Pagina 112 – Calcio News 24

Roma scatenata sul mercato, è sfida a Milan e Juve per Scamacca e Zirkzee, e spunta anche l’idea Ndoye!

Roma scatenata sul mercato, è sfida a Milan e Juve per Scamacca e Zirkzee, e spunta anche l’idea Ndoye! Il piano dei giallorossi

La Roma continua a lavorare sul mercato offensivo in vista della prossima stagione. Malen, arrivato a gennaio dall’Aston Villa, è già diventato a tutti gli effetti un giocatore di proprietà giallorossa, ma la società vuole aggiungere un altro centravanti alla rosa. Secondo quanto riportato da Tuttosport, uno dei nomi seguiti con maggiore attenzione è quello di Gianluca Scamacca, oggi sotto contratto con l’Atalanta fino al giugno 2027. Il club bergamasco lo aveva riportato in Italia nell’estate 2023, acquistandolo dal West Ham per 28 milioni di euro e superando la concorrenza dell’Inter, anche grazie a un ingaggio da 3,2 milioni netti a stagione.

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Roma, Scamacca conosce già l’ambiente giallorosso

Il profilo di Scamacca resta particolarmente interessante anche per il suo passato. L’attaccante è infatti cresciuto nel settore giovanile della Roma, prima del trasferimento al PSV Eindhoven nel gennaio 2015 per circa 270 mila euro, senza però riuscire a debuttare in prima squadra con i giallorossi. Con l’Atalanta, invece, ha raccolto finora 82 presenze, 33 gol, 11 assist e 10 cartellini gialli, numeri che confermano il suo peso offensivo e la sua capacità di incidere in area. Su di lui, però, ci sarebbe anche il Milan, alla ricerca di rinforzi per l’attacco.

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Roma, non solo Scamacca: tutte le piste offensive

L’alternativa principale per la Roma porta a Joshua Zirkzee, attaccante olandese seguito anche dal Milan, soprattutto come possibile contropartita tecnica in un’eventuale trattativa tra Manchester United e rossoneri per Rafa Leao. Il club milanese continua inoltre a monitorare Dusan Vlahovic, in scadenza con la Juventus, mentre i bianconeri potrebbero tornare proprio su Zirkzee qualora non si concretizzasse il ritorno di Kolo Muani. Per le corsie offensive, invece, la Roma segue Dan Ndoye del Nottingham Forest, oltre a Nusa del Lipsia, Summerville del West Ham, Greenwood del Marsiglia e Pepe del Porto.

Inzaghi, ci risiamo: vantaggio sperperato e scudetto sfumato all’ultimo! Le analogie tra Inter e Al Hilal

Inzaghi, ci risiamo: vantaggio sperperato e scudetto sfumato all’ultimo anche in Arabia Saudita! Le analogie tra la sua Inter e il suo Al Hilal

Niente da fare per Simone Inzaghi. L’allenatore italiano vede sfumare la Saudi Pro League all’ultima giornata, nonostante il successo per 1-0 del suo Al Hilal sul campo dell’Al Fayha. La vittoria non è bastata, perché l’Al Nassr di Cristiano Ronaldo ha travolto il Damac per 5-1, conquistando il decimo titolo della propria storia e chiudendo il campionato a quota 86 punti, due in più rispetto alla squadra di Inzaghi. Decisivo ancora una volta il campione portoghese, autore di una doppietta dopo le reti di Mané e Coman. Per l’Al Hilal, invece, non è bastato il gol di Mandash, con Ruben Neves che nella ripresa ha anche fallito un calcio di rigore.

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Inzaghi, il vantaggio perso dall’Al Hilal e il sorpasso dell’Al Nassr

Il bilancio resta beffardo per Inzaghi: 25 vittorie, 9 pareggi e 0 sconfitte non sono bastati per conquistare il campionato saudita. Dopo la vittoria della King’s Cup in finale contro l’Al Kholood, il tecnico italiano non è riuscito a completare il double. La delusione è ancora più forte considerando l’andamento della stagione: l’Al Hilal aveva avuto un vantaggio massimo di 7 punti sull’Al Nassr alla 17ª giornata, prima del calo coinciso con 5 pareggi in 7 partite. Un passaggio a vuoto che ha permesso alla squadra di Cristiano Ronaldo di rientrare, sorpassare e arrivare fino al trionfo finale. In sintesi, il +7 si è trasformato in un ribaltone pesante, con l’Al Nassr arrivato anche a +5 nella corsa conclusiva.

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Inzaghi, il precedente con l’Inter e lo scudetto perso nel 2022

Non è la prima volta che Inzaghi vive una dinamica simile. I tifosi dell’Inter ricordano bene la stagione 2021/22, quando i nerazzurri erano primi dopo la 23ª giornata con 53 punti, davanti a Milan e Napoli ferme a 49. Il vantaggio era di +4, ma con una gara in meno: vincendo il recupero contro il Bologna, l’Inter avrebbe potuto salire virtualmente a +7. Il derby del 5 febbraio 2022 cambiò tutto: vantaggio nerazzurro con Perisic, poi rimonta del Milan con la doppietta di Giroud. Da lì arrivarono il pareggio col Napoli, il calo tra febbraio e marzo e soprattutto il ko nel recupero di Bologna, segnato dall’errore di Radu. Alla fine il Milan vinse lo scudetto con 86 punti, l’Inter chiuse seconda a 84. Con l’Inter, dunque, Inzaghi non perse un +7 reale, ma un +4 con una partita in meno: un vantaggio potenziale da +7 e uno scudetto sfumato per 2 punti.

Sangue brasiliano, talento da Golden Boy e un cuore tutto azzurro: Papà Piá svela il fenomeno Inácio

L’ex attaccante Inácio Piá racconta l’exploit del figlio diciottenne al Borussia Dortmund: «È un mix tra Kaká e Rodrygo»

Samuele Inácio, attaccante del Borussia Dortmund, è uno dei quattro giovaniitaliani inseriti nella TOP 100 di Tuttosport che concorrerà all’ambito premio Golden Boy per il 2026. Il padre-agente João Batista Inácio “Piá”, ex calciatore dell’Atalanta, ha concesso al quotidiano torinese un’intervista.

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LA REAZIONE DI SAMUELE PER IL GOLDEN BOY «Felicissimo, ovviamente, grande gioia. Grande allegria. Un riconoscimento significativo. Ha apprezzato. Lui è un ragazzo rispettoso ma anche molto ambizioso. E punta già a migliorare il suo “ranking” sin dalla prossima tappa».

SAMUELE SOGNA IL DEBUTTO IN NAZIONALE «Sogna molto di più! Il suo sogno è conquistare il Mondiale con la maglia azzurra. Chissà fra 4 o 8 anni. Vive per questo. Lui purtroppo non ha mai visto giocare l’Italia in una fase finale di Coppa del Mondo. E siamo tutti molto tristi per questo».

SE LO CERCASSE ANCELOTTI «Lui si sente al 100% italiano. Italiano vero. E tra l’altro parla anche meglio l’inglese del portoghese… “Samu” pensa solo all’azzurro. Certo però che se col passare del tempo non venisse chiamato nella Nazionale maggiore, allora perché mai dire no ai “pentacampeões” del mondo?».

MIX «Per me è un “mix” fra Kaká e Rodrygo. E in più ha affinato doti particolari di acrobazia, elasticità ed esplosività nei movimenti perché per anni ha praticato la “break dance”, il suo hobby».

PRESSIONI «Lui sa come si fa a non sentirsi le pressioni addosso. Gliel’ho insegnato io, gliel’hanno insegnato a Bergamo, gliel’hanno inculcato in Germania. Ed è pronto a qualsiasi palcoscenico. Con coraggio, senza timore di sbagliare. Giocare di fronte agli 83.000 spettatori del Signal Iduna Park è soltanto uno stimolo per lui. Scende in campo carico e motivato per dare sempre il massimo. Chissà, magari non conosce nemmeno cosa significhi il termine ansia da prestazione…».

Vieira «Non è urlando che si convincono i giocatori. Tiferò Arsenal in Champions»

L’ex tecnico del Genoa, Vieira: «Milan e Roma da Champions. Occhio alla sorpresa-Como. Chivu e Fabregas: le loro qualità»

Patrick Vieira, ex allenatore del Genoa, ha rilasciato una lunga intervista a La Gazzetta dello Sport affrontando diversi temi dell’attualità calcistica.

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ARSENAL CAMPIONE «Quando abbiamo vinto, 22 anni fa, mai avrei pensato di aspettare tanto. E vi dico che Declan Rice mi somiglia: gioca per la squadra, non per sé».

LA FINALE DI CHAMPIONS LEAGUE «Credo che ci saranno gol, niente 1-0. Se il Psg giocherà aperto come contro il Bayern, rischierà. E io sono cambiato: tiferò Arsenal».

CHI ANDRA’ IN CHAMPIONS «Per Milan e Roma, avere 2 punti di vantaggio può essere ideale, ma non escludo la sorpresa-Como. Il derby di Torino invece per me può essere un ostacolo per la Juve».

CHIVU E FABREGAS «Chivu ha vinto perché è intelligente, lo si vedeva già da giocatore. Sembrava introverso ma aveva personalità. A Cesc l’ho sempre detto, scherzando: “Se sono andato via dall’Arsenal, è colpa tua”. A 17 anni, quando ha cominciato con noi, non aveva fisico ma compensava con la comprensione del gioco. Allora me ne sono andato: non potevo accettare di stare in panchina».

IL SUO CALCIO «Dalla mia squadra voglio che sia proattiva, aggressiva. Alleno un calcio verticale, ammiro il Liverpool di Klopp. E dico sempre la verità ai giocatori, come faceva Mourinho con noi».

MOU AL REAL «Sì, può essere l’uomo giusto, sa gestire i campioni. Io e lui non siamo sempre andati d’accordo ma col tempo ho capito che aveva ragione lui. Mi diceva quello che non volevo sentire. Vi racconto un episodio. Marzo 2009, Man United-Inter. Io rientro da un infortunio e Mourinho mi dice: “Mi servi titolare, giocherai 60 minuti”. Io dopo 4 minuti perdo la marcatura di Vidic, che fa gol, e all’intervallo vedo i cambi sulla lavagna: fuori io, dentro Muntari. Il giorno dopo sono andato nel suo ufficio, non aveva rispettato la promessa dei 60 minuti. E lui: “Non hai giocato bene, devo fare il bene della squadra”. Oggi, da allenatore, dico che aveva ragione».

PENTITO DI AVERE LASCIATO L’INTER «No, volevo fare il Mondiale 2010 con la Francia e con Mou giocavo poco. Al Mondiale non sono andato comunque ma dovevo provare, non me lo sarei perdonato».

RIMPIANTI «Uno solo. Non essere andato al Real Madrid. Mi ha cercato per quattro anni di fila, quando ero all’Arsenal. L’ultimo anno ho detto sì, c’erano tutti gli accordi ma ci ho ripensato. Amavo troppo l’Arsenal».

