Pagina 824 – Calcio News 24

Euro 2032: il “modello Genova” per gli stadi italiani. Pronto un commissario per evitare la figuraccia con la Uefa. Quali saranno i 5 impianti designati? Abodi: «Il Sud deve esserci»

Le parole di Andrea Abodi, Ministro per lo Sport, sulla situazione degli stadi italiani in vista della candidatura per Euro 2032

Basta burocrazia, basta rinvii. Il Governo accelera per affrontare l’annosa e ormai non più rimandabile emergenza degli stadi italiani. Con l’Europeo del 2032, da ospitare insieme alla Turchia, che si avvicina a grandi passi, l’Italia non può più permettersi di aspettare. Per questo, nella bozza del nuovo Decreto Sport in via di approvazione, spicca la nomina di un commissario straordinario per le infrastrutture. Una figura dotata di poteri speciali, sul “modello Genova”, pensata per sbloccare i cantieri e superare i veti che per decenni hanno lasciato il nostro patrimonio di impianti in uno stato di fatiscenza, mettendo a rischio la credibilità del Paese di fronte alla UEFA.

Come spiegato dal ministro per lo Sport Andrea Abodi, si tratterà di una «piattaforma commissariale» che avrà il compito di dialogare con le amministrazioni locali per dare una “accelerata decisiva a tutti i processi”. Il tempo stringe: a breve la FIGC dovrà indicare alla UEFA le 5 città ospitanti. La situazione è un puzzle complesso: Torino, con l’Allianz Stadium, è l’unica certezza. Roma e Milano sono nodi cruciali, con la speranza di nuovi impianti che si scontra con le eterne discussioni sul futuro di Olimpico e San Siro. Per gli altri due posti la corsa è aperta, con la necessità, sottolineata da Abodi, che «non potrà mancare il Sud».
Questa corsa contro il tempo è osservata con la massima attenzione anche a Nyon. La UEFA, infatti, non intende fare sconti e ha già nominato Michele Uva come suo delegato ufficiale presso il comitato organizzatore, con il compito specifico di aiutare e vigilare proprio sul “nodo impianti”. L’obiettivo è chiaro: presentarsi al 2032 con stadi moderni, sicuri e funzionali. L’istituzione di un commissario è vista come l’ultima, grande opportunità per adeguare l’Italia agli standard europei ed evitare una figuraccia che avrebbe conseguenze pesantissime per l’intero movimento calcistico nazionale.

Germania-Slovenia U21: dove vederla e orario

Al Tehelné pole andrà in scena la sfida tra Germania-Slovenia U21: le ultimissime di formazione con orario e dove vedere il match

Al Tehelné pole di Bratislava, Germania-Slovenia U21 si affrontano nella prima giornata della fase a gironi degli Europei di categoria.

Orario e dove vederla

Germania-Slovenia U21 si gioca giovedì 12 giugno 2025 alle ore 21:00. La partita sarà trasmessa in in streaming gratis per tutti su UEFA.TV.

Under 21, chi è Sebastiano Desplanches, il para-rigori contro la Romania. Il guardiano azzurro forgiato dai Mondiali con Buffon e Julio Cesar come riferimenti

Tutto quello che c’è da sapere su Sebastiano Desplanches, portiere dell’Italia U21 decisivo agli Europei contro la Romania

«Condivide i meriti della vittoria per il rigore parato a Munteanu. Mezzo voto in meno per un’uscita a metà nel finale»: La Gazzetta dello Sport ha dato 7 a Sebastiano Desplanches, il portiere dell’Under 21 che ha iniziato ieri l’Europeo di categoria partecipando da protagonista al successo finale per 1-0 (firma di Baldanzi). Qual è la sua storia?

Chi è

Un metro e ottantanove di altezza, reattività felina tra i pali e una calma da veterano che contrasta con i suoi 22 anni. Sebastiano Desplanches non è solo il portiere titolare dell’Italia Under 21; è il simbolo di una generazione di talenti azzurri che ha già conosciuto le lacrime di una finale persa e la gloria di un riconoscimento mondiale. La sua parata sul rigore di Munteanu nel debutto vincente contro la Romania agli Europei di categoria è solo l’ultimo fotogramma di una carriera in maglia azzurra vissuta sempre da protagonista.
Nato a Novara l’11 marzo 2003, Desplanches è un prodotto del prestigioso calcio giovanile milanese. Cresciuto calcisticamente prima nel vivaio dell’Inter e poi, per gran parte della sua formazione, in quello del Milan, si è da sempre distinto per le sue qualità. Oltre a un fisico imponente, possiede un’ottima tecnica con i piedi, che lo rende un portiere moderno e abile nell’impostazione dal basso, e una notevole agilità negli interventi a terra.
Dopo aver lasciato il Milan nel 2022, ha iniziato il suo percorso nel calcio professionistico in Serie C, prima al Vicenza e poi in prestito al Trento, dove ha trovato la continuità necessaria per compiere il grande salto. Dal 2023 è un giocatore del Palermo, club con cui nella stagione appena conclusa ha collezionato 21 presenze in Serie B, affermandosi come uno dei giovani portieri più promettenti del panorama nazionale.

Una storia azzurra da protagonista

La carriera di Desplanches è indissolubilmente legata alla maglia azzurra, indossata in tutte le categorie giovanili, dall’Under 15 fino all’Under 21. La sua consacrazione internazionale arriva nell’estate del 2023, durante il Mondiale Under 20 in Argentina. L’Italia, guidata in panchina da Carmine Nunziata, compie un percorso straordinario, arrivando fino alla finale poi persa di misura contro l’Uruguay.
Nonostante la delusione per la medaglia d’argento, Desplanches è uno dei protagonisti assoluti del torneo. Le sue parate decisive, la sua sicurezza e la sua leadership gli valgono il prestigioso “Guanto d’Oro”, il premio come miglior portiere della manifestazione. «Quel premio mi ha certamente sollevato dalle lacrime», dichiarò dopo la finale, «ma lo considero un punto di partenza, non di arrivo». Un riconoscimento che lo ha proiettato sotto i riflettori del calcio internazionale.
Quell’esperienza ha forgiato il suo carattere: «Ci davano per spacciati, nessuno credeva in noi. Poi siamo arrivati in Argentina e abbiamo sentito l’appoggio dei tifosi locali, e questo ci ha caricati». È questa la mentalità che Desplanches porta oggi nell’Under 21: quella di un gruppo capace di sovvertire i pronostici e di compattarsi nelle difficoltà.
Cresciuto nel mito di Buffon e con un debole per lo stile di Júlio César, Sebastiano Desplanches rappresenta il futuro della porta italiana. La parata nel debutto all’Europeo Under 21 è un nuovo, importante mattoncino nella costruzione di una carriera che, sia a livello di club con il Palermo sia con la maglia azzurra, promette di regalare ancora grandi soddisfazioni.

Finlandia-Olanda U21: dove vederla e orario

Al Tehelné pole andrà in scena la sfida tra Finlandia-Olanda U21: le ultimissime di formazione con orario e dove vedere il match

Al Tehelné pole di Bratislava, Finlandia-Olanda U21 si affrontano nella prima giornata della fase a gironi degli Europei di categoria.

Orario e dove vederla

Finlandia-Olanda U21 si gioca giovedì 12 giugno 2025 alle ore 21:00. La partita sarà trasmessa in in streaming gratis per tutti su UEFA.TV.

Calciomercato Juve, torna l’obiettivo Frattesi: può arrivare al posto di Tonali, la situazione

Le ultime sulle mosse di calciomercato della Juve, con l’obiettivo Davide Frattesi per il centrocampo dall’Inter. Tutti i dettagli

L’edizione odierna de La Gazzetta dello Sport fa il punto sulle mosse di calciomercato della Juve, con l’obiettivo Davide Frattesi per il centrocampo dall’Inter.

JUVE FRATTESI – «La strada per Sandro Tonali, corteggiato nei mesi scorsi dall’ex dt Cristiano Giuntoli, non è chiusa, però pare ogni giorno più in salita: il Newcastle si è qualificato in Champions e non vuole rinunciare all’ex rossonero. Alla Continassa non mollano, ma intanto ripensano a un altro “giovane-vecchio” pallino azzurro: Davide Frattesi dell’Inter. In lista anche Florentino del Benfica».

Repubblica Ceca-Inghilterra U21: dove vederla e orario

Al Tehelné pole andrà in scena la sfida tra Repubblica Ceca-Inghilterra U21: le ultimissime di formazione con orario e dove vedere il match

Al Tehelné pole di Bratislava, Repubblica Ceca-Inghilterra U21 si affrontano nella prima giornata della fase a gironi degli Europei di categoria.

Orario e dove vederla

Repubblica Ceca-Inghilterra U21 si gioca giovedì 12 giugno 2025 alle ore 21:00. La partita sarà trasmessa in in streaming gratis per tutti su UEFA.TV.

Pisacane Cagliari, quando la Primavera è il trampolino dei mister: la vittoria con i giovani che ha lanciato le carriere di Grosso e Baroni. Ma il migliore non è più in Italia

Il Cagliari ha promosso Pisacane dalla Primavera alla panchina della Prima Squadra, una tradizione ben radicata tra le squadre in Serie A

Promuovere in prima squadra l’allenatore che ha appena trionfato con la Primavera. La scelta del Cagliari di affidare la panchina a Fabio Pisacane, fresco vincitore della Coppa Italia di categoria, non è un azzardo, ma una scommessa affascinante e ben radicata nella storia del nostro calcio. Un percorso che premia il merito, la conoscenza dell’ambiente e la capacità di lavorare con i giovani, trasformando il successo del vivaio in un potenziale trampolino di lancio per il club. Affidare la guida ai “propri” uomini è una scelta di continuità e di DNA, un tentativo di costruire un’identità forte partendo dalle fondamenta.

La storia recente e passata offre esempi illustri di come questa transizione possa portare a risultati straordinari, ma anche di come il successo con i giovani non sia sempre un biglietto garantito per la gloria con i “grandi”.

