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Maignan-Juve, possibilità concrete quelle dei bianconeri? La situazione sul portiere del Milan


Maignan-Juve, tra rinnovo fermo e scenari di mercato: futuro in bilico per il portiere del Milan

Il caso Maignan-Juve inizia a prendere forma tra suggestioni di mercato e incertezze contrattuali. Il futuro di Mike Maignan al Milan, infatti, è sempre più avvolto da dubbi. Dopo mesi di trattative per il rinnovo del contratto – in scadenza nel 2026 – il dialogo tra il portiere francese e la dirigenza rossonera si è improvvisamente interrotto. Un segnale forte che potrebbe aprire scenari clamorosi in ottica Juventus e non solo.

Secondo quanto riportato da Matteo Moretto, sarebbe stato proprio il Milan a rallentare i tempi, prendendosi una pausa di riflessione. Questo stop inatteso si somma a un retroscena importante risalente all’estate: Maignan era stato vicinissimo al Chelsea, con un’intesa già raggiunta tra il giocatore e il club inglese. Il trasferimento però non si è concretizzato per il mancato accordo sulla cifra con i rossoneri. Un’operazione sfumata, ma che testimonia quanto il francese sia già da tempo nel mirino delle big europee.

Con il rinnovo in fase di stallo, il club di via Aldo Rossi si trova ora davanti a un bivio: cedere Maignan a gennaio per monetizzare, oppure rischiare di perderlo a parametro zero nel 2026. Ed è in questo contesto che prende piede l’ipotesi Maignan-Juve. Al momento, non esiste una trattativa concreta, ma la Juventus sta osservando con attenzione la situazione. In caso di condizioni favorevoli, i bianconeri potrebbero valutare un affondo.

La Juve, reduce da una rivoluzione tra i pali, ha grande interesse nel monitorare i migliori profili internazionali, e Maignan – classe 1995 – è oggi tra i portieri più apprezzati al mondo. La prospettiva di vederlo difendere la porta bianconera accende la fantasia dei tifosi, anche se la concorrenza non manca.

La destinazione più probabile, in caso di addio al Milan, resta comunque la Premier League, dove il portiere francese ha estimatori da tempo. Ma il fascino di una sfida in Serie A, con la maglia della rivale storica, rende la pista Maignan-Juve tutt’altro che trascurabile.

Nei prossimi mesi, la situazione potrebbe evolversi rapidamente. Il nome di Maignan è destinato a diventare uno dei più caldi del prossimo calciomercato, e la Juve è pronta a muoversi, se si presenterà l’occasione giusta.

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Allenamento Verona, come sta proseguendo la preparazione in vista del Pisa? Le ultime


Allenamento Verona: prosegue la preparazione in vista della sfida contro il Pisa

Prosegue a ritmi intensi l’allenamento del Verona in vista del prossimo impegno di campionato contro il Pisa. Dopo la sosta per le Nazionali, i gialloblù sono tornati a concentrarsi sul lavoro quotidiano allo Sporting Center Paradiso, con l’obiettivo di farsi trovare pronti per la gara di sabato 18 ottobre, alle ore 15, all’Arena Garibaldi.

Il programma di allenamento del Verona è stato studiato dallo staff tecnico per garantire una ripresa graduale ma efficace, puntando su esercitazioni tattiche e sul miglioramento della condizione atletica, senza però trascurare il recupero dei calciatori reduci da infortuni. In questa fase delicata della stagione, ogni seduta rappresenta un’occasione importante per consolidare i meccanismi di gioco e ritrovare la brillantezza fisica.

Tra le buone notizie emerse durante l’allenamento del Verona c’è sicuramente il ritorno in gruppo di Valentini e Mosquera, entrambi pienamente recuperati e regolarmente a disposizione dell’allenatore. La loro presenza aumenta le alternative a disposizione, specialmente in difesa, un reparto che nelle ultime settimane ha dovuto far fronte ad alcune assenze pesanti.

Sul fronte degli infortunati, resta cauto ottimismo per Harroui, il cui rientro è sempre più vicino: il centrocampista sta seguendo un programma specifico di lavoro differenziato e potrebbe tornare ad allenarsi con i compagni già entro la fine della prossima settimana. Discorso diverso invece per Al-Musrati: il centrocampista resterà fuori ancora per qualche settimana e il suo rientro è previsto non prima dell’inizio di novembre.

I calciatori impegnati con le rispettive Nazionali torneranno a disposizione a partire da metà della prossima settimana. Il loro rientro sarà fondamentale per completare la rosa e affrontare nel modo migliore il match contro il Pisa, una squadra da non sottovalutare e che si è dimostrata molto competitiva in casa.

In sintesi, il lavoro settimanale di allenamento del Verona si sta svolgendo in un clima di concentrazione e determinazione. La sosta rappresenta una preziosa occasione per ricaricare le energie e sistemare alcuni aspetti tattici. Con il gruppo quasi al completo, i gialloblù puntano a farsi trovare pronti per tornare in campo con il giusto spirito e portare a casa un risultato positivo.

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Calciomercato Genoa, una big vuole comprare a tutti i costi Brooke-Norton Cuffy


Calciomercato Genoa: occhi puntati su Brooke-Norton Cuffy, osservato speciale della Juventus

Il calciomercato del Genoa inizia già a muovere i primi nomi in vista della prossima sessione estiva, e tra i protagonisti più seguiti c’è senza dubbio Brooke-Norton Cuffy. Il giovane terzino inglese, in prestito al Genoa dall’Arsenal, ha attirato l’interesse di diversi club europei grazie alle sue prestazioni convincenti in Serie A. Secondo quanto riportato dal Corriere dello Sport, la Juventus lo ha osservato da vicino in diverse occasioni, tra cui nel recente match contro la Lazio, dove ha messo in mostra qualità tecniche e fisiche da potenziale top player.

Il calciomercato del Genoa potrebbe diventare particolarmente caldo attorno al profilo di Norton-Cuffy, soprattutto nella finestra estiva del 2026. Il difensore classe 2004 ha una valutazione che si aggira intorno ai 10 milioni di euro, cifra che potrebbe aumentare se continuerà a offrire prestazioni di alto livello. La Juventus è alla ricerca di un profilo giovane e dinamico per rinnovare la fascia destra, e l’esterno inglese sembra corrispondere perfettamente all’identikit tracciato dalla dirigenza bianconera.

Nonostante l’interesse concreto della Juve, è difficile ipotizzare una sua cessione già nel mercato di gennaio. Il Genoa, infatti, intende trattenere il giocatore fino alla fine della stagione per continuare a valorizzarlo, consapevole che un buon rendimento in campionato potrebbe aumentare ulteriormente il suo valore sul mercato. La società rossoblù, che ha dimostrato grande abilità nelle recenti operazioni di mercato, sa quanto sia importante gestire con attenzione casi come questo, che rappresentano una risorsa sia tecnica che economica.

Non solo Juventus: anche l’Olympique Marsiglia ha messo gli occhi su Norton-Cuffy, a conferma di quanto il suo nome sia diventato centrale nel panorama del calciomercato del Genoa. I francesi stanno monitorando la situazione e potrebbero inserirsi in caso di apertura da parte del club ligure o dell’Arsenal, proprietario del cartellino.

Il Genoa, intanto, osserva l’evoluzione con attenzione, pronto a giocare le sue carte. La sessione estiva si preannuncia interessante, e il nome di Norton-Cuffy sarà sicuramente uno dei più chiacchierati nel calciomercato del Genoa, tra potenziali offerte e strategie di valorizzazione.


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Infortunio Zappa, riuscirà il Cagliari a recuperare l’esterno? La situazione


Infortunio Zappa: il Cagliari monitora da vicino il recupero del suo esterno

La pausa del campionato per gli impegni delle Nazionali è arrivata nel momento giusto per il Cagliari, che ha sfruttato al massimo questo intervallo per lavorare con intensità al CRAI Sport Center di Assemini. Sotto la guida di Fabio Pisacane, ex difensore diventato allenatore con la stessa grinta che mostrava in campo, la squadra sarda ha concentrato gli sforzi sul miglioramento della condizione fisica e sul recupero degli infortunati.

Tra i nomi più attenzionati figura quello di Gabriele Zappa, il cui stato fisico è diventato uno dei punti centrali di questo periodo di lavoro. L’infortunio di Zappa ha infatti privato il Cagliari di una pedina chiave per l’equilibrio tattico della squadra: l’esterno classe 1999 è noto per la sua capacità di coprire l’intera fascia destra con dinamismo e disciplina.

Dopo aver saltato le ultime partite ufficiali a causa di fastidi muscolari, Zappa ha seguito in questi giorni un programma di recupero personalizzato, supervisionato dallo staff medico e atletico del club. L’infortunio di Zappa, per quanto non grave, ha richiesto un approccio prudente: niente forzature, ma un lavoro mirato a garantirne un rientro graduale e sicuro. L’obiettivo è rivederlo in gruppo nei prossimi giorni, per consentirgli di essere disponibile alla ripresa del campionato.

Mentre il resto della squadra ha svolto una seduta completa, incentrata su esercitazioni tattiche e resistenza atletica, l’ex giocatore del Pescara ha continuato il suo iter di lavoro differenziato. L’infortunio di Zappa ha quindi imposto dei tempi tecnici da rispettare, ma la sensazione è che il suo recupero stia procedendo senza intoppi.

Nel frattempo, Pisacane e il suo staff non lasciano nulla al caso: il gruppo viene costantemente testato, con attenzione particolare ai dettagli, in vista del prossimo ciclo di partite decisive. La pausa internazionale rappresenta un’opportunità per ricaricare le batterie, ma anche per inserire nuovamente in rosa elementi importanti come Zappa.

