

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Il numero uno ha voluto fare chiarezza sulle responsabilità della saturazione delle date: “Il calendario è affollato ma non per colpa nostra. La Serie A è da venti anni a venti squadre: sono cresciute il numero di partite delle altre competizione che sono molto impegnative per i club. Fare il calendario è un’impresa ardua”.

Il retroscena sul rinvio del Derby di Roma

Ospite alla giornata di inaugurazione del Golden Boy 2026 a Solomeo, il vertice della Lega si è concentrato specificamente sui problemi organizzativi legati a Roma-Lazio, disputato in contemporanea con le fasi finali degli Internazionali BNL di tennis al Foro Italico.

Simonelli ha spiegato nel dettaglio lo scenario e le opzioni che erano state messe sul tavolo per preservare la sicurezza dei tifosi e degli appassionati della racchetta: Il caos per il derby? Non abbiamo le fette di prosciutto davanti agli occhi. L’idea principale era giocare il derby alle 20:45. Noi sapevamo che due ore e quarantacinque per fare defluire il pubblico erano più che sufficienti. Inizialmente l’idea era fare giocare la sera ma sapevamo che non si poteva per motivi di ordine pubblico. L’alternativa era il sabato se una delle due romane non fosse arrivata in finale. Sì è fatta tanta confusione per una cosa che poteva essere gestita in modo molto più soft”.

La gestione della volata Champions League

Il presidente ha poi concluso il suo intervento rivelando i dettagli delle fitte trattative intercorse con le altre società coinvolte nella serratissima corsa verso un piazzamento nella prossima Champions League, dove la contemporaneità dei campi ha richiesto uno sforzo diplomatico notevole per la rimodulazione degli orari televisivi: Abbiamo chiesto un piccolo sacrificio alle squadre di mezz’ora e devo dire che le cose sono andate molto bene. Se ci avessero ascoltato fin da subito forse tutto questo non sarebbe successo”.

«Qualsiasi sia il destino, grazie Palladino», lo striscione dei tifosi a Zingonia per il tecnico dell’Atalanta. Ma il futuro…

«Qualsiasi sia il destino, grazie Palladino», lo striscione dei tifosi della Dea fuori da Zingonia per l’allenatore dell’Atalanta

All’esterno del Centro Sportivo Bortolotti di Zingonia è comparso questa mattina uno striscione dedicato a Raffaele Palladino, protagonista della risalita dell’Atalanta nella seconda parte di stagione dopo il difficile avvio con Ivan Juric. “Qualsiasi sia il destino, grazie Palladino”, recita il messaggio scritto in azzurro su un grande lenzuolo bianco affisso lungo la recinzione principale: un gesto semplice ma significativo, che testimonia l’affetto e la riconoscenza della piazza.

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Da quando è subentrato l’11 novembre, Palladino ha trasformato il volto della squadra, portandola dal tredicesimo posto fino al settimo e conquistando la qualificazione alla prossima Conference League. Un rendimento che ha riacceso entusiasmo e fiducia attorno al progetto tecnico nerazzurro, restituendo identità e competitività a un gruppo che sembrava smarrito.

Nonostante un contratto valido fino al 2027, il futuro del tecnico resta incerto. L’arrivo probabile di Cristiano Giuntoli come nuovo direttore sportivo e il forte interesse per Maurizio Sarri rendono la permanenza di Palladino tutt’altro che scontata. A fine stagione è previsto un confronto con la società per valutare la prosecuzione del rapporto. Intanto, i tifosi hanno già espresso la loro posizione: lo striscione è un chiaro attestato di stima e gratitudine verso l’allenatore che ha rilanciato l’Atalanta.

Locatelli: «Juve? Non è un posto dove tu vieni e vivacchi. Devi dare tutto quello che hai. Questi sono gli standard per stare alla Juventus»

Locatelli: «Juve? Non puoi vivacchiare qua. Non c’è il tempo di allenarti una volta bene, una volta male, un anno e vai via»

Il capitano della Juventus, Manuel Locatelli, si è raccontato in un’intervista al canale YouTube della Lega Serie A, parlando di vino, territorio e del suo legame con la Juventus. Un dialogo personale, in cui il centrocampista ha ripercorso passioni, radici e quotidianità fuori dal campo.

Locatelli si è soffermato soprattutto su ciò che significa indossare la maglia bianconera, un peso che definisce “speciale” e che vive con profondo senso di responsabilità. Ancora più forte, ha spiegato, è l’emozione di portare al braccio la fascia da capitano, simbolo di appartenenza e leadership.