FLORENTINO PEREZ «Quando sono andato a Madrid da ambasciatore del Manchester City, mi ha portato una prima pagina di Marca sulla trattativa. Mi ha detto: “Sei stato l’unico giocatore che ha rifiutato il Real”».

I DUELLI «Ehi, Dacourt è un amico. Quella volta, lui mi ha fatto un’entrataccia e io ho finito per mettergli un piede in faccia».

FARE L’ALLENATORE «Voglio essere me stesso e controllare le emozioni. Non è urlando di più che convincerò gli altri».

CT MONDIALI: SOLO 2 NERI «Sì, e quanti dirigenti neri ci sono in Italia? Quanti giornalisti? C’è un problema e il punto è capire come risolverlo: dobbiamo avere preparazione e credibilità. Se ci fossero più allenatori neri solo per dare una quota a una minoranza, non sarebbe giusto».

LE SEMIFINALISTE DEL MONDIALE «La Francia, che è la più forte. Ho avuto Olise al Crystal Palace: è un futuro Pallone d’oro. La Spagna. Il Portogallo, che può vincere anche giocando male. E il Senegal: è la mia sorpresa».

Neymar diventa un caso: l’infortunio al polpaccio è più serio di quanto avesse comunicato il Santos! Il Mondiale è a rischio

Neymar diventa un caso: l’infortunio al polpaccio è più serio di quanto avesse comunicato il Santos al Brasile! Mondiale a rischio: il punto

Il ritorno di Neymar con il Brasile è già accompagnato da nuove preoccupazioni. Dopo oltre due anni di assenza dalla Seleção, il talento del Santos è stato convocato da Carlo Ancelotti per la Coppa del Mondo 2026, in programma tra Stati Uniti, Messico e Canada dall’11 giugno al 19 luglio. Per l’ex Barcellona e PSG potrebbe essere l’ultimo grande appuntamento internazionale di una carriera straordinaria, ma segnata da numerosi problemi fisici.

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Neymar Brasile, il problema al polpaccio preoccupa la Seleção

Secondo quanto riportato da ESPN, l’ultimo stop di Neymar sta già creando apprensione tra i tifosi brasiliani. Mercoledì il classe 1992 ha saltato la sfida di Copa Sudamericana tra Santos e San Lorenzo, terminata 2-2, a causa di un edema al polpaccio destro. L’infortunio sarà valutato dallo staff medico della Nazionale brasiliana a partire dal 27 maggio, data in cui si capirà meglio la reale entità del problema.

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Il Santos ha parlato di una situazione lieve, lasciando filtrare anche la possibilità di rivedere Neymar in campo già martedì prossimo contro il Deportivo Cuenca, sempre in Copa Sudamericana. Tuttavia, secondo fonti vicine al giocatore citate da ESPN, il quadro potrebbe essere più delicato di quanto comunicato dal club.

Neymar Brasile, corsa contro il tempo verso il debutto col Marocco

Al momento, la presenza di Neymar nelle due amichevoli di preparazione al Mondiale contro Panama ed Egitto, in programma il 31 maggio e il 5 giugno, sarebbe fortemente in dubbio. Una situazione che obbliga lo staff brasiliano alla massima prudenza, soprattutto considerando il lungo storico di infortuni del numero 10.

Il debutto mondiale del Brasile è fissato per il 14 giugno contro il Marocco. Da qui partirà una vera corsa contro il tempo: Ancelotti spera di avere Neymar almeno in condizioni sufficienti per dare qualità ed esperienza alla Seleção, ma ogni decisione sarà presa solo dopo nuovi controlli medici.

Bremer o Kalulu? Spalletti ha scelto chi sacrificare

Le grandi squadre quasi mai vendono chi vogliono davvero vendere. Spesso cedono chi permette di sistemare un bilancio, chi porta una cifra importante oppure chi, in un certo momento, genera più mercato degli altri.

Alla Juventus il tema starebbe diventando sempre più concreto, perché attorno alla difesa continuano a muoversi valutazioni che vanno oltre il semplice aspetto tecnico. Da una parte c’è la necessità di costruire una squadra competitiva, dall’altra quella di mantenere equilibrio economico, soprattutto in un’estate che potrebbe costringere il club a fare scelte meno comode di quanto sembrino.

Il punto è che quando due difensori finiscono nello stesso discorso, inevitabilmente qualcuno inizia a chiedersi chi resterebbe davvero al centro del progetto e chi invece potrebbe trasformarsi nella cessione pesante.

Il nome è arrivato nelle ultime ore attraverso un’indiscrezione rilanciata dal giornalista Alfredo Pedullà, che ha raccontato un retroscena destinato a far discutere parecchio.

Bremer o Kalulu: il sacrificato di Spalletti

Bremer valigia 22 maggio 2026 calcionews24

Pedullà ha spiegato: “Mi hanno raccontato che tra Bremer e Kalulu, se dipendesse da Spalletti, che ha grande stima di Bremer, il sacrificato potrebbe essere proprio il brasiliano”.

Una frase che a prima vista sembra quasi contraddittoria. Perché se un allenatore apprezza particolarmente un giocatore, la logica porterebbe a pensare al contrario. E, invece, il mercato spesso segue strade diverse.

La lettura possibile sarebbe abbastanza semplice: proprio perché Bremer continua ad avere una valutazione molto alta e mantiene appeal internazionale, potrebbe rappresentare il nome capace di generare una plusvalenza importante. Kalulu, invece, avrebbe costi differenti e una collocazione economica diversa dentro la rosa.

Dumfries svela: «Con la Roma abbiamo capito che potevamo diventare Campioni d’Italia, Chivu ci ha detto di non guardare gli altri»

L’esterno dell’Inter, Denzel Dumfries, svela alcuni retroscena su questa stagione conclusasi con la vittoria dello scudetto e della Coppa Italia

Denzel Dumfries, ai microfoni di B/R Football, è tornato sullo scudetto vinto dall’Inter e sul ruolo di Cristian Chivu. L’esterno olandese ha spiegato come il tecnico abbia chiesto alla squadra di pensare solo a sé stessa, partita dopo partita. Decisiva, secondo lui, la vittoria contro la Roma a San Siro.

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PAROLE – «Ogni partita siamo stati concentrati sul vincere quella partita e non quella avanti. Noi pensavamo solo alla partita da giocare e inoltre Chivu ci ha detto di non guardare gli altri ma di pensare solo a noi fino alla fine e questo ha fatto la differenza. La partita a San Siro con la Roma è stata quella in cui veramente abbiamo capito che potevamo diventare campioni d’Italia. È stato un bel momento, una vera prova di forza. La Serie A è conosciuta per essere un campionato molto tattico, sono tutti molto preparati. Amo la cultura italiana, amo l’Italia e Milano, amo la Serie A perché non è facile: non è il campionato più intenso ma c’è grande intensità mentale per i piccoli dettagli».

Furlani verso l’addio al Milan, futuro in bilico dopo il Cagliari: i suoi 4 migliori colpi di mercato

Furlani verso l’addio al Milan, futuro in bilico dopo il Cagliari: i suoi 4 migliori colpi di mercato messi a segno in questi anni da ad

La sfida contro il Cagliari potrebbe rappresentare un passaggio decisivo non solo per il campo, ma anche per il futuro societario del Milan. Secondo quanto riportato da Antonio Vitiello, oltre al verdetto sulla qualificazione alla prossima Champions League, in casa rossonera potrebbero arrivare novità importanti ai vertici del club. La posizione di Giorgio Furlani, amministratore delegato del Milan, sarebbe sempre più incerta e non viene esclusa nemmeno l’ipotesi di dimissioni volontarie. Uno scenario che aprirebbe una nuova fase nella gestione targata Gerry Cardinale.

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Furlani Milan, Calvelli al lavoro per il possibile nuovo ad

Nel frattempo, Massimo Calvelli avrebbe già iniziato a muoversi per individuare un eventuale nuovo amministratore delegato. Il casting sarebbe aperto sia a profili italiani sia stranieri, con diversi contatti avviati nelle ultime settimane. Fare chiarezza ai vertici viene considerato un passaggio fondamentale anche per il futuro di Massimiliano Allegri. Il tecnico livornese, seguito anche dal Napoli, starebbe dando ancora priorità al Milan, ma chiederebbe garanzie precise sul progetto tecnico e sulla stabilità societaria.

Furlani Milan, i migliori colpi della sua gestione

In attesa di capire quale sarà il futuro di Furlani, resta aperto anche il bilancio della sua gestione. I migliori colpi di mercato vanno comunque letti come operazioni condivise con l’area tecnica, prima con Geoffrey Moncada e poi con Igli Tare, e non come scelte esclusivamente personali dell’ad rossonero.

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Il colpo più riuscito resta probabilmente Christian Pulisic, arrivato dal Chelsea nell’estate 2023 per circa 20 milioni più 2 di bonus. L’esterno statunitense ha avuto un impatto immediato, diventando uno dei giocatori più continui e produttivi del Milan.

Molto positiva anche l’operazione Tijjani Reijnders, acquistato dall’AZ Alkmaar per circa 20 milioni più bonus. Il centrocampista olandese è cresciuto fino a diventare uno dei migliori interpreti della Serie A, chiudendo la stagione 2024/25 con 15 gol prima della cessione al Manchester City per circa 55 milioni.

Tra gli innesti da ricordare c’è anche Ruben Loftus-Cheek, utile per fisicità, inserimenti e peso in mezzo al campo, pur con qualche limite di continuità fisica. Infine, il nome più prestigioso: Luka Modric, arrivato a parametro zero dal Real Madrid, capace di portare esperienza, carisma e mentalità vincente nello spogliatoio rossonero.

Al Nassr campione d’Arabia, Cristiano Ronaldo vince il primo trofeo con il club saudita e scoppia in lacrime

Al Nassr campione d’Arabia, Cristiano Ronaldo vince il primo trofeo con il club saudita: doppietta e lacrime per il portoghese, Inzaghi secondo

L’Al Nassr è campione della Saudi Pro League. La squadra di Cristiano Ronaldo, che aveva conquistato il titolo per la prima volta dalla stagione 2018/19, si è ripetuta quest’anno chiudendo il campionato davanti all’Al Hilal di Simone Inzaghi. Decisiva la vittoria per 4-1 contro il Damac, risultato che ha consegnato matematicamente il trofeo al club di Riyad.

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Al Nassr campione, festa grande per Cristiano Ronaldo

Per Cristiano Ronaldo si tratta del primo titolo conquistato con la maglia dell’Al Nassr, un traguardo molto atteso dopo il suo arrivo in Arabia Saudita. Il successo contro il Damac ha permesso alla squadra di completare una stagione di grande continuità, riportando il club sul tetto del campionato saudita dopo diversi anni di attesa.

Al Nassr campione, Al Hilal secondo nonostante il successo

Nulla da fare per l’Al Hilal di Simone Inzaghi, che ha chiuso al secondo posto a due punti di distanza. La vittoria per 1-0 contro l’Al Fayha non è bastata per riaprire la corsa al titolo. Decisivo il calo avuto nel corso della stagione, con il vantaggio in classifica progressivamente dilapidato fino al sorpasso finale dell’Al Nassr.