Simone Inzaghi, l’archetipo del successo

L’esempio più luminoso e a cui ogni presidente spera di ispirarsi è senza dubbio quello di Simone Inzaghi. Prima di diventare il re delle coppe con Lazio e Inter, Inzaghi ha costruito la sua mentalità vincente proprio alla guida della Primavera biancoceleste, con cui ha conquistato due Coppe Italia (2014, 2015) e una Supercoppa (2014). Quando la Lazio, nel 2016, si trovò a dover sostituire Stefano Pioli, la scelta di promuovere quel giovane tecnico non fu un ripiego, ma una decisione logica. Inzaghi conosceva a menadito l’ambiente di Formello, aveva un rapporto diretto con i giovani talenti pronti al grande salto e, soprattutto, aveva già dimostrato di saper vincere. La sua promozione si rivelò un successo strepitoso, portando in bacheca una Coppa Italia e due Supercoppe Italiane e costruendo una squadra dal gioco spettacolare e riconoscibile. Il suo percorso è diventato il modello di riferimento per ogni club che decide di investire su un tecnico cresciuto in casa.

Il trampolino di lancio: da Grosso a Baroni

Non sempre il successo in Primavera si traduce con la panchina della prima squadra dello stesso club, ma spesso funge da potentissimo trampolino di lancio per la carriera. Ne sa qualcosa Fabio Grosso, che nel 2016 guidò la Juventus a vincere il prestigioso Torneo di Viareggio. Quella vittoria non gli valse la panchina di Allegri, ma lo proiettò immediatamente nel calcio professionistico, aprendogli le porte di piazze importanti come Bari, Verona e Frosinone, con cui ha poi conquistato una storica promozione in Serie A. Un altro campione del mondo, Filippo Inzaghi, vinse il Viareggio con il Milan nel 2014, un trionfo che fu il prologo della sua promozione in prima squadra. Allo stesso modo, Marco Baroni, prima di diventare un affermato tecnico di Serie A, si fece le ossa vincendo il Viareggio con la Juventus Primavera nel 2012. Questi casi dimostrano come vincere a livello giovanile sia una certificazione di qualità riconosciuta da tutto il sistema.

Alberto De Rossi, il re senza corona

Esiste però anche un controcanto, un monito che insegna come la gloria con i giovani non sia un pass automatico. Nessuno incarna questo paradosso meglio di Alberto De Rossi, per quasi vent’anni re del settore giovanile della Roma. Con la Primavera giallorossa ha vinto tutto e più volte: tre Scudetti, due Coppe Italia e due Supercoppe. Ha lanciato generazioni di talenti, da suo figlio Daniele a Florenzi e Pellegrini. Eppure, nonostante un palmarès da allenatore di prima fascia e una conoscenza enciclopedica dell’ambiente di Trigoria, non gli è mai stata affidata in pianta stabile la guida della prima squadra, se non per qualche breve interim. La sua storia dimostra come, a volte, i club preferiscano affidarsi a nomi esterni di maggior richiamo, relegando l’allenatore della Primavera al ruolo di specialista, un formidabile coltivatore di talenti a cui però viene precluso l’ultimo, decisivo passo.

La scommessa del Cagliari su Pisacane si inserisce in questo solco. L’auspicio dei tifosi sardi è che il loro nuovo tecnico possa ripercorrere le orme gloriose di Simone Inzaghi, trasformando la mentalità vincente costruita con i giovani nel nuovo DNA della prima squadra.

Roma, Svilar vicino alla permanenza, decisiva la mediazione di Ranieri

Roma, sempre più vicino il rinnovo di Mile Svilar con i giallorossi: Ranieri decisivo nella mediazione, nei prossimi giorni l’incontro decisivo

Mile Svilar sta vivendo un’estate speciale nella sua Anversa, città dove è cresciuto, ha conosciuto sua moglie e dove a breve nascerà il suo primo figlio. In attesa del lieto evento, il portiere della Roma si sta godendo il riposo in famiglia, ma senza staccare davvero dal calcio: è già al lavoro per farsi trovare pronto alla prossima stagione. Nella sua abituale palestra belga, seguitissimo da un preparatore personale, Svilar si allena con regolarità per mantenere la forma fisica e gestire la pressione emotiva. Sullo sfondo, però, resta anche una questione importante: il rinnovo del contratto con la Roma, reso complicato dalle alte richieste dell’agente del giocatore. Una situazione che ha rischiato di raffreddare i rapporti tra le parti, ma che ora sembra avviata verso una svolta grazie all’intervento diretto di Claudio Ranieri.

Il dirigente giallorosso, come riportato dal Corriere dello Sport, ha preso in mano la trattativa come mediatore, riportando serenità e dialogo. Il primo effetto è stato positivo: l’offerta iniziale di 3 milioni annui è stata ritoccata al rialzo e ora la Roma è pronta a proporre un quinquennale da 3,5 milioni più eventuali bonus legati a rendimento personale e di squadra. Un contratto da giocatore centrale nel progetto, simile a quello siglato con Pisilli. Le telefonate frequenti tra Ranieri e Svilar hanno consolidato la fiducia reciproca, mentre le avances del Milan sono state subito respinte. Nella prossima settimana è previsto un incontro a Trigoria con l’agente – e forse lo stesso portiere – per formulare l’offerta definitiva. L’intesa è vicina, e quel lieto fine che Svilar attende sul piano familiare potrebbe presto arrivare anche sul fronte professionale.

Pioli inizia a disegnare la sua Fiorentina in attesa del ritorno in viola: De Gea una sicurezza, Fagioli il leader

Prende forma la Fiorentina di Stefano Pioli, sempre più vicino al ritorno in Viola: ecco le certezze tattiche del tecnico

La Fiorentina è pronta ad aprire un nuovo ciclo con Stefano Pioli, ma per il ritorno ufficiale del tecnico al Viola Park bisognerà attendere il 3 luglio: fino ad allora, Pioli è ancora vincolato fiscalmente al ricco contratto firmato con l’Al Nassr, che lo lega a 12 milioni l’anno. L’allenatore emiliano, però, ha già dato il suo sì a un progetto che ritiene ambizioso: i viola ripartono da un sesto posto in Serie A e dalla possibilità di tornare in Conference League, stavolta per vincerla. Il contratto di Pioli sarà triennale e la costruzione della nuova squadra è già in corso, con il direttore sportivo Daniele Pradè e il responsabile dell’area tecnica Roberto Goretti al lavoro per garantire al nuovo allenatore almeno tre o quattro volti nuovi, puntando anche su qualche rientro dai prestiti.

La base della nuova Fiorentina, come riportato da la Gazzetta dello Sport, è solida: De Gea resterà tra i pali, in difesa ci sarà continuità con Ranieri, Pablo Marí, Pongracic e i giovani Comuzzo e Moreno (almeno uno sarà ceduto). A sinistra Gosens, Parisi e il giovane Fortini assicurano copertura, mentre a destra Dodô potrebbe partire. A centrocampo Mandragora e Fagioli sono le certezze, ma saranno necessari due innesti se non verrà riscattato Cataldi. Frendrup (Genoa) e Raskin (Rangers) sono nomi caldi. In attacco, Gudmundsson piace a Pioli ma costa troppo (17 milioni) e su di lui pesa un procedimento legale in corso. Più facile la partenza di Beltrán e Sottil, mentre su Ikoné si valuterà il rendimento dopo il prestito a Como. In attesa di ufficialità, la nuova Fiorentina prende forma tra ambizioni europee, analisi dei rientri e strategie di mercato prudenti.

Ct Nazionale, ecco perché il Mancini-bis non è un azzardo: ha già compiuto un miracolo e il gruppo è con lui. Le 3 ragioni che lo riporterebbero alla guida degli azzurri

Roberto Mancini di nuovo sulla panchina della nazionale? Il suo ritorno in Azzurro non è così azzardato: ecco tre motivi

In un’Italia del calcio smarrita, che si aggrappa con disperazione a un Mondiale già in salita, il dibattito sul futuro commissario tecnico infiamma la nazione. Mentre si valutano nuovi progetti e si negozia con guerrieri come Gattuso, il fantasma di un grande ex si fa sempre più concreto, alimentato da un’intervista che sa di “mea culpa“ e di nostalgia. Il ritorno di Roberto Mancini, da suggestione a ipotesi, poggia su fondamenta solide che vanno oltre il semplice ricordo del trionfo europeo. È una candidatura che si regge su tre pilastri, tre ragioni forti che trovano sponda nel pensiero di alcuni dei più grandi maestri del nostro calcio.

Il creatore di capolavori, parola di Arrigo Sacchi

La prima, e forse più importante, ragione è una garanzia certificata: Mancini ha già dimostrato di saper compiere miracoli. Persino un profeta del calcio come Arrigo Sacchi, da sempre sostenitore del bel gioco e della forza del collettivo, ha recentemente avallato l’idea di una seconda chance per il tecnico di Jesi. E non è un caso. Sacchi, meglio di chiunque altro, sa riconoscere chi è in grado di costruire un progetto vincente partendo dalle macerie. Mancini, nel 2018, ereditò una Nazionale psicologicamente a pezzi, reduce dalla più grande umiliazione della sua storia moderna. In meno di tre anni, non solo l’ha portata sul tetto d’Europa, ma l’ha fatto attraverso un’identità di gioco precisa, coraggiosa e spettacolare. Ha trasformato un gruppo di buoni giocatori in una macchina perfetta, detentrice di un record di imbattibilità storico. In un momento di crisi profonda come quello attuale, affidarsi a chi ha già dimostrato di saper trasformare il piombo in oro non è un azzardo, ma un investimento sulla più solida delle certezze.