Un racconto sincero e diretto, in cui il numero 5 ha condiviso sensazioni, valori e identità, mostrando il lato più umano del suo rapporto con la Juventus. Ecco le sue dichiarazioni.

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SULLA CARRIERA – «Gioco a calcio da quando ho 3 anni e giocavo all’oratorio. È parte del mio cuore e della mia vita. Ho iniziato al Pescate dove mi allenava mio padre e giocavo con mio fratello, poi sono andato all’Atalanta. Dopo sono andato al Milan dagli 11 anni fino ai 19, dopo sono diventato grande e sono andato al Sassuolo per 3 anni e poi alla Juve»

SULLA JUVENTUS – «Non è un posto dove tu vieni e vivacchi. Non puoi vivacchiare qua. Non c’è il tempo di allenarti una volta bene, una volta male, un anno e vai via. Devi dare tutto quello che hai. Il top di quello che c’è è quello che ti richiede questa maglia. Questi sono gli standard per stare alla Juventus»

SULLA FASCIA DA CAPITANO – «Qui ci sono tutti i capitani della Juventus. È un mio sogno, un giorno, essere qui. Ho avuto la fortuna di conoscerne tantissimi. Tanti sono miei amici. Chiellini e Bonucci sono venuti al mio matrimonio. Buffon l’ho conosciuto bene in Nazionale. Del Piero è l’idolo di tutti e abbiamo un bel rapporto. Essere il capitano è qualcosa di unico. Anche parlarne mi emoziona»

SUL FUTURO – «Quando smetterò di giocare, in un futuro lontanissimo mi auguro, spero che la gente dica: “Guarda, Manuel ha sempre dato il cuore per questa maglia”. Questa è una cosa che mi piacerebbe venga riconosciuta. È un sogno che ho»

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Napoli, il punto sul nuovo allenatore: Sarri priorità, Allegri opzione. Italiano osservato speciale

Napoli, la corsa alla panchina si accende: contatti continui con Sarri, Allegri monitorato. Italiano resta sullo sfondo

In casa Napoli si lavora già al futuro. Il club azzurro sta definendo le strategie per il dopo‑Conte, con la separazione consensuale ormai vicina. Tra i profili valutati, quello di Maurizio Sarri è il più approfondito: i contatti sono costanti e il suo nome resta in cima alla lista delle preferenze della società.

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Sarri, però, non è l’unica opzione. Il Napoli sta monitorando anche la situazione di Massimiliano Allegri, attualmente alla guida del Milan. Il tecnico ha già collaborato con il ds Manna e, la scorsa estate, era pronto a firmare con gli azzurri qualora Conte avesse lasciato. Una pista che resta aperta, in attesa di capire le intenzioni del Milan e dello stesso allenatore.

Parallelamente, su Sarri continua il forte pressing dell’Atalanta, che potrebbe affidargli il nuovo ciclo tecnico in caso di addio di Tony D’Amico e arrivo di Cristiano Giuntoli. Lunedì il tecnico incontrerà la Lazio per chiarire il proprio futuro. Sullo sfondo resta Vincenzo Italiano: potrebbe diventare l’opzione della Dea se Sarri declinasse, mentre per il Napoli rappresenterebbe un’alternativa qualora Sarri scegliesse Bergamo e Allegri decidesse di restare al Milan.

Nuova era per le qualificazioni: la UEFA annuncia il cambio di format per Europei e Mondiali

Europei e Mondiali, adesso cambia tutto: la UEFA presenta il nuovo format delle qualificazioni. Ecco cosa puoò cambiare

La UEFA ha annunciato importanti novità che riguarderanno la Nations League e i format di qualificazione a Mondiali ed Europei. A partire dalla stagione 2028/29, la Nations League passerà dalle attuali quattro leghe a tre, ciascuna composta da 18 Nazionali suddivise in tre gruppi da sei squadre. Ogni selezione disputerà sei partite contro cinque avversarie della propria fascia. In totale parteciperanno 55 Nazionali: la Lega C, composta da sette squadre, inizierà la competizione con una finestra anticipata.

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Le novità riguardano anche le qualificazioni ai grandi tornei internazionali, che verranno strutturate su più livelli. La Lega 1 includerà tre gruppi da dodici squadre, sorteggiate da tre fasce da 12 provenienti dalle Leghe A e B della Nations League. La Lega 2, invece, comprenderà le restanti 18 o 19 Nazionali e seguirà un format simile alla Lega C della Nations League, con tre gruppi da sei (o sette) squadre. Per la Lega 1, ogni squadra giocherà sei partite di andata e ritorno contro due avversarie del proprio gruppo, in un sistema ispirato alle competizioni UEFA per club.