Mondiali 2026, allarme Ebola per il Congo: la FIFA monitora l’emergenza

Mondiali 2026, allarme Ebola per il Congo: la FIFA monitora l’emergenza. Ritiro spostato in Belgio e nuova ipotesi ripescaggio: la situazione

Non c’è solo il quadro geopolitico internazionale a preoccupare l’organizzazione dei Mondiali 2026, in programma tra Stati Uniti, Messico e Canada. Secondo quanto riportato da Adnkronos, nelle ultime ore è emersa anche un’emergenza sanitaria legata alla Repubblica Democratica del Congo, nazionale qualificata alla competizione e inserita nel Gruppo K con Portogallo, Colombia e Uzbekistan. Il Paese africano sta affrontando una nuova epidemia di Ebola, situazione che ha già costretto la federazione congolese a modificare i propri programmi. Il ritiro previsto a Kinshasa è stato cancellato e riprogrammato in Belgio, anche perché tutti i convocati del ct Sébastien Desabre giocano all’estero e non hanno fatto rientro in patria.

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Mondiali 2026, oltre 500 casi sospetti nell’Ituri: le parole di Medici Senza Frontiere

La situazione resta delicata soprattutto nell’Ituri, dove, secondo Adnkronos, le autorità sanitarie hanno registrato oltre 500 casi sospetti. Il dato reale potrebbe però essere superiore. Florent Uzzeni, coordinatore delle emergenze di Medici Senza Frontiere nella zona, ha spiegato: «ce ne sono sicuramente molti di più». Poi ha aggiunto: «Le strutture di isolamento sono piene, per cui le persone non possono recarsi negli ospedali per ricevere cure. È troppo presto per stimare la portata di questa epidemia. La priorità, in questo momento, è proteggere la popolazione, gli operatori sanitari e i pazienti, che si tratti di casi di Ebola o che abbiano bisogno di cure per altre patologie». Al momento il viaggio dei 26 calciatori verso gli Stati Uniti non sarebbe considerato a rischio.

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Mondiali 2026, restrizioni e scenario ripescaggio: attenzione anche all’Italia

La FIFA starebbe monitorando con attenzione l’evolversi dell’emergenza. Gli Stati Uniti hanno introdotto restrizioni temporanee per chi ha soggiornato nelle aree a rischio, mentre il Messico ha emesso un’allerta epidemiologica in vista della gara di Zapopan tra Congo e Colombia. Secondo la ricostruzione, sarebbe stata prevista una quarantena di 21 giorni per i calciatori africani e il divieto d’ingresso per i tifosi. Se la crisi dovesse peggiorare, potrebbero aprirsi scenari legati a un possibile ripescaggio, con attenzione anche alla posizione della Nazionale italiana.

La Germania convoca il 2008 Karl ai Mondiali: e in Italia i 2006 sono ancora in Primavera…Il grande paradosso del calcio italiano

Karl andrà ai Mondiali con la Germania: il confronto tra quanto successo al classe 2008 e il paradosso del calcio italiano

La Germania ha ufficializzato la lista dei convocati per i Mondiali negli Stati Uniti, e un nome su tutti cattura l’attenzione internazionale: Lennart Karl, fantasista mancino del Bayern Monaco classe 2008. Nonostante la giovanissima età, il talento tedesco si è imposto in Bundesliga, chiudendo la stagione con 5 gol e 5 assist in 26 presenze, a cui si aggiungono 4 reti e 2 assist in 8 apparizioni in Champions League. Numeri da assoluto predestinato, raggiunti pur avendo saltato un mese di gare per infortunio prima di rientrare nel big match contro il PSG.

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L’età media della Primavera: un abisso con il resto d’Europa

Di fronte all’esplosione di Karl, sorge spontanea una profonda riflessione: perché in Italia uno scenario del genere è oggi impensabile? Il problema affonda le radici nella nostra cultura calcistica. Analizzando il campionato Primavera 1, l’età media per la stagione 2025/2026 è di 19,1 anni (18,5 in Primavera 2). Mentre il da poco maggiorenne Karl vola alla rassegna iridata, l’Italia guarda i Mondiali da casa, immersa in una pesante bufera federale.

Il sistema italiano fatica cronicamente a lanciare i ragazzi nel calcio dei grandi. Le recenti riforme hanno addirittura innalzato il limite del massimo torneo giovanile da U19 a U20, permettendo a ragazzi di vent’anni di restare confinati nel vivaio senza maturare vere esperienze tra i professionisti. Da noi, un calciatore viene spesso considerato “giovane” fino ai 27 anni, un’anomalia assoluta nel panorama europeo.

La paura di rischiare e i talenti intrappolati nel sistema

In vista dell’imminente Europeo Under 17 in Estonia, il ct azzurro ha inserito ben cinque classe 2010 (sotto età) tra i pre-convocati. Tuttavia, questa filosofia coraggiosa svanisce irrimediabilmente man mano che si sale di categoria. Nel nostro Paese regna la paura di bruciare i prospetti, preferendo percorsi estremamente conservativi. I pochi talenti che emergono vengono spesso schiacciati da un’esaltazione mediatica asfissiante, finendo per perdersi per strada.

Mentre nazioni leader come Spagna, Francia e Germania buttano nella mischia i propri giovanissimi mantenendosi ai vertici competitivi, il nostro movimento resta intrappolato nei propri paletti. La favola di Lennart Karl al Mondiale rappresenta così la fotografia impietosa di due universi calcistici attualmente lontanissimi.

Nick Hornby euforico: «Arsenal, gioia irripetibile. Volevo che i miei figli la provassero»

Nick Hornby ha commentato così la vittoria della Premier League da parte dell’Arsenal. Ecco cosa ha detto

Nick Hornby è raggiante: il suo Arsenal, raccontato perfettamente nel suo libro Febbre a 90′, diventato poi anche un film, ha vinto dopo 22 anni la Premier League. La Repubblica lo ha intervistato

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LA FESTA «Una gioia irripetibile. Questa parte di Londra nord è la mia vita. Significa tantissimo per me e per le centinaia di migliaia di persone scese a festeggiare. Volevo che i miei figli si sentissero parte di questa comunità».

VINCERE DOPO 22 ANNI «È ancora più bello vedere la gioia negli occhi dei miei figli. Io avevo già aspettato 18 anni, tra il 1971 e il 1989. Ma loro sinora non avevano mai provato nulla del genere. Ciò per me ha ancor più significato».

ARTETA «Bisogna lodare la società che ha continuato a credere in lui, nonostante i primi anni difficili. In qualsiasi altro club, Manchester United, Chelsea o Tottenham, sarebbe stato cacciato».

PUO’ ESSERE IL NUOVO GUARDIOLA «Sì. Ha la sua stessa intelligenza. È uno dei tre migliori allenatori oggi al mondo. Molti sottovalutano il suo talento, la sua attenzione ai dettagli, la sua caratura tattica».

NO A UN SEQUEL DI FEBBRE A 90′ «Perché all’epoca, nel 1992, ero solo un tifoso, normale. Ora mi conoscono tutti e il mio rapporto con l’Arsenal è cambiato. Nessuno vorrebbe leggere un libro simile».

IL SEGRETO DI QUESTA STAGIONE «La campagna acquisti in estate. Abbiamo due squadre di titolari. E sono tutti bravi ragazzi. Lo si nota in campo perché non si fanno mai espellere, ma anche fuori dal campo: forse perché molti dei calciatori sono cristiani religiosi e non si abbandonano ai peccati? (ride, ndr) Ma ci sono due giocatori a cui non possiamo rinunciare. Declar Rice, che a centrocampo è pazzesco. E poi il portiere David Raya, un altro criticato all’inizio ma poi diventato indispensabile».

ANDRA’ A BUDAPEST ALLA FINALE DI CHAMPIONS «Certo, con i miei figli».

VA ANCORA IN TRASFERTA «Non più. Ho 69 anni ormai e una famiglia. Ma non mi perdo nemmeno una partita in casa dell’Arsenal».

Inghilterra, le clamorose esclusioni di Tuchel per il Mondiale: davvero Maguire, Foden, Shaw e Tomori non servivano?

Inghilterra, le esclusioni di Tuchel per il Mondiale: Maguire, Foden, Shaw e Tomori non servivano? L’analisi completa

Il cammino verso il Mondiale si infiamma e, in casa dell’Inghilterra, le scelte del commissario tecnico Thomas Tuchel stanno già facendo ampiamente discutere. Le convocazioni per la spedizione iridata sono destinate a fare molto rumore, soprattutto a causa di alcuni grandi e inaspettati assenti.

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La delusione di Harry Maguire dopo l’ottima stagione al Manchester United

Chi sicuramente non prenderà parte alla competizione è Harry Maguire. Il centrale difensivo non festeggia, pur essendo reduce da una stagione decisamente positiva con la maglia del Manchester United. I Red Devils, dopo il turbolento esonero del tecnico portoghese Ruben Amorim, hanno trovato un’eccellente continuità di rendimento sotto la guida di Michael Carrick, riuscendo a concludere la Premier League con un prezioso terzo posto in classifica. Nonostante questo rilancio, il difensore non rientrerà nei 26 convocati. La notizia è stata confermata dallo stesso giocatore tramite i propri canali social.

L’amarezza dell’ex capitano dei Three Lions è netta:

“Ero sicuro di poter fare una grande parte quest’estate per il mio Paese dopo la stagione che ho avuto. Sono rimasto scioccato e devastato dalla decisione”

Ha poi concluso il suo sfogo con orgoglio e rispetto per i compagni:

“Non ho amato niente di più che mettere quella maglia e rappresentare il mio Paese negli anni. Auguro ai giocatori tutto il meglio quest’estate”

Da Foden a Tomori: le scelte del CT lasciano perplessi

Le decisioni drastiche del selezionatore, tuttavia, non si limitano alla sola retroguardia e sollevano dubbi legittimi. A destare una profonda perplessità tra i tifosi e i media sportivi sono soprattutto le mancate chiamate di altri tre profili di primissima fascia. Oltre a Maguire, infatti, non faranno parte della rosa nemmeno Phil Foden, Luke Shaw e Fikayo Tomori.

Si tratta di esclusioni oggettivamente molto forti e difficili da decifrare. Rinunciare soprattutto a un talento offensivo puro e determinante come Foden rappresenta un azzardo notevole. Queste bocciature eccellenti delineano una coraggiosa rivoluzione tecnica, ma portano con sé pesanti interrogativi. Rinunciare a un simile bagaglio di qualità in una vetrina internazionale così spietata è un rischio enorme: l’Inghilterra dovrà dimostrare sul campo che il gruppo scelto è superiore alle singole individualità lasciate a casa. Al momento, però, prevale un giustificato scetticismo.