Il Cagliari spera di poter presto voltare pagina sul capitolo “infortunio Zappa”, reintegrando uno dei suoi uomini più affidabili e garantendo così maggiore solidità sulla fascia destra. Il suo rientro potrebbe rappresentare un tassello fondamentale per il rilancio della squadra in campionato.


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Bologna, Odgaard deve diventare un grande trascinatore in casa rossoblu. La situazione


Odgaard ritrova la forma: una risorsa preziosa per il Bologna di Italiano

Il Bologna può sorridere: Jens Odgaard sta finalmente tornando ai suoi livelli. Dopo mesi complicati a causa di problemi fisici, il centravanti danese sembra aver ritrovato brillantezza e concretezza sotto porta. I gol segnati contro Lecce e Pisa non sono solo episodi, ma segnali evidenti di una rinascita personale che coincide con un momento positivo per tutto il Bologna.

Lo sottolinea anche il Corriere di Bologna, che evidenzia come l’attaccante stia lasciandosi alle spalle i guai muscolari e gli strascichi dell’operazione per ernia inguinale. Dopo un lungo periodo di stop e una difficile fase di recupero, Odgaard sembra finalmente pronto a offrire un contributo decisivo alla manovra offensiva del Bologna. Una notizia fondamentale per l’allenatore Vincenzo Italiano, che può contare su un’arma in più nella corsa verso gli obiettivi stagionali.

La doppietta ravvicinata, arrivata a distanza di pochi giorni, rappresenta qualcosa che non si vedeva da tempo: l’ultima volta che il danese aveva segnato in due partite consecutive risaliva a marzo. Questo dato evidenzia quanto la forma ritrovata di Odgaard stia incidendo sul rendimento del Bologna, che ha ritrovato dinamismo, profondità e soluzioni in attacco. Se il Bologna è tornato competitivo, è anche merito del suo centravanti.

Il club felsineo ha sempre creduto nelle qualità di Odgaard, nonostante i mesi difficili. Ora, con una condizione fisica in netto miglioramento, il danese può davvero diventare un punto di riferimento nello scacchiere offensivo di Italiano. La sua presenza in campo garantisce maggiore imprevedibilità, movimento senza palla e una capacità realizzativa che può fare la differenza.

Il Bologna, che punta a consolidare la propria posizione in classifica e continuare a stupire in questa stagione, potrà contare su un attaccante ritrovato. E il tempismo non potrebbe essere migliore: con una serie di impegni cruciali all’orizzonte, la forma crescente di Odgaard potrebbe essere il fattore decisivo per dare continuità ai risultati.

In un momento in cui il Bologna cerca conferme e punti pesanti, il ritorno del miglior Odgaard rappresenta molto più di una buona notizia: è un segnale forte per il futuro immediato della squadra rossoblù.

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Calciomercato Inter, Beppe Marotta vuole comprare quel difensore promettente. La situazione


Calciomercato Inter: nel mirino Muharemovic del Sassuolo per rinforzare la difesa

Il calciomercato dell’Inter potrebbe presto accendersi sul fronte difensivo. Secondo quanto riportato da La Gazzetta dello Sport, i dirigenti nerazzurri stanno seguendo con attenzione Amar Muharemovic, giovane talento del Sassuolo, che ha iniziato la stagione con prestazioni convincenti, attirando l’interesse di diversi club, tra cui proprio l’Inter.

Classe 2003, Muharemovic si sta affermando come uno dei profili più promettenti del campionato italiano. Difensore centrale dotato di buon fisico, forte nel gioco aereo e abile nella costruzione dal basso, il giovane bosniaco rappresenta una prospettiva interessante per il futuro della retroguardia nerazzurra. Nonostante l’episodio sfortunato dell’autogol nella sfida tra Inter e Sassuolo – terminata 2-1 a favore dei nerazzurri – le sue qualità non sono passate inosservate agli occhi degli osservatori del club milanese.

Proprio in occasione di quella partita, giocata a San Siro, Muharemovic ha mostrato personalità e coraggio, dimostrando di saper reggere la pressione di un palcoscenico importante. E anche se l’autorete ha segnato il match, la sua prestazione complessiva è stata valutata positivamente dai dirigenti interisti, che da settimane monitorano con interesse la sua crescita.

Il nome di Muharemovic, dunque, entra ufficialmente nel radar del calciomercato Inter, che potrebbe muoversi già nella prossima finestra invernale per cercare di anticipare la concorrenza. La strategia della dirigenza nerazzurra è chiara: puntare su giovani di talento da integrare gradualmente nella rosa, garantendo un ricambio generazionale intelligente e sostenibile.

In questo contesto, l’operazione Muharemovic rispecchierebbe perfettamente la linea tracciata da Marotta e Ausilio: investimenti mirati su profili giovani, con margini di crescita, ma già pronti a dare il proprio contributo. Se il difensore del Sassuolo continuerà a offrire prestazioni solide, non è escluso che l’Inter possa accelerare i tempi per portarlo a Milano.

Il calciomercato Inter è quindi in fermento, e Muharemovic rappresenta una delle piste più concrete per rafforzare la difesa in ottica futura. Un altro segnale della volontà del club di restare competitivo non solo nel presente, ma anche nei prossimi anni.

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Fiorentina, caos sui risultati! Tuttavia sta brillando De Gea. Ecco perché


De Gea, numeri da fuoriclasse: la Fiorentina si gode il suo portiere decisivo

In questo inizio di stagione 2025-26, David De Gea si sta confermando come uno dei portieri più decisivi d’Europa. La Fiorentina può ritenersi più che soddisfatta della scelta fatta in estate, quando ha deciso di puntare su un estremo difensore di enorme esperienza internazionale. I numeri parlano chiaro: De Gea è uno dei migliori nel suo ruolo in tutti i top 5 campionati europei, e il suo impatto sulla squadra viola è stato immediato e tangibile.

Il dato che più impressiona è quello relativo ai cosiddetti “gol evitati”, un indicatore che tiene conto della qualità delle conclusioni affrontate da un portiere e calcola quante reti avrebbe dovuto subire in base alla pericolosità dei tiri. Prima della sfida contro la Roma, De Gea guidava questa speciale classifica con 0,68 gol evitati ogni 90 minuti, risultando il migliore in Europa. Dopo la partita contro i giallorossi il dato è leggermente calato a 0,45, ma lo spagnolo rimane saldamente tra i portieri più performanti del continente.

Grazie agli interventi decisivi di De Gea, la Fiorentina ha incassato soltanto 8 gol in 6 partite, contro un valore atteso di oltre 10,6 reti. In altre parole, senza le sue parate, la squadra di Italiano avrebbe con ogni probabilità subito almeno tre gol in più. Una differenza che può fare la differenza tra una stagione mediocre e una da protagonisti.

E nonostante la difesa viola non sia tra le più solide del campionato, De Gea continua a garantire sicurezza e leadership. Affronta una media di 4,67 tiri in porta a partita, un valore che aveva raggiunto solo nel 2010-11 con l’Atlético Madrid e nel 2021-22 con il Manchester United, ovvero in contesti estremamente impegnativi. Finora ha compiuto 20 parate su 27 tiri in porta, escludendo rigori e salvataggi da parte dei compagni, dimostrando riflessi e tecnica ancora di altissimo livello.

La Fiorentina, che punta a un ruolo da protagonista in Serie A e nelle coppe, ha trovato in De Gea una colonna portante. Se i viola riusciranno a migliorare nella fase difensiva, con un portiere così tra i pali, tutto sarà possibile.

Cremonese, Dezotti sicuro: «Cinque anni stupendi. In questa stagione penso che…»

Cremonese e le parole di Dezotti tra passato e presente in casa grigiorossa.

Gustavo Dezotti, il campione argentino che ha giocato cinque anni alla Cremonese, osserva con affetto e speranza il ritorno di fiamma grigiorosso. Oggi 61enne, l’ex puntero argentino che visse l’epoca d’oro dal 1989 al 1994 ha parlato a La Gazzetta dello Sport.

COS’É LA CREMONESE – «Il ricordo dei cinque anni più belli della mia carriera, Cremona è rimasta la mia seconda casa. Ci sono tornato nel 2005, con mio figlio Matias che aveva 8 anni e mi diceva: ‘Papà, ma qui ti riconoscono più che in Argentina!’. Ogni volta che con mia moglie Rosanna e mia figlia Lionella pensiamo a qualche viaggio ci diciamo che però da Cremona dobbiamo passare… Intanto cerco di vedere qualche partita – non mi sono perso l’esordio vincente sul Milan! –, mi tengo informato sui risultati e abbiamo ancora un gruppo Whatsapp con tanti ex compagni».

SODDISFATTO DELLA SUA CARRIERA – «Certo! Ho avuto la fortuna di arrivare in Italia, alla Lazio di Ruben Sosa e Tano Gutierrez, tuttora un fratello, e poi alla Cremo, dove sono stato benissimo sia a livello umano che professionale. Sono anche orgoglioso di aver disputato tre Mondiali: in Messico con la nazionale giovanile, Italia 90, infine in Qatar, dove ero collaboratore tecnico del c.t. del Messico, Martino».

IL GOL AL MILAN DI SACCHI GLI APRI’ LE PORTE DELLA NAZIONALE – «Forse sì… Ringrazierò sempre i miei compagni di allora, quella chiamata è arrivata anche grazie a loro: nonostante la retrocessione avevamo fatto un bel campionato. Ricordo tutte le partite molto volentieri eccetto l’ultima… Abbiamo giocato varie volte a Napoli: gli italiani ci fischiavano sempre, ma quando toccava palla Diego lo stadio si ammutoliva. Il pubblico ne aveva un enorme rispetto. In spogliatoio era amato da tutti i compagni: non ci ha mai fatto pesare la sua superiorità, non ho mai sentito nessuno parlare male di Diego. E a tutti ha fatto molto male il modo in cui se ne è andato. Non doveva finire così, è stato molto triste».