Sul fronte qualificazioni, la UEFA ha chiarito che le squadre meglio piazzate accederanno direttamente alla fase finale, mentre i posti rimanenti saranno assegnati tramite playoff, garantendo pari opportunità anche alle Nazionali della Lega 2. Inoltre, i Paesi ospitanti — pur già qualificati — parteciperanno comunque alle qualificazioni europee per determinare la loro posizione nella successiva Nations League. Il nuovo format sarà perfezionato e sottoposto all’approvazione finale del Comitato Esecutivo nella riunione di settembre.

Como, caso Nico Paz: stop al ginocchio e allenamento a parte, la Cremonese è un’incognita

Nico Paz fuori col Parma e ancora a parte in allenamento: rischio forfait altissimo anche con la Cremonese. Le ultimissime

Il Como si avvicina all’ultima e decisiva sfida di campionato contro la Cremonese con un grande punto interrogativo: le condizioni di Nico Paz. Come riportato da Sky Sport, il talento argentino si è allenato ancora a parte e la sua presenza allo Zini — dove la squadra di Fàbregas può addirittura conquistare la qualificazione alla Champions League — resta in forte dubbio.

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Il numero 10 aveva già saltato la precedente gara contro il Parma, vinta 1‑0 dai biancoblù, a causa di un problema al ginocchio. La sensazione è che, se non dovesse essere al 100%, lo staff non correrà rischi: la posta in palio è altissima, ma la priorità resta la salute del giocatore, reduce da una stagione di grande impatto.

Il Como è inoltre in costante contatto con la Federazione argentina, che segue con attenzione l’evoluzione del suo stato fisico in vista dei prossimi Mondiali. Una gestione condivisa e prudente, mentre il club lombardo si prepara alla partita più importante della sua stagione.

Sporting Doumbia, trattativa agli ultimi passaggi: intesa economica con il Venezia

Sporting, affare Issa Doumbia adesso è in chiusura: arriva dal Venezia per 20 milioni più tre di bonus e altri tre di bonus

Lo Sporting è sempre più vicino a chiudere l’operazione per Issa Doumbia, con un accordo ormai definito sulla base di 20 milioni di euro più 3 milioni di bonus garantiti, oltre ad altri 3 milioni legati a obiettivi più complessi e una percentuale sulla futura rivendita. Nei giorni scorsi i due club si sono incontrati e il club portoghese ha accelerato per anticipare la concorrenza di diverse società europee interessate al centrocampista. Lo riporta Di Marzio.

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L’affare rappresenta un vero capolavoro del direttore sportivo del Venezia, Filippo Antonelli. Il club lagunare aveva infatti acquistato Doumbia nell’estate 2024 per appena un milione di euro più bonus legati alla promozione in Serie A. Ora, a distanza di una stagione, sta per chiudere una cessione da oltre 20 milioni, valorizzando uno dei giocatori simbolo dell’annata culminata con il primo posto e il ritorno immediato in massima serie.

Doumbia è stato infatti uno dei punti fermi della squadra di Stroppa: 10 gol e 8 assist in 38 partite lo hanno reso un riferimento assoluto in mezzo al campo. Numeri e prestazioni che hanno attirato l’attenzione dello Sporting e che ora stanno per trasformarsi in una delle operazioni più redditizie della storia recente del Venezia.

La fine dell’ossessione: l’Arsenal piega il City e si riprende la Premier 22 anni dopo

Dal mercato perfetto alla supremazia nei derby, fino al trionfo mentale sulla corazzata di Guardiola: le tre chiavi del capolavoro Arsenal

La notte di Londra si è finalmente colorata di biancorosso. L’Arsenal è campione d’Inghilterra 2025-26, interrompendo un digiuno diventato un’ossessione, durato ben 22 anni dai tempi degli “Invincibili” di Arsène Wenger nel 2004. Mikel Arteta è riuscito nell’impresa in cui molti avevano fallito: piegare la resistenza del Manchester City di Pep Guardiola in una logorante corsa a due.

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Ma come si è arrivati a questo storico trionfo, culminato con la festa alla 37esima giornata? Ecco le tre ragioni e i momenti decisivi che hanno riportato il titolo all’Emirates Stadium.