Un debito d’onore, la spinta che Gigi Buffon capirebbe

C’è poi una motivazione che esula dalla tattica e affonda le radici nell’anima: la redenzione. Anche se sta lavorando per portare in azzurro Rino Gattuso, chi meglio di una leggenda come Gigi Buffon, che ha vissuto sulla propria pelle il peso della maglia azzurra e l’ossessione per il Mondiale, potrebbe comprendere la forza di una simile spinta interiore? Il ritorno di Mancini non sarebbe un semplice re-incarico professionale. Sarebbe una missione personale. Le sue recenti dichiarazioni sono state una pubblica ammissione di colpa, il riconoscimento di un errore – quello di non aver chiarito con la Federazione – che lo tormenta. Ha parlato esplicitamente di un «debito con i tifosi», quello di provare a vincere un Mondiale. Questa fame, questo fuoco interiore di chi si sente in dovere di riparare a uno strappo e completare un’opera lasciata a metà, potrebbe essere il carburante più potente per rianimare un ambiente depresso. Non si tratterebbe di allenare, ma di combattere per un’eredità.

La forza del gruppo, la logica di Fabio Capello

Infine, c’è una ragione prettamente pragmatica, una di quelle che un vincente seriale come Fabio Capello coglie: la continuità e la leadership riconosciuta. In situazioni di emergenza, quando il tempo per costruire è zero e bisogna solo vincere, il legame tra l’allenatore e lo spogliatoio vale più di qualsiasi schema. Mancini questo legame ce l’ha già. Il nucleo della Nazionale è ancora composto in larga parte dagli eroi di Wembley, giocatori con cui ha un rapporto diretto, quasi paterno. Non avrebbe bisogno di mesi per guadagnarsi la fiducia del gruppo, dovrebbe solo riaccendere una fiamma mai del tutto spenta. In una corsa contro il tempo come quella per la qualificazione al Mondiale 2026, partire con il vantaggio di uno spogliatoio che già crede ciecamente nel proprio comandante non è un dettaglio, ma un asset strategico dal valore inestimabile. Visione, motivazione personale e leadership consolidata. Tre ragioni che, sommate, trasformano l’ipotesi del “Mancini-bis” da un nostalgico sogno estivo a un progetto sportivo con una sua logica stringente e affascinante.

Europeo Under 21: sei nomi da tenere d’occhio per il futuro, uno di loro nel mirino della Juve

Europeo Under 21: sei giovanissimi talenti da tenere d’occhio per il futuro; uno di loro è già nel mirino della Juve

L’Europeo Under 21 in programma in Slovacchia, iniziato ieri, promette di essere una vetrina imperdibile per alcuni dei talenti più brillanti del calcio europeo. Dopo il trionfo dell’Inghilterra nel 2023, l’edizione di quest’estate vede ancora i “Young Lions” tra i favoriti, insieme a Spagna, Portogallo, Francia, Germania, Italia e Paesi Bassi. Le rose ufficiali sono composte da 23 giocatori nati dopo il 1° gennaio 2002, e mescolano giovani emergenti a protagonisti già affermati nei rispettivi club. Ecco sei nomi da seguire con particolare attenzione.

Ethan Nwaneri (Inghilterra)

A soli 18 anni, Ethan Nwaneri è già entrato stabilmente nei radar del calcio inglese. Dopo il debutto in Nazionale U21 con gol alla sua prima da titolare contro il Portogallo, il talento dell’Arsenal ha vissuto una stagione da protagonista complice l’emergenza in attacco nei Gunners. Undici le sue partecipazioni attive a gol in 37 presenze, spalmate tra Premier League, coppe nazionali e Champions. Esterno mancino capace di accentrarsi e decidere con il tiro a giro, è tra i giocatori più talentuosi mai prodotti dal vivaio inglese. Il suo contributo sarà cruciale per difendere il titolo conquistato due anni fa.

Geovany Quenda (Portogallo)

Già acquistato dal Chelsea per 44 milioni di euro (effettivo dal 2026), Quenda ha polverizzato il record di precocità di Cristiano Ronaldo al gol con lo Sporting CP. Inizialmente esterno offensivo, si è trasformato in un terzino moderno e aggressivo, capace di difendere e ripartire grazie alla sua velocità e forza fisica. È già stato convocato due volte nella nazionale maggiore e, secondo lo staff tecnico di Lisbona, ha punti di contatto con Lamine Yamal. Se confermerà la crescita a questi livelli, il Portogallo potrà sognare in grande.

Thierno Barry (Francia)

Dopo aver impressionato al Basilea, Barry ha fatto il salto di qualità firmando per il Villarreal, dove ha contribuito con 11 gol e 4 assist a un sorprendente quinto posto in Liga. Attaccante imponente ma mobile, abile sia nel gioco aereo che palla al piede, ha attirato l’attenzione di vari club europei. Tra questi, l’Everton, pronto a versare i 40 milioni della clausola rescissoria per assicurarsi le sue prestazioni. L’Europeo rappresenta per lui un banco di prova decisivo per spiccare il volo verso la Premier League.

Conrad Harder (Danimarca)

Il centravanti del futuro danese gioca già allo Sporting CP, dove è stato acquistato per 19 milioni di euro nel 2024. Esplosivo e generoso nei movimenti, ha firmato 23 tra gol e assist nella stagione appena conclusa. Il paragone con Erling Haaland non è casuale, vista la fisicità e la fame di gol. Anche la nazionale maggiore lo ha già testato, e la sua crescita lo candida a contendere a Hojlund il ruolo di attaccante titolare. La Juventus lo segue con attenzione: i bianconeri vedono in lui un profilo ideale per il futuro del reparto offensivo.

Jorrel Hato (Paesi Bassi)

Leader difensivo a soli 19 anni, Hato è il vicecapitano dell’Ajax e ha appena vinto il premio come miglior talento dell’Eredivisie. Difensore centrale elegante, mancino, rapido e dotato di grande visione, è anche pericoloso in zona offensiva: 2 gol e 6 assist nella stagione appena conclusa. Ha esordito da professionista a 16 anni e ha già accumulato oltre 80 presenze tra campionato e coppe. Considerato un predestinato, sarà il perno della retroguardia olandese in Slovacchia.

Nick Woltemade (Germania)

Con i suoi 198 cm d’altezza, Woltemade è un attaccante imponente ma tutt’altro che statico. Ribattezzato il Messi di due metri per le sue doti tecniche sorprendenti, ha segnato 17 reti con lo Stoccarda, inclusa quella decisiva nella finale di Coppa di Germania. È già stato convocato in nazionale maggiore da Julian Nagelsmann per la Nations League e l’Europeo Under 21 sarà probabilmente la sua ultima apparizione con i giovani. Attaccante moderno e completo, può essere l’arma in più per la Germania verso il titolo.

Sampdoria Salernitana, il ds Valentini: «Noi pensiamo solo a vincere, conteranno 3 fattori. La colpa dei playout è solo nostra. A darci energia c’è Iervolino»

Serie B, le parole di Marco Valentini, direttore sportivo della Salernitana in vista dei playout contro la Sampdoria

In una stagione che si decide sul filo di lana, tra campo e tribunali, la Salernitana si affida all’esperienza del suo direttore sportivo, Marco Valentini. È lui l’uomo chiamato a tenere la barra dritta e a gestire la tensione nella settimana più delicata dell’anno, quella che culminerà nel doppio, drammatico playout salvezza contro la Sampdoria. Una sfida che vale la permanenza in Serie B, ma che si gioca su un doppio fronte: da un lato la battaglia sul rettangolo verde, dall’altro l’incertezza legata alle imminenti udienze che potrebbero riscrivere gli scenari. Ecco estratti della sua intervista odierna al Corriere dello Sport.

L’ISTANZA CAUTELARE E LE QUESTIONI LEGALI – «Per me, per il tecnico e per la squadra non cambia nulla. Dobbiamo pensare solo a vincere. Quello che succede a livello legale è diverso da ciò che riguarda la gestione del campo. Io posso incidere su questa. Sul piano legale la Salernitana ha adottato e adotterà tutti i provvedimenti che ritiene opportuni. Questa è una società seria ed integra, non siamo sprovveduti».

I DANNI SUBITI DAL CLUB – «Sembra di essere in un ritiro precampionato e la partita che affronteremo è come se fosse la prima di Coppa Italia. È stata spezzata l’inerzia della squadra, che stava venendo fuori con valori e ritmi».

LA RESPONSABILITÀ DELLA SQUADRA – «Alla squadra martedì ho detto: se siamo nei playout la responsabilità è nostra. E ci salveremo solo per merito nostro. Questo è l’obiettivo di tutti e per me un obiettivo diventa un’ossessione».

LA SCONFITTA DI GENOVA – «Nella vita s’impara dagli errori. La gara di Genova è stato un errore collettivo. Sappiamo quello che non dobbiamo rifare e non lo rifaremo».

COSA TEMERE DELLA SAMPDORIA – «L’entusiasmo di chi era retrocesso ed ora ha una nuova possibilità per salvarsi. Loro faranno la partita della vita e noi dovremo fare la partita della vita. Chi sarà più forte, vincerà. Mi auguro che tutti i tifosi siano con noi per non dare vantaggi all’avversario».

COSA CONTERÀ DI PIÙ NEL PLAYOUT – «La gestione delle forze, quindi i cambi saranno decisivi».

I TRE FATTORI DECISIVI – «Cuore, testa e coraggio».

L’IMPORTANZA DEL PRESIDENTE IERVOLINO – «É un portatore sano di energia positiva, di ottimismo, carica e fiducia. E comunica bene con i ragazzi. E’ un valore aggiunto per questi 180′».

GLI ARBITRI – «Sono sicuro che designeranno i migliori e quindi sono tranquillo».

Loseto: «Il mio rimpianto più grande? Riva mi voleva a Cagliari per la Coppa Campioni, ma un infortunio fermò tutto. Bari si sente la seconda squadra del Napoli, è umiliante»

Le parole di Pasquale Loseto, bandiera del Bari in occasione del suo ottantesimo compleanno: l’amore per il calcio, il rimpianto di Riva e il Bari di oggi

Pasquale Loseto, simbolo del calcio barese, compie oggi ottant’anni portando con sé lo spirito di un ragazzino e una carriera ricca di ricordi. Sei campionati vinti da calciatore, quasi 160 presenze con il Bari tra il 1964 e il 1973 e una miniera di aneddoti custoditi nella mente e nel cuore di chi ha vissuto il calcio con passione autentica. Di seguito le sue parole a La Repubblica di Bari.