Rolando Maran: «L’Albania è una grande emozione. L’Italia 1982 la migliore Nazionale di sempre»

Rolando Maran, diventato nuovo ct dell’Albania, ha rilasciato queste dichiarazioni anche sull’Italia. Le dichiarazioni

Di squadre in Italia ne ha allenate davvero tante. Adesso Rolando Maran è stato nominato CT dell’Albania: sarà la sua prima volta all’estero ed è l’occasione per trarre un bilancio di oggi e di ieri. Il mister lo ha fatto con La Gazzetta dello Sport.

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CAMBIARE VITA A 62 ANNI «Perché quando l’Albania mi ha chiamato, mi sono emozionato. Ho subito percepito che è una nazione con orgoglio e senso di appartenenza incredibili».

DOVE VIVRA’ «A Tirana. Per me l’esperienza va vissuta in questo modo: domenica mi trasferirò e inizierò il lavoro vero. E poi la città è bellissima, con una ospitalità incredibile. Mia moglie, che è una interior designer, andrà e verrà: siamo abituati».

HA SENTITO DE BIASI «Certo, Gianni è un amico, è la prima persona che ho chiamato. Ricordo benissimo quella sua avventura, tifavo per lui. Mi ha detto di non avere dubbi, che stavo facendo la scelta giusta. E che l’Albania ha fatto la scelta giusta puntando su di me. Questo mi ha fatto piacere. Curiosamente, ho anche parlato con Igli Tare 20 giorni fa a Milanello. Non potevo immaginare che avrei allenato la sua nazionale».

L’EMOZIONE «La maglia dell’Albania con il mio nome e il numero 28, come l’Europeo che vogliamo giocare. Mi ha dato una sensazione di responsabilità e gioia».

LE ORIGINI «Vengo da una famiglia di artigiani, persone che hanno sempre lavorato. Papà e i miei fratelli erano nell’edilizia, imbiancatura e rivestimenti. Io sono uguale, non cerco il palcoscenico e mi piace lavorare».

SILVIO BALDINI É UN FOLLE «Non così tanto, fidatevi. Ha un carattere molto deciso ma sa sempre quello che fa. Io a lui sarò sempre riconoscente, mi aveva promesso che mi avrebbe portato in B e un’ora dopo aver avuto una panchina mi ha chiamato. In 10 secondi ho smesso di giocare e gli ho detto di sì».

MOMENTI «Il più difficile al Genoa, quando abbiamo avuto 22 giocatori positivi al Covid. Un’incertezza totale. Il più bello l’esordio in Serie A, Roma-Catania 2-2 nell’agosto 2012: vincevamo giocando bene, ci hanno fatto il 2-2 al 91′ e nel recupero abbiamo preso una traversa con Castro. La prova del fatto che eravamo andati lì per vincere, non per prendere un punto».

IL GIOCATORE PIU’ FORTE CHE HA ALLENATO «Difficile rispondere. Il Papu, Barella, Srna, Nainggolan, Almiron, Pandev a fine carriera…».

L’OBIETTIVO «L’obiettivo è tornare nella Serie B di Nations League e qualificarci all’Europeo. Sogno di fare grandi risultati e scrivere una pagina di storia. Ringrazio il presidente federale Duka per la scelta: lo stadio di Tirana mi ha lasciato a bocca aperta, non vedo l’ora di allenare lì dentro. Voglio andare a vedere più allenamenti possibile e studiare l’albanese per parlare con i giocatori. Vorrei allenare il mio calcio di sempre: propositivo, verticale, di lotta. Arrivare ai risultati con sudore e fatica è nel dna di questa nazione».

LA SUA NAZIONALE PREFERITA «L’Italia dell’82. Avevo 19 anni e volevo fare il calciatore: l’età giusta per apprezzarla. Poi l’Olanda di Cruijff. Giocava un calcio talmente evoluto che a noi bambini sembrava di sognare».

Tacchinardi scuote l’ambiente Juve: «Elkann, chiama Del Piero. Chiellini non basta, Comolli ci ha provato»

Tacchinardi, ex centrocampista della Juventus, ha parlato così della situazione attuale dei bianconeri. Le sue dichiarazioni

Alessio Tacchinardi, giocatore con oltre 400 partite nella Juventus, analizza su Tuttosport la situazione in casa bianconera e si fa portatore di un messaggio alla proprietà.

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HA DETTO CHE ELKANN DEVE CHIAMARE DEL PIERO «Sì, e lo ribadisco. Perché dopo il Verona ero già rimasto spiazzato. Poi si erano viste altre cose: a Lecce, ad esempio, c’era brio. E sono tornato tranquillo».

IL CROLLO «Ah, non me lo spiego. Non riesco proprio a capacitarmi del perché sia successo, quel primo tempo ce l’ho ancora stampato in testa».

IL MOMENTO DECISIVO «Mi immedesimo nell’allenatore: penso proprio li abbia martellati tra allenamenti, sala video e sull’importanza della partita. Era il momento decisivo. E ho ripensato alle parole di Thiago Motta».

IL PROBLEMA PRINCIPALE «Non ho una risposta. Tutti sembrano scarsi, poco affamati, incapaci di cogliere quando sia determinante un momento. Queste dinamiche da Juve non sono state trasmesse: l’unico a farlo è stato Antonio Conte».

VINCERE «Vincere non interessa a nessuno, e naturalmente parlo dei giocatori. Ecco quello che non è passato a questi calciatori. Confidavo in Chiellini, l’ultimo a raccogliere il testimone della mia Juve. Ma serve pure altro. Come si può essere felici di un quarto posto in una situazione del genere?».

L’UNICA SOLUZIONE «No, non vedo altra soluzione se non quella di chiamare Alex Del Piero: in questo momento è l’unico che può cambiare il destino della Juventus».

COME MALDINI AL MILAN «Darebbe botte di adrenalina. Di passione. Di entusiasmo. Se Alex parlasse a certi giocatori, l’atteggiamento sarebbe diverso. Maldini è riuscito a farlo con il Milan: se ti parla uno così, non puoi tirarti indietro».

COMOLLI «Abbiamo parlato un paio di volte e mi era piaciuto molto. Purtroppo si è trovato in un ambiente particolare e ha preso giocatori soffocati dalla pressione della Juventus. So che ci sta male, ha provato davvero a cambiare le cose».

LA CONDANNA «Alla Juve è semplice: devi vincere, sennò fai le valigie. Mi spiace se va via, lo condannano i risultati: impietosi, come il mercato. Ah, Del Piero sarebbe complementare. Uno non escluderebbe l’altro».

Il sindaco di New York Zohran Mamdani ottiene 1.000 biglietti a 50 dollari per i Mondiali del 2026

Zohran Mamdani, sindaco di New York, ha ottenuto 1.000 biglietti a 50 dollari per i Mondiali del 2026. Cosa è successo

Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha ottenuto una rara e significativa concessione dalla FIFA: 1.000 biglietti per le partite dei Mondiali del 2026 al prezzo agevolato di 50 dollari. Scrive il Ney York Times che i tagliandi saranno distribuiti tramite un sorteggio esclusivo riservato ai residenti della città

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Questa iniziativa rappresenta l’unico programma di accesso cittadino finora annunciato per il torneo, che si svolgerà in Stati Uniti, Canada e Messico tra giugno e luglio. I biglietti copriranno sette incontri in programma al MetLife Stadium, nel vicino New Jersey (cinque partite della fase a gironi, un sedicesimo e un ottavo di finale), escludendo però la finalissima del 19 luglio. Oltre al costo irrisorio del biglietto, che rappresenta il prezzo più basso sul mercato primario ufficiale, i fortunati acquirenti beneficeranno anche di un viaggio in autobus andata e ritorno gratuito per lo stadio.

Le promesse elettorali e la trattativa con la FIFA

La mossa di Mamdani fa seguito a una precisa promessa elettorale. Durante la sua corsa a sindaco, aveva criticato duramente i prezzi proibitivi dei biglietti imposti dalla FIFA, sostenendo che rischiassero di escludere «le stesse persone che rendono questo sport così speciale».

L’accordo è frutto di mesi di negoziati iniziati lo scorso marzo con un incontro diretto tra Mamdani e il presidente della FIFA, Gianni Infantino, presso la City Hall di Manhattan. Nonostante le differenze — Mamdani concentrato sull’accessibilità economica, Infantino celebre per le sue proiezioni sugli 11 miliardi di dollari di ricavi attesi dal torneo —, i due hanno trovato un punto d’incontro parlando di calcio. In quell’occasione, Infantino ha persino videochiamato Arsène Wenger, ex manager dell’Arsenal (squadra di cui Mamdani è grande tifoso) e attuale responsabile dello sviluppo globale della FIFA.

Come funziona l’assegnazione e chi paga?

I biglietti a 50 dollari rappresentano un enorme risparmio. A metà aprile, la FIFA aveva fissato i prezzi per i posti equivalenti (Categoria 3) al MetLife Stadium tra i 220 dollari di Norvegia-Senegal e i 355 dollari di Ecuador-Germania, con cifre a salire per le fasi a eliminazione diretta.

L’iniziativa non peserà direttamente sui ricavi della FIFA né sui contribuenti newyorkesi. I biglietti sono stati rilasciati dalla quota originariamente acquistata dal comitato organizzatore congiunto New York-New Jersey, un ente senza scopo di lucro che coprirà i costi tramite sponsorizzazioni e partnership locali. La FIFA, inizialmente scettica per il timore di creare un pericoloso precedente sui mercati di rivendita paralleli, ha infine dato il suo via libera.

Il sorteggio, aperto esclusivamente ai residenti di New York di età superiore ai 15 anni, eviterà il fenomeno del bagarinaggio: i biglietti saranno rigorosamente non trasferibili e verranno consegnati fisicamente ai vincitori solo il giorno della partita, direttamente presso i punti di partenza degli autobus navetta.

Oltre i biglietti: l’impegno per il calcio in città

Nonostante Mamdani avesse richiesto in campagna elettorale l’abbandono del dynamic pricing e uno sconto del 15% per tutti i residenti (richieste non accolte dalla FIFA), ha scelto un approccio diplomatico. Ha persino contribuito a calmierare i costi dei trasporti verso il New Jersey (passati da ipotesi iniziali di 150 dollari a un round-trip da 20 dollari grazie a una flotta di autobus scolastici elettrici) e ha lanciato il programma Soccer Streets, che trasformerà 50 isolati pedonali vicino alle scuole in mini-campi da calcio e fan zone gratuite.

«Un ragazzino del Bronx, una guardia giurata del Queens o un lavoratore di Brooklyn andranno allo stadio quest’estate perché la loro città ha combattuto per loro», ha dichiarato Maya Handa, responsabile del progetto Mondiali per il sindaco.

L’annuncio ufficiale è previsto ad Harlem, nel cuore della comunità “Little Senegal”. Una scelta dal forte valore simbolico, considerando che la nazionale senegalese (impegnata al MetLife in due partite) dovrà affidarsi al supporto della sua diaspora locale, a causa delle recenti restrizioni sui visti d’ingresso negli Stati Uniti imposte dall’amministrazione Trump.