1. Un mercato impattante e la forza del collettivo (con un tocco di predestinazione)

Nelle stagioni passate, l’Arsenal si era spesso sciolto in primavera per mancanza di profondità. Questa volta, il mercato ha consegnato ad Arteta pedine che hanno svoltato l’annata. Viktor Gyökeres è stato l’attaccante implacabile che mancava: sue le reti decisive per abbattere i muri avversari, con doppiette fondamentali nel 4-0 al Leeds e nel 3-0 al Fulham. Eberechi Eze ha aggiunto imprevedibilità e gol pesanti (suo il gioiello balistico nell’1-0 al Newcastle e la doppietta nel 4-1 al Tottenham), mentre Mikel Merino si è rivelato un jolly assoluto, capace di agire persino da centravanti. Ma il capolavoro di Arteta è stato anche saper pescare dal vivaio nei momenti di estasi: il gol del clamoroso 2-0 all’Everton segnato da Max Dowman, appena sedicenne, rimarrà l’emblema romantico di una squadra in cui gioventù ed esperienza (guidata da un sontuoso Odegaard e da innesti come Zubimendi) si sono fuse alla perfezione.

2. Il dominio nei derby di Londra e l’arte delle palle inattive

Per vincere la Premier League serve imporsi nei match che pesano sull’orgoglio, e l’Arsenal quest’anno è stato il padrone assoluto della capitale. Il clamoroso 4-1 inflitto al Tottenham a domicilio alla 27esima giornata ha mandato un messaggio chiaro a tutta l’Inghilterra. Eppure, la vera maturità si è vista la settimana successiva, nel 2-1 contro il Chelsea. In una gara sporca e tesa, i Gunners hanno vinto grazie alla loro arma letale: i calci d’angolo. Le incornate di Saliba e Timber hanno ribadito come l’Arsenal di quest’anno sia stato spietato sui calci piazzati. Aver unito la miglior difesa del campionato (26 reti incassate a fronte dei 33 del City) e questa cinica capacità di sfruttare i calci da fermo ha garantito punti vitali quando il gioco palla a terra faticava a decollare.

3. La resilienza mentale nel duello rusticano col Manchester City

Il terzo, e forse più importante, fattore è stato psicologico. Alla 33esima giornata, il Manchester City ha vinto lo scontro diretto per 2-1 (reti di Cherki, Havertz e Haaland). In passato, una sconfitta del genere avrebbe innescato il tracollo psicologico dei londinesi. Quest’anno, invece, l’Arsenal ha incassato il colpo ed è ripartito. I Gunners hanno saputo vincere partite di “corto muso” difficilissime (l’1-0 al West Ham firmato Trossard, per poi essere salvati nel finale dal VAR), mantenendo il City a distanza. Dal canto suo, la squadra di Guardiola, distratta dai successi in Carabao Cup e FA Cup e colpita dal grave infortunio di Rodri proprio nello scontro diretto, ha finito per logorarsi. Il destino ha presentato il conto alla 37esima giornata: mentre l’Arsenal faceva il suo dovere, il City si è schiantato contro il Bournemouth. Il gol all’ultimo respiro di Haaland (1-1) non è bastato: il passo falso dei Citizens ha fatto scattare la matematica.

Nessun crollo primaverile, nessuna “paura di vincere”. L’Arsenal 2025-26 ha saputo soffrire, colpire e resistere. Dopo 22 anni, la Premier League ha un nuovo, vecchio padrone.

Mondiali 2026 negli USA: l’ombra dell’ICE spaventa i tifosi immigrati


A un mese dal fischio d’inizio dei Mondiali, la paura dei controlli e delle espulsioni frena la partecipazione delle comunità straniere

A un mese dal via della Coppa del Mondo 2026, co-organizzata dagli Stati Uniti insieme a Canada e Messico, il clima di festa globale rischia di essere offuscato per migliaia di tifosi. Molti immigrati residenti negli USA, infatti, stanno esitando ad acquistare i biglietti e ad assistere alle partite per il timore concreto di incappare in controlli da parte dell’ICE (l’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione).

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Il dilemma dei tifosi: passione o sicurezza?

Il calcio è un collante globale, ma per molti oggi rappresenta un rischio. Émile, un autista haitiano residente in Ohio, riassume perfettamente questo paradosso: «Cantare l’inno del mio Paese davanti al mondo intero è un sogno storico. Ma allo stesso tempo ci penso due volte. Il mio avvocato mi ha sconsigliato persino di prendere l’aereo per evitare di essere fermato in aeroporto».

Le operazioni dell’ICE, braccio operativo delle politiche migratorie dell’amministrazione Trump, hanno generato un profondo senso di insicurezza. Monica Sarmiento, direttrice della Virginia Coalition for Immigrant Rights, sottolinea un dato statistico allarmante: «Il 70% delle persone arrestate o espulse non ha alcun precedente penale. Molti vivono e pagano le tasse qui da decenni. Abbiamo assistito a operazioni aggressive non solo verso i privi di documenti, ma anche contro chi beneficia di uno status protetto».