GLI AUGURI RICEVUTI PER GLI 80 ANNI – «Tanti, forse perché mi sono sempre comportato bene con tutti. Vuol dire che ho lasciato qualcosa di importante, apprezzano la genuinità. Sono troppo leale, forse anche per questo non sono arrivato ad allenare in altre squadre».

IL PIÙ GRANDE RIMPIANTO IN CARRIERA – «Sì, nel 1970 a Cagliari mi volevano per giocare la Coppa dei campioni. Mi voleva lì Gigi Riva. Però ad allenare il Bari tornò Toneatto, eravamo retrocessi in B e lui pretese che io rimanessi per risalire insieme in A. Quell’anno ebbi la sfortuna di rompermi tibia e perone, avevo 25 anni. Per fortuna ho avuto una grande forza interiore e sono riuscito a reagire, vincendo a Pescara, Lecce e Monopoli».

L’AMORE PER IL CALCIO – «I miei zii materni erano i fratelli Chiricallo, da piccolo li ammiravo all’arena della Vittoria. Quando ho scoperto che avrei esordito contro il Trapani ho pianto dalla gioia, chiudendomi nel bagno. Mi sono ripromesso che mai avrei tolto quella maglia. La cosa più bella è stata marcare giocatori come Prati, Boninsegna, Amarildo, Jair. Gli attaccanti erano tutti forti all’epoca. É il calcio di una volta, oggi non c’è più».

IL CALCIO DI OGGI – «No, non mi ci riconosco. Il calcio è nato per un principio, vincere la partita e cercare di arrivare nel più breve tempo possibile alla porta avversaria. Ora si pensa sempre ai numeri, alla tattica. Prima era tutto più semplice ed efficace: portiere, difesa forte e attaccanti liberi di inventare senza dover rincorrere il pallone».

IL BARI DEI DE LAURENTIIS – «Dal momento in cui siamo falliti non sono più andato allo stadio. Ho ammirato i De Laurentiis nei primi anni, ma dopo la sconfitta con il Cagliari non li ho più capiti. Hanno collezionato una serie di errori e hanno allontanato la piazza. Bari non può vivere con squadre fatte da giocatori in prestito, serve chiarezza. La città si sente la seconda squadra del Napoli e questo è umiliante. Non andare allo stadio sarebbe sbagliato, non devono essere i giocatori a pagare le politiche societarie».

LA PASSIONE ANCORA VIVA PER IL CAMPO – «Sono verace, sento le partite. Mi arrabbio ancora tanto con i ragazzi (della squadra dei commercialisti, ndr). Il campo di calcio non ha età, le emozioni per me restano quelle del primo giorno».

Italia Under 21, buona la prima all’Europeo con la Romania: un altro Azzurro è possibile?

Se la nazionale maggiore soffre, l’Italia Under 21 inizia il suo Europeo battendo la Romania con una prova convincente

Un’altra Italia è possibile, e la dimostrazione arriva dall’Under 21 di Carmine Nunziata, che apre il suo Europeo con una vittoria convincente contro la Romania. In un torneo che spesso ha visto l’Italia deludere, spicca invece una squadra con un’identità chiara, lontana dai modelli in voga nella Serie A. Il gol decisivo è di Tommaso Baldanzi, trequartista puro e uomo simbolo di una squadra che gioca palla a terra, senza centravanti di riferimento, costruita sulle combinazioni tecniche e sulla mobilità offensiva. Assente per infortunio Pio Esposito, capocannoniere delle qualificazioni, Nunziata reinventa un attacco fluido, affidandosi all’esplosività di Koleosho, mvp UEFA e pericolo costante sulla fascia sinistra. La manovra si sviluppa prevalentemente su quel lato, con Ruggeri e Ndour in supporto e Baldanzi a svariare. È da lì che nasce il gol del vantaggio, frutto di un cambio campo ben eseguito e di un inserimento rapido in area.

Nel secondo tempo l’Italia cala fisicamente ma non mentalmente, reggendo il ritorno della Romania senza perdere lucidità. Decisivo anche il portiere Desplanches, che prima del riposo para un rigore a Munteanu e poi salva nuovamente nel finale. Anche il Var gioca a favore degli azzurrini, annullando per fuorigioco il possibile pareggio rumeno. L’ingresso di Casadei e Ambrosino dà ulteriore energia, e Baldanzi sfiora il raddoppio in due occasioni. La stanchezza si fa sentire nel finale, con qualche sbavatura in uscita e un paio di rischi evitabili, ma il risultato regge. È un’Italia diversa, coraggiosa e organizzata, che osa con la palla e si affida alla tecnica invece che alla fisicità. Se il buongiorno si vede dal mattino, il cammino può essere promettente.

Serie A, i dati confermano le difficoltà di giovani ed italiani di imporsi: un solo U21 in campo tra Inter e Napoli

Serie A sempre più un campionato per vecchie glorie: italiani e under 21 faticano a giocare: Inter e Napoli esempi poco virtuosi

Il concetto di “eterno ritorno” ben si adatta alla Serie A secondo il Corriere dello Sport, spesso accusata di preferire l’esperienza alla freschezza giovanile. Fin dal 2008, quando il Times definiva il campionato italiano l’ultima destinazione per i pensionati del pallone, il nostro calcio è stato visto come poco incline al rinnovamento. I ritorni romantici di ex campioni come Shevchenko e l’eliminazione precoce dell’Italia ai Mondiali del 2010 hanno alimentato la narrativa di una lega invecchiata, ancorata a nomi affermati e sempre più dipendente da stranieri. A distanza di diciassette anni, poco sembra cambiato: tra le squadre più competitive, come Napoli e Inter, lo spazio concesso ai giovani è minimo. L’Inter ha fatto esordire un solo Under 21 per appena venti minuti in tutta la stagione – Luka Topalovic, entrato all’80’ contro il Como -, mentre il Napoli campione d’Italia non ne ha schierato nemmeno uno. Gli Over 30 dominano nelle rose, segno che l’esperienza continua a prevalere sulla scommessa del talento emergente.

In controtendenza si muove invece il sorprendente Como di Cesc Fabregas, tecnico giovane e brillante che ha saputo valorizzare giocatori come Diao e Nico Paz, rilanciando l’idea di un progetto fondato sui giovani. Anche sul fronte dei calciatori italiani le cifre restano deludenti: in media, solo il 32% dei minuti in Serie A è giocato da italiani, con picchi negativi per club come Milan, Torino e Udinese. Il presidente Gravina e dirigenti come Marotta invocano un cambio di rotta, e segnali in questa direzione non mancano: l’Inter, ad esempio, ha investito su giovani come Sucic e Valentin Carboni. Il modello Yamal, esploso a Barcellona, indica che il talento va coltivato e responsabilizzato presto. L’Italia calcistica dovrà trovare il coraggio di crederci davvero.

Calciomercato Napoli, i consigli di Fabio Capello: «De Bruyne acquisto da Champions, Musah non mi convince per questi motivi. Conte non deve assolutamente perdere un giocatore»

Calciomercato Napoli, i consigli di Fabio Capello ai partenopei: «Per l’ala c’è un nome che mi intrigherebbe vedere»

La voce di chi ha vinto tutto, ovunque, ha un peso specifico diverso. Quando Fabio Capello analizza, consiglia o critica, il mondo del calcio si ferma ad ascoltare. Le sue non sono mai opinioni banali, ma diagnosi precise, frutto di un’esperienza e di una visione di gioco che pochi possono vantare. E così, dalle colonne de La Gazzetta dello Sport, Don Fabio ha consegnato la sua personalissima ricetta per il Napoli campione d’Italia, una squadra che, sotto la guida di Antonio Conte, si prepara a un’altra stagione da protagonista con il doppio impegno del campionato e della Champions League.

L’analisi di Capello parte da una base di eccellenza, con un colpo di mercato già messo a segno che infiamma la sua fantasia, ma non risparmia dubbi e, soprattutto, indica con precisione chirurgica dove intervenire per compiere il salto di qualità definitivo. Un giudizio che è al tempo stesso una promozione, un avvertimento e una chiara indicazione strategica. Ecco, nel dettaglio, l’analisi e i consigli di Fabio Capello:

«Partiamo dal fatto che il primo colpo sensazionale il Napoli lo ha già battuto: Kevin De Bruyne non sarà di primo pelo, ma è un acquisto da Champions, con una classe da Pallone d’oro. Con i ritmi della Serie A farà la differenza e in Europa aggiungerà pure esperienza. Mi convince meno la chiamata Musah, specialmente dovesse essere considerato l’erede di Anguissa: se, come sembra, il camerunese dovesse lasciare i campioni d’Italia, sarebbe una perdita importante. E l’americano visto al Milan non credo sia allo stesso livello, anche se a volerlo è lo stesso Conte. Fossi negli azzurri, mi concentrerei soprattutto su due ulteriori aggiunte: un centrale in difesa e un esterno alto di qualità e fantasia. Parlando proprio dell’ala, c’è un nome che più degli altri mi piacerebbe vedere a Napoli: Antonio Nusa. Per età e talento, il 2005 del Lipsia mi intriga parecchio. L’abbiamo visto in Norvegia-Italia come ha fatto a fette Di Lorenzo. Ha passo, dribbling, imprevedibilità: tutto ciò che è mancato alla squadra di Conte in alcune partite di quest’anno, nonostante lo scudetto. Più difficile individuare il profilo per la difesa. Rrahmani-Buongiorno è una bella coppia, ma alle loro spalle, in una stagione in cui i partenopei torneranno in Champions, va aggiunta un’alternativa di livello, con tutto il rispetto per Juan Jesus e Rafa Marin».