Otamendi e l’addio silenzioso: un’altra bandiera del Benfica meritava di più

Otamendi avrebbe meritato certamente un addio diverso al Benfica: è successo lo stesso epilogo verificatosi per Di Maria

Quando Nicolás Otamendi, visibilmente emozionato, ha sussurrato nello spogliatoio «e ora, andiamo a casa», è sembrato quasi di sentire in sottofondo i versi immortali di Carlos Gardel: “Volver con la frente marchita…”. Un ritorno a Buenos Aires che ha il sapore di un viaggio emotivo più che fisico. Perché, in fondo, nessuno fa davvero ritorno in un luogo da cui non è mai andato via con il cuore.

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Lasciandosi alle spalle il blu vibrante del fiume Tago per farsi cullare dalle acque fangose del Rio de la Plata, Otamendi torna nella sua terra da eroe portenho. Sostituirà la mistica dell’Estádio da Luz con l’eco e la memoria collettiva del Monumental. Ecco il racconto di A Bola.

L’ombra di Borges e un’eredità incancellabile

Come scriveva Jorge Luis Borges, maestro della letteratura argentina, nel suo poema Arrabal: «Ero sempre (e sarò) a Buenos Aires». La memoria batte la distanza e l’essere è più profondo dello stare. La traccia che Otamendi lascia a Lisbona parla da sola e va rispettata: 6 anni, 281 presenze, oltre 25.000 minuti giocati e 4 trofei. Non torna in Argentina semplicemente più vecchio, ma ripetuto e arricchito da un’anima che ha dato tutto per i colori del club.

La mancanza di gratitudine del club

Tuttavia, guardando in faccia la realtà, Otamendi meritava un «arrivederci» decisamente migliore dal Benfica. Esattamente come Ángel Di María un anno fa, andatosene quasi in incognito. Per quanto l’ambiente e i tifosi possano comprendere e accettare la fine fisiologica di un ciclo sportivo, nulla rende grande un’istituzione calcistica quanto la gratitudine verso chi ne ha scritto la storia. Otamendi ha dato l’anima, dentro e fuori dal campo.

Il pianto irrefrenabile del giovane connazionale Gianluca Prestianni, durante il discorso di addio di Otamendi, dice tutto. L’ex capitano è stato un faro, strigliando e guidando un talento che sembrava con un piede fuori dal club e che ha invece chiuso la stagione da titolare inamovibile.

Ci sono calciatori che restano schiavi delle statistiche, e altri che mettono radici nel cuore della gente. Otamendi appartiene a entrambe le categorie. Resta la ferma convinzione (e la speranza) che la dirigenza del Benfica saprà trovare il tempo e il modo per omaggiare adeguatamente sia lui che Di María in futuro.

Goretzka Milan: un matrimonio da Champions. Il peso del tedesco nel Triplete del Bayern

Goretzka Milan: qual è stato il peso avuto dal centrocampista tedesco al Bayern Monaco. L’analisi completa

Il Milan guarda al futuro con ambizione e fissa nel mirino un colpo di altissimo profilo: Leon Goretzka. Il centrocampista tedesco, 31 anni compiuti a febbraio e prossimo allo svincolo dal Bayern Monaco, è l’uomo individuato per innalzare il tasso tecnico e di personalità della mediana rossonera, affiancando Modric e Rabiot. L’intesa economica c’è già (contratto triennale a 5 milioni netti a stagione) e c’è stato anche un primo contatto telefonico tra il giocatore e Max Allegri, segnale inequivocabile di come il tecnico livornese, artefice del nuovo corso rossonero, sia attivamente coinvolto nella costruzione della squadra.

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C’è però uno scoglio dirimente, una condicio sine qua non imposta dal giocatore e dalle ambizioni del club: la qualificazione alla prossima Champions League.

Il prestigio della Champions: l’unica moneta che conta davvero

La Champions League non porta in dote soltanto i fondamentali 60 milioni di euro dei premi UEFA, ma rappresenta il palcoscenico naturale per i top player. Giocatori del calibro di Goretzka vogliono confrontarsi con i migliori, e solo un Milan inserito nel “salotto buono” d’Europa può risultare attrattivo per chi, come lui, ha vinto tutto in carriera. A 31 anni, il nativo di Bochum cerca una nuova sfida affascinante, ma non è disposto a rinunciare al prestigio europeo. L’interrogativo troverà risposta definitiva già questo weekend: in caso di piazzamento tra le prime quattro in campionato, arriverà il sì definitivo e la formalizzazione dell’accordo.

Goretzka e la Champions: una storia d’amore (e di dominio)

Per capire l’importanza di un innesto come quello di Goretzka, basta ripercorrere il suo straordinario ruolino di marcia in Champions League: 73 presenze, 6 gol e 9 assist in oltre quattromila minuti giocati. Ma soprattutto, Goretzka è stato una delle colonne portanti della clamorosa Champions League 2019-2020 vinta dal Bayern Monaco.

Quell’edizione, segnata dal lockdown e dalla Final Eight di Lisbona, vide un Bayern inarrestabile (11 vittorie su 11 partite giocate, un record assoluto) passare dalla crisi sotto Niko Kovač al trionfo sotto Hans-Dieter Flick. In quel Bayern schiacciasassi, capace di travolgere 7-2 il Tottenham a Londra nei gironi e di umiliare il Barcellona di Messi con uno storico 8-2 ai quarti di finale, Goretzka formava una diga insuperabile a centrocampo insieme a Thiago Alcantara e Kimmich (spesso dirottato terzino).

Proprio nello storico 8-2 contro il Barça, il tedesco offrì una prestazione magistrale: fu lui a inventare il geniale e dolcissimo tocco morbido a scavalcare Lenglet per servire a Gnabry l’assist del momentaneo 3-1. Un gesto tecnico abbagliante in una partita dominata sul piano fisico e tattico. Titolare inamovibile in quel centrocampo, Goretzka giocò un ruolo chiave anche nella sofferta finale di Lisbona vinta 1-0 contro il PSG, ergendosi a diga per proteggere il prezioso vantaggio siglato da Coman.

L’identikit perfetto per Allegri

Oltre alla Champions 2020, Goretzka vanta un palmares sterminato: sette Bundesliga (l’ultima conquistata proprio quest’anno), tre Supercoppe di Germania, un Mondiale per Club, una Supercoppa UEFA e la Confederations Cup 2017 con la Germania (con cui vanta 67 presenze e 15 reti).

È il prototipo del giocatore richiesto da Allegri: un leader tecnico e carismatico, capace di abbinare intelligenza tattica, fisicità debordante e spessore internazionale. Se il Milan centrerà l’obiettivo Champions, Goretzka sarà la prima pietra miliare di un centrocampo stellare, portando in dote quella mentalità vincente e quell’esperienza (che affiancherà l’infinita saggezza calcistica di Luka Modric, fresco di rinnovo fino al 2027) fondamentali per compiere la definitiva risalita europea del Diavolo.

Calciomercato Juventus: perché Bernardo Silva è sempre più lontano da Torino. Motivi e retroscena

Calciomercato Juventus: Bernardo Silva è sempre più lontano da Torino, ecco perché il colpo potrebbe non concretizzarsi

La Juventus inizia a misurarsi concretamente con i pesanti effetti collaterali legati a una sempre più probabile esclusione dalla prossima Champions League. Senza l’accesso al palcoscenico europeo più prestigioso, attrarre i top player internazionali diventa un’impresa quasi impossibile. Ne è la prova il caso di Bernardo Silva: ansioso di definire il proprio futuro, il trequartista avrebbe deciso di non attendere l’esito del decisivo derby contro il Torino nell’ultima giornata di Serie A.

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Il sorpasso dell’Atletico Madrid e la delusione di Spalletti

Il fantasista portoghese di 31 anni, con il contratto in scadenza con il Manchester City, ha sempre messo la Spagna in cima alle sue preferenze. Nonostante ciò, non era rimasto affatto indifferente al pressing della Vecchia Signora, culminato con una telefonata diretta del tecnico Luciano Spalletti. Tuttavia, complice lo scivolamento dei bianconeri al sesto posto in classifica, il pupillo di Pep Guardiola ha scelto la penisola iberica. Merito del forte affondo dell’Atletico Madrid: la squadra di Diego Simeone è scattata in pole position nelle ultime ore, superando sia la dirigenza juventina sia il Barcellona, a lungo considerato il vero sogno del giocatore.

Le richieste di Jorge Mendes e i mancati ricavi

Alla Continassa la notizia non arriva come un fulmine a ciel sereno. I vertici societari erano ben consapevoli che la trattativa fosse legata a doppio filo alla qualificazione in Champions League. Il crollo in campionato ha spazzato via ogni speranza, complicando irrimediabilmente i discorsi avviati con l’agente Jorge Mendes. Le condizioni economiche imposte per il compagno di nazionale di Cristiano Ronaldo erano rigidissime: stipendio in doppia cifra, contratto triennale e ricchissime commissioni. Un’operazione insostenibile senza i circa 55-60 milioni di euro garantiti dall’Europa che conta.

I nuovi obiettivi per lo scudetto 2026-27: Reijnders e Brahim Diaz

Nonostante questo colpo incassato, la Juventus non cambia i propri piani. La volontà è quella di costruire una rosa competitiva per lottare per lo scudetto 2026-27, consegnando a Spalletti il trequartista tanto desiderato. Con Bernardo Silva ormai sfumato, i radar del calciomercato si sono spostati su due ex conoscenze milaniste: Tijjani Reijnders, che sta trovando poco spazio alla corte di Guardiola, e Brahim Diaz, il quale dovrà però valutare la proposta del Real Madrid, pronto a blindarlo con un rinnovo fino al 2031.

Calciomercato Roma, contatti vivi per il rinnovo di Dybala: da cosa dipende la firma della Joya con i giallorossi

Calciomercato Roma, proseguono i contatti per il rinnovo di Dybala: a cosa è legato il prolungamento con i giallorossi

In casa Roma la dirigenza è già al lavoro per programmare il futuro e delineare le strategie di calciomercato in vista della stagione sportiva 2026/2027. L’attenzione del club capitolino è però attualmente focalizzata sull’imminente e decisiva 38ª giornata di Serie A, un vero e proprio crocevia dove i giallorossi si giocheranno l’atteso accesso alla prossima Champions League. Si tratta di un traguardo importantissimo, considerando che la squadra non partecipa alla massima competizione europea dalla stagione 2018/2019. Al centro di questo ambizioso progetto societario spicca la priorità assoluta: il rinnovo di Paulo Dybala.

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Il punto sul contratto: la volontà di Friedkin, Gasperini e del giocatore

La situazione legata al fantasista argentino è in continua e positiva evoluzione. I contatti tra l’entourage del giocatore e la dirigenza sono continui e costanti, con l’obiettivo mirato di trovare un’intesa definitiva a stretto giro. Le parti si stanno avvicinando concretamente per trovare la quadra, ma un fattore determinante per la fumata bianca resta inevitabilmente la qualificazione alla Champions League. Lo riferisce Gianluca Di Marzio.

