Pagina 612 – Calcio News 24

Juventus, Platini sul ritorno: «Non è nei programmi. Sulla squadra attuale dico che…»

Juventus, Platini chiude le porte a un ritorno: «Non tornerò, il calcio è cambiato»

Dal palco del Festival dello Sport di Trento, Michel Platini ha messo fine a uno dei sogni più romantici dei tifosi bianconeri: rivederlo un giorno nella Juventus in veste dirigenziale. L’ex fuoriclasse francese, simbolo di un’epoca d’oro per il club, ha risposto in modo netto alle domande sul suo futuro, lasciando poco spazio ai dubbi. «No, non tornerei alla Juventus. Magari la prenderei in considerazione, ma non ci andrei», ha dichiarato con la consueta eleganza e lucidità che lo contraddistinguono.

Le parole di Platini, riportate da TMW, hanno un peso simbolico enorme per tutto l’ambiente Juventus. «Ho 70 anni, oramai devo fare altre cose. Dopo 40 anni non conosco più nessuno», ha spiegato l’ex numero 10, chiarendo che la distanza temporale e il cambiamento del calcio moderno lo tengono lontano da un ritorno operativo a Torino. «Se fossi rimasto allora, come mi chiedeva l’Avvocato Agnelli, forse sarebbe stato diverso. Ma oggi è un altro mondo».

Il discorso di Platini è diventato poi una riflessione più ampia sul calcio contemporaneo, che secondo lui ha perso parte della sua autenticità. «Nel calcio oggi c’è molto business. Chi ha soldi compra i giocatori, e sono loro che fanno vincere. Con i petroldollari è diventato complicato competere per club come la Juventus e ancora di più per chi è in Serie B. La Legge Bosman ha cambiato tutto: una volta bisognava formare i giocatori, oggi basta avere denaro».

L’ex leggenda bianconera non ha risparmiato critiche nemmeno al VAR, definendolo estraneo alla filosofia originale del gioco. «Non lo avrei mai introdotto. Il calcio è fatto di errori umani, di emozioni. Al massimo lo userei solo per la linea di porta o per il fuorigioco». Una posizione coerente con la visione tradizionalista che ha sempre accompagnato Platini, fautore di un calcio più romantico e meno tecnologico.

Per la Juventus, le parole di «Le Roi» rappresentano la fine di un sogno, ma anche un richiamo all’identità storica del club. Platini resta una leggenda bianconera, un simbolo di classe e mentalità vincente che ha segnato un’epoca irripetibile. Anche se non tornerà in società, il suo legame con la Juventus resta indissolubile: un legame fatto di ricordi, successi e di un amore che, nonostante tutto, il tempo non potrà mai cancellare.

Calciomercato Inter, il futuro di Martinez in bilico? Marotta punta quel portiere

Calciomercato Inter: la strategia per la porta del futuro tra Martinez, Sommer e Caprile

Il calciomercato Inter entra nel vivo anche in prospettiva 2026, con la dirigenza nerazzurra già al lavoro per definire le mosse che riguardano il futuro della porta. A Viale della Liberazione, l’obiettivo è chiaro: programmare con largo anticipo la successione di Yann Sommer, assicurando al club continuità e sicurezza in un ruolo chiave.

Nonostante la ricerca di un nuovo estremo difensore sia già iniziata, la situazione di Josep Martinez resta tutt’altro che definita. Il portiere spagnolo, arrivato dal Genoa due anni fa, avrà infatti la possibilità di convincere la società nel corso di questa stagione. Le sue prestazioni saranno decisive per stabilire se potrà diventare il numero uno del futuro oppure se l’Inter punterà su un nuovo profilo nel prossimo calciomercato.

Come riportato dall’esperto di trattative Fabrizio Romano, la società non ha ancora preso una decisione definitiva sull’ex genoano. La valutazione è aperta e dipenderà esclusivamente dal rendimento sul campo. Martinez, che finora ha mostrato buone doti tecniche e una crescita costante, sa di giocarsi una chance importante: dimostrare di poter reggere la pressione di una big come l’Inter e meritarsi la fiducia del club.

Parallelamente, il tema legato a Yann Sommer è centrale nelle strategie di calciomercato Inter. Il contratto del portiere svizzero scade nel 2026, ma l’ipotesi di un addio anticipato al termine della stagione non è esclusa. A 37 anni, Sommer rappresenta un punto di riferimento di esperienza, ma la dirigenza nerazzurra vuole farsi trovare pronta per il futuro.

Tra i nomi monitorati con maggiore attenzione c’è quello di Elia Caprile, attualmente protagonista con il Cagliari. Il giovane portiere italiano è considerato uno dei prospetti più promettenti della Serie A e piace molto a Piero Ausilio, che avrebbe già avviato i primi contatti esplorativi per un trasferimento nel 2026. Caprile viene visto come un possibile investimento di prospettiva, capace di garantire solidità e margini di crescita.

Il calciomercato Inter del futuro, dunque, ruota intorno a un equilibrio tra presente e domani: Martinez dovrà confermarsi, Sommer potrebbe salutare, e Caprile rappresenta una scommessa intrigante. La porta nerazzurra del 2026 è ancora tutta da scrivere, ma la programmazione, come da tradizione interista, è già iniziata.

Maignan Milan: addio a zero? Quella big ci prova per il portiere. L’indiscrezione

Maignan, la Juventus sogna il colpo per la porta del futuro. L’indiscrezione sul portiere francese

La Juventus guarda al futuro e mette nel mirino Mike Maignan, attuale portiere del Milan e titolare della nazionale francese di Didier Deschamps. Il trentenne estremo difensore rossonero è considerato uno dei migliori al mondo nel suo ruolo e potrebbe diventare una delle grandi occasioni del mercato estivo 2026, visto che il suo contratto con il Milan è in scadenza. Alla Continassa l’interesse è concreto: la prospettiva di assicurarsi Maignan a parametro zero intriga e non poco la dirigenza bianconera.

Arrivato in Italia nel 2021, Maignan ha subito dimostrato personalità e qualità da top player. Con i rossoneri ha vinto lo Scudetto nel 2022, dopo il trionfo del 2021 con il Lille, dove condivideva lo spogliatoio con l’attuale juventino Jonathan David. Entrambi simboli della nuova era Comolli-Chiellini, rappresentano la sintesi perfetta tra esperienza, mentalità vincente e valore internazionale. Proprio l’attaccante canadese è stato il primo colpo del nuovo corso, e non è escluso che Maignan possa seguirlo a Torino al termine della stagione.

Le trattative per il rinnovo tra Maignan e il Milan si sono arenate da mesi. Il portiere chiede un ingaggio più alto, mentre il club rossonero sembra orientato a non superare certi limiti salariali. La Juventus osserva con attenzione, pronta a inserirsi se la separazione diventerà inevitabile. In estate, Massimiliano Allegri aveva già bloccato il suo trasferimento al Chelsea, segno di quanto il francese sia stimato anche all’estero. Bayern Monaco e lo stesso Chelsea restano alla finestra, ma i bianconeri contano su un progetto tecnico ambizioso e sulla presenza di Comolli, che conosce bene il giocatore dai tempi del Lille.

Per Maignan alla Juventus, resterebbe da chiarire il destino di Michele Di Gregorio. Il portiere ex Monza, pur stimato da Tudor, potrebbe finire sul mercato qualora arrivasse Magic Mike. La Juventus, infatti, punta ad alzare il livello tecnico e la personalità dello spogliatoio, e in questo senso Maignan rappresenta un profilo ideale: leader, carismatico, determinante nei momenti decisivi.

Il francese guadagna attualmente circa 2,8 milioni netti, beneficiando del Decreto Crescita, e una sua firma a parametro zero sarebbe un affare tecnico ed economico. Se il Milan non riuscirà a rinnovarlo, Maignan diventerà uno degli svincolati più ambiti del mercato 2026. La Juventus c’è, pronta a farsi avanti per portare a Torino un portiere di carisma, esperienza e classe mondiale.

Calciomercato Bologna, una big estera vuole a tutti i costi Lucumì. La situazione


Calciomercato Bologna: il Sunderland non molla Lucumí, possibile nuovo assalto a gennaio

Il Calciomercato Bologna potrebbe tornare protagonista nel prossimo mese di gennaio, con un nome che già in estate aveva scaldato le cronache: Jhon Lucumí. Il difensore colombiano è stato al centro di un vero e proprio assalto da parte del Sunderland, pronto a tutto pur di portarlo in Inghilterra. L’offerta del club inglese era arrivata fino a 28 milioni di euro, con un contratto importante anche per il calciatore. Tuttavia, il Bologna ha deciso di dire no.

La decisione della società rossoblù è stata dettata principalmente dai tempi ristretti per trovare un sostituto all’altezza. A poche settimane dalla chiusura del mercato estivo, accettare l’offerta avrebbe messo in difficoltà la retroguardia felsinea. Per questo motivo, il Bologna ha scelto di trattenere il centrale difensivo, considerato fondamentale nello scacchiere di Thiago Motta prima e ora di Vincenzo Italiano.