Manchester City, ancora incertezza sulle sanzioni per la violazione del FFP: ancora nessuna decisione presa

Il futuro del Manchester City rimane nel dubbio: ancora nessuna sentenza per le violazioni del Financial Fair Play

Il caso del Manchester City e delle sue 115 accuse di violazione del Financial Fair Play (FFP) sta diventando un vero grattacapo per la Premier League, che rischia un “disastro completo” se non si arrivasse a una risoluzione. Nonostante le accuse siano note dal febbraio 2023 e un’udienza indipendente sia terminata alla fine del 2024, nessuna sentenza è ancora stata emessa. Questo ritardo sta creando incertezza, con dibattiti accesi su possibili sanzioni che vanno dalla penalizzazione di punti e il blocco del mercato fino all’espulsione dalla Premier League stessa. Tutti i soggetti coinvolti, dai club ai tifosi, hanno bisogno di chiarezza per poter guardare avanti e pianificare le prossime stagioni senza questa spada di Damocle.

Stefan Borson, ex consulente finanziario del Manchester City, ha sottolineato l’urgenza di risolvere la questione prima dell’inizio della stagione 2025-26. Come riportato da talkSPORT, Borson ha spiegato che una sentenza dovrebbe arrivare entro la fine dell’attuale «stagione chiusa», o al più tardi durante il periodo del Mondiale per Club FIFA 2025, che offre una finestra di opportunità. Evitare che la decisione venga resa pubblica a ridosso dell’inizio del campionato è fondamentale per non creare ulteriore confusione e distrazione. «Nessuno lo vorrebbe. Sarebbe un disastro completo», ha dichiarato Borson, evidenziando come una risoluzione tempestiva sia nell’interesse di tutte le parti coinvolte per permettere al calcio inglese di proseguire senza questa pesante incertezza.

Ancelotti va al mondiale: il Brasile batte il Paraguay e stacca il ticket per il la Coppa del Mondo 2026

Bastano due partite a Carlo Ancelotti per portare il Brasile al mondiale: vittoria decisiva contro il Paraguay, decide Vinicius

Le prime settimane di Carlo Ancelotti alla guida della Seleção brasiliana sono state un autentico bagno di entusiasmo, perfettamente racchiuso nel motto locale “tudo joia, tudo beleza”. Il tecnico italiano è atterrato a Rio de Janeiro il 25 maggio e ha da subito catalizzato attenzioni e consensi. Presentato con una conferenza stampa molto partecipata, ha mostrato grande serenità e carisma, elementi che hanno subito avuto un impatto positivo su un ambiente reduce da una crisi profonda. Il pesante 4-1 subito dall’Argentina a marzo aveva lasciato scorie pesanti: la squadra appariva fragile, il rapporto con il pubblico si era raffreddato, la fiducia era ai minimi. In poco tempo, Carlo ha ridato ordine e tranquillità, ricucendo lo strappo tra nazionale e popolo.

Dopo le visite alle sedi della federazione e al centro tecnico di Granja Comary, Ancelotti ha diretto i primi allenamenti a San Paolo e preparato l’esordio in casa dell’Ecuador, dove il 5 giugno ha ottenuto uno 0-0 prezioso in un campo storicamente ostico. Il “trivote” formato da Bruno Guimarães, Casemiro e Gerson ha garantito equilibrio, in attesa di tempi migliori. Tornato a San Paolo, ha accolto il figlio Davide nello staff e ha guidato il Brasile nella sfida interna col Paraguay, vinta grazie al gol di Vinicius. La prestazione non è stata scintillante, ma ha coinciso con il 66° compleanno del ct, celebrato da una coreografia affettuosa allo stadio del Corinthians. L’impatto di Ancelotti è stato travolgente: giocatori più sereni, stampa ben disposta, federazione entusiasta. Conosciuto ormai come “Carlinhos Anselocci”, Carlo si gode la stima generale. È tornato a Madrid per organizzare il trasloco, ma ha già tracciato la rotta. Il prossimo impegno sarà il 3 settembre contro il Cile. Il sogno dell’Hexa è appena cominciato, e l’Italia – rimasta orfana di Spalletti – non può che osservare con un misto di orgoglio e rimpianto.

Milan, blitz a Londra per la difesa: i rossoneri cercano in casa Arsenal, piacciono Kiwior e Zinchenko

Il Milan cerca dei rinforzi per la difesa: blitz della dirigenza a Londra per parlare con l’Arsenal, dove piacciono Kiwior e Zinchenko

Il Milan ha avviato un blitz a Londra per discutere con l’Arsenal di due difensori che potrebbero rinforzare la retroguardia rossonera: Oleksandr Zinchenko e Jakub Kiwior. Entrambi duttili e con esperienza internazionale, rappresentano profili che rispecchiano le esigenze della nuova gestione targata Allegri, da sempre attenta alla solidità difensiva. Il focus, come riportato da la Gazzetta dello Sport, è sulla difesa: negli ultimi tre campionati il Milan ha sempre subito oltre 40 reti, dato inaccettabile per un tecnico che in carriera non ha mai incassato più di 39 gol in una stagione completa. Zinchenko, laterale sinistro con qualità tecniche da ex trequartista, è una possibile soluzione se dovesse partire Theo Hernandez, già promesso sposo dell’Atletico Madrid. Il suo contratto in scadenza nel 2026 e lo scarso impiego recente all’Arsenal potrebbero renderlo un’opportunità low cost (sotto i 15 milioni), anche se il nodo resta l’ingaggio elevato.

Parallelamente, i rossoneri guardano anche al centro della difesa, soprattutto in vista di una possibile partenza di uno tra Thiaw (cercato dal Leverkusen) e Tomori (appetito in Premier). Kiwior, mancino, adattabile anche in mediana o da terzino sinistro, è molto apprezzato per la sua intelligenza tattica e i numeri difensivi – è stato il migliore per intercetti nelle qualificazioni UEFA a Qatar 2026. Non mancano però le alternative: il giovane Comuzzo della Fiorentina, Leoni del Parma, Gila della Lazio, Djimsiti dell’Atalanta e Sule del Borussia Dortmund. In parallelo, Allegri apprezza profili italiani come Cambiaso o Udogie per la fascia, ma i costi sono elevati. Il Milan, dunque, si muove su più fronti, cercando rinforzi giovani, affidabili e con margini di crescita, per restituire solidità a un reparto difensivo che dovrà essere il fondamento della nuova era.

Manfredi Sampdoria, la ricetta per salvarsi: «I consigli di Mancini e un patto con i tifosi. Noi favoriti dai poteri forti? Tutto falso e lo dimostra una cosa. Evani sta facendo la differenza»

Le parole di Matteo Manfredi, presidente della Sampdoria, sul momento dei blucerchiati, pronti a giocarsi la permanenza in Serie B ai playout

Arrivato un anno fa per salvare la Sampdoria dal baratro del fallimento, il presidente Matteo Manfredi si ritrova oggi a navigare nella tempesta perfetta. Il sogno di una rapida risalita in Serie A, costruito su ingenti investimenti, si è trasformato nell’incubo di un drammatico playout per non sprofondare in Serie C. Un doppio confronto con la Salernitana raggiunto solo grazie alla penalizzazione del Brescia, circostanza che ha scatenato un coro di velenose accuse e illazioni. In un clima di massima tensione, con il futuro del club appeso a 180 minuti, il numero uno blucerchiato si trova a dover difendere la società, assumersi la piena responsabilità del fallimento sportivo e tracciare la rotta per il futuro, qualunque esso sia. Per fare chiarezza su una delle stagioni più difficili e controverse della storia doriana, ha parlato con il Corriere dello Sport.

FAVORITI DAI POTERI FORTI – «La conferma che fossero tutte illazioni l’abbiamo avuta quando il Brescia ha rinunciato al ricorso in appello accettando i 4 punti di penalizzazione inflitti in primo grado. Ora i danneggiati siamo noi, perché al netto di tempistiche che sono state regolari e hanno rispettato i vari step della giustizia sportiva, se i punti fossero stati decurtati durante la stagione, come fatto con il Cosenza, questa vicenda sarebbe finita in un altro modo. E mentre gli altri si muovono sul mercato e programmano la prossima stagione, noi a fine giugno siamo ancora nel limbo».

LA DELUSIONE PER LA STAGIONE – «Sinceramente? Non entro nelle scelte altrui e mi concentro sulle nostre responsabilità. Me le sono sempre prese e lo ribadisco: avevamo preparato una stagione con l’obiettivo di andare in Serie A. Non dovevamo essere qui a giocarci i playout. Avevamo investito tanto e, oltre a non centrare l’obiettivo, siamo precipitati».

EVANI E LOMBARDO – «La bacchetta magica purtroppo non esiste. Di sicuro Evani e il suo staff stanno facendo la differenza».

IL PLAYOUT NELL’INCERTEZZA – «Noi pensiamo al campo e rispettiamo la classifica. Nonostante le possibili implicazioni legali, ci sarà un giudizio cautelare il 13 e uno di merito il 19, a cavallo dei due playout. Non è facile operare così, ma non dobbiamo avere alibi».

UN MESSAGGIO AI TIFOSI – «Li comprendiamo. E li rispettiamo. Al punto che abbiamo messo in vendita i biglietti per la gara di domenica a prezzi popolari e al costo di un euro per i nostri abbonati. Questo gesto vuole essere l’inizio di un nuovo percorso insieme».

IL RUOLO DI ROBERTO MANCINI – «Con Roberto c’è un rapporto continuo. In quel momento avevo bisogno che la squadra ritrovasse identità e perdesse un po’ di timore. Così ci ha dato dei consigli e abbiamo deciso di puntare sul cuore blucerchiato dei campioni che hanno fatto la storia di questa società».

L’INCHIESTA DE “LE IENE” SUL VIVAIO – «Stiamo indagando. Non abbiamo mai sottoscritto, autorizzato o approvato alcun tipo di accordo e non c’è stato alcun contratto con gli agenti di questa persona».

LE MISURE PRESE PER TUTELARE IL CLUB – «Abbiamo sospeso i collaboratori accostati a questa vicenda, così da fare luce su un fatto che, se confermato, sarebbe gravissimo».