HA FATTO LA STORIA DELLA CREMONESE – «Sono ricordi che mi emozionano ancora e parole che mi fanno molto piacere. Ringrazierò sempre Luzzara e Favalli per aver creduto in me. Sono arrivato a Cremona in prestito e già dopo due mesi la società aveva deciso di riscattare il mio cartellino. Poi siamo retrocessi e io ho giocato il Mondiale. Mi ha cercato il Genoa del mio amico Aguilera, Favalli mi ha chiesto cosa volessi fare, se sarei stato disposto a disputare la serie B. Gli ho risposto: ‘Se volete io resto, qui sto benissimo’. E lui: “Va bene! Rimani quest’anno, poi ti troviamo un’altra squadra’. Alla fine sono rimasto per cinque campionati, fino al ’94, con qualche su e giù fra A e B, ma anche con la conquista della prima storica salvezza in A che ci ha reso molto felici».

ERA UNA GRANDE FAMIGLIA – «È vero. C’erano i dirigenti, con anche i vicepresidenti Miglioli e Ferraroni, molto appassionati e vicini alla squadra, e poi un gruppo affiatatissimo di compagni. Non sempre arrivavano risultati positivi, ma noi stavamo sempre bene insieme, la squadra era unita, eravamo un gruppo di amici veri. Tanto che quando Simoni mi propose di stare in panchina lasciando spazio a Florjancic nel torneo Anglo-Italiano accettai volentieri».

CHIORRI – «Alviero è stato un compagno e un giocatore straordinario. Io mi muovevo in campo e già sapevo che avrei trovato il pallone proprio lì dove lo volevo. L’aneddoto riguarda Montorfano: sono stati lui e Ferraroni a insegnarmi a giocare a scala 40 e ricordo che il Maestro si arrabbiava tantissimo quando poi lo battevo, cioè in pratica sempre!»

LA CREMONESE SI SALVERA’ – «Certo che sì! Farà un campionato tranquillo, nelle zone di metà classifica. Da quel che ho visto ha cuore, testa e gambe, mi piace».

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Ferrante su Cairo: «Il Torino ormai è diventato provinciale. Una volta cercai di portargli quel grande tecnico, ma…»

Marco Ferrante, ex bandiera del Toro, ha voluto rilasciare qualche dichiarazione sulla gestione Cairo

Del Toro è stato una bandiera. Oggi Marco Ferrante è un feroce critico della gestione di Urbano Cairo e su Tuttosport lo ha detto apertamente, con estrema franchezza.

TORO NEL CUORE – «Il Toro è sempre nel mio cuore, come in un cassettino. Quando si apre e lo vedo, sorrido. Ma il più delle volte rimane chiuso e questo mi fa molto male. Per i risultati brutti della squadra. E perché vedo la contestazione, la delusione dei tifosi, i problemi mai risolti del tutto… Poche luci, pochi spiragli. Per carità, Cairo in 20 anni ha mantenuto la categoria, a parte quei 3 anni pesantissimi in B dopo la retrocessione del 2009. Ma se fa 30, non fa mai 31. Conosciamo bene la passionalità dei tifosi del Toro, ma anche il valore del brand e la profondità, l’unicità della storia del Toro. Il mondo ammira il Grande Torino. Ma il mondo sa che cos’è il Torino di Cairo, oggi? Le generazioni cambiano, i giovani del Toro vorrebbero affacciarsi in Europa, almeno in Conference. In Europa vanno altre squadre che sanno far sognare, emozionare i tifosi, senza essere delle big. Non c’è volontà di costruire una squadra all’altezza. Anche una società all’altezza. E il tifoso è stufo. È profondamente stufo. Si sente oppresso in un labirinto, ormai»

ANNI FA UNO DISSE CHE CAIRO NON COSTRUISCE – «Forse io? Guardate l’Atalanta: ha uno scouting fantastico. Talenti sconosciuti comprati a poco e rivenduti a 50 volte tanto… Ogni anno guadagna e si rinforza, cresce… Ha costruito un centro sportivo meraviglioso, poi ha rifatto lo stadio… Ha una proprietà lungimirante e appassionata: penso ai Percassi, ora accompagnati anche da soci statunitensi… Ha una struttura dirigenziale straordinaria, ampia, forte, radicata… Anche il Bologna ormai è passato davanti al Torino, anche la Fiorentina… Sono tutte società che guardano meglio al futuro, con passione e strategie a lungo termine, con progetti di crescita continua… Con grandi ambizioni… Invece il Toro di Cairo è terribilmente provinciale… Cairo è uno degli imprenditori più potenti in Italia, in Europa è uno dei maggiori editori, ma come presidente di calcio è provinciale, tanto provinciale… E i tifosi soffrono. Perché sanno che cosa potrebbe essere il Toro, cos’era, e poi vedono la realtà: provinciale, provincialissima. Il Toro ormai fa crescere i giocatori per le altre squadre come la stessa Atalanta, questa è la verità. E se va bene, galleggia al 10° posto. Evidentemente questo vuole Cairo, non altro. Se no avrebbe fatto altre scelte, in 20 anni: come Percassi, per esempio»

UN RETROSCENA DEL PASSATO – «Diciamola meglio: quando portai Cairo da Gasperini. Era il 2011. Cairo cercava un allenatore e Gasp era libero. Mesi prima era stato esonerato dal Genoa. E doveva ancora andare all’Inter. Il giorno prima, insieme a un altro intermediario, incontrai Cairo a Milano. E pianificammo l’incontro con Gasperini, che io conoscevo bene: da tempo avevamo ottimi rapporti, lo stimavo già moltissimo. Il giorno dopo ci ritrovammo tutti da Gasp a Genova. E il colloquio tra lui e Cairo fu molto, molto positivo. Ma poi Cairo cambiò idea. Oppure gli fecero cambiare idea. E prese Ventura, già il giorno dopo. Gasp e io rimanemmo di sale, spiazzati, increduli. Era fatta, serviva solo un altro incontro per stendere e firmare il contratto… A Bergamo, Gasp sarebbe andato solo 5 anni dopo, figurarsi!».

LA MANCATA VENDITA DEL CLUB – «Quando giocavo io in granata negli Anni 90 girava una voce… forte… sul fatto che Tanzi avesse cercato in precedenza di comprare il Toro… La vox populi era che avesse invertito il senso di marcia una volta arrivato al casello di Moncalieri, perché gli avevano consigliato di non dare fastidio alla Juventus… Leggende? Dicerìe di popolo? Vai a sapere… Ma oggi mi pare tutta un’altra storia. E fa strano anche a me pensare che tra magnati internazionali e fondi stranieri nessuno di importante e di serio si sia avvicinato al Torino di Cairo. In questi anni sono passati di proprietà in Italia sia club molto più grandi sia club medi sia club meno importanti del Toro. Eppure Cairo dice di non aver avuto neanche un’offerta seria. O chiede un’enormità, o non ha una vera volontà di vendere, anche se a parole dice altro. Oppure gli offrono troppo poco per davvero. O si sono fatti avanti solo quaquaraquà. Ma mi pare strano, impossibile. Sembra una storia… come dire… anomala… Neanche un’offerta seria, all’altezza, per un club così glorioso? In una città importante, fantastica come Torino? Con una tifoseria generosa, numerosa? Mah. Perché mai non dovrei puntare sul Toro se fossi uno sceicco o fossi a capo di un grande fondo internazionale e volessi entrare nel calcio italiano? Andrei subito da Cairo, io. E non solo io, penso».

LA CONTESTAZIONE – «Non capisco come possa sopportare ancora una contestazione del genere, dopo 20 anni. Possiede tv, giornali, è al top nell’editoria, nella pubblicità… Ha potere e soldi… Chi glielo fa fare? Tutti noi, credo, cercheremmo di liberarci del Toro, a queste condizioni. E mica abbandonando la nave, eh! Al contrario, potrebbe farsi pagare bene il club da qualcuno. Col suo potere economico e politico, se volesse… almeno un fondo straniero serio e ricco, interessato a entrare nel calcio, se lo farebbe trovare, dai… Invece no. Preferisce gli insulti: tutti i giorni, tutte le settimane, tutti i mesi, di anno in anno. È un mistero. O ama così tanto il Toro da non riuscire a cederlo… ma dubito… oppure il calcio è un giocattolo che gli piace davvero troppo. O forse gli rende? Gli conviene? Tutto lecito, eh! Ci mancherebbe! È suo diritto, assolutamente. Magari c’entra anche l’orgoglio personale… Certo è che l’imprenditore Cairo, l’editore, sembra una persona completamente diversa dal presidente del Torino… Come se fossero veramente due persone differenti. Cairo è una persona intelligentissima, sia chiaro. Ma da presidente del Toro..».

LA GESTIONE DI CAIRO – «La sua gestione non è stata e non è all’altezza della storia del Toro, direi che non comprende i sentimenti dei tifosi. Capisco la contestazione. La gente è stufa, vuole di meglio, di più. Vorrebbero una società ben strutturata. Con all’interno anche delle bandiere, come accade in tutti i club normali. Personaggi di qualità, di buon senso, che creano identità e trasmettono tradizioni e il fuoco sacro dell’amore per i colori sociali. Nel vivaio, come a fianco della prima squadra. Ma Cairo non li vuole, dirigenti così. Chi c’è nel club, che sia cresciuto nel Toro prima del suo arrivo? È un’anomalia, un boomerang, un limite pazzesco. D’altra parte è riuscito a far andare via o a perdere bandiere etiche come Benedetti, Asta, Comi… È grave. La prima squadra non ha identità e si vede. Non ha uno zoccolo duro. Le bandiere in società servirebbero anche per i tifosi, come punti di riferimento… Ma evidentemente a Cairo danno fastidio figure così».