Nonostante il rifiuto estivo, la telenovela tra Lucumí e il Sunderland potrebbe riaprirsi con l’inizio della finestra invernale di mercato. Secondo quanto riportato dal Resto del Carlino, gli inglesi continuano a monitorare da vicino il giocatore, pronti a tornare alla carica nel Calciomercato Bologna di gennaio.

Nel frattempo, il club emiliano ha iniziato a muoversi per blindare il proprio difensore. L’amministratore delegato Claudio Fenucci ha proposto a Lucumí un rinnovo di contratto con adeguamento dell’ingaggio a 1,5 milioni di euro a stagione. Un’offerta importante che testimonia quanto il Bologna voglia puntare sul giocatore. Tuttavia, al momento non è ancora arrivata una risposta ufficiale da parte del colombiano o del suo entourage.

Il rischio che il Sunderland torni alla carica è concreto, e tutto dipenderà da come si evolverà la situazione nelle prossime settimane. Il Calciomercato Bologna si annuncia già caldo, con il club deciso a non farsi trovare impreparato, sia in entrata che in uscita.

La priorità resta quella di trattenere i propri gioielli, ma davanti a certe cifre tutto può cambiare. Occhi puntati, quindi, sul futuro di Lucumí: gennaio potrebbe portare nuovi colpi di scena.

Le prime pagine sportive nazionali – 10 ottobre 2025

Le prime pagine dei quotidiani sportivi di oggi in edicola: Tuttosport, Corriere dello Sport e La Gazzetta dello Sport. I dettagli

Sono decine di migliaia le copie vendute tutte le mattine in edicola, ma un’anteprima dei principali contenuti può essere consultata già dalla sera precedente. Ecco, allora, le prime pagine dei Quotidiani Sportivi di oggi in edicola. Tuttosport, Corriere dello Sport e La Gazzetta dello Sport rappresentano i principali quotidiani sportivi in Italia.

Fonseca: «Non interferisco sul Milan ma la prima cosa che dissi su Leao è…»

Fonseca: «Non interferisco sul Milan ma la prima cosa che dissi su Leao è…». Le dichiarazioni dell’attuale tecnico del Lione

Un’investitura che arriva dal passato, una profezia che suona come un monito per il presente. Paulo Fonseca, ex allenatore del Milan, è tornato a parlare di Rafael Leão, il talento più puro e discusso della galassia rossonera. A margine del Social Football Summit a Malta, il tecnico portoghese ha ricordato il suo rapporto con l’attaccante, svelando le prime parole che gli rivolse al suo arrivo a Milanello.

Fonseca, che gestì Leão nella seconda parte del 2024, spesso utilizzandolo come arma a partita in corso prima di essere sostituito da Sérgio Conceição, ha dimostrato di avere fin da subito una fiducia smisurata nel potenziale del portoghese. Pur con grande diplomazia, per non interferire con l’attuale gestione tecnica, ha voluto ribadire la sua convinzione.

«Io non devo interferire nel momento del Milan, quello che posso dire è che le mie prime parole per Rafa sono state che poteva vincere il Pallone d’Oro, essere il miglior calciatore del mondo. Ripeto, non voglio interferire, ho lasciato tanti amici a Milano e Roma e sono club che rimarranno nel mio cuore».

Le sue parole oggi assumono un peso specifico enorme. In un momento in cui Leão è appena rientrato da un lungo infortunio e il suo inserimento negli equilibri perfetti del nuovo Milan di Allegri è oggetto di dibattito, la “profezia” di Fonseca suona come un promemoria. Ricorda a tutti che, al di là della disciplina tattica e dei momenti di discontinuità, il potenziale del numero 10 rossonero è quello di un fuoriclasse assoluto, un potenziale Pallone d’Oro.

Un’investitura potente, che aumenta la pressione sul giocatore ma che, allo stesso tempo, ne certifica lo status di talento generazionale. Sta ora a Leão, con la guida di Allegri, trasformare quella vecchia profezia in realtà, dimostrando di essere davvero il migliore al mondo.

Italia U20 fuori agli ottavi dal Mondiale: gli USA vincono 3-0, doppietta di Cremaschi

Italia U20 eliminata dal Mondiale: gli USA vincono 3-0, doppietta di Cremaschi. Quasi mai pericolosi gli Azzurrini di Nunziata

Finisce agli ottavi di finale il sogno Mondiale dell’Italia Under 20. Gli Azzurrini di Carmine Nunziata escono sconfitti per 3-0 contro gli Stati Uniti, al termine di una partita in cui non sono quasi mai riusciti a impensierire gli avversari. Un verdetto netto e severo, che interrompe bruscamente il cammino di una squadra da cui ci si aspettava di più.

Il giustiziere dell’Italia ha un nome e un cognome: Benjamin Cremaschi. Il giovane centrocampista del Parma, ancora una volta, si è dimostrato il trascinatore degli USA, realizzando una doppietta che ha indirizzato e poi sigillato la partita. È stato lui ad aprire le marcature e a chiuderle nel finale, portando il suo bottino personale a 5 reti e consolidando il suo primato nella classifica marcatori del torneo. Nel mezzo, la rete del raddoppio americano, arrivata su un calcio di punizione trasformato da Tsakiris.

Di fronte alla forza e all’organizzazione degli Stati Uniti, l’Italia è apparsa spenta e poco pericolosa. L’unica fiammata degli Azzurrini è racchiusa in due pali colpiti, uno in apertura da Mosconi e uno nel finale da Cama, entrambi nati più da azioni confuse che da manovre ragionate. Troppo poco per impensierire una squadra solida e cinica.

Il sogno mondiale si ferma qui. L’Italia di Nunziata torna a casa con l’amaro in bocca per una prestazione al di sotto delle aspettative. Agli ottavi di finale ci vanno gli americani, che ora attendono di conoscere la loro prossima avversaria, la vincente della sfida tra Marocco e Corea del Sud.

Napoli, Hojlund non si ferma più: doppietta contro la Bielorussia

Napoli, Hojlund non si ferma più: doppietta contro la Bielorussia da parte del centravanti del Napoli nello 0-6 della Danimarca

Un momento d’oro che non conosce confini. Rasmus Højlund trasferisce la sua forma smagliante dal Napoli alla Nazionale e, con una prestazione da urlo, trascina la sua Danimarca. L’attaccante azzurro è stato il protagonista assoluto nella partita di qualificazione mondiale contro la Bielorussia, mettendo a referto una doppietta e un assist in un primo tempo semplicemente dominante.

La serata magica del centravanti danese è iniziata al 20′, quando ha siglato il momentaneo 0-2 con un tap-in da vero rapace d’area, un gol convalidato dopo un lungo check del VAR durato quasi tre minuti. Poco prima dell’intervallo, al 45′, ha concesso il bis con la rete del raddoppio personale. A coronare una prima frazione da incorniciare, ha anche servito a Dorgu l’assist per il poker che ha chiuso definitivamente la partita.

Questi gol non sono un episodio isolato, ma la conferma di uno stato di grazia psicofisico eccezionale. Con la doppietta di ieri, Højlund ha raggiunto l’incredibile cifra di cinque gol nelle sue ultime tre partite disputate tra club e Nazionale. Ancor più impressionante il dato temporale: cinque reti in appena nove giorni, segnando a raffica contro Sporting, Genoa e Bielorussia.

A risultato ampiamente acquisito, sul punteggio di 0-6, il CT danese gli ha concesso una meritata standing ovation, sostituendolo al 77′. Antonio Conte e i tifosi del Napoli osservano e si godono il loro bomber: la sosta per le nazionali restituirà a Castel Volturno un attaccante nel momento migliore della sua carriera, un’arma letale carica di entusiasmo e fiducia, pronta a continuare a trascinare gli azzurri.

Milan, Cardinale riceverà la cittadinanza italiana per meriti speciali

Milan, Cardinale riceverà la cittadinanza italiana per meriti speciali. Premiato l’impegno del finanziere americano nel nostro Paese

Un riconoscimento prestigioso, che va oltre il calcio. Gerry Cardinale, proprietario del Milan e fondatore del fondo RedBird, riceverà la cittadinanza italiana “per meriti speciali”. Il via libera è arrivato dal Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, e di quello della Giustizia, Carlo Nordio.

La decisione, come spiegato in una nota ufficiale di Palazzo Chigi, premia l’impegno del finanziere americano nel nostro Paese, in particolare per il suo contributo nel sociale. «Ha dato un fortissimo impulso a iniziative di solidarietà e inclusione sociale attraverso lo sport, promuovendo attività rivolte in particolare a giovani detenuti, in condizione di fragilità ed esposti a rischio di marginalizzazione».