Comunità a rischio e l’allarme delle ONG

La geografia del torneo vede ben 78 partite su 104 disputarsi negli Stati Uniti, toccando metropoli come Miami, Los Angeles, Dallas e New York. Aree in cui si concentra la maggior parte della popolazione ispanica (il 20% dei residenti USA nel 2024) e della comunità haitiana (circa 850.000 persone). Per quest’ultima, il rischio è aggravato dalla volontà federale di porre fine allo status di protezione temporanea (TPS).

La preoccupazione è tale che oltre 120 associazioni, tra cui l’influente ACLU, hanno diramato un “consiglio ai viaggiatori”, avvertendo i tifosi del rischio di arresti, profilazione razziale e violazioni dei diritti civili nei pressi degli stadi e delle fan zone.

La replica delle istituzioni

Di fronte alle crescenti polemiche, il Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) ha provato a gettare acqua sul fuoco, assicurando che i visitatori internazionali entrati legalmente «non hanno nulla di cui preoccuparsi» e che le operazioni mirano solo a chi si trova in situazione irregolare. Anche la FIFA è intervenuta, ribadendo il proprio impegno per la tutela dei diritti umani riconosciuti a livello internazionale. Tuttavia, per molti immigrati, il biglietto per lo stadio rimane una scommessa troppo alta da giocare.

Il nuovo portiere dell’Inter arriva dalla Serie A: 50 milioni sul tavolo

Cinquanta milioni messi insieme per due giocatori non sono un dettaglio da agenda estiva, soprattutto quando una delle due caselle riguarda la porta.

L’Inter starebbe lavorando con una logica abbastanza precisa: non aspettare che un problema diventi urgente, ma provare a muoversi prima, anche se questo significa investire cifre pesanti.

Da fuori la situazione può sembrare strana. I nerazzurri hanno costruito negli anni una squadra che ha mantenuto una struttura abbastanza riconoscibile, ma il mercato spesso ragiona con tempi diversi da quelli del campo. Le società cercano di capire cosa succederà tra uno o due anni, non soltanto domenica prossima.

E allora può capitare che una squadra già competitiva cominci a osservare con attenzione profili che arrivano dallo stesso campionato italiano, giocatori già abituati a ritmi, pressioni e caratteristiche della Serie A.

L’idea, secondo le indiscrezioni delle ultime ore, non sarebbe quella di intervenire su un solo ruolo.

Il nome che starebbe emergendo per la porta sarebbe quello di Maduka Okoye, estremo difensore dell’Udinese.

Il piano dell’Inter per il nuovo portiere

Secondo quanto riportato da Own Goal Nigeria, Okoye sarebbe entrato tra i profili seguiti dall’Inter in vista del futuro. Il portiere dell’Udinese, tedesco naturalizzato nigeriano, avrebbe attirato attenzione per prestazioni che nell’ultima stagione lo hanno portato a crescere parecchio sul piano della continuità.

L’Udinese lo valuterebbe intorno ai 25-30 milioni di euro, cifra importante per un portiere, ma che racconta anche una tendenza abbastanza chiara del mercato moderno: investire prima che i prezzi diventino ancora più alti.

Un aspetto che piace molto ai grandi club riguarda è proprio la capacità di leggere situazioni complicate e mantenere continuità nel corso della stagione. Per i portieri, spesso, è lì che si misura davvero la crescita.

Solet resta una pista aperta

L’altra parte dell’operazione riguarderebbe Oumar Solet, difensore che gravita attorno ai radar interisti da tempo.

Da mesi viene accostato a club importanti per caratteristiche che piacciono parecchio: struttura fisica, velocità e capacità di giocare anche con campo aperto.

Anche nel suo caso la valutazione oscillerebbe attorno ai 25-30 milioni, motivo per cui l’Inter starebbe cercando di costruire un’operazione complessiva vicina ai 50 milioni, provando a ottenere condizioni più favorevoli rispetto alle richieste iniziali.

Chiaramente, allo stato attuale non ci sarebbe niente di concluso, ma l’interesse resta e non è da sottovalutare.