Javier Pastore: «Con Gasperini e Ranieri la Roma può lottare per lo scudetto. A Trigoria il mio unico rimpianto. Luis Enrique ha questo merito. E il Pallone d’Oro lo darei a questo giocatore»

Javier Pastore ha parlato al Corriere dello Sport: ecco cosa ha detto sulla prossima stagione della Roma e il trionfo del PSG in Champions League

Ci sono giocatori che si misurano in gol e trofei, e altri che si misurano in attimi di pura bellezza, capaci di fermare il tempo: Javier Pastore, per tutti “El Flaco“, appartiene indiscutibilmente alla seconda categoria. Un fantasista argentino dall’eleganza quasi anacronistica, un numero 10 d’altri tempi che ha fatto innamorare gli appassionati con la sua classe cristallina e il suo passo felpato. La sua carriera è un viaggio partito dall’esplosione con la maglia dell’Huracán, passato per la magia di Palermo che lo ha consacrato come uno dei talenti più luminosi della Serie A, e culminato nel suo ruolo di prima, iconica stella del Paris Saint-Germain dell’era qatariota.

Lì, tra giocate sublimi e lampi di genio, è iniziata la sua lunga e tormentata battaglia con un corpo troppo fragile per sostenere un talento così immenso. Gli infortuni hanno segnato il suo percorso, soprattutto nella sfortunata parentesi alla Roma, lasciando negli occhi dei tifosi la nostalgia per ciò che avrebbe potuto essere. Per raccontarsi tra passato, presente e futuro, oggi ha parlato col Corriere dello Sport.

IL LEGAME CON PALERMO – «Lo seguo sempre, è stata la mia prima squadra in Europa e Chiara è di Palermo, ovvio che tifi per loro. Mi aspettavo qualcosa in più dai playoff a dir la verità, ma spero tornino presto in Serie A. In me avranno sempre un sostenitore, senza dubbio».

GASPERINI E LA “SUA” ROMA – «Allenatore molto bravo, conosce tantissimo il calcio italiano, può fare bene a Roma. Ha carattere, impone il suo gioco, la sua visione del calcio e a dir la verità penso anche che la squadra della Roma, intesa come gruppo, sia importante. Con lui e con Ranieri la Roma si può giocare il campionato e tornare nelle zone alte della classifica, dove merita di stare. A Roma ho trascorso anni belli fuori dal campo, mi è sempre dispiaciuto arrivare a Trigoria e non dare quello che avrei voluto».

LUIS ENRIQUE CREDE IN QUEL CHE FA – «Esattamente. Luis sa come arrivare alla squadra, i giocatori credono in quello che dice, è una persona magnifica e nessuno ne parla male, dai calciatori a tutti i dipendenti. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, è veramente una persona vera e onesta ed è un grande allenatore perché è vero che i giocatori del Psg hanno talento, ma lui gli ha tirato fuori una forza incredibile».

L’ADDIO DI INZAGHI E LA STAGIONE NERAZZURRA – «Scelta personale, si pesano tante cose. Ma mi è dispiaciuto sentir parlare di stagione negativa, l’Inter è stata in corsa per tutto fino alla fine. Da calciatore ne avrei voluti vivere cento di anni così».

L’EMOZIONE DELLA CHAMPIONS VINTA DAL PSG – «Tanti pensieri, tante cose belle. Quando nel 2011 ho firmato a Parigi il presidente mi ha detto che voleva vincere la Champions. Era il suo sogno e sono fiero che ce l’abbia fatta. Sono stato felice per tutti loro, partecipare alla cerimonia mi ha fatto sentire bene e vedere il presidente citare tutti noi che negli anni abbiamo giocato lì è stato meraviglioso. Ma non è stata una sorpresa, lui mi ha sempre scritto: “Grazie per essere venuto per primo da noi”. Io so che persona è».

IL PALLONE D’ORO: DEMBELÈ O YAMAL? – «Credo che Dembelè abbia fatto una stagione strepitosa e penso che abbia un punto in più rispetto a Yamal. Ma certo a 17 anni che campione lo spagnolo…».

DONNARUMMA, UN PORTIERE CHE FA LA DIFFERENZA – «Fa veramente la differenza, se quest’anno il Psg ha vinto tutto è stato perché ha avuto un portiere incredibile. Ma nel calcio di oggi conta chi fa i gol, non chi li salva. Però ecco, Gigio è stato pazzesco e avere un portiere del genere in squadra ti aiuta. Ti porta punti e trofei».

Beppe Marotta, il racconto di Giacomo Libera: «Al Varese era il ragazzo che ci puliva le scarpe, adesso è il presidente dell’Inter. Dovevo andare al Milan, ma Fraizzoli…»

Le parole di Giacomo Libera, ex ala dell’Inter degli anni ’70, arrivato come il nuovo Riva, ma schiacciato dal paragone ingombrante

Un talento folgorante, un paragone pesante come un macigno e una passione per la vita che, forse, superava quella per il pallone. La storia di Giacomo Libera, attaccante che infiammò il mercato degli anni ’70, è l’emblema di un calcio romantico e passionale, fatto di grandi promesse e di altrettante “sliding doors“. Nato a Varese il 7 ottobre 1951, Libera si impose all’attenzione nazionale come un’ala sinistra dal sinistro potente e dal fisico prestante. Le sue prestazioni con la maglia del Varese, con cui conquistò una promozione in Serie A, gli valsero l’etichetta di “nuovo Gigi Riva”, un accostamento che ne definì l’intera carriera. Rapido, abile nel dribbling e dotato di un tiro fulminante, formò con Egidio Calloni una coppia d’attacco che fece sognare i tifosi biancorossi. Nell’estate del 1975, il suo nome fu al centro di un’infuocata asta di mercato tra Milan e Inter. Sebbene sembrasse destinato a vestire la maglia rossonera, fu il presidente nerazzurro Ivanoe Fraizzoli a spuntarla, con un’offerta record per l’epoca di circa 800 milioni di lire. L’arrivo di Libera all’Inter fu accolto con enorme entusiasmo, ma le aspettative vennero in gran parte deluse. Nonostante alcuni lampi di classe, come un gol segnato alla Juventus, il suo bilancio con l’Inter si chiuse con 33 presenze e 6 reti in campionato, un bottino considerato magro per un talento del suo calibro. Oggi ha sfogliato l’album dei suoi ricordi con La Gazzetta dello Sport.

L’ASTA DI MERCATO TRA MILAN E INTER – «Dovevo andare al Milan con Egidio Calloni. Facevamo coppia nel Varese, lui centravanti e io a sinistra. Sembrava fatta, poi Ivanoe Fraizzoli (presidente dell’Inter, ndr) offrì 800 milioni di lire, una cifra pazzesca per l’epoca, e passai all’Inter, la mia squadra nel cuore, a cui avevo fatto gol con il Varese. Una rete di testa: ho la foto in ufficio, io che salto sopra Giubertoni».

IL DEBUTTO DA SOGNO CON L’INTER – «Debutto a San Siro in Coppa Italia contro la Juve, alla fine di agosto del ’75. Nei primi 20 minuti, non capisco niente, ho il cuore a mille. Tutta quella gente mi stordisce, mi sento un automa, non vedo neppure il pallone. Stavo male, mi veniva da vomitare. Poi segno un altro gol di testa, viene giù lo stadio. Vinciamo per 1-0, i tifosi impazziscono, in quegli anni per l’Inter battere la Juve era un evento».

CON CHI É RIMASTO IN CONTATTO – «Con Marotta. Ci conosciamo da una vita. Quando giocavo nel Varese, Beppe era un ragazzo e faceva l’aiuto-magazziniere: puliva le scarpe dei giocatori, metteva in ordine lo spogliatoio. Ha cominciato dal basso, dall’ultimo gradino, ed è arrivato in cima, presidente dell’Inter. Un percorso esemplare».

LA SECONDA VITA NELLA MODA – «A Bari ho conosciuto mia moglie Bianca, donna eccezionale. Con lei ho messo la testa a posto. Insieme abbiamo fondato Open Space, società di rappresentanza e intermediazione nella moda per la Puglia e altre regioni del Sud. Visioniamo e mostriamo i campionari, raccogliamo gli ordini. A Milano la moda era una mia passione, svaligiavo il negozio “Bardelli”. Ora il lavoro l’ha preso in mano mio figlio Alessandro. Oggi ci va lui, a Milano, per affari».

Juve, alla scoperta del metodo Comolli: scouting mirato sui giovani da valorizzare e ricerca nei campionati ‘minori’

Juve, alla scoperta del metodo di Comolli: il direttore generale bianconero: lo scouting alla ricerca di giovani da valorizzare fuori dai top 5 campionati

La Juve ha accolto Damien Comolli come nuovo direttore generale con l’ambizione di importare non tanto i nomi visti al Tolosa, quanto il metodo che li ha resi vincenti. Come riportato da Tuttosport, l’approccio è chiaro: uso intensivo dei dati, scouting mirato e valorizzazione di talenti giovani ma non acerbi. Durante i cinque anni al Tolosa, Comolli ha portato a termine 30 operazioni in entrata, l’83% delle quali riguardava giocatori sotto i 25 anni. Il target preferito era la fascia 21-25, considerata ideale per sviluppo e rivendita. I numeri parlano: quasi il 60% di questi calciatori ha aumentato il proprio valore di mercato, e nel 47% dei casi il valore è addirittura raddoppiato. Ma non si tratta solo di plusvalenze: tutti i profili selezionati sono rimasti al club almeno per una stagione, a conferma di un progetto fondato anche sulla stabilità e sulla crescita interna.

Esemplari in questo senso i casi di Logan Costa, comprato per 500mila euro e venduto per 18 milioni, o Thijs Dallinga, oggi al Bologna, prelevato a 2,5 milioni e ceduto a 15. L’altro caso emblematico è Zakaria Aboukhlal, ancora al Tolosa, preso per 2 milioni e oggi valutato sei volte tanto. Anche il bacino di scouting è significativo: solo il 10% degli acquisti è arrivato dai top 5 campionati europei, mentre il 67% è stato scovato in leghe “minori” ma ricche di potenziale come Olanda, Belgio, Scandinavia o addirittura Cipro. Questo modello, unito alla visione globale e alla precisione analitica, potrebbe aprire alla Juventus nuove strade di mercato, puntando su profili meno reclamizzati ma ad alto rendimento, in controtendenza con la pressione di acquisti mediatici e costosi.