Un onore che Cardinale ha accolto con grande emozione, sottolineando il suo profondo legame, personale e familiare, con l’Italia. In una dichiarazione all’ANSA, ha espresso tutta la sua gratitudine. «Sono profondamente onorato della proposta di concedermi la cittadinanza italiana e sono molto grato al Consiglio dei ministri, in particolare al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, e al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, nonché al ministro degli Esteri, Antonio Tajani, per il suo parere favorevole. Le mie radici sono in Italia, sia da parte di mia madre che da parte di mio padre, e ho trascorso qui la mia giovinezza ogni estate. Il mio impegno nei confronti dell’Italia è profondo e a lungo termine, quindi ringrazio sentitamente per questo riconoscimento».

Un attestato di stima che non solo celebra il suo operato con il Milan e le sue iniziative benefiche, ma che sancisce formalmente un legame con l’Italia che, come lui stesso ha ricordato, fa parte della sua storia da sempre.

Viviano: «McTominay e De Bruyne? Come paragonare la m**** alla cioccolata»

Viviano: «McTominay e De Bruyne? Come paragonare la m**** alla cioccolata». Le dichiarazioni dell’ex portiere sui due giocatori del Napoli

Un dualismo che non convince, un paragone che non esiste. L’ex portiere Emiliano Viviano, intervenuto ai microfoni di TvPlay, ha espresso un’opinione durissima e senza filtri sulla convivenza tra Scott McTominay e Kevin De Bruyne nel centrocampo del Napoli, schierandosi nettamente a favore del fuoriclasse belga.

Secondo Viviano, mettere i due giocatori sullo stesso piano è un errore di valutazione, e per spiegare il suo punto di vista ha usato un’analogia tanto colorita quanto brutale, dicendosi pronto ad accettare le critiche pur di affermare la sua tesi.

«McTominay in calo per colpa di De Bruyne? Io lo ripeto ancora, voglio prendermi gli insulti: fra De Bruyne e McTominay c’è come la mer*a e la cioccolata. Hanno lo stesso colore ma il sapore è diverso. Sono imparagonabili. McTominay ha una qualità grandissima: l’inserimento. Conte lo ha reso fenomenale come ha fatto con tantissime altre mezzali nella sua carriera. L’anno scorso lo scozzese faceva la punta, era in area di rigore più di Lukaku. Magari anche quest’anno avrà numeri realizzativi migliori di De Bruyne, ma McTominay fa fatica a fare un cambio di gioco di 10 metri. Questo non vuol dire che è scarso, ha quella qualità e Conte l’ha messo nelle condizioni per rendere al meglio. Ma tra De Bruyne e McTominay ci sono nove categorie di differenza: stiamo parlando di uno dei centrocampisti migliori degli ultimi 15 anni e di uno che l’anno scorso ha avuto una stagione prolifica in una squadra che ha vinto lo scudetto».

L’analisi di Viviano è spietata ma argomentata. Riconosce a McTominay una qualità specifica e letale, quella dell’inserimento, un’abilità che Antonio Conte ha saputo esaltare al massimo, trasformandolo quasi in un attaccante aggiunto. Allo stesso tempo, ne sottolinea i limiti tecnici, come la difficoltà nel palleggio.

Il confronto con De Bruyne, però, per Viviano è improponibile. Da un lato c’è un ottimo specialista, dall’altro un genio del calcio, “uno dei migliori degli ultimi 15 anni”. Un’investitura totale per il belga e una bocciatura netta per un dualismo che, secondo l’ex portiere, non ha motivo di esistere.

Inter, super gol di Zielinski con la Polonia

Inter, super gol di Zielinski con la Polonia. Lampo di classe del centrocampista dell’Inter che fa partire un missile sotto la traversa

Un lampo di classe pura, un colpo da biliardo che fa il giro del web e manda un messaggio forte e chiaro all’Inter. Dal ritiro della sua Polonia, Piotr Zieliński batte un colpo e ricorda a tutti la sua immensa qualità, siglando un gol spettacolare nell’amichevole contro la Nuova Zelanda.

Una vera e propria perla, che dimostra tutto il repertorio tecnico del centrocampista nerazzurro. Al quarto minuto della ripresa, su un pallone vagante in area di rigore, Zieliński ha controllato la sfera con un geniale colpo di tacco a seguire, si è liberato del suo marcatore con un tocco di sinistro e ha scagliato un tiro potentissimo che ha baciato la traversa, è rimbalzato sulla linea di porta, ha toccato di nuovo la parte bassa della traversa ed è infine entrato in rete. Un capolavoro di coordinazione, tecnica e potenza.

Questo gol è una boccata d’ossigeno per un giocatore che, nel suo primo anno e mezzo all’Inter, ha mostrato grande continuità di rendimento ma una vena realizzativa limitata. Arrivato a parametro zero dal Napoli nell’estate del 2024, il classe 1994 ha finora collezionato 44 presenze in nerazzurro, segnando però solo due gol, entrambi su calcio di rigore.

Questa prodezza con la maglia della Polonia, quindi, non è solo un bel gesto tecnico, ma la dimostrazione di quel potenziale da incursore e finalizzatore che finora a Milano si è visto solo a sprazzi. Un segnale che Cristian Chivu avrà sicuramente apprezzato: l’Inter ha in casa un centrocampista dai colpi straordinari, e ora la speranza di tutti i tifosi è che possa replicare queste magie anche con la maglia nerazzurra.

Giulini: «Onorati del gesto del Real Madrid per Belotti. Pisacane? Mi arrabbiavo quando si diceva che…»

Giulini: «Onorati del gesto del Real Madrid per Belotti. Pisacane? Mi arrabbiavo quando si diceva che…». Le dichiarazioni del presidente del Cagliari

Nel corso della giornata odierna Tommaso Giulini, presidente del Cagliari, è intervenuto durante la presentazione del Cagliari Club di Orani. Il numero uno della società sarda ha affrontato diversi temi di attualità che riguardano da vicino l’ambiente rossoblù: dalle condizioni fisiche di Andrea Belotti, al progetto del nuovo stadio. Le sue parole:

NUOVO STADIO CAGLIARI – «Stiamo proseguendo, ora siamo al lavoro sul PEF, ovvero il piano economico finanziario: dobbiamo presentarlo in comune entro la fine del 2025. A quel punto il punto il Comune potrà acconsentire alla realizzazione del progetto e aprire il bando, questo spero entro il 2026».

BELOTTI – «L’ho sentito ieri al telefono per parlare del suo percorso di guarigione dall’infortunio, abbiamo parlato un po’, siamo anche onorati che sia arrivato l’in bocca al lupo di Emilio Butragueno e del Real Madrid. Pensare che un personaggio così importante nel mondo del calcio e il principale Club calcistico si siano spesi per un gesto così fa piacere e ci onora, e non può che aiutare Andrea a recuperare nel più breve tempo possibile».

L’INIZIO DELLA STAGIONE – «Stiamo lavorando bene tutti insieme, tutti sappiamo quanto non sia facile in un campionato molto competitivo, con tante squadre forti e con club che investono tanto grazie a proprietà straniere. Il livello si è alzato, siamo partiti nel modo giusto ma tutti – dal mister allo staff passando per i calciatori e la Società – sanno che per confermare il buon inizio occorrerà dare davvero il massimo in ogni occasione, ogni giorno. Pisacane una scommessa? Mi sono sempre arrabbiato quando si diceva questo, lui ha credibilità data dal lavoro e dal suo percorso, lo sta dimostrando e l’inizio è stato in linea con i nostri obiettivi e la nostra dimensione, ma la strada è lunga e ne siamo tutti perfettamente consapevoli».

Calciomercato Milan: accelerazione per la rescissione di Origi. Guadagna più di Modric e Rabiot

Calciomercato Milan: accelerazione per la rescissione di Origi. L’attaccane ex Liverpool guadagna più di Modric e Rabiot

Fine della corsa. L’avventura, a dir poco disastrosa, di Divock Origi al Milan è giunta al capolinea. Dopo mesi di prestazioni incolori e un impatto nullo sul campo, la società ha deciso di accelerare per mettere una “pietosa pietra” su un’operazione di mercato che si è rivelata un fallimento totale.

Come riportato da Gazzetta.it, nelle ultime ore c’è stata una netta accelerazione nelle trattative per la risoluzione anticipata del contratto che lega l’attaccante belga ai rossoneri fino al 2026. Mancherebbero solo gli ultimi dettagli legali per formalizzare un addio che la dirigenza, guidata dal DS Igli Tare, vuole chiudere il prima possibile, per voltare pagina e non pensare ai milioni gettati al vento.

A rendere l’operazione un disastro non è stato solo il rendimento in campo, ma anche e soprattutto l’impatto economico sul monte ingaggi. Un dato, sottolineato dal quotidiano, è a dir poco imbarazzante e fotografa la sproporzione creatasi all’interno dello spogliatoio. Con il suo stipendio da 4 milioni di euro netti a stagione, Origi guadagna più di due pilastri fondamentali del Milan di Massimiliano Allegri: Luka Modrić e Adrien Rabiot, entrambi fermi a 3,5 milioni (al netto dei bonus).