Alla Juventus vincere non è più l’unica cosa che conta. Ma senza la Champions è l’occasione per ricostruire la sua vera identità

Juventus, dopo anni a inseguire la qualificazione la mancata Champions può diventare l’opportunità per ridare senso e strategia al club

Per anni la Juventus ha vissuto sotto un unico imperativo: vincere, o negli ultimi anni soprattutto almeno assicurarsi la qualificazione in Champions. Quel mantra ha plasmato scelte, investimenti e pazienze. Oggi, però, la realtà è diversa. La stagione 2025/2026 ha messo in luce qualcosa che molti tifosi avvertono da tempo: la vittoria non è più l’unico metro di giudizio, e forse non può più esserlo. Errori tattici, tecnici, mentalità e cambi di rotta continui hanno trasformato la squadra in un organismo che fatica a respirare.

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Cambiamenti che disorientano

La Juve ha attraversato un anno di rivoluzioni: nuovi volti, nuovi schemi, direttive che si sovrappongono. Ogni cambiamento porta con sé speranza, ma anche il rischio di perdere coerenza. Quando la bussola salta, la squadra smarrisce la propria identità. I giovani non trovano punti di riferimento, i veterani non hanno certezze, e il pubblico percepisce un progetto che cambia pelle troppo spesso. Il risultato è una squadra che sbaglia partite che, in passato, avrebbe saputo chiudere con autorità.

Le partite sbagliate che pesano

Non sono solo i punti persi: sono le modalità. Gare dominate e poi buttate via, scelte di formazione, errori individuali ripetuti. Queste sconfitte lasciano cicatrici più profonde di un semplice ko in classifica: erodono fiducia, incrinano il rapporto con la tifoseria e rendono ogni decisione futura più difficile. La Juve non è più soltanto una macchina da risultati: è una comunità che chiede senso e progetto.

La qualificazione non è più l’unico obiettivo

Se la Champions diventa un miraggio, non è necessariamente una condanna. Può essere l’occasione per ripensare e rinascere uan volta per tutte. La vera sfida è trasformare la frustrazione in progetto, mettere ordine nelle idee e costruire un percorso che non dipenda solo dal risultato immediato. Serve coraggio per ammettere gli errori, umiltà per ricostruire e pazienza per far crescere un nuovo ciclo.

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Un appello alla dirigenza e ai tifosi

La Juventus ha bisogno di chiarezza: un piano tecnico coerente, una linea di mercato che valorizzi i giovani (ancora meglio se italiani). I tifosi devono restare vicini, ma anche esigere responsabilità. Il club deve scegliere se inseguire ancora il riflesso del passato o investire in un’identità che duri.

Il calcio moderno non premia solo chi vince oggi, ma chi costruisce per domani. Per la Juve questo è un bivio: tornare a rincorrere il risultato a ogni costo o accettare che la vittoria sia il frutto di un progetto solido. Se saprà scegliere, la rinascita non sarà un colpo di fortuna, ma la conseguenza di una strategia ritrovata.

Ferreira Pinto a cuore aperto: «Dalle arance al biglietto per l’Italia. A Bergamo ho trovato la vita»


L’intervista all’ex Atalanta ancora in campo a 46 anni in Promozione: l’incontro con Castori e Delneri, l’amore per il calcio, in campo a 46 anni

Vi ricordate Adriano Ferreira Pinto? A 46 anni il brasiliano ex Atalanta gioca ancora in Promozione e a La Gazzetta dello Sport ha raccontato la sua vita.

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IL BELGIO «La mia avventura a Liegi durò appena 23 giorni. All’inizio sembrava tutto perfetto, poi l’interprete mi mollò e io andai in crisi. Non parlavo con nessuno, non capivo nulla, non mangiavo. In Belgio vedevo solo buio. Rescissi il contratto e tornai in Brasile, ma l’Uniao non mi volle più e restai senza squadra. Così tornai in campagna a raccogliere arance. Avevo già sofferto abbastanza: non ero disposto a barattare la mia felicità. E in mezzo alle arance guadagnavo poco, ma ero felice. Mamma Giulia, che adesso ha 65 anni, non condivise la scelta. Il calcio era tornato a essere un hobby, ma un giorno feci un provino a Paranà. Segnai sei gol. Al campo c’era Adriano Mezavilla, un giocatore che conosceva qualcuno in Italia. Gli consegnai un dvd con alcuni miei gol. Poco tempo dopo mi chiamò Carlo Colacioppo, direttore sportivo del Lanciano. Per venire in Italia vendetti la macchina: mi servivano i soldi per il biglietto aereo. Il provino durò una settimana e mezzo. Il club non era convinto, ma si fecero male due attaccanti, io ero svincolato e potevano prendermi subito. Così iniziai a stagione quasi conclusa giocando i playoff di C contro il Taranto. Era il 2002 e non ho più lasciato l’Italia».