Il Bologna cerca l’esperienza: Dzeko in dirittura d’arrivo, suggestione Ziyech

Bologna, Di Vaio e Sartori alla ricerca di esperienza per rinforzare la giovane rosa: Dzeko e Ziyech i nomi che piacciono alla dirigenza

Il Bologna sogna in grande e stringe i tempi per chiudere l’affare Edin Dzeko. Il bosniaco, 39 anni, è considerato l’uomo ideale per dare esperienza, leadership e solidità a una squadra che ha appena scritto la storia centrando la Champions. Dopo i primi contatti avvenuti dieci giorni fa, le prossime ore potrebbero essere decisive. La dirigenza rossoblù, come riportato da la Gazzetta dello Sport, ha messo sul tavolo un’offerta di un anno con opzione per il secondo, a 1.5 milioni più bonus. La trattativa resta complessa, anche per via della concorrenza della Fiorentina, ma la volontà del club è chiara: Dzeko è integro fisicamente, motivato e rappresenterebbe una guida perfetta per giovani come Castro e Dallinga. La dirigenza, guidata da Sartori e Di Vaio, sta cercando di chiudere l’affare senza stravolgere i conti, valutando attentamente ogni dettaglio contrattuale.

Parallelamente, Bologna riflette anche sull’ipotesi Hakim Ziyech. Il fantasista marocchino, 32 anni, è reduce dall’esperienza in Qatar ed è ora svincolato. Nonostante l’età, il suo talento non è in discussione: ha vestito le maglie di Ajax, Chelsea (con cui ha vinto anche una Champions) e Galatasaray, accumulando esperienza ai massimi livelli. Il suo arrivo, seppur ancora solo ipotizzato, rappresenterebbe un’operazione intrigante: darebbe fantasia alla manovra e offrirebbe a Italiano soluzioni offensive di qualità, senza dover investire 20-25 milioni per profili più giovani e meno rodati. In questo senso, sia Dzeko sia Ziyech vengono visti come colpi di grande valore tecnico, ma anche come scelte strategiche per affrontare con equilibrio sia la Serie A che l’Europa League. La settimana in corso si annuncia cruciale per delineare le priorità di mercato: il Bologna valuta, ma sa già bene dove vuole arrivare.

Mancini chiama l’Italia: «È stata colpa mia, è stato un errore lasciare la Nazionale. Ora sono pronto a tornare per quel debito con i tifosi. E sul Mondiale ho un sogno»

Le parole di Roberto Mancini, ex ct dell’Italia, sul momento delicato della nazionale Azzurra dopo il ko con la Norvegia e l’esonero di Spalletti

Quello tra Roberto Mancini e la Nazionale è un rapporto complesso, un’altalena di emozioni che ha portato l’Italia dalle stelle di un trionfo insperato al baratro di un’assenza insopportabile. È l’architetto della magica notte di Wembley, il condottiero che nel 2021 ha saputo trasformare le macerie di una mancata qualificazione mondiale in un capolavoro europeo, restituendo orgoglio e un gioco scintillante a un intero Paese. Ma è anche l’uomo della disfatta più cocente, quella interna contro la Macedonia che ha negato agli Azzurri il Mondiale 2022, facendo ripiombare tutti nell’incubo. Un ciclo chiuso bruscamente nell’estate del 2023 con un addio polemico che ha lasciato una ferita aperta. Oggi, con l’Italia di nuovo in crisi e alla ricerca di una guida, le sue recenti parole di rimpianto e la sua nostalgia per la panchina azzurra riecheggiano con forza, delineando i contorni di una storia forse non ancora conclusa. A La Gazzetta dello Sport ha offerto le sue verità.

LA TEMPESTA SUGLI AZZURRI – «Nel calcio capitano situazioni e momenti così. Il problema è che se ne sono accavallati due o tre».

IL PENTIMENTO PER L’ADDIO – «Se io e Gravina avessimo parlato di più, per chiarire certe situazioni, non sarebbe successo nulla. È vero che non sentivo più la fiducia di prima, ma dovevo parlarne con il presidente: questa è la mia colpa. Oggi, chissà, saremmo ancora insieme: per provare ad andare al Mondiale. E magari, dopo aver vinto l’Europeo, per tentare la doppietta».

PERCHÉ TORNEREBBE IN AZZURRO – «Perché per un allenatore non c’è cosa più bella che guidare la Nazionale: io ho vinto con i club, ma se vinci con l’Italia è un’altra cosa. E perché si tornerebbe sempre dovesi è stati felici».

IL DEBITO CON I TIFOSI – «L’unico debito che sento con i tifosi è proprio quello: mi sarebbe piaciuto, e mi piacerebbe, vincere un Mondiale».

L’AFFETTO DELLA GENTE – «Forse il 34% mi rivuole perché il ricordo dell’Europeo è ancora nella mente di tutti e perché si sa che le cose possono sempre riaccadere. Altro non so, se non che mi fa piacere».

SI SCRIVE CON GLI EX GIOCATORI – «Non dopo le ultime due partite, però non ci siamo mai persi: ci scriviamo, soprattutto se fanno belle cose con i club. Con loro c’è un rapporto importante, che resterà tale per sempre: per me sono giocatori speciali, e io credo di esserlo per loro».

I GIOVANI DA SEGUIRE – «Avevo detto Fazzini. A me piace molto Liberali. E Lucca può diventare un ottimo centravanti».

LE OFFERTE RICEVUTE – «Ho avuto almeno un paio di proposte in Italia e tre all’estero, una in Brasile (del Botafogo, ndr), ma ho voluto aspettare, per vedere se avrei avuto una chance in Italia».

LA CORSA SCUDETTO – «Dipende da quanto si rinforzeranno le altre, il Napoli lo farà perché ha le possibilità economiche per permetterselo: partirà avvantaggiato, credo di sì. Ma occhio alla Juve».

IL FUTURO DI MANCINI – «Forse settembre è troppo presto… Vediamo, a questo punto potrebbe essere più facile all’estero. Una cosa è sicura: dev’essere una proposta che mi rende felice».

Gattuso Italia, il nodo Staff e il ruolo di Buffon: i dettagli della trattativa in corso

Gattuso Italia, i dettagli sulla trattativa per portarlo sulla panchina Azzurra: il ruolo di Buffon, la decisione sullo staff e tutte le alternative

L’Italia del calcio, smarrita e in piena crisi d’identità, cerca un leader per non sprofondare definitivamente. Con la qualificazione al Mondiale 2026 già appesa a un filo dopo appena due partite, la Federcalcio (FIGC) ha individuato l’uomo a cui affidare una missione che sa di disperato: Gennaro Gattuso. Il suo volto truce, la sua grinta da guerriero e il suo viscerale attaccamento alla maglia sono visti come l’unica cura possibile per una squadra apparsa sbiadita e priva di anima. L’accordo non è ancora stato siglato, ma la trattativa procede spedita, lontana dalla frenesia che ha caratterizzato le recenti, fallimentari gestioni del post-Spalletti. Alessabdro Bocci offre un’analisi articolata sul Corriere della Sera.

A tessere la tela di questo complesso negoziato è un’altra icona del Mondiale 2006, Gigi Buffon. Nel suo nuovo ruolo di capo delegazione, l’ex portiere è diventato ancora più centrale e sta conducendo in prima persona i dialoghi con il suo vecchio compagno di squadra. Gattuso è sbarcato a Roma per incontrare proprio Buffon e l’avvocato Viglione, in un vertice che profuma di svolta imminente. Il presidente federale Gabriele Gravina, scottato dagli ultimi eventi e reduce da un’operazione, ha scelto un profilo più defilato in questa fase preliminare, ma viene costantemente aggiornato. La parola d’ordine è prudenza, ma la sensazione è che si sia vicini a una conclusione. Il cuore del progetto non è semplicemente ingaggiare un commissario tecnico, ma costruire una vera e propria “unità di crisi”. L’obiettivo è chiaro: provare a compiere un’impresa titanica.

Agli Azzurri, infatti, non basterà vincere le sei partite rimanenti del girone di qualificazione tra settembre e novembre; dovranno anche recuperare una differenza reti di ben 12 gol sulla Norvegia. È per questo che, prima ancora che di soldi, si sta ragionando sulla composizione dello staff. Questo è il vero nodo da sciogliere. La FIGC vorrebbe integrare il collaudato gruppo di lavoro di Gattuso, che ha in Gigi Riccio il suo uomo di fiducia, con nuove figure di estrazione federale. Si fanno i nomi di apprezzati tecnici delle giovanili come Corradi e Bollini, ma anche di altri campioni del mondo del 2006, da Materazzi a Zambrotta, fino alla suggestiva ma remota ipotesi di Alessandro Del Piero. L’aspetto economico, con un contratto proposto fino al termine del Mondiale 2026, verrà discusso solo alla fine, direttamente tra Gattuso e Gravina.

Nel frattempo, la cautela della Federazione tiene aperte anche piste secondarie, come quelle che portano ad altri due eroi di Berlino, Fabio Cannavaro e Daniele De Rossi. Le ipotesi straniere, da Mourinho (economicamente irraggiungibile) a Benitez, appaiono invece impraticabili. Gattuso è pronto a prendersi il rischio. Sa che la sfida è ai limiti dell’impossibile, ma nei primi colloqui ha mostrato idee chiare e la determinazione di chi non si tira indietro di fronte alle difficoltà. Dopo la poco fortunata esperienza in Croazia con l’Hajduk Spalato, si gioca molto della sua carriera. Ma la posta in palio è ancora più alta per Gravina, che non può permettersi di passare alla storia come il presidente di due mancate qualificazioni mondiali consecutive. Sembra quasi di rivivere una scena del 24 giugno 2010, quando un Gattuso in lacrime, dopo la sua ultima partita in azzurro in Sudafrica, azzardò una profezia: «Un giorno potrei tornare da c.t.». Quel giorno, spinto dalla necessità e dalla speranza, sembra finalmente arrivato.