Questa anomalia salariale ha reso la sua cessione una priorità non più rinviabile. La risoluzione del contratto, sebbene rappresenti l’ammissione di un grave errore di valutazione, è ora un passo necessario per liberare risorse preziose, alleggerire il monte ingaggi e poter programmare con più serenità i futuri interventi sul mercato.

Platini su Yildiz: «Perché gli allenatori mettono il 10 sulle fasce?»

Platini su Yildiz: «Perché gli allenatori mettono il 10 sulle fasce?». Le Roi parla di Juventus dal Festival di Trento… Le dichiarazioni

Una lezione di calcio dal sapore nostalgico e una stoccata al calcio moderno. Dal palco del Festival dello Sport di Trento, la leggenda della Juventus, Michel Platini, ha offerto la sua visione sul ruolo più affascinante di questo sport: il numero 10. “Le Roi” ha ripercorso la storia della “sua” maglia in bianconero, lanciando una critica neanche troppo velata all’utilizzo del suo erede attuale, Kenan Yildiz.

Platini ha prima di tutto tracciato una linea netta tra chi, secondo lui, ha incarnato veramente lo spirito di quel numero e chi no, promuovendo Del Piero e declassando Pogba.

«Del Piero? Sì, lui è stato un grande giocatore, una immagine della Juventus. Pogba ha avuto la 10? Una bella tecnica, ma è un centrocampista, non un 10. Yildiz? Nessuno mette il numero 10 al centro, ma lo mettono sulle fasce. Dovete chiedere agli allenatori il perché, non a me».

Proprio le parole su Yildiz sono state le più taglienti. L’affermazione “Nessuno mette il numero 10 al centro, ma sulle fasce” è una critica diretta a una tendenza tattica che Platini, evidentemente, non apprezza. Il riferimento al giovane talento turco, che nella Juventus di Igor Tudor agisce da trequartista con grande libertà di svariare sull’esterno, è chiarissimo.

Per Platini, il vero numero 10 è un faro che deve illuminare il gioco dal cuore del campo, non un’ala o un incursore relegato sulla linea laterale. Le sue parole sono un monito agli allenatori moderni, un invito a non sacrificare la fantasia e la centralità del “fantasista” sull’altare di un calcio sempre più fisico e meno propenso al rischio della giocata geniale. Un’elegia malinconica per un ruolo che, secondo “Le Roi”, rischia di scomparire.

Torino, Cairo: «Calendario difficile e torti arbitrali, sosteniamo Baroni»

Torino, Cairo: «Calendario difficile e torti arbitrali, sosteniamo Baroni». Le dichiarazioni del presidente granata dal Festival di Trento

Una difesa a spada tratta del suo allenatore e una frecciata al sistema arbitrale. Il presidente del Torino, Urbano Cairo, intervenendo al Festival di Trento, ha fatto il punto sull’avvio di stagione dei granata, blindando la posizione di Marco Baroni e tornando sul discusso pareggio contro la Lazio.

Partenza Difficile e il Rigore “che non c’era”

Cairo ha prima di tutto contestualizzato il rendimento della squadra, sottolineando la difficoltà di un calendario che non ha fatto sconti. Pur ammettendo qualche errore di approccio, ha visto segnali di crescita, macchiati però da un episodio che ancora brucia. «Il calendario è stato impegnativo, in 6 partite abbiamo affrontato 5 squadre che erano nelle prime 10 lo scorso anno. Credo che in alcune partite non ci sia stato l’atteggiamento giusto, ma ho visto passi avanti soprattutto nell’ultima partita finita purtroppo col pareggio finale che tutti dicono che non fosse rigore. Ma tanto coi torti arbitrali ci siamo abituati. Sono fiducioso, Baroni sta lavorando con impegno, tanti giocatori arrivati non erano al top ma stanno facendo passi in avanti».

Piena fiducia in Baroni

Il patron ha poi ribadito con forza la sua totale fiducia nel tecnico, spiegando la sua filosofia di gestione, che lo vede ancora più presente proprio nei momenti di difficoltà. «Baroni? Lo sto vedendo bene, impegnato e determinato. Ha voglia di fare le cose bene, ora abbiamo una partita impegnativa col Napoli ma dobbiamo essere determinati a fare bene in ogni partita, quindi col Napoli. Siamo vicino all’allenatore, ci mancherebbe… La cosa che faccio sempre è che mi occupo maggiormente delle cose nelle fasi di partenza o quando c’è un intoppo. E’ importante sostenere squadra e allenatore per farli rendere al massimo».

Le parole di Cairo sono un segnale forte e chiaro. Nonostante un avvio di stagione complicato, la società fa quadrato attorno al suo allenatore, proteggendolo dalle critiche e rinnovandogli la fiducia. Un patto solido per superare gli ostacoli, con la consapevolezza che la strada intrapresa, al netto dei risultati e dei presunti torti arbitrali, è quella giusta.

La Penna: «Mia moglie non vede le mie partite, è traumatizzata. Ho dovuto togliere ‘sposato con’ dai social»

La Penna: «Mia moglie non vede le mie partite, è traumatizzata. Ho dovuto togliere ‘sposato con’ dai social». Le parole dell’arbitro

Una carriera solida, oltre 200 partite tra Serie A e B, e una passione che non si spegne. Ma dietro la divisa dell’arbitro Federico La Penna c’è un mondo privato, fatto di ansie e sacrifici, che il fischietto romano ha raccontato senza filtri in un’intervista a Cronache di Spogliatoio. Un racconto che svela il prezzo umano di un mestiere vissuto costantemente sotto pressione.

La Penna ha parlato di come la sua professione venga vissuta in famiglia, in particolare da sua moglie, il cui rapporto con l’arbitraggio è stato segnato da un episodio traumatico avvenuto anni fa. «Voglio raccontare come la si vive a casa mia, parlo quindi di mia moglie e delle mie figlie, 9 e 4 anni, capiscono ancora poco, sanno quello che faccio sicuramente, però non guardano le partite. La vivono male, nel senso che mia moglie, siamo insieme da 20 anni, mi è venuta a vedere in una finale di Coppa Italia di Serie D a Roma in campo neutro, quindi già a livello nazionale, e ha avuto la sfortuna di essere venuta a vedermi la prima volta nella partita in cui sono stato oggetto di violenza fisica da parte di un tesserato a fine partita».

Un evento che ha lasciato una cicatrice indelebile, trasformando ogni partita in una fonte di angoscia. «Da quel momento in poi – racconta La Penna – mia moglie non ha più visto una mia partita, anche da casa, perché accendere la televisione e sapere che può succedere qualcosa le mette ansia. La verità è che comunque chi ti sta vicino, se ha avuto un’esperienza del genere, probabilmente la vive male. L’importante è che riceva a fine la partita il messaggio ‘è andata bene, è andata male’. Visto il livello, ormai glielo dicono anche parenti e amici, perché si sa che la partita che vai a arbitrare non è più a livello interregionale».

L’odio, però, non si ferma al campo, ma dilaga sui social network, arrivando a colpire anche gli affetti più cari e costringendo a gesti di autotutela avvilenti. «Da quel punto di vista sicuramente non è piacevole, come anche ricevere lei stessa degli insulti sui social. Si arriva a essere costretti a rimuovere dal proprio profilo ‘sposato con’ per evitare che le possano arrivare insulti da parte degli haters».

Il racconto di La Penna è una testimonianza potente e desolante, il lato oscuro di una passione che troppo spesso si scontra con una cultura sportiva ancora immatura e violenta.

Manchester United, redenzione Maguire: si lavora al rinnovo

Manchester United, redenzione Maguire: si lavora al rinnovo del difensore inglese che mesi fa era al centro delle critiche dei tifosi

Una delle più sorprendenti storie di redenzione della Premier League sta per avere il suo lieto fine. Harry Maguire, difensore che fino a pochi mesi fa sembrava destinato a un addio inglorioso al Manchester United, è ora a un passo dal firmare un nuovo contratto con il club. La società ha infatti avviato le trattative per blindare il giocatore, il cui accordo attuale è in scadenza a giugno.

Sembra passata un’eternità da quando Maguire era il bersaglio principale delle critiche di tifosi e addetti ai lavori. Dopo aver perso la fascia di capitano e il posto da titolare, la sua partenza in estate sembrava una formalità. Invece, con una professionalità e una tenacia ammirevoli, il difensore inglese è rimasto a Old Trafford, ha lavorato in silenzio e, sfruttando le occasioni che gli sono state concesse, si è ripreso un ruolo da protagonista al centro della difesa.

Le sue recenti prestazioni, unite a una leadership ritrovata, hanno convinto pienamente la dirigenza e lo staff tecnico. Il Manchester United, come confermato da fonti vicine al club, è ora “soddisfatto del contributo e della leadership di Maguire”, un’inversione di rotta totale rispetto a un anno fa. A riportarlo è Fabrizio Romano.