COME BERLUSCONI – «Cairo avrebbe avuto bisogno di attorniarsi di grandi manager, come aveva fatto Berlusconi nel Milan: e Cairo per il Cavaliere aveva anche lavorato per tanti anni… L’avesse imitato, avesse preso per tempo anche lui un Galliani, un Braida e via dicendo, avrebbe costruito uno squadrone che sarebbe durato nel tempo. E oggi avrebbe anche vinto dei trofei. Invece, nulla. Vedete? Cairo non ragiona da grande come fa nella sua attività di imprenditore, lui ha ragionato da provinciale col Toro. Galleggia. E i risultati modesti, poveri, ne sono lo specchio. Ma così impoverisce il tifo, fa disinnamorare i piccolini, i bambini, che vedono il calcio internazionale in tv e ogni tanto vorrebbero poter sognare di approdare in Europa pure loro. Invece, a parte lo zuccherino di quell’anno a Bilbao… Ma un anno solo su 20! Se Cairo non avesse il portafoglio che ha, gli direi: complimenti, fa tantissimo per il Toro. Ma se volesse, col portafoglio che ha, potrebbe eccome! Ora vediamo se acquisterà lo stadio, come ha annunciato. A quel punto diventerebbe proprio impossibile pensare che poi non venda il Toro! Un club così famoso, glorioso, con anche il business dello stadio di proprietà, non può non smuovere fondi internazionali, magnati anche stranieri. E Cairo si stuferà anche lui, prima o poi, di prendere solo insulti…»..

UN MERCATO INCOERENTE – «Ma infatti! Io avrei puntato su Adams, il salvatore della scorsa stagione, affiancandogli un vero bomber. Come Simeone, sì. I due si integrano bene. E dietro a loro, Vlasic: da fantasista centrale, il ruolo in cui rende di più. Invece hanno realizzato un mercato strano, pieno di esterni, senza un regista, per poi cambiare idea ad agosto, non prendere più jolly, buttarsi su Asllani… E lasciando la difesa scoperta: il Torino aveva bisogno di difensori più forti, l’anno scorso il problema era emerso, non a caso adesso quella granata è la peggior difesa del campionato… Errori, soldi buttati, scelte incoerenti, inversioni a u… A gennaio andranno aggiustate le cose. Una società lungimirante, che programma bene in estate, a gennaio rinforza la squadra, non deve correre ai ripari. Invece, il Toro… Ma evidentemente hanno una loro strategia, a noi poco comprensibile»

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Mancini sull’addio all’Italia: «E’ successa questa cosa con Gravina. Vedo una Nazionale in crescita»


Mancini rilancia il sogno azzurro: «Spero ancora di tornare CT», parla dell’addio all’Italia

Roberto Mancini è tornato a parlare con passione del suo rapporto con l’Italia e con la Nazionale, rivelando che il desiderio di tornare commissario tecnico non lo ha mai abbandonato. Dal palco del Teatro Sociale di Trento, durante il Festival dello Sport, ha ripercorso momenti chiave della sua vita da selezionatore azzurro e ha affrontato con sincerità la cesura con la Federazione.

Tra le sue dichiarazioni più forti spiccano i riferimenti diretti alla Nazionale. «Spero ancora di poter tornare CT», ha affermato Mancini, spiegando che nel suo percorso ci sono state occasioni e pensieri mai completamente spenti. «Finché si è lì si continua ad aspettare e il calcio», ha aggiunto, sottolineando quanto resti vivo il suo attaccamento al ruolo di guida della squadra del cuore.

Ma non si è fermato al futuro: l’allenatore ha parlato anche dell’addio all’Italia, indicando che non furono i risultati sportivi a decretare la fine del rapporto azzurro, bensì “incomprensioni” e mancanza di dialogo. «C’erano incomprensioni in un momento in cui non c’erano neanche brutti risultati, stavamo inserendo dei giovani. Un po’ di parole, incomprensioni, in quei momenti sarebbe stato meglio chiarirle, da parte mia in primis» ha dichiarato Mancini con franchezza, manifestando il rimpianto per un percorso che poteva forse prendere un’altra piega.

Il tecnico ha anche parlato della Nazionale che oggi osserva con interesse: «La Nazionale sta migliorando, secondo me è una buona Nazionale, sì». Con queste parole, Mancini ha riconosciuto i progressi del gruppo attuale, sottolineando che molti giovani compagni di strada passano ancora sotto il suo radar e sotto la sua ammirazione.

Tra i passaggi del suo intervento, Mancini ha ripercorso anche aneddoti legati alla sua esperienza azzurra. Racconti che spingono a riflettere sullo spessore del suo legame con l’Italia, non solo professionale ma anche emotivo. E quando gli è stato chiesto se sperava di essere richiamato come CT dopo l’era Spalletti, ha ammesso: «Sinceramente sì, ma sapevo sarebbe stato quasi impossibile».

Tra il desiderio e le difficoltà, Mancini ha dimostrato di avere ancora nel cuore l’azzurro. Le sue parole rivelano una personalità legata a doppio filo con la Nazionale, capace di sognare un ritorno e al tempo stesso consapevole delle sfide che quel ritorno comporterebbe. Nell’autoanalisi, emerge un tecnico che non rinuncia a credere nel proprio destino con l’Italia, pur osservando con lucidità le condizioni del momento.

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Norvegia Israele, la situazione tra politica e calcio giocato. Come andrà a finire?

Norvegia Israele, la situazione intorno a questo match in una situazione completamente particolare

Oggi la Norvegia ospita Israele (ore 18) per le qualificazioni ai Mondiali del 2026 in un match che va ben oltre il semplice aspetto sportivo. A Oslo, la sicurezza è stata rafforzata al massimo livello per un incontro carico di tensione politica e umanitaria, dato che da settimane la Federazione norvegese chiede apertamente la sospensione di Israele dalle competizioni internazionali.

Un’ambizione sportiva offuscata dalla politica

Sul fronte sportivo, la Norvegia di Erling Haaland e Alexander Sorloth punta a mantenere il suo percorso perfetto. Con cinque vittorie in altrettanti match e la leadership del girone davanti all’Italia, la squadra scandinava ha l’ambizione di tornare a un grande torneo, un’anomalia che manca dal 1998. Tuttavia, l’incontro sarà inevitabilmente condizionato dal clima rovente.

La Federazione norvegese per la Sospensione di Israele

Le relazioni tra le federazioni dei due Paesi sono estremamente tese. Lise Klaveness, presidente della Federazione norvegese, già nota per aver sfidato la FIFA sul Mondiale 2022 in Qatar, è tra le poche figure di spicco a chiedere esplicitamente la sospensione di Israele da ogni competizione internazionale. «Stiamo lavorando affinché Israele sia sanzionato. Riteniamo che debba esserlo, e ciò riguarda il rispetto delle regole. Personalmente, ritengo che, poiché la Russia è esclusa, anche Israele dovrebbe esserlo», ha dichiarato il mese scorso, nel contesto del conflitto a Gaza. L’ex calciatrice, ora avvocata, ha aggiunto: «È estremamente difficile giocare contro un Paese quando la parola genocidio è in gioco, perché nonostante tutto la sua bandiera e il suo inno nazionale sono presenti».

Un messaggio umanitario

Nonostante la tregua annunciata tra Israele e Hamas, la federazione norvegese non ha cambiato la sua posizione. Ha già annunciato che l’incasso della biglietteria del match contro Israele sarà devoluto a Medici Senza Frontiere (MSF) per affrontare le «sofferenze umanitarie» nella Striscia di Gaza. «Non c’è dubbio che la partita contro Israele sia una sfida difficile, viste le tragiche sofferenze umanitarie a Gaza e i profondi conflitti in Medio Oriente» ha ribadito la Federazione, sostenuta da un Paese che ha riconosciuto lo Stato di Palestina nel maggio 2024.

Massima sicurezza

In questo contesto delicato, la sicurezza è la priorità assoluta. L’incontro sarà l’evento sportivo più sorvegliato in Norvegia dai Giochi Olimpici Invernali del 1994. Sebbene le bandiere palestinesi e le kefiah siano autorizzate, è stato specificato che non dovranno essere indossate «in modo provocatorio». «Incoraggiamo soprattutto i tifosi a portare bandiere norvegesi e a tifare la Norvegia. Si tratta di una partita di calcio, non di una manifestazione politica», recita un comunicato. Parallelamente, nel pomeriggio, una manifestazione di sostegno alla Palestina dovrebbe riunire migliaia di persone dal centro di Oslo fino all’Ullevaal Stadion.
Per ragioni di sicurezza, la capacità dello stadio, che normalmente ospita 27.000 persone, è stata eccezionalmente ridotta di 2.500 posti. I tifosi israeliani presenti saranno meno di 200, un numero esiguo che testimonia la straordinaria cautela adottata per questo match ad alto rischio.

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Rafael Leao, ritornerà il fuoriclasse del Milan? Ecco l’opinione di un grande mental coach

Rafael Leao enorme enigma per quanto riguarda il Milan. Le parole di Tirelli

Rafael Leao è un enigma affascinante in casa Milan per gli addetti ai lavori e per i tifosi. Il suo talento cristallino si alterna a momenti di apparente indolenza, un dualismo che lo rende unico ma anche bersaglio di critiche.

Per fare chiarezza sulla discontinuità del portoghese, Tuttosport ha interpellato Stefano Tirelli, ideatore delle Tecniche Complementari Sportive e stimato mental coach, per una lettura psicologica e sportiva del fenomeno Leao, rimproverato da Allegri prima e dopo Juventus-Milan.