Nonostante le normali incognite legate ai verdetti europei, la direzione tracciata è chiara: Paulo Dybala, il tecnico Gian Piero Gasperini e il presidente Dan Friedkin condividono la forte volontà di continuare il percorso sportivo insieme. Questo prolungamento, qualora si concretizzasse a fine torneo, potrebbe anche comportare una parziale riduzione dello stipendio dell’attaccante, che attualmente percepisce circa 8 milioni di euro all’anno. La decisione definitiva, in ogni caso, arriverà solamente dopo il triplice fischio del match contro l’Hellas Verona, 90 minuti di vitale importanza.

I numeri della Joya nella stagione 2025/2026

L’ultimo ostacolo per il club sarà la trasferta contro un Hellas Verona già retrocesso, ma che scenderà in campo senza pressioni e pronto a dare battaglia. Ottenere i tre punti significherebbe per i capitolini centrare l’obiettivo primario fissato a inizio anno.

Analizzando il rendimento del campione del mondo, la stagione 2025/2026 è stata purtroppo frenata da diversi infortuni muscolari. In questo campionato, la Joya ha collezionato finora 21 presenze (di cui 14 dal primo minuto), mettendo a referto 2 gol e 4 assist. A questi numeri si aggiunge il ruolino di marcia in Europa League, dove ha contribuito alla causa giallorossa con una rete e un assist in quattro apparizioni complessive. Adesso, però, serve l’ultimo sforzo per riportare la Roma nell’Europa che conta.

Thiago Silva lascia il Porto: addio dopo la vittoria del campionato. Ritiro o nuova avventura?

Thiago Silva dice addio al Porto dopo la vittoria del campionato. Ritiro o nuova avventura? Quale sarà il futuro del brasiliano

L’avventura di Thiago Silva con la maglia del Porto è giunta ufficialmente al capolinea. Attraverso una nota diramata sui propri canali, il club lusitano ha reso noto che il difensore brasiliano ha deciso di salutare la squadra dopo appena cinque mesi. Una parentesi breve ma intensa, culminata con la vittoria del campionato portoghese, in cui il centrale ha collezionato 14 presenze stagionali dando il suo prezioso contributo.

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Il comunicato ufficiale del club

La società ha voluto omaggiare il fuoriclasse sudamericano con un messaggio di profonda gratitudine, ricordando il suo legame speciale con l’ambiente:

“Il contratto di Thiago Silva è scaduto e il difensore brasiliano di 41 anni lascia il Porto dopo due esperienze con il club. Nella sua prima esperienza, nel 2004, Thiago Silva ha militato nella squadra B del Porto, dando inizio a una carriera ricca di successi. Nella sua seconda, dopo aver vinto la Champions League allo Stadio do Dragão, il difensore centrale nato a Rio de Janeiro ha disputato 14 partite tra campionato portoghese, Europa League e Coppa del Portogallo, laureandosi campione nazionale e conquistando il 33° trofeo della sua carriera. Con la conferma della partenza di Thiago Silva, il Club gli augura il meglio per il futuro. Il Porto sarà sempre casa sua”.

Il bivio: nuovo contratto a parametro zero o ritiro?

Ora il mondo del calcio si interroga sul futuro del fuoriclasse. A 41 anni, Thiago Silva si trova di fronte a un crocevia fondamentale: cercare l’ennesima sfida firmando per un nuovo club a parametro zero, oppure annunciare il definitivo ritiro dal calcio giocato. Sulla sua decisione peserà inevitabilmente anche la recente delusione con la Nazionale verdeoro: il difensore era stato inserito da Carlo Ancelotti nella lista dei pre-convocati per il Mondiale 2026, ma alla fine non è rientrato tra i 26 convocati definitivi per la spedizione.

Una carriera leggendaria e un palmarès da urlo

Qualora decidesse di appendere gli scarpini al chiodo, il calcio saluterebbe uno dei centrali difensivi più forti e dominanti della sua generazione. La sua è stata una carriera leggendaria, sbocciata ad altissimi livelli nel Milan e proseguita per quasi un decennio come capitano e leader indiscusso del Paris Saint-Germain. Poi, la parentesi inglese al Chelsea, con cui ha coronato il sogno di alzare la Champions League proprio nello stadio del Porto, prima di chiudere il cerchio tornando in Portogallo.

Con un’eleganza palla al piede senza pari, un senso dell’anticipo letale e 33 trofei complessivi in bacheca, Thiago Silva ha lasciato un’impronta indelebile nella storia dello sport mondiale. Un vero e proprio monumento del calcio moderno.

Juve, l’esterno sinistro lo manda De Zerbi e conosce già la Serie A

Alla Juventus il tema degli esterni continua a restare aperto. La sensazione è che si stiano osservando giocatori capaci di portare intensità e corsa, ma anche una certa elasticità tattica.

Profili che abbiano ancora margini di crescita e che non debbano partire completamente da zero nel conoscere il campionato italiano.

Ed è qui che emerge un nome che in Serie A un passaggio lo ha già fatto.

Si tratta di Djed Spence, esterno del Tottenham che, secondo CaughtOffside, sarebbe entrato nel radar bianconero in vista della prossima stagione.

La situazione del Tottenham potrebbe cambiare tutto

Spence 21 maggio 2026 calcionews24

Secondo quanto riportato, l’interesse potrebbe diventare concreto soprattutto in uno scenario preciso: una situazione difficile del Tottenham, guidato in panchina da Roberto De Zerbi, che potrebbe costringere il club inglese a rivedere alcuni piani sul mercato.

L’idea sarebbe quella di monitorare l’evoluzione del quadro inglese per capire eventuali margini di trattativa. Non si parlerebbe di un’operazione già avviata o di accordi imminenti, ma di un profilo seguito con attenzione.

La particolarità della situazione riguarda anche il percorso recente del giocatore. Spence conosce già il calcio italiano per la parentesi vissuta con il Genoa, esperienza breve, ma che gli avrebbe comunque permesso di entrare in contatto con ritmi e caratteristiche del campionato.

Conte e il Napoli, storia di un “Per sempre sì” irrealizzabile

Conte e il Napoli, storia di un “Per sempre sì” irrealizzabile: l’ennesimo addio del tecnico dopo due anni. Le vittorie e i dissapori

A fine stagione Antonio Conte e il Napoli si diranno addio. Anche l’avventura partenopea per il tecnico salentino volge agli sgoccioli e ci invita a fare alcune riflessioni su quella che è stata finora la sua carriera da allenatore: una carriera fatta di successi, sì, ma anche di addii. In media Antonio Conte resta alla guida di un club per circa due anni. Poi succede sempre qualcosa: l’insoddisfazione sua per alcune mosse societarie o di mercato, la voglia di confrontarsi con nuovi palcoscenici o qualcosa che si rompe all’interno dello spogliatoio con i propri calciatori. Questa, probabilmente, sarà una separazione che si porterà con sé meno polemiche e tensioni rispetto a quelle del passato avvenute per Conte quando andò via dalla Juve, dall’Inter, dal Chelsea e dal Tottenham. Il motivo ha a che fare col rapporto di amicizia che si sarebbe creato e consolidato tra lui e il presidente Aurelio De Laurentiis: amicizia che lo avrebbe spinto alla decisione di non richiedere alcuna buonuscita per andare via al termine della stagione. Qualche frizione, invece, sembra esserci tra lui e i calciatori del Napoli, probabilmente spazientiti e stanchi dei metodi di allenamento e della sua gestione generale della squadra.

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Niente “Per sempre sì”: le promesse non mantenute

Così, citando una delle canzoni simbolo del mondo Napoli di quest’anno (con la recente partecipazione all’Eurovision Song Contest per Sal Da Vinci, dopo la vittoria precedente del Festival di Sanremo), il “Per sempre sì” non si realizzerà nemmeno stavolta. Eppure le premesse c’erano tutte. Gli slogan lanciati dal tecnico per caricare squadra e ambiente verso l’obiettivo scudetto, usando anche il dialetto napoletano (“Amma faticà“), ma anche la sua promessa di fare qualche passo indietro rispetto al passato, limitando in qualche maniera la sua figura che in certi frangenti è risultata ingombrante e limitando anche il suo margine di manovra, non più un manager all’inglese insomma.

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Addii rumorosi e cicli alla Ferguson mai iniziati davvero

Il suo addio alla Juventus fece rumore: sia per i trofei vinti nel giro di pochissimo tempo, sia per il fatto che rappresentasse per la tifoseria bianconera una delle bandiera del club. Al suo primo anno all’Inter arrivò in finale di Europa League (perdendo contro il Siviglia) e arrivò secondo in campionato (dietro la Juve di Sarri). L’anno successivo però vinse lo scudetto. Dalla sua bocca uscirono fuori alcune parole come: «La scorsa stagione abbiamo fatto qualcosa di incredibile. Il progetto è solo all’inizio, voglio restare all’Inter per molti anni. L’anno scorso ho cominciato un progetto all’Inter e, sinceramente, voglio continuare e restare qui per molti anni, perché siamo solo all’inizio e stiamo costruendo le basi». Oppure quella voglia di “restare a lungo alla guida di un club ed aprire un ciclo anche duraturo come quello di Ferguson al Manchester United“, espressa sia ai tempi della Juve che all’Inter. Parole che non hanno trovato conferma con i fatti, e spesso per volontà sua.

Conte: arriva, vince e poi va via

Il suo palmarès e la sua storia parlano chiaro: Antonio Conte, dove arriva, vince, lascia il segno e poco dopo va via. Una Premier League, 5 scudetti in Serie A, una FA Cup, 2 Supercoppe Italiane e 1 campionato di Serie B. Dai suoi inizi tra Arezzo, Bari, Siena e Atalanta, con stagioni di un solo anno, la sua panchina più lunga è stata proprio alla Juventus, dove è rimasto per 3 anni e ha vinto 3 scudetti. Poi è si è ripetuto ciclicamente il numero 2: due stagioni, e poi via. È stato così da ct dell’Italia, poi al Chelsea, poi all’Inter, al Tottenham e infine al Napoli. La sensazione è che, per il suo modo di vivere il calcio in maniera viscerale e di allenare, difficilmente riuscirà mai ad aprire realmente un ciclo per più anni alla guida di una stessa squadra. È come se il suo fosse un “effetto benzina” sulla squadra: un carburante che quando viene bruciato produce subito i primi effetti positivi, ma che alla lunga si consuma in poco tempo.

Aston Villa sul tetto d’Europa: la festa sfrenata del Principe William negli spogliatoi

L’erede al trono britannico, tifosissimo dei Villans, ha celebrato il trionfo dell’Aston Villa in Europa League contro il Friburgo a Istanbul

La notte di Istanbul si è tinta dei colori dell’Aston Villa e, tra i tifosi in estasi per la conquista dell’Europa League, c’era un volto d’eccezione: il Principe William. L’erede al trono britannico, noto e sfegatato sostenitore dei Villans, si è lasciato andare a festeggiamenti sfrenati dopo la vittoria contro i tedeschi del Friburgo. Un successo storico, che ha riportato un trofeo europeo nella bacheca del club a 44 anni di distanza dalla leggendaria Coppa dei Campioni del 1982, interrompendo un digiuno di trofei maggiori che durava dal 1996.