Per questo, sono stati avviati i colloqui ufficiali per il rinnovo. Nei giorni scorsi si è tenuto un primo, proficuo incontro faccia a faccia tra il club e l’entourage del giocatore. Le parti si rivedranno presto per discutere le condizioni di un nuovo accordo pluriennale. Quello che sembrava un addio certo si è trasformato in un nuovo inizio: la firma sul contratto sarà il giusto premio per la straordinaria resilienza di un giocatore che ha saputo trasformare i fischi in applausi.

Lewandowski al Milan? Cosa sappiamo ad oggi

Lewandowski al Milan? Cosa sappiamo ad oggi e quali sono gli ostacoli di una possibile operazione per portare il polacco in Serie A

L’idea di vedere Robert Lewandowski con la maglia del Milan accende le fantasie dei tifosi, ma il giornalista Matteo Moretto getta acqua sul fuoco, ritenendo che sia “troppo presto” per parlare di un affare concreto.

L’analisi di Moretto si concentra principalmente sui fattori economici e sulle alternative che l’attaccante polacco ha per il suo futuro, sottolineando che il suo approdo in Serie Adipenderebbe da una scelta di vita più che sportiva:

«Io ti continuo a dire che bisogna sempre considerare anche lo stipendio di Lewandowski per il suo futuro e il fatto che ci possano essere anche sirene fuori Europa».

Il nodo cruciale sono le offerte che arrivano ormai da tempo dall’Arabia Saudita. L’agente di Lewandowski riceve “offerte folli dall’Arabia” da almeno due estati. Di conseguenza, se il centravanti volesse sposare il progetto del Milan di Massimiliano Allegri e del DS Igli Tare, dovrebbe compiere un sacrificio economico notevole:

«Lewandowski dovrebbe eventualmente fare una scelta un po’ alla Modric se volesse venire in Italia, accettare uno stipendio nettamente al di sotto di quanto gli offrirebbero in Arabia».

In sintesi, l’attrazione del campionato italiano e di un ruolo da protagonista in un top club europeo come il Diavolo è innegabile, ma per rendere l’operazione fattibile, il giocatore dovrebbe emulare la scelta fatta da Luka Modrić (che ha anteposto il progetto sportivo alle lusinghe economiche) e rinunciare a cifre ben superiori pervenute dal Golfo. Per ora, l’operazione resta una suggestione di mercato estremamente complessa.

Algeria qualificata ai Mondiali dopo 12 anni: la guida Petkovic

Algeria qualificata ai Mondiali dopo 12 anni: la guida Petkovic. 3-0 in Somalia grazie alla doppietta di Amoura e al gol di Mahrez

L’attesa è finita, il sogno è diventato realtà. L’Algeria torna al Mondiale. A dodici anni di distanza dall’ultima partecipazione in Brasile nel 2014, le “Volpi del Deserto” hanno staccato con un turno d’anticipo il pass per la fase finale della Coppa del Mondo 2026, che si disputerà in USA, Messico e Canada.

La qualificazione è arrivata grazie a una vittoria netta e convincente per 3-0 in casa della Somalia. A trascinare la squadra del CT Vladimir Petković sono stati i suoi uomini di maggior talento: la partita è stata sbloccata e messa in discesa dalla doppietta di Mohamed Amoura, e poi chiusa definitivamente dalla rete della stella Riyad Mahrez.

Un successo che ha reso ininfluente la contemporanea vittoria dell’Uganda (secondo nel girone) contro il Botswana. Con 22 punti in classifica nel Gruppo G, l’Algeria ha ora un vantaggio incolmabile di 4 punti sulla sua diretta inseguitrice, rendendo di fatto una passerella lo scontro diretto in programma il prossimo 14 ottobre.

Dopo la cocente e drammatica delusione per la mancata qualificazione al Mondiale in Qatar, il popolo algerino può finalmente tornare a festeggiare. La nazionale guidata dall’ex tecnico della Lazio ha dominato il proprio girone, dimostrando solidità e qualità.

L’Algeria diventa così la quarta nazionale africana a garantirsi un posto alla prossima Coppa del Mondo, raggiungendo le altre squadre che avevano già festeggiato nei giorni scorsi: Egitto, Marocco e Tunisia. Il continente africano inizia a delineare le sue rappresentanti per la più grande competizione calcistica.

Dimarco: «Noi al Mondiale in qualsiasi modo. Di Gattuso mi piace molto una cosa»

Dimarco: «Noi al Mondiale in qualsiasi modo. Di Gattuso mi piace molto una cosa». Le dichiarazioni dell’esterno di Inter e Nazionale

Un leader in campo e fuori. Dal ritiro di Coverciano, alla vigilia della delicata sfida di qualificazione mondiale contro l’Estonia, Federico Dimarco suona la carica. Il terzino sinistro dell’Inter e della Nazionale, intervistato da Rai Sport, ha parlato da veterano, fissando l’obiettivo degli Azzurri e tessendo le lodi del nuovo corso targato Gennaro Gattuso.

Missione Mondiale: «Qualificarsi in qualsiasi modo»

Dimarco non usa giri di parole: l’Italia non può fallire l’appuntamento con i Mondiali del 2026. «Dobbiamo cercare di vincere tutte le partite, poi tra Norvegia e Israele nel calcio non si sa mai cosa può succedere: noi dobbiamo farci trovare pronti e lì dietro: siamo l’Italia e dobbiamo qualificarci al Mondiale in qualsiasi modo».

L’effetto Gattuso: «Senso di appartenenza»

Gran parte della fiducia del gruppo nasce dal rapporto con il nuovo CT, Gennaro Gattuso, di cui Dimarco elogia la schiettezza e la capacità di trasmettere i valori della maglia azzurra. «Gattuso è una persona schietta che ti trasmette senso di appartenenza di una maglia importante come quella della Nazionale: ci aiuta in tutto, soprattutto a livello personale. E’ giusto che l’allenatore abbia le sue caratteristiche: come da giocatore ha una prepotenza, una forza e un carattere importanti, questo mi piace tanto come modo di fare».

Il ruolo del terzino moderno: duttilità e umiltà

Infine, una riflessione sul suo ruolo e sulla sua flessibilità tattica, con uno sguardo ai migliori interpreti al mondo. «Ci sono tanti terzini nel mondo che magari non hanno le mie stesse caratteristiche ma che sono fortissimi: non giudico uno in base al piede, bisogna guardare tutto a 360 gradi. C’è Nuno Mendes che è tra i migliori al mondo, lo stesso Theo Hernandez: terzini che mi piace vedere e capire il modo in cui interpretano la partita. A me personalmente cambia poco il sistema di gioco: nel modo in cui giochiamo il terzino sinistro si stacca in avanti. Cambia relativamente, ho giocato con tutti e due i moduli e non ho avuto problemi: io sono a disposizione e faccio quello che mi chiedono».

Dovbyk: «Due errori col Lille? Mi pento solo di non aver tirato anche il terzo rigore»

Dovbyk: «Due errori col Lille? Mi pento solo di non aver tirato anche il terzo rigore». Le dichiarazioni del centravanti della Roma

Nessuna scusa, nessun pianto, ma un solo, incredibile, rimpianto: non aver tirato anche il terzo rigore. A pochi giorni dalla serata da incubo contro il Lille, con due penalty falliti consecutivamente, l’attaccante della Roma, Artem Dovbyk, è tornato a parlare di quel momento dal ritiro della nazionale ucraina. Le sue parole, rilasciate al media “Vzbirna”, non sono quelle di un giocatore abbattuto, ma di un bomber dalla personalità d’acciaio, quasi spavaldo nella sua autocritica.

L’analisi della serata storta

Dovbyk ha prima di tutto descritto l’atmosfera nello spogliatoio il giorno dopo la triplice beffa dal dischetto, elogiando la reazione del gruppo. «Quello contro il Lille è stato un momento davvero spiacevole nella mia carriera. Il primo a questo livello. Al contrario, la squadra ha sostenuto tutti e il giorno dopo non si è parlato del fatto che non abbiamo segnato tre rigori. Si è analizzato più approfonditamente l’andamento generale della partita. Poiché la partita era difficile, abbiamo giocato in modo non adatto al nostro livello. E il fatto di non aver segnato due rigori… ho analizzato questo momento».

Il rimpianto più grande

Ma è quando parla del suo stato d’animo che l’ucraino sorprende tutti. Il suo unico, vero rammarico non è aver sbagliato, ma non aver avuto la possibilità di riprovarci una terza volta. «Devo trarre delle conclusioni. Lo farò. L’unica cosa di cui mi pento è di non aver tirato il terzo. Davvero. Una cosa di cui mi dispiace tanto».