Diritti TV: è lotta tra la Lega Serie A e il ministro Abodi: ecco i punti del disaccordo

Diritti TV: scontro tra la Lega Serie A e il ministro dello Sport Abodi sulla bozza di una legge che dovrebbe superare la Legge Melandri

È esplosa una polemica tra la Lega Serie A e il ministro dello Sport Andrea Abodi in merito alla bozza di una legge delega che dovrebbe superare la legge Melandri sui diritti TV. Il testo – ancora in fase tecnica e non incluso nel Decreto Sport – ha suscitato forte preoccupazione tra i club di Serie A, soprattutto per una possibile revisione al rialzo della quota di mutualità da destinare alle categorie inferiori (oggi al 10%), e per alcune formulazioni poco chiare che fanno temere un’estensione ad altri sport professionistici, come il basket. Inoltre, si ipotizzano nuovi criteri per la distribuzione interna dei diritti, con più peso alle società che valorizzano i giovani e meno a quelle con grande seguito di tifosi. La Lega si è detta sorpresa e contrariata per non essere stata consultata, ribadendo la propria opposizione a qualunque misura che sottragga risorse fondamentali per la sostenibilità della Serie A, già alle prese con il problema della pirateria.

Nel pomeriggio, come riportato da la Gazzetta dello Sport, è arrivata la risposta del ministro Abodi, che ha parlato di un «clamoroso equivoco»: quella circolata è solo una bozza tecnica interna, condivisa tra ministeri e ancora lontana dall’approvazione. Il ministro ha assicurato che non c’è stato nessun blitz e che la Lega Serie A è considerata un interlocutore primario, anche se avrebbe gradito essere contattato prima per chiarire il contesto. La Lega, a sua volta, ha accolto con favore le spiegazioni del ministro, sottolineando l’importanza di essere coinvolta in ogni passaggio che riguardi direttamente i bilanci delle società. La vicenda proseguirà nei prossimi mesi e ci si augura un confronto più trasparente e costruttivo.

Adriano Galliani tra passato e futuro: «Il calcio era sentimento, oggi business. Monza, pronti a tornare subito in A. Berlusconi voleva comprare il Milan, gli dissi questo»

Le parole di Adriano Galliani, ex dirigente del Milan e amministratore delegato del Milan, che racconta il suo rapporto con Berlusconi

Adriano Galliani è stato per 31 anni l’architetto e il volto dirigenziale del Milan, un’era leggendaria indissolubilmente legata alla presidenza di Silvio Berlusconi. Dal 1986 al 2017, in qualità di Amministratore Delegato, Galliani è stato il braccio operativo e la mente strategica del club, trasformando i rossoneri in una potenza calcistica mondiale. Il suo rapporto con Berlusconi era simbiotico, una diarchia perfetta in cui il Presidente dettava la visione e Galliani la traduceva in realtà con maestria sul mercato e nella gestione quotidiana. Sotto la loro guida, il Milan ha vissuto il periodo più glorioso della sua storia, conquistando 29 trofei, tra cui spiccano cinque Coppe dei Campioni/Champions League e otto scudetti. Galliani era il “re del mercato“, celebre per i suoi colpi ad effetto, le trattative estenuanti e la capacità di portare a Milanello campioni che hanno fatto la storia del calcio. Più che un semplice dirigente, Galliani è stato un tifoso appassionato, le cui esultanze smodate e la viscerale dedizione alla causa rossonera lo hanno reso una figura iconica per generazioni di milanisti. La sua gestione, caratterizzata da un mix di acume manageriale e amore incondizionato per i colori del club, ha definito un’epoca irripetibile, lasciando un’eredità di successi e un modello di conduzione sportiva che ha segnato profondamente il calcio italiano e internazionale. Oggi ha parlato sul Corriere della Sera del suo rapporto con Silvio Berlusconi, umano e professionale.

IL CONSIGLIO SULL’ACQUISTO DEL MILAN – «Quando mi chiese un parere sull’acquisto o meno del Milan io lo sconsigliai per il mare di quattrini che avrebbe speso. Ero tra i proprietari del Monza e lo sapevo bene».

LA CESSIONE DEL MONZA – «Ci sono trattative in corso ma non c’è nulla di definito. Non solo non siamo arrivati al closing, ma neanche al signing. In ogni caso Fininvest non ci ha mai fatto mancare le risorse: ha speso 35 milioni in investimenti fra il centro sportivo e il campo che è stato votato come il più bello della serie A».

IL NUOVO ALLENATORE SARA’ PAOLO BIANCO – «Gode di buone referenze, essendo stato il vice di Allegri alla Juve. Faremo una squadra per ritornare subito in A».

ALLEGRI AL MILAN – «Confido molto in lui: avrà una stagione senza coppe. L’abbiamo visto con l’Inter di recente: la Champions porta molti soldi ma al contempo prosciuga energie».

ANCELOTTI AL BRASILE – «Direi che è la certificazione di come Silvio Berlusconi ha insegnato ai suoi giocatori e tecnici a stare al mondo».

LA CRISI DEL SISTEMA CALCIO – «Gli impegni dei club certamente hanno inciso sulle prestazioni sportive. Gli azzurri erano più stanchi dei norvegesi. Detto questo, Gravina non risponde dei risultati della Nazionale ma ha la responsabilità della conduzione politica nella sua globalità».

LA LEGA DI A – «Coesa e con buoni rapporti con la federazione. Un mese fa ero nella sede di via Rosellini e dopo aver schiacciato il pulsante del quarto piano, mi sono ritrovato al secondo, quello della serie B. Ho lanciato un urlo, speriamo di restarci solo un anno».

Inter, Chivu ridisegna la squadra: la certezza è il 3-5-2, ora ritrovare la condizione fisica e mentale

Inter, Chivu negli USA comincia a plasmare la sua nuova squadra: ecco le certezze da cui ripartire e le novità

A Los Angeles, sotto l’iconica scritta di Hollywood, inizia ufficialmente l’era di Cristian Chivu all’Inter. L’ex tecnico della Primavera è chiamato a gestire una delicata fase di transizione, inaugurata con il Mondiale per Club, occasione perfetta per osservare, valutare e cominciare a plasmare la squadra. La competizione, sebbene fuori dai normali contratti dei giocatori e dello staff, sarà comunque presa con serietà, tanto che nei prossimi giorni – con l’arrivo del presidente Marotta – si discuterà di eventuali premi. Tatticamente, Chivu parte dal consolidato 3-5-2, ma non è escluso che sperimenti nuove soluzioni, come mezzali più offensive e esterni più centrali. In attacco, Lautaro e Thuram restano centrali, ma potrebbero essere utilizzati con movimenti diversi rispetto al passato, seguendo quanto già fatto da Chivu a Parma.

Oltre all’aspetto tecnico, come riportato da la Gazzetta dello Sport, il nuovo allenatore deve lavorare su due fronti cruciali: la testa e i nuovi innesti. Psicologicamente, l’Inter arriva da una finale di Champions persa e da l’addio pesante di Inzaghi che hanno lasciato il gruppo azzurro spaesato. Per questo Chivu avvierà colloqui individuali, puntando a creare subito empatia e spirito di squadra. Fondamentale anche la gestione fisica: troppi cali negli ultimi mesi sotto Inzaghi, da evitare in futuro. Infine, l’inserimento dei nuovi: occhi puntati su Sucic e Luis Henrique, due acquisti giovani e versatili, chiamati subito a dare energia e qualità. Entrambi promettono freschezza in reparti logori. Il Mondiale per Club, in questo senso, diventa un banco di prova perfetto, non solo per vincere, ma per voltare pagina. Cancellare le immagini della sconfitta a Monaco e costruire la nuova Inter: è questa la missione di Chivu.

De Bruyne Napoli, oggi la fumata bianca: atteso a Roma per le visite mediche e la firma

Napoli, oggi è il giorno di Kevin De Bruyne: il belga è atteso per le visite mediche e la firma del contratto con i partenopei

Kevin De Bruyne è pronto a sbarcare nel calcio italiano, e lo farà dalla porta principale: quella del Napoli. A parametro zero, dopo diciassette anni di carriera, 22 titoli vinti e oltre 170 assist con il Manchester City, il fuoriclasse belga, come riportato dal Corriere dello Sport, diventerà ufficialmente un giocatore azzurro nelle prossime ore, dopo le visite mediche a Villa Stuart e la firma negli uffici di FilmAuro. È un colpo clamoroso per il club partenopeo, che lo inserisce di diritto nella galleria dei suoi grandi: da Maradona a Hamsik, da Cavani a Kvaratskhelia. Un investimento tecnico, simbolico e anche culturale, destinato a sollevare tutto il movimento calcistico italiano. Antonio Conte potrà contare su un maestro assoluto del gioco, ancora in grado – se ben gestito fisicamente – di dettare calcio ai massimi livelli, anche a quasi 34 anni.

La trattativa è stata condotta sotto traccia dal ds Giovanni Manna, ideatore dell’operazione, con il decisivo via libera dell’ad Chiavelli e la spinta finale di De Laurentiis. Il contratto biennale, con opzione per un terzo anno e bonus alla firma, rappresenta un’eccezione rispetto alla politica del club, solitamente più orientata verso giovani in prospettiva. La presentazione di Kdb è attesa a luglio, prima del ritiro a Dimaro, mentre resta in sospeso la questione della casa: il piano iniziale per una villa a Posillipo è saltato, e il suo entourage è già alla ricerca di una nuova sistemazione in zona. Intanto, il belga volerà in vacanza dopo l’intenso finale di stagione con il City e gli impegni in Nazionale. Napoli lo attende come l’ottavo “magnifico” dell’era Adl, accanto a Lavezzi, Higuain, Mertens e Osimhen. Un colpo da Oscar per un club che sogna in grande.

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