A CHI DIRE GRAZIE «A Castori, che era mio allenatore a Lanciano e poi anche a Cesena e Varese. Mi cambiò ruolo trasformandomi da centravanti a esterno. All’inizio rosicai, perché mi piaceva segnare. Ma compresi in fretta che aveva ragione. Ho avuto un ottimo rapporto anche con Colantuono che mi ha guidato a Perugia e a Bergamo. Ma il tecnico che mi ha valorizzato di più è stato Delneri: mi insegnò a difendere, aiutandomi a svolgere bene le due fasi».

L’ATALANTA SQUADRA DELLA VITA «E Bergamo la città della vita. Sono stato benissimo qui, fin dal primo giorno. Con la maglia nerazzurra mi sono regalato la Serie A, cosa che avevo promesso a mia madre. Ho scommesso su me stesso, ho lavorato sodo pedalando forte e sono orgoglioso di quello che ho fatto. Sono sempre uscito con la maglia sudata e i tifosi mi hanno voluto bene anche per questo. E così ho deciso di restare a vivere a Bergamo: abbiamo grandissimi amici, siano innamorati della gente e della città».

IN CAMPO A 46 ANNI «Non volevo smettere, ma l’idea era quella di restare in zona. Ho conosciuto il direttore sportivo del Ponte San Pietro e mi è piaciuto il progetto. E’ una società splendida, i miei figli giocano lì. La mia forza è stata la capacità di resettare ciò che ero stato prima, protagonista in una Serie A piena di campioni, e vivere il calcio con amore e passione cercando di trasmettere qualcosa ai ragazzi che giocano con me e che magari arrivano al campo stanchi dopo il lavoro e non hanno tanta voglia. Io non salto un allenamento e credo che giocherò ancora un anno prima di cominciare ad allenare. Alla fine di ogni stagione faccio un test su un percorso di 5 km per capire come sto. Pochi giorni fa ho tenuto il ritmo di 3’54” a chilometro. Sono ancora in forma».

LA MOGLIE DICE CHE NON SA BALLARE LA SAMBA «Le dico sempre che non si può avere tutto: ha il marito brasiliano, ma non ballerino… Marianna è una presenza fondamentale. Aveva 17 anni quando mi seguì da Lanciano a Perugia: fu un periodo difficile che ci fece crescere. Ci siamo sempre aggrappati l’uno all’altra e abbiamo costruito insieme il nostro futuro. Adesso facciamo… gli autisti dei ragazzi che sono sempre in giro per partite e tornei vari. José ha 16 anni ed è un terzino mancino con grandi qualità tecniche. Thiago ha 12 anni ed è un esterno offensivo pazzerello come me. Ciò che conta è che si divertano».

Cristiano Bacci racconta la sua rinascita: «L’Estrela è salva. Io un duro? Mai alzato le mani. In Italia vorrei allenare due squadre…»


L’intervista al tecnico italiano dopo l’impresa in Portogallo: gli incroci con Mourinho e Farioli, l’amico ct Baldini e il sogno di allenare Fiorentina o Roma

Cristiano Bacci è riuscito a salvare l’Estrela Amadora, presa a 3 giornate dalla fine della Liga portoghese: sembrava impossibile, invece ce l’ha fatta all’ultimo secondo. Il racconto della grande emozione lo ha fatto al Corriere dello Sport.

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L’ESTRELA «È un club storico, c’era molta pressione. Un po’ come Vanoli alla Fiorentina».

AL TONDELA «Non ho mai messo le mani addosso al presidente, non mi permetterei mai. Abbiamo avuto un alterco acceso negli spogliatoi, ma mai fisico».

RESTERA ALL’ESTRELA «Era nel mio destino: il soprannome è “Tricolores” perché ha i colori della bandiera italiana. E mi hanno chiamato il 25 aprile… Non so ancora se resterò, vedremo con la società».

MOURINHO «Pensi che dovevo andare a fare il secondo di Mou al Fenerbahce, poi ho preferito restare primo allenatore e andare al Boa Vista. Quest’anno l’ho incontrato col Tondela e abbiamo pareggiato, ma non c’era rimasto male».

FARIOLI «Lui mi ha battuto 2-0 col Porto (ride, ndr). Ci scambiamo spesso dei messaggi, gli ho fatto i complimenti per la vittoria del campionato, ha fatto veramente un capolavoro ma me lo aspettavo. Ha trovato i giocatori giusti e la sua mentalità offensiva è sbocciata».

GLI ALLENATORI TOSCANI «Ne aggiungo un altro, un grande amico: Silvio Baldini, che è di Massa come me. Finalmente sta raccogliendo tutto ciò che merita. Non me lo aspettavo ct perché ha un carattere un po’ fumantino come il mio, ma sono sicuro che ci farà divertire e cose scontate non ne farà».