GENIO E SREGOLATEZZA – «Faccio una premessa. In linea generale, gli atleti con una grande fantasia hanno una elevata capacità tecnica associata a una creatività mentale che li porta a realizzare a volte delle gestualità che altri non riescono a fare, proprio perché non hanno questa predisposizione creativa, ma sono più metodici e razionali. Questi atleti hanno un’attitudine alle fiammate, poi magari vanno incontro a dei blackout, più colpi insomma anziché un fuoco che arde costantemente e meno intensità. Io non conosco di persona Leao, quindi il condizionale è d’obbligo, dall’esterno dico che mi sembra a volte genio e sregolatezza».

LA DISCONTINUITA’ – «Io non intendo una sregolatezza negativa, ma una difficoltà a mantenere quello che si suol dire un “arousal”, cioè uno stato funzionale di attivazione del sistema nervoso costante in una partita: un’ansia buona, ciò che ci mantiene lucidi mentalmente. La gestione di questi atleti è particolare: c’è la necessità endogena del dover sfruttare la situazione, ma anche del vivere delle proprie fiammate. Pensi a un’artista che dipinge d’istinto: spesso crea dei capolavori, ma non è costante nella produzione degli stessi. Vive d’impulso, non dipinge quadri con sfumature preordinate».

IL NUOVO RUOLO – «Non direi destabilizzante, è una nuova modalità di posizionamento e di movimento sul campo che necessita di tempo affinché si registrino le nuove programmazioni neuromuscolari. Tutto dipende dal sistema nervoso, da come si percepisce il campo, da come i tuoi movimenti cambiano da un’area all’altra. La parola chiave è tempo. Per Leao è un’opportunità per migliorarsi, per uscire dalla comfort zone».

L’IMPATTO DELL’INFORTUNIO SUL RENDIMENTO – «I meccanismi a livello aerobico sono meno funzionali, c’è meno lucidità, non hai quella resistenza alla fatica che ti permette di compiere dei gesti atletici nei 90’. L’elemento fisico va di pari passo con quello mentale. Non è una questione di un Allegri che funziona o meno per Leao».

ALLEGRI – «Allegri è un allenatore di tale esperienza e capacità di lettura dei propri atleti che sta tentando di assicurare questa sua meravigliosa creatività portandola a un discorso di disciplina tattica»

IL MESSAGGIO DI RABIOT A LEAO – «Un messaggio riferito è neutro. Sono convinto che l’intenzione di Rabiot fosse buona, non un out-out, ma un consiglio per poterlo sostenere e stimolarlo a cogliere l’attimo, sapendo che per tutti noi il tempo va veloce. Tra compagni si parlano. Mentre gli altri si domandano come l’abbia presa, io sono certo che i due si siano già dati le giuste risposte».

Donadoni sicuro: «Il Milan è partito bene. Allegri? Detiene questi meriti»

Roberto Donadoni, ex allenatore del Parma, ha voluto rilasciare qualche dichiarazione sul Milan

Giocatore e allenatore, Roberto Donadoni su Tuttosport affronta i temi del presente del Milan. E ,lo fa con un’attenzione particolare, frutto di un’osservazione attenta del club al quale ha dedicato molta della sua carriera.

L’INIZIO DI STAGIONE DEL MILAN – «Direi buono. Ho visto un bel Milan. Forse un po’ meno nell’ult ma partita contro la Juventus, dove non c’è stata una prestazione all’altezza delle altre. Ma è chiaro che quando la posta in palio è alta, vincere diventa più complicato. Però direi che l’inizio è ottimo e fa ben sperare».

I MERITI SONO DI ALLEGRI – «È tutto un insieme. Sicuramente Allegri ha la sua percentuale di meriti. È chiaro che riuscire a creare un gruppo che sia coeso e unito non è semplice e credo che sia stata soprattutto la difficoltà dell’anno scorso del Milan. Quest’anno sembra che questo problema si sia stato superato e in campo si vede un’altra squadra».

MODRIC COME PIRLO – «Sicuramente è un giocatore che ha quelle caratteristiche. Considerato l’età che ha, stupisce anche la sua capacità di mettersi al servizio della squadra con grande dinamismo. Mi auguro che possa riuscire a giocare il più possibile con questa intensità perché sicuramente è un valore aggiunto non solo per quello che può esprimere in campo, ma anche per l’esempio che dà quotidianamente a tutti i suoi compagni».

LEAO – «È un giocatore che ha grande potenzialità, però se non si adegua a quello che è lo spirito del resto della squadra rischia di autoescludersi».

IL RISCHIO DI AUTOESCLUDERSI «- Mi auguro di no per lui e per il Milan perché è un giocatore che ha grandi mezzi e quindi può essere di grande aiuto».

ALLEGRI PUO’ INCIDERE SUL PORTOGHESE – «È chiaro che i rapporti tra allenatore e giocatore hanno un loro peso specifico, però prima di tutto deve essere il giocatore a rendersi conto di quello che è necessario per lui. Se non sei focalizzato su te stesso in maniera corretta, è chiaro, che diventa un modo di autoescludersi dal progetto. Credo che sia questo messaggio che Allegri gli vuole trasmettere perché Max ha tutto da guadagnare nel cercare di tirar fuori il meglio da un giocatore del genere. Se ci riuscirà, allora vedremo an ora il miglior Leao con la maglia del Milan».

LEAO PRIMA PUNTA – «Lo vedo difficile…».

MILAN DA SCUDETTO – «Per quello che ho visto fino ad ora, direi di sì».

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Milan, infortunio Estupinan in Nazionale: le ultime sulle sue condizioni

Milan, infortunio Estupinan in Nazionale: le ultime sulle sue condizioni. Come sta l’esterno di Allegri che si è fatto male in amichevole

La sosta per le nazionali è appena iniziata e in casa Milan è già tempo di fare la conta tra infortuni e scampati pericoli. Con ben 15 giocatori in giro per il mondo – la quota più alta della Serie A – Massimiliano Allegri e il suo staff a Milanello possono solo incrociare le dita, sperando di non ricevere altre cattive notizie. L’amichevole tra Stati Uniti ed Ecuador, terminata 1-1 nella notte italiana, ha perfettamente riassunto questa altalena di emozioni, portando sia una nuova preoccupazione che un sospiro di sollievo.

La brutta notizia riguarda Pervis Estupiñán. L’esterno ecuadoriano è stato costretto ad alzare bandiera bianca al 44′ del primo tempo a causa di una distorsione alla caviglia sinistra. Un infortunio che lo obbligherà a saltare il prossimo impegno della sua nazionale, martedì in Messico, e che mette in forte dubbio la sua presenza per la ripresa del campionato. Estupiñán, che aveva già saltato l’ultima partita contro la Juventus per squalifica, era atteso al rientro per la sfida di domenica 19 ottobre a San Siro contro la Fiorentina, ma ora la sua disponibilità è evidentemente a rischio, creando un nuovo grattacapo per Allegri.

Dall’altra parte del campo, invece, arriva uno scampato pericolo che porta il nome di Christian Pulisic. L’attaccante americano non si era allenato alla vigilia del match a causa di un gonfiore alla caviglia, un piccolo problema residuo del precampionato. Le parole del suo CT, Mauricio Pochettino, erano state prudenti: “È una partita importante, ma è importante non correre rischi. Sarà in panchina e poi decideremo”. L’obiettivo era averlo al meglio per la gara successiva contro l’Australia.

Fortunatamente, non c’è stato bisogno di aspettare. “Captain America” è stato ritenuto idoneo per giocare ed è entrato in campo al 73′, rilevando Weah. Una notizia che fa tirare un grande sospiro di sollievo in casa Milan, sebbene sia chiaro che la sua caviglia dovrà essere monitorata con la massima attenzione al suo rientro a Milanello. La speranza, ora, è che i prossimi giorni di impegni internazionali non portino altre novità sul fronte medico.

Infortunio Thuram, l’Inter rischia nulla: anche quella partita è a rischio

Infortunio Thuram, l’Inter rischia nulla: anche quella partita è a rischio. Le ultime sui tempi di recupero dell’attaccante francese

L’Inter si confronta con la realtà e mette da parte le speranze di un recupero lampo. Nonostante il percorso di riabilitazione dall’infortunio muscolare stia procedendo secondo i piani, è ormai quasi certo che Marcus Thuram non sarà a disposizione di Cristian Chivu per il big match di sabato prossimo, 18 ottobre, contro la Roma allo Stadio Olimpico.

Come riporta La Gazzetta dello Sport, il lavoro quotidiano svolto alla Pinetina, fatto di esami strumentali, terapie mirate e un monitoraggio medico costante, ha convinto lo staff nerazzurro a optare per la via della prudenza. La condizione del bicipite femorale sinistro dell’attaccante francese richiede tempo e cautela. L’idea di un “miracolo” è stata accantonata: è fondamentale rispettare i tempi biologici di guarigione per evitare ricadute che potrebbero compromettere la stagione. Di conseguenza, è “molto, molto difficilmente” che il figlio d’arte salirà sull’aereo con la squadra diretto verso la capitale.

Con la sfida alla Roma ormai archiviata, il mirino si sposta 200 chilometri più a sud. Il nuovo, vero obiettivo di Thuram è la trasferta di Napoli del 25 ottobre. L’attaccante non vuole tornare in campo a mezzo servizio o con la paura di un nuovo infortunio. La sua ambizione è essere a disposizione di Chivu al Maradona “a pieno regime”, al 100% della condizione fisica e con la mente libera da ogni timore.