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Visibilmente emozionato sugli spalti durante il match — sbloccato nel primo tempo dalle reti di Youri Tielemans ed Emi Buendia e chiuso nella ripresa dal sigillo di Morgan Rogers —, il Principe di Galles ha poi abbandonato il protocollo reale per unirsi alla festa.

Tra birre nello spogliatoio e il conto da pagare

Come confermato dal terzino Matty Cash, William ha condiviso birre e brindisi con i giocatori direttamente nello spogliatoio. «Merita momenti come questi e spero possa rilassarsi e divertirsi con noi», ha commentato Cash.

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Anche il capitano scozzese John McGinn ha elogiato l’atteggiamento umile e genuino dell’erede al trono, svelando un retroscena pre-partita ai microfoni di TNT Sports: «È un uomo di gran classe, era nello spogliatoio già prima del fischio d’inizio. È un tifoso sfegatato del Villa, non se lo sarebbe mai perso. Averlo a supporto è fantastico, alla fine è semplicemente un ragazzo normale». McGinn ha poi aggiunto con la sua consueta ironia: «Spero possa bere un paio di drink con noi e, alla fine della nottata, tirare fuori la carta di credito per pagare il conto!».

Il messaggio social e l’omaggio agli infortunati

Durante la serata, il Principe si è fatto immortalare con la scintillante coppa insieme all’allenatore Unai Emery — giunto al suo quinto trionfo personale nella competizione — e al dirigente Damian Vidagany.

Sui social, William ha poi espresso tutta la sua gioia, dimostrando un attaccamento viscerale alla squadra e non dimenticando chi non è potuto scendere in campo: «Notte fantastica!! Enormi congratulazioni a tutti i giocatori, alla squadra, allo staff e a chiunque sia legato al club! 44 anni dall’ultimo assaggio di argenteria europea! Un plauso speciale a Boubacar Kamara, che è fuori per infortunio ma è una parte integrante del nostro team e ha aiutato a gettare le basi di questo successo… UTV (Up the Villa), VTID (Villa till I die)».

De Jong a cuore aperto: «Non mi sono saputo vendere, la gente non ha conosciuto il vero Frenkie»

Frankie de Jong fa mea culpa sul rapporto con i media, chiarisce le voci di mercato ribadendo l’amore per il Barça e analizza il nuovo corso con Flick

Il centrocampista olandese Frenkie de Jong ha concesso una sincera e lunga intervista al quotidiano SPORT, affrontando a tutto tondo i temi più caldi che lo riguardano: dalle incomprensioni con la stampa al suo futuro con il Barcellona.

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Il rapporto con i media e l’immagine pubblica

De Jong si mostra molto autocritico, ammettendo che la decisione di allontanarsi dai media in passato ha danneggiato la sua immagine. “Ho sbagliato a smettere di parlare con la stampa“, afferma, spiegando che questo vuoto comunicativo ha permesso all’opinione pubblica di giudicarlo unicamente attraverso le narrazioni esterne. Il giocatore chiarisce di non amare i team di comunicazione o le relazioni “dietro le quinte” con i giornalisti, preferendo mantenere la schiettezza e la trasparenza tipiche della sua cultura olandese.

Il mercato e la fedeltà al Barcellona

Il centrocampista riflette anche sulla complessa estate del 2023, quando il club tentò di cederlo per arginare i problemi economici. Nonostante le forti pressioni e le offerte sul tavolo, De Jong ha mantenuto fermo il suo desiderio di restare. Oggi assicura che il suo rapporto con Deco e Joan Laporta è “molto buono” e scarta categoricamente qualsiasi ipotesi di addio per questa estate: Non ho mai pensato, nemmeno per un momento, di andarmene.

Condizione fisica e le voci sul Mondiale

In merito alle recenti assenze (come la mancata convocazione contro il Betis), De Jong spiega che sono state causate da una forte influenza e dalla necessaria cautela medica dopo il lungo infortunio. Smentisce con forza i rumors secondo cui si starebbe “risparmiando” in vista dell’imminente Mondiale: il Barça è sempre stato la sua priorità, ma le condizioni cliniche non gli hanno permesso di forzare i tempi.

Stile di gioco, giovani talenti e leadership

Spaziando sulle dinamiche di campo e di spogliatoio, l’olandese ha toccato diversi punti chiave:

  • I giovani: elogia il clima della squadra e l’impatto dei talenti de La Masia, spendendo parole di grande ammirazione in particolare per le irruzioni in prima squadra di Ansu Fati e Lamine Yamal.
  • La tattica: difende il suo stile di gioco (spesso criticato in patria per l’eccessiva conduzione palla), sostenendo che le sue giocate nascono sempre dalla lettura degli spazi. Approfitta anche per sfatare il mito secondo cui il Barça di Guardiola giocasse esclusivamente a uno o due tocchi.
  • Hansi Flick: definisce il nuovo tecnico un eccellente gestore delle dinamiche di gruppo, capace di mantenere i giocatori concentrati e di dare fiducia, pur avendo idee tattiche molto chiare.

Infine, De Jong dedica parole di profonda stima a Robert Lewandowski (giunto ai saluti), esaltandone la professionalità maniacale e l’importanza cruciale che ha avuto come esempio da seguire per i giocatori più giovani arrivati in prima squadra.

Il mental coach Ricci: «Mentalità Juve non strutturata. Giocatori in crisi perché era tutto nelle loro mani. Ecco cosa farei per il derby»

Marco Valerio Ricci, specialista in Programmazione Neuro Linguistica, analizza il crollo dei bianconeri: «Sotto pressione le nuove generazioni faticano a mostrare resilienza»

Marco Valerio Ricci è uno specialista nella Programmazione Neuro Linguistica, con un’esperienza ventennale nello sport. A Tuttosport ha raccontato le sue impressioni sul crollo della Juventus proprio sul traguardo.

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IL CROLLO «Sicuramente non era preventivata l’incapacità da parte della squadra di reagire. Spalletti ha spinto molto per creare consapevolezza, facendo vedere ai giocatori tanti spezzoni delle cose buone fatte. Ma questo approccio può rivelarsi un boomerang quando la mentalità dei singoli non è strutturata. Perché la motivazione è intrinseca. L’era del motivatore all’americana è finita, le dinamiche con le nuove generazioni sono diverse. Anche perché gli atleti di oggi gestiscono in maniera diversa la pressione emotiva. Sotto pressione, fanno più fatica a mostrare resilienza»

LE PAROLE DI SPALLETTI «Sì, quando ha parlato di “partita della vita”, attribuendo questo slogan ai media. Significa che in qualche modo immaginava che non tutti avrebbero saputo reggere il pensiero di avere il destino nelle proprie mani contro la Fiorentina».

COME ALLENARE LA MENTALITA’ «Sicuramente si può differenziare l’approccio giocatore per giocatore. Molte squadre, nel draft Nba per esempio, fanno fare il test delle spinte motivazionali intrinseche ad ogni singolo. Ed è un modello applicabile al calcio: l’ho già utilizzato nel supporto agli allenatori. La tranquillità emotiva è la chiave per esprimere le proprie potenzialità al meglio».

COME GESTIRE LO STRESS «Penso a Sinner: ci sono espressioni facciali e gestualità che dicono al corpo di calmarsi. Esistono delle tecniche ad hoc. Anche negli sport di squadra si può fare, l’obiettivo di un allenatore deve essere quello di tracciare il profilo motivazionale di ogni singolo giocatore, così da modulare la comunicazione one to one».

COME RIPARTIRE NEL DERBY «Dal divertimento nel fare il proprio lavoro. Devono godersi il momento, senza pensare a passato e futuro. Ora nulla dipende più dalla Juve. Se i giocatori capiscono di poter entrare in campo più leggeri, allora sapranno gestire la tensione del momento. Possono giocare più liberi sapendo che tutto il peso del fine settimana sarà nelle mani di Milan, Roma e Como. Farei vedere loro il video motivazionale di “Ogni maledetta domenica” di Al Pacino»

Caso Malagò in Figc, lo spettro del “pantouflage” non esiste: parla l’ex presidente Anac

L’avvocato Sergio Santoro smonta le tesi sull’ineleggibilità dell’ex capo del Coni Malagò: «Nessun rischio, vi spiego perché la legge non si applica»


Giovanni Malagò rischia di non poter essere eleggibile a capo della Figc? L’ipotesi ha iniziato a circolare in questi giorni e La Gazzetta dello Sport ha chiesto un parere all’avvocato Sergio Santoro, esperto di diritto sportivo ed ex presidente dell’Anac, l’Autorità Nazionale Anticorruzione.

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IL PANTOUFLAGE «La principale norma di riferimento è l’art. 53, comma 16-ter, del D.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, introdotto dalla L. n. 190/2012 (la cosiddetta Legge Severino, ndr), che stabilisce che: “I dipendenti che, negli ultimi tre anni di servizio, hanno esercitato poteri autoritativi o negoziali per conto delle pubbliche amministrazioni (…) non possono svolgere, nei tre anni successivi alla cessazione del rapporto di pubblico impiego, attività lavorativa o professionale presso i soggetti privati destinatari dell’attività della pubblica amministrazione svolta attraverso i medesimi poteri”».

IL CASO DI MALAGO’ «Il divieto di pantouflage richiede la sussistenza di due presupposti cumulativi: uno soggettivo, consistente nell’equiparare la posizione di presidente del Coni a quella di “dipendente” dello stesso Ente, e uno oggettivo, ovvero la Figc come “soggetto privato destinatario” dell’attività del Coni. In base alle norme sono due presupposti insussistenti. Prima di tutto perché la qualifica del presidente del Coni, in relazione al decreto del 2001 che si riferisce testualmente ai “dipendenti” delle pubbliche amministrazioni, non sorge da un rapporto di lavoro subordinato, ma è conferita a seguito di un’elezione da parte del Consiglio Nazionale. E lo stesso si può dire della carica di presidente della Figc, scelto in Assemblea elettiva».

IL PRESUPPOSTO OGGETTIVO «La Figc, pur essendo formalmente un’associazione di diritto privato, non può essere considerata un mero “soggetto privato” esterno e destinatario dell’azione del Coni. Al contrario, è una componente strutturale e fondamentale dell’ordinamento sportivo nazionale, il cui vertice è il Coni. Il rapporto tra Coni e Figc non è assimilabile a quello tra un’autorità di vigilanza e un’impresa operante sul mercato. La ratio del pantouflage è evitare che un funzionario possa “vendere” la sua influenza a un’entità esterna che ha precedentemente regolato o con cui ha negoziato. Tale rischio è del tutto assente nel passaggio da presidente del Coni a presidente della Figc».