Alla domanda se fosse convinto di segnare al terzo tentativo, poi fallito da Soulé, risponde senza certezze sul risultato, ma con una convinzione incrollabile sulla scelta che avrebbe dovuto fare. «Segnato, non segnato, non lo so, ma è così che stanno le cose, non ha senso parlarne ora. Ma dovevo solo andare a colpire la palla una terza volta, di questo ne sono sicuro».

Le parole di Dovbyk sono il ritratto di una mentalità da grande attaccante. Non arroganza, ma una fiducia smisurata nei propri mezzi e la voglia di cancellare un errore affrontandolo di nuovo, immediatamente. Una dimostrazione di carattere che, al di là degli errori, farà sicuramente piacere a Gasperini.

Italia, tutti i dubbi di Gattuso verso l’Estonia: la probabile formazione

Italia, tutti i dubbi di Gattuso verso l’Estonia: la probabile formazione. Il ct non ha ancora sciolto le riserve ma ci sono alcune indicazioni

Prosegue a Coverciano la marcia di avvicinamento dell’Italia alla sfida di sabato contro l’Estonia, tappa fondamentale per le qualificazioni ai Mondiali del 2026. Il Commissario Tecnico, Gennaro Gattuso, ha guidato oggi una doppia sessione di lavoro, concentrandosi al mattino sull’analisi video e nel pomeriggio sulle palle inattive, uno dei dettagli che potrebbero rivelarsi decisivi a Tallinn.

Dal punto di vista tattico, l’allenatore non ha ancora sciolto le riserve, mescolando continuamente le carte durante la partitella. Tuttavia, le indicazioni portano verso una conferma del 4-1-3-2, il modulo che ha dato ottime risposte nelle prime uscite e che sembra ormai essere il sistema di riferimento per questa Nazionale.

Se il modulo sembra definito, restano però aperti alcuni ballottaggi chiave per l’undici titolare. Il primo dubbio riguarda la cabina di regia: per il ruolo di vertice basso del centrocampo, Manuel Locatelli appare al momento in vantaggio su Bryan Cristante. Accanto ai punti fermi, Barella e Tonali, si gioca una maglia da titolare la coppia formata da Andrea Cambiaso e Davide Frattesi, con il primo che sembra leggermente favorito per la sua duttilità. A riportarlo è Il Corriere dello Sport.

L’ultimo grande dubbio è sulla fascia sinistra difensiva. L’ottimo stato di forma di Leonardo Spinazzola insidia seriamente la titolarità di Federico Dimarco, e Gattuso prenderà una decisione solo dopo l’allenamento di rifinitura. Gli Azzurri svolgeranno un’ultima seduta domattina alle 10, prima della partenza per l’Estonia nel pomeriggio. Le scelte sono quasi fatte, l’Italia è pronta a dare la caccia a tre punti che sarebbero vitali per il suo cammino.

Calcio femminile, la Juventus si ribella alle clausole dopo il caso Cantore: «Non le mettiamo più»

Calcio femminile, la Juventus si ribella alle clausole dopo il caso Cantore: «Non le mettiamo più». Il club bianconero teme la volatilità del mercato

Un’analisi lucida, tra realismo, orgoglio e una visione chiara per il futuro. Il Women’s Teams Director della Juventus Women, Stefano Braghin, ha concesso un’intervista esclusiva a The Athletic, in cui ha tracciato un bilancio sullo stato del calcio femminile italiano e ha svelato le strategie del club bianconero per rimanere competitivo ai massimi livelli.

Il gap con i top club europei

Braghin ha descritto con una metafora efficace la sfida contro le superpotenze europee. «È come correre una maratona con qualcuno che è partito tre ore prima. Arriveranno primi. Questa non è una scusa, è un dato di fatto. La crescita delle tesserate? Sempre più ragazze stanno giocando, e questo è già un buon trend, ma la strada è lunga. Siamo fiduciosi, perché tutte le squadre giovanili a livello nazionale stanno andando bene: per la prima volta, si sono tutte qualificate per la Coppa del Mondo nelle rispettive categorie d’età».

Per colmare questo divario, lancia un appello alle istituzioni. «Invito sempre le nostre istituzioni a lavorare alla base della piramide, non alla punta. Se hai 50.000 giocatrici tesserate, hai meno peso politico e meno opzioni rispetto a quando ne hai 300.000 o 400.000, come in Inghilterra».

Mercato e sostenibilità: stop alle clausole

L’addio di Sofia Cantore ha portato a un cambio di strategia sul mercato, con una decisione drastica sulle clausole rescissorie. «È un assegno sostanzioso quello emesso da Spirit. Nessuno in Europa era disposto a farlo. Non inserirò più clausole nei contratti perché con il mercato che sta impazzendo, quello che oggi sembra tanto potrebbe non sembrare più così enorme tra un paio di mesi».

Una scelta dettata anche dalla difficile situazione economica del settore. «I costi sono raddoppiati senza crescita dei ricavi. Quest’ultimi sono ancora bassi».

Il modello Juve: giovani e prestiti

La risposta della Juventus è investire sul settore giovanile e su un innovativo sistema di prestiti. «Abbiamo un ottimo vivaio con 158 ragazze. Ci lavoriamo sodo e investiamo molto. Abbiamo 23 ragazze in prestito. Alcune di loro sono all’estero. Ce n’è una all’Anderlecht (Belgio), un’altra al Servette (Svizzera). Stanno fuori per un anno o due, tornano e formano una vera e propria seconda squadra. Abbiamo una responsabile dei prestiti, Matilde Malatesta, il cui unico obiettivo è la loro crescita».

Multiproprietà e la filosofia del club

Braghin ha offerto una visione pragmatica sul tema delle multiproprietà e ha ribadito la filosofia della Juventus. «A mio parere, la UEFA ha attualmente bisogno di grandi investitori nel calcio femminile. Quindi sta facendo tutto il possibile per attrarli. Non credo che stia ancora ponendo ostacoli, e forse è la cosa giusta da fare. Il fatto è che un giorno avremo bisogno di regole. Cosa faremo se un giorno il London City giocherà contro il Lione in finale di Champions League?». «È chiaro che dobbiamo fare le cose in modo un po’ diverso. L’errore più grande che un club del nostro livello possa fare è sfidare le grandi squadre facendo le cose a modo loro e spendendo un sacco di soldi. Bisogna prendere un’altra strada. Secondo me, con un buon lavoro si può essere competitivi».

Mkhitaryan: «Addio di Inzaghi doloroso per modalità, io all’Arabia ho detto no. A Mourinho ho dato della m****»

Mkhitaryan: «Addio di Inzaghi doloroso per modalità, io all’Arabia ho detto no. A Mourinho ho dato della m****». Gli aneddoti del centrocampista dell’Inter

Un libro che è una confessione, un racconto senza filtri che svela i retroscena di una carriera straordinaria. Henrikh Mkhitaryan, nel suo nuovo libro “La mia vita sempre al centro“, si apre come mai prima, parlando del doloroso addio di Simone Inzaghi all’Inter e, soprattutto, del suo esplosivo rapporto con José Mourinho.

L’addio di Inzaghi e la fedeltà all’Inter

Il centrocampista armeno racconta le settimane di tensione che hanno preceduto la partenza di Inzaghi, avvenuta dopo la finale di Champions League persa contro il PSG. Un addio che ha lasciato il segno nello spogliatoio. «C’era pressione, riversataci addosso sia dall’esterno che dall’interno. I media raccontavano di un Inzaghi pronto a firmare per gli arabi dell’Al-Hilal, lui con noi non affrontava l’argomento. Il 4 giugno l’Al-Hilal ha annunciato ufficialmente il nome del suo nuovo allenatore: Simone Inzaghi. Gli ho mandato un messaggio, salutandolo e ringraziandolo per i tre anni trascorsi insieme. Che sono stati bellissimi. Siamo adulti e, devo dire la verità, il distacco non si è rivelato indolore, in particolare per le modalità».

Una fedeltà, quella di Mkhitaryan per i colori nerazzurri, dimostrata anche un anno prima, quando rifiutò una ricca offerta dall’Arabia Saudita. «Anch’io ho ricevuto un’offerta dall’Arabia Saudita, nel 2024. Hanno contattato mia sorella, sono stato chiaro da subito. «Monika, non voglio parlare con nessuno. Io sono interista»».

Lo scontro epico con Mourinho

Ma la rivelazione più scioccante del libro riguarda il suo rapporto con José Mourinho ai tempi del Manchester United. Dopo mesi di critiche, Mkhitaryan esplose in un confronto verbale durissimo con il tecnico. «”Mi stai criticando da un anno e mezzo, da quando sono arrivato allo United…” aveva risposto l’ex Borussia Dortmund all’allenatore dopo un’ennesima osservazione. “Sai cosa ti dico? Sei una merda. Hai capito? Una merda”. “Ho perso la pazienza”, racconta Mkhitaryan. “La merda sei tu. Enorme”. E Mou: “Vai via, non ti voglio mai più vedere”».