LO HA SENTITO «Non ancora, ci vediamo a casa d’estate. Gli dirò di continuare a essere se stesso sempre».

ERA IL SECONDO DI RAZVAN LUCESCU «Abbiamo un rapporto incredibile, ancora ricordo quando il papà Mircea – il maestro! – veniva a vedere i nostri allenamenti, un’ombra sugli spalti. Che emozione».

L’AL-HILAL «Il calcio saudita è in espansione, hanno un’organizzazione molto all’avanguardia ma è difficile adattarsi, me lo hanno detto anche Farris e Rocchini, gli assistenti di Inzaghi».

BIJOL «Un ragazzo fantastico. Sento ancora anche Lucca: purtroppo lui da fuori sembra egoista e questo non ti aiuta in uno spogliatoio top come quello del Napoli. Se riesce a sistemare questo dettaglio caratteriale, può consacrarsi».

TORNEREBBE IN A «Certo! Ma vorrei restare in un club per più di un anno, iniziare a costruire qualcosa».

LE PANCHINE DA SOGNO «Dico Fiorentina e Roma, le mie squadre del cuore».

Massimo Brambilla: «Chi ha ancora dubbi su progetti come il nostro è solo perché non ci conosce: la C è una palestra top»


L’allenatore traccia il bilancio della stagione della Juventus Next Gen: dallo sviluppo dei talenti in Serie C al sogno di un nuovo stadio a Torino

Massimo Brambilla ha fatto un’ottima stagione con la Juventus Next Gen, ha partecipato ai playoff e nell’interregno tra Igor Tudor e Luciano Spalletti ha traghettato la prima squadra a una vittoria in campionato sull’Udinese. Tuttosport lo ha intervistato.

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IL BILANCIO «Arriviamo da una stagione ottima. Non abbiamo mai perso di vista il nostro obiettivo primario e cioè la crescita dei ragazzi, che si è vista chiaramente nel corso del campionato -Il tutto senza venire meno ai risultati sportivi, dal momento che in Lega Pro se non stai costantemente sull’attenti rischi di finire invischiato in zone calde. Anche da quel punto di vista abbiamo condotto un campionato tranquillo, quindi siamo più che soddisfatti. Ma voglio ripeterlo: la crescita delle singole individualità della rosa è il nostro scopo principale. Poi penso anche che per far sì che questi ragazzi si strutturino e si abituino subito al mondo dei grandi gli va fatto capire in fretta pure che il risultato non deve essere messo in secondo piano».

LA NEXT «La Next esiste da diversi anni ormai e ha portato risultati eccellenti nello sviluppo sportivo dei singoli calciatori. Iniziano a essere tanti quelli che hanno avuto modo di esordire con la prima squadra o che comunque giocano oggi ad alto livello in altre realtà d’Europa. Lo scetticismo riguarda chi non conosce a fondo le nostre realtà. I risultati sono pratici, e non voglio fare la lista di giocatori che con noi sono riusciti a fare il salto. La crescita va accompagnata e noi che lavoriamo in questo contesto sappiamo quanto è importante dare ancora un anno o due a quei profili che non sono ancora pronti e strutturati per poter competere a livello fisico e soprattutto caratteriale nei campionati di prima fascia. Ma non c’è palestra migliore della Serie C. Semplice: anticipando il salto di questi ragazzi nel professionismo li mettiamo nelle condizioni di misurarsi con un livello di agonismo decisamente più complesso e probante della primavera. È nelle difficoltà che il talento si sviluppa e viene fuori. Le seconde squadre in questo senso li aiutano tantissimo».

LE CARATTERISTICHE DI LICINA «Ha un senso innato nell’uno contro uno e una tecnica assoluta. La cosa più importante è che è un ragazzo serio, ben mentalizzato: sa dove vuole arrivare e come farlo. Lo vedi da come lavora e da quando gli chiedi di dare una mano in fase difensiva. E credetemi, non è una qualità da poco: se vuoi arrivare a competere al top c’è da essere quanto più completi possibile. Ma ripeto: deve ancora mettere dentro un po’ di pezzi».

UN MINISTADIO PER LA NEXT «Non occupandomene, non so se si siano registrati sviluppi in questo senso. Quello che posso dire è che sentiamo la vicinanza dei tifosi: in questi anni diversi ragazzi sono saliti in prima squadra a stagione in corso, e questo ha attirato l’interesse del pubblico juventino. Poi è chiaro che il fatto di giocare lontani da Torino crea una serie di problemi logistici…».

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