MALAGO’ NON CORRE RISCHI «Io sono convinto che possa legittimamente rivestire l’incarico di presidente della Figc e che la sua elezione non contrasti con le disposizioni vigenti».

Arbitri Serie A: ufficiali le designazioni della 38ª e ultima giornata. Chi è stato scelto per Torino Juve ma non solo

Arbitri Serie A: sono state ufficializzate le designazioni della 38ª e ultima giornata. Chi è stato scelto per tutte le sfide

Attraverso il proprio sito ufficiale, l’AIA ha reso note le designazioni arbitrali per la 38ª giornata di Serie A.

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FIORENTINA – ATALANTA Venerdì 22/05 h.20.45

PERRI

VOTTA – PRESSATO

IV:      MASSA

VAR:     DI BELLO

AVAR:       SERRA

BOLOGNA – INTER Sabato 23/05 h. 18.00

BONACINA

LAGHEZZA – ZEZZA

IV:      MARCENARO

VAR:     PEZZUTO

AVAR:       BARONI

LAZIO – PISA Sabato 23/05 h. 20.45

FERRIERI CAPUTI

NIEDDA – EMMANUELE

IV:       DI MARCO

VAR:      GHERSINI

AVAR:        PICCININI

PARMA – SASSUOLO h. 15.00

TURRINI

IMPERIALE – TRINCHIERI

IV:     MARINELLI

VAR:     GIUA

AVAR:     PEZZUTO

NAPOLI – UDINESE h. 18.00

ZANOTTI

CAPALDO – PASCARELLA  

IV:      MANGANIELLO

VAR:     PRONTERA

AVAR:     PAIRETTO

CREMONESE – COMO h. 20.45

MARESCA

CECCONI – FONTEMURATO

IV:     CALZAVARA

VAR:     GARIGLIO

AVAR:      CAMPLONE

LECCE – GENOA h. 20.45

DOVERI

PERETTI – MASTRODONATO

IV:       MUCERA

VAR:     MAZZOLENI

AVAR:     PAGANESSI

MILAN – CAGLIARI h. 20.45

GUIDA

PRETI – BERCIGLI

IV:     AYROLDI

VAR:      ABISSO

AVAR:       CHIFFI

TORINO – JUVENTUS h. 20.45

ZUFFERLI

BACCINI – LO CICERO

IV:       COLOMBO

VAR:      DI PAOLO

AVAR:     MARINI

H. VERONA – ROMA h. 20.45

SOZZA

ROSSI M. – LAUDATO

IV:     FELICIANI

VAR:     MERAVIGLIA

AVAR:      MAGGIONI

Di Marzio: «In Italia non abbiamo pazienza, i giovani bravi ci sono ma manca coraggio. Ci sarà una rivoluzione allenatori» – VIDEO

Di Marzio: «In Italia non abbiamo pazienza, i giovani bravi ci sono ma manca coraggio». Le parole del giornalista sul mercato e sulla crisi del calcio

(Inviato al Palazzo della Regione Piemonte)Gianluca Di Marzio, giornalista ed esperto di calciomercato di Sky, ha parlato a margine della presentazione della 25^ edizione della Torino International Cup 2026.

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SITUAZIONE TORINO – «Non ho notizie di cambi imminenti o svolte societarie. Penso che rimarrà al timore Cairo. Ha affidato un percorso a Petrachi, che conosceva bene perché era stato un suo fedele direttore sportivo prima di andare alla Roma, adesso bisognerà capire che tipo di allenatore verrà scelta e che tipo di strada vorrà fare. E’ stata una stagione difficile, con una rottura ambientale che è netta, il tifoso chiede qualcosa di più e qualcosa di chiaro».

IL GRANDE LIMITE DEL CALCIO ITALIANO, IL MOTIVO DEI POCHI GIOVANI – «Sicuramente il discorso della cultura calcistica è ai primi posti, non abbiamo pazienza. Se fai una squadra di soli giovani e perdi… In Italia si vuole vincere. C’è anche mancanza di coraggio, perché i giovani bravi ci sono e lo testimoniano i risultati delle nostre nazionali: arrivano lì e poi c’è quel tappo che non riusciamo a togliere. Però ci sono esempi positivi come il Cagliari, che è una società che ha lavorato bene sui giovani, tanti giovani italiani, ha preso un allenatore dalla Primavera e ha rischiato. Anche il Catanzaro in B, è arrivato in finale playoff prendendo tanti ragazzi giovani come Liberali dal Milan, che aveva sacrificato. Anche il Frosinone… Ci sono degli esempi positivi. Da noi i giovani sono i 2007, negli altri campionati i 2009, siamo indietro di 2-3 anni».

SITUAZIONE VLAHOVIC-JUVE – «Ci sono stati colloqui, da entrambe le parti è emersa la volontà di continuare, poi ci vogliono i numeri e bisogna trovare un accordo economico. La Champions può permettere alla Juve di fare un’offerta più alta e lui può decidere se rimanere o meno, a seconda dell’offerta economica e dal tipo di manifestazione che la Juve giocherà l’anno prossimo. Non penso sia ancora finita, anche perché non ha ancora firmato con nessun altro. Oggi i calciatori in scadenza, come lui, Dybala, Celik, non hanno firmato con nessun altro club e hanno giocato fino all’ultimo rischiando anche di farsi male, il loro futuro si deciderà all’ultimo, a giugno, come gli altri calciatori».

DIRETTORI SPORTIVI ESONERATI – «Non si erano mai visti tutti questi esoneri dei direttori sportivi. Vagnati dal Torino, Massara dalla Roma al Milan, Tare arriva al Milan… I direttori sportivi oggi vengono mandati via come fossero allenatori, magari a volte senza reali motivazioni tecniche. Magari perché ci sono proprietà americane che hanno un altro modo di vedere il calcio, vedono solo asset».

BERNARDO SILVA JUVE? – «Chiaro che se vai in Champions sei più forte nel poterlo convincere, sia per la manifestazione che vai a giocare e sia a livello economico, meno introiti e meno puoi avere costi per ingaggi così importanti».

CHI SARA’ LA PROTAGONISTA DEL MERCATO? – «Penso che la protagonista del mercato sarà l’Inter. Quest’anno l’Inter cambierà, cambierà tanto. Non so se prenderà Nico Paz, ma vuole fare diverse cose rispetto al passato. E’ la società che da anni mantiene la sua continuità dirigenziale, di identità e filosofia. Non è un caso che le società che hanno mantenuto continuità dirigenziale sono quelle che stanno ottenendo i risultati migliori, l’Inter ma anche il Como stesso. Mi colpì quando incontrati tanti anni fa il direttore sportivo Ludi, loro erano ancora in Serie C: gli chiesi cosa lo avesse colpito in questa proprietà e mi rispose dicendo che hanno fatto una programmazione decennale. In Italia la programmazione del calcio è di 6 mesi, loro avevano già fatto il programma per i prossimi 10 anni, e recentemente mi hanno detto di essere avanti di due anni rispetto a quanto pianificato. Penso che le protagoniste del mercato saranno l’Inter e anche il Como»

RIVOLUZIONE ALLENATORI IN SERIE A – «Si, per le panchine sarà un casino mai visto! Già il fatto che Conte lascia il Napoli, quindi adesso non si sa se viene Sarri o va all’Atalanta, poi Palladino, Grosso, questo e quello… Poi c’è anche la Nazionale che deve trovare il suo ct. Sono pochissimi quelli sicuri di rimanere: Fabregas, Chivu, De Rossi e pochi altri. Spalletti se va in Champions sì, Gasperini alla Roma».

QUESTO GENERE DI MANIFESTAZIONI UN TASSELLO SU CUI RIPARTIRE PER LA FORMAZIONE DEI NOSTRI RAGAZZI? – «Assolutamente sì. Intanto il confronto con culture diverse, realtà internazionali, sia per il modo di giocare ma anche per il modo di comportarsi. La gestione della vittoria, della sconfitta, il fair play. Capire anche il livello del nostro calcio rispetto al loro. Penso che sia un confronto utilissimo per capire a che livello siamo come giovani. Poi non saranno questi tornei ad aiutarci ad uscire dalla crisi, ma possono aiutare a capire che strada percorrere. Se parlate con chi vive in Spagna vi dirà che le seconde squadre sono un tassello fondamentale per la crescita dei giovani, da noi in Italia le seconde squadre le hanno solo in 4».

Solet si racconta: «L’Inter? Milano è bellissima. Ma qui a Udine sono a casa»

Il difensore rivelazione dei friulani, Oumar Solet, traccia un bilancio della stagione: i segreti di Runjaic, l’idolo Ronaldinho e le voci di mercato

Classe 2000, Oumar Solet ha fatto un’ottima stagione ed è nel mirino di molte squadre, attratte da quanto visto con l’Udinese. La Gazzetta dello Sport lo ha incontrato.

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MILANO «Milano è una città bellissima e molto viva. Mi piace».

LE ORIGINI «Ho parenti nella Repubblica Centrafricana e in Costa d’Avorio, ma sono francese, ho sempre vissuto in Francia».

IL FRATELLO AL CSKA «Abbiamo iniziato insieme, all’Accademia di Laval. Non abbiamo mai giocato insieme da professionisti, magari un giorno succederà. È un centrocampista molto tecnico. Dopo la Turchia quest’anno è stato al Cska Sofia».

IL RUOLO «All’inizio ero centrocampista, poi a 17 anni difensore. Ho sempre avuto queste caratteristiche. Amavo Ronaldinho, molto tecnico, giocava tanto con la palla, mi piaceva vederlo. Oggi non c’è più un Ronaldinho, ma mi piacevano anche Sergio Ramos e Pogba».

IL SALISBURGO «È stata una buona esperienza, quattro anni. Li ho aiutati molto. Loro vogliono fare mercato, hanno un modo particolare di gestire».

L’INTERESSE DELL’INTER «È bello essere accostato a grandi club, ma io sono concentrato sull’Udinese».

GLI PIACE L’UDINESE «Perché sto bene qui. Il club ha fiducia in me, gioco con continuità e posso crescere. Questo è fondamentale per me. L’Udinese mi ha fatto sentire a casa, vivo in centro, è una città tranquilla e ti permette di concentrarti sul lavoro. Sto molto bene. La pasta al formaggio è ancora tra le mie preferite, ma ho scoperto anche altri piatti italiani».

IL MERITO DEI 50 PUNTI «Il merito è di tutto il gruppo: squadra, staff e società. Il mister ci ha dato organizzazione, fiducia e un’identità chiara. Si è visto in campo: siamo stati una squadra in ogni momento, anche nei più difficili. E Arthur Atta con cui gioco ogni giorno e che mi ha stupito fin dal primo allenamento».

QUALE NAZIONALE SCEGLIERA’ «È una decisione importante. Ci sto pensando: voglio fare la scelta giusta per il mio futuro».

TIFAVA REAL MADRID DA BAMBINO «Il Real Madrid è sempre il Real Madrid: resta un club speciale per me».

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