Un litigio che diede il via a una situazione surreale, con Mourinho che iniziò a perseguitarlo via messaggio per convincerlo ad andarsene e fare spazio ad Alexis Sánchez. «Durante gli allenamenti l’allenatore non mi diceva niente, restava in religioso silenzio, ma ogni sera mi mandava un messaggio su WhatsApp. “Miki, vai via, per favore”. Una situazione che era diventata grottesca. “E io copiavo e incollavo una risposta standard. “Vado se trovo la squadra giusta, altrimenti aspetto l’estate”. Intorno alla metà di gennaio, il testo è leggermente cambiato. “Miki, vai via, per favore, così prendo Alexis Sánchez”. Mino stava lavorando proprio a questo scambio con l’Arsenal. È mutata anche la mia risposta. “Non vado via solo per farti piacere, e ti prego di non scrivermi più. Se vuoi, parla con Mino (Raiola, ndr)”».

Alla fine, lo scambio si concretizzò. Un retroscena incredibile che svela il carattere di un giocatore che, nonostante tutto, continua a essere un pilastro dell’Inter.

Nesta lo rivendica: «Sono fiero di aver rifiutato la Roma»

Nesta lo rivendica: «Sono fiero di aver rifiutato la Roma». Le dichiarazioni dell’ex difensore di Lazio e Milan che ripercorre la sua carriera

Un’intervista a cuore aperto, un viaggio senza filtri tra trionfi, retroscena dolorosi e sogni futuri. Alessandro Nesta, ospite del podcast BSMT di Gianluca Gazzoli, si è raccontato ripercorrendo una carriera leggendaria, a partire dalla scelta che ha segnato la sua vita: la Lazio, preferita ai rivali di sempre della Roma.

Una fede di famiglia: «No alla Roma»

Nesta ha svelato come la sua fede biancoceleste, in un condominio a maggioranza romanista, sia stata forgiata dalla volontà paterna. «Mio padre rifiutò la Roma, ne andiamo fieri di questa cosa. La mia famiglia è lazialissima».«Giocavo nel Cinecittà a 7-8 anni ed era affiliato alla Roma, ma mio papà lesse sul Corriere dello Sport che c’erano i provini della Lazio. Mio padre disse che alla Roma non dovevo andare e che dovevo fare il provino con la Lazio».

Eriksson e l’addio doloroso

Commosso il ricordo di Sven-Göran Eriksson, l’allenatore che gli affidò una responsabilità forse troppo grande per la sua giovane età. «Eriksson mi diede la fascia ma non ero pronto, cinque sei anni dopo sarei stato più pronto».

Un amore, quello per la Lazio, conclusosi nel modo più doloroso: non per scelta, ma per necessità, a causa del tracollo finanziario del club. «L’anno prima che andassi al Milan mi aveva chiamato il Real Madrid dopo un’amichevole contro di loro, un giocatore mi disse che dovevo andare a giocare da loro. Io gli ho risposto che giocavo alla Lazio, mi ha preso per deficiente. L’anno dopo invece sono stato costretto ad andare via, non prendevamo lo stipendio da otto mesi».

Il passaggio al Milan e la Champions

Il suo passaggio al Milan fu un intreccio del destino, dopo che le trattative con Juventus e Inter erano saltate. «Un po’ di mesi prima c’era la possibilità della Juve, ma io non ci volevo andare. Poi è saltata la Juve e dovevo andare all’Inter, ma dopo il 5 maggio l’Inter è sparita, magari hanno fatto altre scelte. Poi l’ultimo giorno di mercato è capitato il Milan. Non ci volevo andare perché ero sicuro che l’Inter avrebbe vinto l’anno dopo. E invece vado al Milan e vinciamo la Champions League il primo anno. Mi è andata bene».

Dal Derby 5-1 alla redenzione

Una vittoria, quella in Champions contro la Juventus, che per Nesta rappresentò una redenzione personale dopo il trauma più grande della sua carriera: il derby perso 5-1. «Nel derby perso 5-1 ho fatto un casino sono uscito al primo tempo perché non ci stavo capendo più nulla, non avevo retto mentalmente. Il giorno prima la società mi aveva detto che mi voleva vendere e che dovevo andare via, ma io ero comunque deluso da me stesso perché non avevo retto. Montella mi aveva fatto tre gol, lì ho pensato che per superare una sconfitta dovevo tirare fuori qualcosa di incredibile. Sono riuscito ad andare avanti solo riuscendo a tirare un rigore in una finale di Champions League con il Milan, contro la Juventus».

Allenare la Lazio: sogno o Iicubo?

Infine, una riflessione sul suo futuro da allenatore e sul sogno, tanto affascinante quanto spaventoso, di tornare un giorno a casa. «Se sogno di allenare la Lazio? Da una parte sì, dall’altra no. Credo sarebbe l’unica squadra che mi leverebbe il sonno se dovessi allenarla perché sentirei troppo la responsabilità. Però se dovesse capitare un giorno, vediamo…».

Verona, Gagliardini: «Mesi molto difficili. Ecco chi mi è stato più vicino»

Il centrocampista del Verona Gagliardini: «Momenti difficili, ma Verona mi ha restituito serenità e fiducia»

Roberto Gagliardini, centrocampista dell’Hellas Verona, ha raccontato al Corriere di Verona il suo percorso degli ultimi mesi, tra difficoltà, infortuni e la ritrovata fiducia con la maglia gialloblù. L’ex Inter ha vissuto un periodo complesso, ma oggi guarda avanti con rinnovata determinazione.

«Era iniziato tutto nel modo giusto – spiega Gagliardini – poi è arrivato quell’infortunio, il dolore e certi pensieri negativi. Venivo da mesi complicati, senza squadra, e da situazioni che da un lato ti fortificano ma dall’altro ti segnano. Per fortuna, ho recuperato in fretta e ora sto bene».

L’estate da svincolato

L’estate di Gagliardini non è stata semplice. Rimasto senza contratto dopo la fine dell’esperienza all’Inter, il centrocampista ha dovuto gestire l’incertezza del futuro. «È stato un periodo duro, anche se sapevo da gennaio che poteva succedere. Mi ero organizzato, ho allestito una palestra in casa. Quel posto è stato un vero toccasana. Poi, inevitabilmente, arrivano le preoccupazioni: pensi alla famiglia, alla scuola per i figli, a dove andrai a giocare. Non è facile».

Il ruolo della famiglia

Per Gagliardini, la famiglia è stata la chiave per superare i momenti difficili. «Mia moglie Nicole è stata il mio pilastro – racconta – ha sempre capito i miei stati d’animo e le giornate no. I miei bambini, Tommaso e Benedetta Aurora, sono la mia forza. In quei giorni non avevo voglia di vedere nessuno, volevo solo stare con loro e con gli amici più stretti. Sono loro che mi hanno aiutato a ritrovare equilibrio».

La chiamata del Verona

La svolta per Gagliardini è arrivata quando l’Hellas Verona si è fatto avanti. «Mi ha chiamato Sean Sogliano – ricorda – mi ha detto che cercavano un centrocampista, ma che ci sarebbe voluto un po’ di tempo. Mi prendo due giorni di pausa e vado in montagna con la famiglia. Una mattina leggo che Akpa-Akpro va al Verona: una mazzata! Poi il mio procuratore, Beppe Riso, mi scrive che devo presentarmi al campo perché il Verona vuole vedermi. In pochi giorni è arrivato l’ok e il venerdì ho firmato».

Oggi Gagliardini ha ritrovato serenità e motivazione. Con l’Hellas Verona, il centrocampista vuole dimostrare di poter essere ancora protagonista in Serie A: «Mi sento di nuovo utile, parte di un progetto. Era quello che cercavo».

Milan, statistica impietosa: i numeri bocciano la squadra di Allegri. Ecco perché

Milan, allarme rigori: crisi dal dischetto e punti persi pesano sulla stagione

Il Milan sta vivendo un momento di forte difficoltà dal dischetto. La squadra rossonera, guidata da Massimiliano Allegri, sembra aver sviluppato una vera e propria “paura dei rigori”, una fobia che si è trasformata in un problema concreto e sempre più pesante per la classifica. L’errore di Christian Pulisic contro la Juventus ha rappresentato l’ennesimo episodio negativo di una lunga serie, confermando come la precisione dagli undici metri sia ormai una delle principali fragilità del gruppo milanista.

Il Corriere dello Sport ha evidenziato il problema con un titolo eloquente: “Rigori, troppe beffe per il Diavolo”. I numeri, infatti, parlano chiaro e delineano un trend preoccupante. Nelle ultime sette esecuzioni in campionato, il Milan ha fallito ben cinque rigori. Allargando l’analisi a tutto il 2024, il dato diventa ancora più impietoso: su tredici tentativi totali, i rossoneri ne hanno sbagliati sette. Una percentuale di errore altissima, tra le peggiori in Europa, che rischia di compromettere il cammino di una squadra costruita per competere ai massimi livelli.

Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto il singolo tiratore. L’insicurezza dal dischetto sembra aver contagiato l’intero gruppo, diventando un fattore psicologico e collettivo. I giocatori del Milan appaiono frenati nel momento decisivo, segno che la questione va oltre la tecnica individuale. Allegri, da parte sua, dovrà lavorare non solo sulla scelta del rigorista, ma anche sull’aspetto mentale, fondamentale per ritrovare la freddezza e la lucidità necessarie in quei secondi che possono decidere una stagione.

L’impatto di questa crisi è tangibile anche in termini di punti. Ogni rigore sbagliato rappresenta un’occasione persa, spesso determinante per il risultato finale. Il Milan ha lasciato per strada diversi punti preziosi proprio a causa degli errori dagli undici metri — punti che oggi pesano nella corsa ai primi posti e nella qualificazione alle coppe europee.

Per la dirigenza rossonera e per lo staff tecnico, individuare una soluzione è diventato prioritario. Serve un tiratore affidabile, capace di assumersi la responsabilità nei momenti chiave. In un campionato equilibrato come quello attuale, il Milan non può più permettersi di sprecare occasioni così importanti. Ritrovare la sicurezza dal dischetto non è solo una questione tecnica, ma un passo indispensabile per rilanciare le ambizioni di una squadra che vuole tornare a vincere.

Genoa, addio Marassi? C’è questa ipotesi sul nuovo stadio. L’indiscrezione

Genoa, il futuro del Ferraris tra pubblico e privato: la città attende chiarezza

Il Genoa e la città di Genova vivono giorni di attesa sul futuro dello stadio Luigi Ferraris, un impianto storico che rappresenta non solo la casa del club rossoblù ma anche un simbolo dell’intero calcio genovese. La sindaca Silvia Salis ha ribadito la volontà che il Ferraris resti di proprietà pubblica, mantenendo così un legame diretto con la città e con i tifosi del Genoa e della Sampdoria.

Tuttavia, l’edizione genovese de La Repubblica ha messo in evidenza un passaggio cruciale del comunicato diffuso da Genova Stadium, la società partecipata in modo paritetico dai due club cittadini. Nel testo si legge che «Genova Stadium, insieme ai club soci e ai propri partner, è attivamente impegnata nell’individuazione della struttura finanziaria più idonea per l’attuazione dell’operazione, con la determinazione di portare a compimento un progetto di fondamentale importanza per i club e per la città di Genova».

Proprio quel riferimento alla «struttura finanziaria» ha sollevato diversi interrogativi. Ad oggi, infatti, non è ancora chiaro quale modello economico sarà adottato e chi saranno i potenziali partner che potrebbero affiancare Genoa e Sampdoria nella realizzazione del progetto. La questione principale riguarda la compatibilità tra l’ingresso di capitali privati e la promessa di mantenere la proprietà pubblica dell’impianto.

La sindaca Salis ha confermato che l’amministrazione comunale seguirà da vicino ogni sviluppo, assicurando che il Genoa e la città non perderanno il controllo del loro stadio. «Il Ferraris è un patrimonio dei genovesi e dovrà restare tale» – ha ribadito – ma i costi di una ristrutturazione così ambiziosa richiedono un equilibrio delicato tra pubblico e privato.

Intanto, Genova Stadium ha promesso di fornire ulteriori dettagli entro la fine del mese. Il tempo stringe: tra poco più di venti giorni scadranno infatti i termini per la presentazione del progetto definitivo di ristrutturazione del Ferraris.

Per il Genoa, la questione non è soltanto amministrativa ma anche simbolica. Rinnovare il Ferraris significa proiettare il club e la città nel futuro, con uno stadio moderno, sostenibile e competitivo, ma senza rinunciare alla tradizione e all’identità che da oltre un secolo legano il Genoa alla sua casa di Marassi.

Stadio Parma, svolta vicina? Queste dichiarazioni lasciano pochi dubbi

Nuovo stadio Parma, Bosi: «Progetto non ancora ricevuto, serve una revisione completa»

Il percorso verso il nuovo stadio Parma sembra destinato a prolungarsi ancora. L’assessore allo Sport del Comune di Parma, Marco Bosi, ha fatto il punto sulla situazione durante la trasmissione Parma Europa su 12TvParma, chiarendo che, ad oggi, il Comune non ha ancora ricevuto il progetto aggiornato del nuovo Tardini.

«Il progetto del Nuovo Tardini? No, non l’abbiamo ricevuto e non l’ho neanche visto in bozza, lo dico onestamente – ha spiegato Bosi –. Non ho problemi a dirlo, perché è giusto che i cittadini sappiano a che punto siamo».

L’assessore ha poi illustrato i motivi del rallentamento. A metà aprile, il Parma Calcio ha comunicato la volontà di passare da un cantiere unico a una realizzazione «a stralci”. Questa scelta, ha sottolineato Bosi, comporta un rifacimento quasi completo del progetto tecnico del nuovo stadio Parma. «Il passaggio a una costruzione per fasi significa ripensare il progetto da capo – ha dichiarato –. Il parcheggio sotterraneo previsto inizialmente non potrà essere realizzato sotto il campo, che dovrà restare sempre disponibile per le partite. Alcune strutture verranno abbattute, come i Distinti, mentre resta da capire se saranno mantenute o meno le due curve, che non presentano particolari problemi strutturali ma necessitano di interventi per migliorarne la funzionalità».

Bosi ha anche ribadito che il Comune di Parma chiederà al club di affrontare con serietà alcune questioni fondamentali legate alla sicurezza e all’accessibilità dello stadio. «Ci sono aspetti che dovranno essere risolti in modo convincente – ha sottolineato –. Ad esempio, l’eventuale eliminazione del fossato attorno al campo e, soprattutto, la realizzazione di percorsi di accesso adeguati per le persone con disabilità. È un tema per noi molto importante e non potrà essere trascurato».

Il progetto del nuovo stadio Parma rappresenta una tappa cruciale per il futuro del club e della città, ma il suo iter appare ancora lungo e complesso. La necessità di ridefinire la struttura in più fasi e di adeguarla alle richieste tecniche e normative rallenta la tabella di marcia, ma l’obiettivo resta quello di consegnare a Parma un impianto moderno, sostenibile e pienamente accessibile, in grado di valorizzare la tradizione sportiva e il legame storico tra la città e il suo stadio.

Nuovo stadio San Siro, spunta un nuovo scenario: l’Inter pensa a questa ipotesi

Nuovo stadio San Siro: Inter e Milan definiscono la struttura societaria per il progetto del futuro impianto

Il progetto del nuovo stadio San Siro entra in una fase decisiva. Inter e Milan hanno definito la catena societaria che consentirà di rilevare l’attuale stadio Meazza e di dare avvio alla realizzazione del nuovo impianto nell’area di San Siro. Come riportato da MF-Milano Finanza, i due club hanno costituito due nuove società veicolo: Blueco, controllata al 100% dall’Inter, e Red Stadco, interamente di proprietà del Milan.

Queste due entità avranno un ruolo cruciale nella gestione del progetto del nuovo stadio San Siro. Blueco e Red Stadco deterranno, in parti uguali (50% ciascuna), la società Nsm Holding, la quale entro ottobre acquisirà dal Comune di Milano il complesso di San Siro e i diritti edificatori relativi all’area. È proprio qui che sorgerà il nuovo impianto moderno e multifunzionale, insieme a un più ampio progetto immobiliare che comprenderà spazi commerciali e aree verdi.

Gli statuti di Blueco e Red Stadco sono stati strutturati in modo da garantire flessibilità e trasparenza nella futura gestione del nuovo stadio San Siro. Entrambi i veicoli societari, infatti, lasciano aperta la possibilità all’ingresso di nuovi investitori o fondi terzi, purché rispettino i requisiti di onorabilità e non alterino il controllo da parte dei due club. Il Comune di Milano, in tal senso, ha imposto limiti precisi per evitare che la proprietà dell’area finisca in mani prive delle garanzie richieste dalla normativa.

Un elemento interessante è che gli statuti consentono comunque di utilizzare le quote societarie come garanzia per l’ottenimento di finanziamenti. Questa flessibilità permetterà a Inter e Milan di reperire capitali per la costruzione del nuovo stadio San Siro senza dover necessariamente ricorrere a un indebitamento eccessivo. Potrebbero entrare in gioco, in minoranza, anche gli stessi fondi che attualmente controllano i due club, ovvero Oaktree per l’Inter e RedBird per il Milan.

L’architettura societaria così definita consente anche ai fondi proprietari di pianificare con maggiore libertà eventuali operazioni future o uscite dal capitale dei club, senza compromettere l’avanzamento del progetto del nuovo stadio San Siro.

Con questa mossa, Inter e Milan compiono un passo fondamentale verso la realizzazione di un impianto moderno, sostenibile e all’altezza delle ambizioni internazionali delle due società milanesi, destinato a diventare uno dei simboli del calcio europeo del futuro.

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