Tuttavia, anche questa data non è ancora una certezza assoluta. Gli infortuni muscolari possono avere un andamento “dispettoso” e la prudenza in casa Inter regna sovrana. Se il giocatore non dovesse essere recuperato per intero, anche la partita contro la squadra di Antonio Conte potrebbe essere a rischio. I primi giorni della prossima settimana saranno decisivi per avere una diagnosi definitiva.

Questa strategia di cautela esclude categoricamente anche la trasferta europea a Bruxelles contro l’Union Saint-Gilloise, in programma tra le due delicate sfide di campionato. Per i prossimi venti giorni, ad Appiano Gentile la priorità assoluta è il campionato e il recupero completo di uno dei suoi uomini chiave.

Pippo Inzaghi: «Sono convinto che a Palermo costruirò qualcosa di importante. Il Barbera mi esalta e Simone mi chiama»

Pippo Inzaghi: «Sono convinto che a Palermo costruirò qualcosa di importante. Il Barbera mi esalta e Simone mi chiama». Parla il tecnico

Il Palermo è il grande favorito della Serie B per ambizioni, entusiasmo dell’ambiente e potenzialità della rosa. Approfittando della sosta per le nazionali, Pippo Inzaghi fa il punto della situazione con Tuttosport.

L’AFFETTO DEI TIFOSI – «Quell’accoglienza rimarrà per sempre nella mia testa e nel mio cuore. Ma sono convinto che sia stata utile per fare scattare una scintilla alla squadra, soprattutto a chi c’era l’anno scorso».

IMBATTUTO DOPO 7 GARE – «Sì, speravo si potesse partire così. La strada è ancora lunga, ma la squadra sta acquisendo credibilità. Se al primo giorno di ritiro mi avessero detto che avrei fatto questo percorso, sarei stato felice».

PER TUTTI É IL FAVORITO – «Noi sappiamo quello che vogliamo, ma l’obiettivo passa dal campo. Non si costruisce tutto dall’oggi al domani, ci vorranno tempo e lavoro. Sono convinto, però, che a Palermo costruirò qualcosa di molto importante perché non mi manca nulla, a cominciare dalla società che è attrezzata per palcoscenici di versi. Quando è così, di solito riesco a lavorare bene».

IL MODENA IN TESTA – «Non mi sorprende che il Modena sia lassù. Ho giocato con Sottil, so quanto vale come allenatore e come valorizza i giocatori. In più hanno fatto un mercato intelligente con gente di categoria. Il Modena può fare come il mio Pisa l’anno scorso, per cui aspettiamoci una partita tosta».

L’ASSENZA DI BANI – «È insostituibile e speriamo di recuperarlo prima possibile. Detto questo, con lo Spezia abbia mo dimostrato di potere reggere anche senza lui e Ceccaroni che sono i nostri leader. Dietro ci sono anche Peda, Veroli, Be reszynski. Insomma, mi sento tranquillo».

IL PALERMO TIRA TANTO MA NON SEGNA MOLTO – «Mi preoccuperei se non ci fosse quel dato sui tiri. A parte col Venezia, siamo sempre andati 15-20 volte alla conclusione. Abbiamo preso anche pali e traverse. Ecco perché non posso esse re preoccupato. Anche Brunori tornerà a segnare».

127MILA SPETTATORI IN 4 GARE – «Sono numeri straordinari e ne siamo fieri. Da avversario il Barbera era sempre uno stadio complicato, da allenatore del Palermo mi esalta. Non voglio sentire parlare di pressioni, giocare in uno stadio così deve essere divertimento».

LA CITTA’ – «Bellissima come la immaginavo quando venivo a giocarci. Ho deciso di vivere in centro perché mi piace il contatto con la gente. Io mi nutro delle persone. Quando ho un momento complicato, mi basta andare in mezzo alla gente. Mi circondano d’affetto e le preoccupazioni svaniscono».

IL FRATELLO SIMONE – «Ci segue sempre anche dall’A rabia, è il primo a telefonarmi dopo ogni partita. È contento che io sia qui e so anche cosa si augura. Spero di rendere felice lui e anche tutti i tifosi».

JUVE E MILAN LOTTERANNO PER LO SCUDETTO – «Devono lottare per quello che rappresentano e per i tifosi che hanno. Però sì, con il Napoli, l’Inter e anche la Roma. Penso che sarà un campionato equilibrato. È chiaro che il Milan, non avendo la Champions, può avere il vantaggio che ha avuto il Napoli l’anno scorso. Sono curioso di vedere come andrà a finire».

GATTUSO – «Rino è una garanzia. Lo conosco da sempre, da allenatore è uguale a quando giocava. L’Italia aveva bisogno di uno come lui, la squadra darà sempre il 100%».

Italia ai playoff? Come funziona e le possibili avversarie. C’è uno spauracchio

Italia ai playoff? Come funziona e le possibili avversarie. C’è uno spauracchio per gli Azzurri di Gattuso: la situazione

A meno di un miracolo fantascientifico stasera – un improbabile passo falso della Norvegia contro Israele – il destino dell’Italia è segnato: per conquistare un posto al Mondiale 2026 in Canada, USA e Messico, bisognerà passare attraverso la roulette dei playoff di marzo. Un percorso ad altissima tensione che gli Azzurri affronteranno da testa di serie, un vantaggio cruciale ma non una garanzia di successo, come le recenti, dolorose eliminazioni contro Svezia e Macedonia del Nord ci hanno insegnato.

COSA SUCCEDE SE L’ITALIA VIENE ELIMINATA DAL MONDIALE?

Il primo appuntamento da cerchiare in rosso è il 21 novembre a Zurigo, quando il sorteggio delineerà i gironi e il tabellone di questa fase finale.

La struttura dei Playoff: come funziona

Il meccanismo è complesso ma fondamentale da comprendere. Vi parteciperanno 16 nazionali che si contenderanno gli ultimi 4 posti europei: le 12 seconde classificate dei gironi di qualificazione e le 4 migliori vincitrici dei gironi di Nations League non ancora qualificate.

Queste 16 squadre verranno suddivise in quattro “mini-tornei” da quattro squadre ciascuno. Ogni mini-torneo prevede due semifinali in gara secca (26 marzo 2026) e una finale (31 marzo 2026). Per il sorteggio, le squadre saranno divise in 4 fasce:

  • Prima, Seconda e Terza fascia: composte in base al ranking FIFA.
  • Quarta fascia: riservata alle 4 squadre provenienti dalla Nations League.

Il percorso dell’Italia: vantaggi e insidie

Grazie al suo eccellente posizionamento nel ranking FIFA, l’Italia è sicura di essere in prima fascia, un privilegio che le garantisce di giocare la semifinale in casa. Il sorteggio, tuttavia, deciderà la sede dell’eventuale finale.

Stando alla situazione attuale, questo è il quadro delle possibili avversarie:

  • Prima Fascia (Teste di serie): Italia, Turchia, Ucraina, Svezia.
  • Seconda Fascia: Serbia, Polonia, Cechia, Scozia.
  • Terza Fascia: Ungheria, Slovacchia, Nord Macedonia, Bosnia.
  • Quarta Fascia (Nations League): Galles, Romania, Nord Irlanda, Moldova.

Il tabellone prevede che le squadre di prima fascia affrontino in semifinale quelle di quarta. Per l’Italia, quindi, il primo ostacolo sarebbe una tra Galles, Romania, Nord Irlanda o la più abbordabile Moldova. In caso di vittoria, gli Azzurri si giocherebbero la qualificazione in finale contro la vincente della sfida tra una nazionale di seconda e una di terza fascia (ad esempio, un temibile Scozia-Bosnia o un Polonia-Ungheria). Il fattore campo in finale sarà decisivo: affrontare la Scozia a Glasgow, ad esempio, sarebbe un’impresa ben diversa.

Lo spauracchio principale resta la Svezia, che potrebbe retrocedere in seconda fascia a causa della Nations League, diventando un’avversaria potenzialmente letale. Sebbene il percorso appaia definito, tutto dipenderà dal sorteggio di novembre, che finalmente darà un volto e un nome agli ostacoli che separano l’Italia dal Mondiale.

Infortunio Kristensen, tegola Udinese: ecco i tempi di recupero

Infortunio Kristensen, tegola Udinese: ecco i tempi di recupero. Il difensore danese salterà i prossimi cruciali impegni

Kristensen, solido difensore centrale danese, sarà costretto ai box per circa un mese a causa di una lesione muscolare al bicipite femorale della coscia sinistra. Un’assenza pesante, che lo escluderà da partite cruciali dell’Udinese per far punti contro Cremonese e Lecce, ma anche da test importanti come Juventus e Atalanta. Un vero peccato, dato che Kristensen aveva trovato nel ruolo di centrale la sua migliore collocazione.

Difesa da ridisegnare:

L’infortunio costringe il tecnico tedesco a ridisegnare una difesa che, anche contro il Cagliari, ha mostrato distrazioni e concesso troppo, nonostante un dominio netto nella partita (24 tiri totali) e un’occasione mancata per la prima vittoria interna.

Al centro della retroguardia, è molto probabile che Runjaic si affidi al trentaquattrenne belga Christian Kabasele. Esperto, prezioso uomo spogliatoio e autore del gol del pareggio contro i sardi, Kabasele ha dimostrato il suo valore, tanto che il tecnico ne ha chiesto subito la riconferma nonostante l’età che avanza. Dunque, contro la Cremonese, si prevede un terzetto difensivo composto da Goglichidze, Kabasele e l’inamovibile Solet.
Una novità importante riguarda la porta: rientrerà Maduka Okoye, che ha scontato la squalifica di due mesi inflitta per violazione di lealtà sportiva, nell’ambito di una presunta combine di Lazio-Udinese del 2024.

Breve pausa e nuove motivazioni

Intanto, Runjaic ha concesso tre giorni di vacanza ai suoi calciatori, che riprenderanno il lavoro lunedì. La giornata di ieri è stata anche di festa per il centrocampista polacco Jakub Piotrowski, diventato papà di Liam, e pronto a lottare per una maglia da titolare al suo rientro. L’Udinese è chiamata a compattarsi per affrontare al meglio le prossime sfide e scalare la classifica.

Calciomercato Juventus: fascia destra da rifare, l’obiettivo per gennaio e quello per giugno

Calciomercato Juventus: fascia destra da rifare, l’obiettivo per gennaio e quello per giugno. Alberto Costa e Joao Mario poi non hanno convinto

La rivoluzione della fascia destra della Juventus, iniziata in estate con le cessioni di Nico Gonzalez, Alberto Costa e Nicolò Savona, è tutt’altro che conclusa. Quello che è stato un “anno zero” per la corsia di destra potrebbe presto vivere un’evoluzione, perché il principale obiettivo del mercato di gennaio sarà, ancora una volta, un esterno difensivo per rinforzare la rosa di Tudor.

L’obiettivo per gennaio: Nahuel Molina

Gli occhi della dirigenza bianconera sono puntati su un profilo di caratura internazionale, un giocatore che conosce già bene la Serie A e che ha un disperato bisogno di giocare per non perdere il suo status nella nazionale argentina: Nahuel Molina. Campione del mondo con la Selección di Scaloni, l’ex Udinese sta vivendo un momento complicato all’Atlético Madrid.

Il suo contratto scade nel 2027, ma non è una prima scelta nelle gerarchie di Diego Pablo Simeone. I numeri parlano chiaro: appena 108 minuti in cinque presenze in Liga e 44 in due apparizioni in Champions League, con una sola partita da titolare. Troppo poco per un giocatore che vuole rimanere nei pensieri del suo CT e tornare a essere protagonista. La chiave per un suo approdo a Torino potrebbe essere un prestito oneroso fino a fine stagione. Questa formula permetterebbe alla Juve di puntellare il reparto con un giocatore di esperienza e carisma, per poi valutare con calma in estate il da farsi, considerando che a quel punto Molina sarebbe a un solo anno dalla scadenza.


Le lacune attuali e il fallimento dello scambio

La necessità di intervenire è resa evidente dalle difficoltà attuali. Lo scambio estivo che ha portato Alberto Costa a Torino e João Mário al Porto non ha dato i frutti sperati. Mentre il portoghese sta brillando con Farioli (già quattro assist), Costa non è mai riuscito a imporsi come titolare, finendo persino dietro a un Kalulu adattato in un ruolo non suo. Anche l’opzione Edon Zhegrova non convince appieno, essendo un giocatore più offensivo e un jolly adattabile in più ruoli, ma non uno specialista difensivo.


Il piano per il futuro: Brooke Norton-Cuffy

Se Molina rappresenta la soluzione per l’immediato, per il futuro la Juventus sta seguendo con enorme interesse un altro profilo: Brooke Norton-Cuffy. Il ventunenne inglese, prelevato dal Genoa dall’Arsenal per una cifra irrisoria (1 milione più bonus), si sta mettendo in luce nonostante l’inizio difficile della squadra di Vieira. La sua prestazione contro il Napoli, con l’assist per il gol di tacco di Ekhator, ha impressionato gli osservatori. Lo scrive il Corriere dello Sport.

La Juve lo ha già seguito in diverse partite e ha avviato contatti con il suo entourage. La sua valutazione ha già superato i 10 milioni di euro e, pur sapendo che una cessione a gennaio è quasi impossibile, i bianconeri lo hanno cerchiato in rosso per la prossima estate. Su di lui è forte anche l’interesse dell’Olympique Marsiglia. La strategia è chiara: una soluzione di esperienza subito, e una totale rivoluzione della fascia tra un anno, sulla falsariga di quanto già accaduto.

Castro: «Il Bologna non ha paura e io odio perdere. A Spalletti e all’Al-Hilal ho detto no perché…»

Castro: «Il Bologna non ha paura e io odio perdere. A Spalletti e all’Al-Hilal ho detto no perché…». Le parole dell’attaccante argentino

Santiago Castro è un mix esplosivo di gioventù, talento e una determinazione che non conosce mezze misure. A La Gazzetta dello Sport racconta la voglia di un’altra stagione ricca di soddisfazioni, come l’ultima conclusa con la vittoria della Coppa Italia.

OBIETTIVO: UN ALTRO GIRO SUL BUS SCOPERTO – «Assolutamente sì. È troppo bello. Io amo vincere, con questa squadra si può fare ancora. Pensi che odio perdere anche solo a carte. In Argentina giochiamo al “Truco”: delle lotte… Ora meno, penso a migliorarmi sul campo, a fare gol e i movimenti giusti. Sono ancora piccolo ma quando ero ancora più piccolo ero terribile: avevo 4-5 anni e andavo a giocare la sera coi bimbi di 7-8. E andavo dritto, deciso, litigavo….».

SOULÉ E LA NAZIONALE – «Conosco bene Mati e anche la sua famiglia. Ragazzo d’oro, giocatore forte, ma mi fermo qui: saprà bene lui cosa sia giusto scegliere»

IL SUO NO ALL’ITALIA – «Spalletti fu molto gentile, mi disse che un giocatore come me sarebbe stato utilissimo per la sua Italia. Gli risposi così: Mister, grazie per aver pensato a me e per i complimenti. So bene che l’Italia è una grande nazionale, con storia e forza, ma il mio cuore è nell’Argentina. Solo lì».

L’INFORTUNIO PRIMA DELLA COPPA ITALIA – «In allenamento un compagno infila il piede fra me e il pallone, colpisco lui: i legamenti del piede coinvolti, edema osseo, il mio piede era rosso e viola, non riuscivo a camminare. Ha ragione Italiano quando dice che gli ultimi mesi li ho giocati su un piede solo. E ho avuto paura di non giocare la finale di Coppa Italia, ma l’ho fatta. Ce l’abbiamo fatta. Un solo flash del 14 maggio? Pallone lungo calciato dal Milan e io che dentro di me dico ‘Fischia, dai fischia!’. Ecco: quando l’arbitro ha fischiato è diventato tutto vero. Lì»

IL BOLOGNA – «Qui è una famiglia nella quale si sta bene, c’è un gruppo che sa quello che vuole, che si aiuta. Sa perché non abbiamo paura? Perché abbiamo maturato, tutti assieme, la forza di chi – unito – fa il calcio che gli piace, contro tutto e tutti. Anche quando le cose iniziano nella maniera sbagliata come accaduto quest’anno. Italiano? Mi ha migliorato moltissimo: mi ha fatto capire il gioco di squadra, i movimenti, l’attacco all’area, tante cose. La gamba sta tornando, la ferocia non manca, la voglia di vincere è sempre lì».

LUCIO DALLA – «La canto spesso, “Caro amico ti scrivo” di Lucio Dalla. Ma anche “Poetica” di Cremonini, la canzone che si sente quando vinciamo. Il Dall’Ara è magico. Sappiamo che in casa abbiamo dei numeri clamorosi, strepitosi, c’è un feeling con la gente che è roba da vedere oltre che da vivere. Adesso dobbiamo cominciare nuovamente ad affrontare le trasferte per bene. Ma sì, stiamo tornando quelli di un anno fa»

IL PARAGONE CON LAUTARO – «Parliamo di paragoni con un grandissimo giocatore, è solo un onore. Li ho ascoltati, accettati ma io voglio essere io».

L’AL HILAL LO VOLEVA – «Sì, mi hanno chiamato. È vero. Ma ho voluto restare qui per completare la mia crescita e perché è da qui che voglio tornare in Nazionale e magari rivivere quello che è il mio sogno: il Mondiale».

ALTRI CLUB – «Ho sempre pensato al Bologna. Contento di poterlo fare. In questo Bologna ci si diverte giocando a calcio. E quando ti diverti le cose vengono meglio».

IMMOBILE – «La pressione mi piace ed è un privilegio. Io e lui parliamo tanto, è un top, mi aiuta e mi insegna. Tradotto: è uno stimolo».

I NUOCI ARRIVATI – «Berna, come Ciro, mi aiuta: dentro e fuori dall’area. Rowe mi insegna l’inglese, giocare contro Vitik ed Heggem è un bel test e Zortea mi consiglia nel recupero delle energie fuori dal campo».

DOMINGUEZ – «Lui fa le cose per bene. Aspettate, aspettate…»

IL GOL DEI SOGNI – «In rovesciata l’ho fatto nel Velez, di tacco col Genoa. Quindi? Va benissimo anche che mi rimbalzi in faccia: ma che vada dentro mentre vesto la maglia dell’Argentina».

Roma, retroscena Dovbyk: la strategia di Gasperini per recuperarlo. Dopo i rigori sbagliati…

Roma, retroscena Dovbyk: la strategia di Gasperini per recuperarlo. Dopo i rigori sbagliati… Il piano del tecnico giallorosso

Gian Piero Gasperini ha una missione chiara e ci crede ciecamente: recuperare al cento per cento il potenziale di Artem Dovbyk. Soprannominato “The Machine” in Spagna e “mister 42 milioni” per il suo valore, in Italia è diventato per tutti “il gigante buono”. Un’etichetta, quest’ultima, che nasconde però una critica velata al suo atteggiamento a volte giudicato troppo molle in campo, come si è visto nel momento più buio dei due rigori sbagliati contro il Lilla.

Tuttavia, qualcosa sta cambiando. La prestazione di domenica scorsa contro la Fiorentina ha mostrato un primo, significativo segnale di trasformazione. Una grinta diversa, un approccio più deciso: esattamente la metamorfosi di mentalità e stile di gioco che Gasperini pretende da lui. L’obiettivo numero uno del tecnico è chiaro: recuperare il suo bomber per dare una nuova dimensione all’attacco della Roma.

Il piano di recupero si sta svolgendo sui campi di Trigoria e si basa su un doppio binario: fisico e mentale. Sul piano atletico, lo staff di Gasperini sta lavorando intensamente per riportare Dovbyk a una condizione fisica ottimale. L’obiettivo è rendere il suo fisico imponente più scattante e dinamico, trasformandolo in un centravanti moderno, capace sia di fare a sportellate per difendere il pallone, sia di muoversi con agilità negli spazi stretti. Lo riporta il Corriere dello Sport.

Questo lavoro fisico è affiancato da un meticoloso supporto psicologico. Dopo il doppio errore dal dischetto, nessuno all’interno del club ha puntato il dito contro l’ucraino. Al contrario, squadra e staff lo hanno protetto e incoraggiato, per farlo sentire sempre più parte integrante del gruppo. I risultati si vedono, come confermano le parole dello stesso giocatore: «Mi dispiace non aver tirato anche il terzo, quello avrei segnato. Ma al di là degli errori, sto crescendo e fisicamente sto molto meglio».

Infine, c’è l’aspetto tattico. Gasperini sta ridisegnando la manovra per fornire maggiore supporto al suo centravanti. Si lavora molto con gli esterni per garantire più palloni giocabili in area di rigore, come accaduto nel gol contro il Verona o nell’assist per Soulé contro la Fiorentina. Alla squadra viene chiesta più profondità e fantasia, con Soulé e Dybala investiti del ruolo di chiavi del reparto offensivo. Saranno loro a dover innescare e supportare Dovbyk, trasformando il “gigante buono” nella macchina da gol che la Roma e Gasperini attendono.

Serena: «Non vorrei essere blasfemo, ma Kean-Retegui ricorda Rossi-Graziani»

Serena: «Non vorrei essere blasfemo, ma Kean-Retegui ricorda Rossi-Graziani». Le dichiarazioni dell’ex attaccante

Aldo Serena, ex attaccante di razza e finissimo analista di calcio, osserva con grande interesse i primi passi della Nazionale italiana sotto la guida di Rino Gattuso. Un occhio attento, il suo, soprattutto sui movimenti degli attaccanti e sulle dinamiche tattiche. Serena non nasconde la sua sorpresa positiva per una coppia che, sulla carta, sembrava difficile da assemblare, ma che sta regalando segnali incoraggianti. Ecco l’intervista rilasciata a Tuttosport

KEAN-RETEGUI – «Nella prima partita in cui Gattuso li ha schierati titolari ero curioso di capire come si sarebbero integrati e credo che la coppia funzioni proprio perché tra i due è forte la volontà di trovarsi e di giocare insieme. Retegui è bravo a scaricare dietro il pallone e a difenderlo, mentre Kean gli può anche un po’ girare intorno».

COMPLEMENTARI – «Kean è bravissimo ad attaccare lo spazio, a lavorare in ampiezza perché è un attaccante con una fisicità notevole, mentre Retegui il meglio lo dà in area dove è micidiale anche perché, a differenza di molti colleghi, è bravissimo a colpire di testa saltando a pié pari, non dopo aver fatto “il terzo tempo”: ciò nonostante, resta molto in aria e riesce a sorprendere chi lo marca».

RETEGUI IN ARABIA: UN VANTAGGIO PER L’ITALIA – «A metà. Perché sotto il profilo dell’usura, giocare quel campionato può salvaguardarlo; per il resto è sempre meglio giocare in competizioni dove ci si misura con gli avversari sotto stress, acquistando l’abitudine a giocare a certi livelli»

CHI RICORDANO NEL PASSATO – «Non vorrei essere blasfemo, ma dico Rossi e Graziani. Il mio ragionamento si basa sulle caratteristiche della coppia, anche se con un livello diverso rispetto ai due campioni del mondo nel 1982. Rossi era molto bravo tecnicamente ed era bravissimo, come Retegui, a muoversi in area di rigore, a chiudere i triangoli con i centrocampisti e a scaricare la palla indietro dopo averla difesa. Graziani era un toro: aveva fisicità e sapeva attaccare la profondità portandosi a spasso spesso un paio di avversari. Proprio come Kean».

GATTUSO – «Sta interpretando il ruolo in linea a quello che è lui: un motivatore d’eccezione, un allenatore che cerca di assemblare i propri giocatori in relazione alle qualità che questi possiedono».

ALTERNARE DIFESA A 3 E A 4 – «Sì, anche se questa scelta non mi convince: io un canovaccio tattico definito lo terrei, anche per infondere più sicurezze a chi va in campo».

PERCHÉ SPALLETTI NON HA FUNZIONATO – «Perché lui è un “orologiaio”, ha un’idea di gioco ben definita, la persegue con tutte le sue forze e per questo ha bisogno di tempo. E in Nazionale di tempo non ce n’è. In più forse non c’erano neanche i calciatori per fare quanto chiedeva».

BUFFON E BONUCCI – «Beh, parliamo di due campioni del mondo e di un campione d’Europa, tutti personaggi che hanno avuto un legame indissolubile con la maglia azzurra. Detto questo, l’importante è che ciascuno mantenga i propri ruoli senza mai invadere il terreno uno dell’altro».

Calciomercato Napoli, Rrahmani rinnoverà a vita: stima enorme di De Lurentiis. Cifre e dettagli

Calciomercato Napoli, Rrahmani rinnoverà a vita: stima enorme di De Lurentiis. Cifre e dettagli del futuro accordo col difensore

Il futuro della difesa del Napoli poggia su fondamenta solide, e una delle sue colonne portanti, Amir Rrahmani, ha appena consolidato il suo legame con il club per gli anni a venire. La società partenopea ha infatti deciso di puntare con convinzione sul difensore kosovaro, formalizzando un rinnovo contrattuale che è molto più di un semplice accordo economico: è un patto di fiducia reciproca. Presto arriveranno le firme che sanciranno ufficialmente il prolungamento fino al 2028, con un’opzione per estenderlo ulteriormente fino al 2029. L’intesa prevede un ingaggio da top player di 4,1 milioni di euro a stagione, a testimonianza della sua centralità nel progetto.

Questo accordo proietta Rrahmani nel futuro del Napoli fino all’età di 34 anni, un orizzonte temporale che, con ogni probabilità, lo vedrà concludere la sua carriera nel calcio italiano vestendo la maglia azzurra.

Un aspetto chiave di questa operazione, come svelato dal quotidiano Il Mattino, è stata la fluidità della trattativa. Definita “non particolarmente estenuante”, la discussione per il rinnovo è stata un esempio di programmazione strategica da parte del direttore sportivo Manna. Giocando d’anticipo rispetto alla scadenza, il dirigente ha evitato le pressioni e le tensioni tipiche delle negoziazioni last-minute, assicurando al club e al giocatore la serenità necessaria per raggiungere un’intesa soddisfacente.

Tuttavia, a rendere tutto ancora più semplice è stato il rapporto speciale che lega Rrahmani al vertice della società. Il presidente Aurelio De Laurentiis nutre una profonda stima per il difensore, un “feeling particolare” che va oltre le prestazioni sul campo. ADL considera Rrahmani, fin dal suo arrivo da Verona, un vero “uomo spogliatoio”: un professionista esemplare che non ha mai alimentato una singola polemica interna e ha sempre dimostrato equilibrio e misura nelle sue parole. Questa affidabilità e questo carisma silenzioso sono qualità che il presidente apprezza enormemente. È stata proprio questa considerazione a spingere De Laurentiis a dare il suo via libera senza esitazioni a un rinnovo così importante. A questo punto, la firma sul contratto è considerata una pura formalità, l’ultimo passo per sigillare un matrimonio destinato a durare.

Atalanta, ‘ivanizzazione’ in corso: così Juric sta plasmando la Dea. Tutte le mosse

Atalanta, ‘ivanizzazione’ in corso: così Juric sta plasmando la Dea. Tutte le mosse del tecnico che ha raccolto l’eredità di Gasperini

Il processo di “ivanizzazione” dell’Atalanta sta procedendo spedito e con risultati tangibili. Sotto la guida di Ivan Juric, alla sua prima stagione sulla panchina nerazzurra, la squadra sta prendendo una fisionomia ben definita: un undici pratico, intenso e organizzato, che ha subito una sola sconfitta in otto gare ufficiali (contro il PSG in Champions League) e rimane imbattuto in campionato con 2 vittorie e 4 pareggi in 6 partite. Ecco l’analisi odierna de La Gazzetta dello Sport, partendo dal presupposto che Juric si dice «molto soddisfatto», pur riconoscendo che manca «qualche punto per essere ancora più in alto». Ma le sensazioni sono positive, e l’Atalanta sembra avere tutti gli strumenti per continuare a stupire.

Le idee tattiche

Juric ha intelligentemente inserito le sue idee in un sistema di gioco già collaudato, che conosceva benissimo. Si nota un possesso palla gestito secondo i desideri del tecnico croato, una costruzione dal basso identitaria e una ricerca della profondità in maniera abbastanza diretta. L’Atalanta di Juric è un esempio di compattezza e intensità, dove tutti attaccano e difendono. Fin da subito, l’allenatore ha fatto ricorso a rotazioni programmate per comprendere a fondo la qualità e la profondità della rosa, utilizzando già tutti i giocatori a disposizione (esclusi i portieri di riserva e gli infortunati Bakker e Kolasinac). Queste rotazioni si sono ampliate a causa degli infortuni, ma la pausa nazionali si rivelerà cruciale per uscire dall’emergenza e ritrovare una rosa ancora più strutturata.

Recuperi importanti

A Zingonia si lavora senza sosta per farsi trovare pronti alla ripresa. Scalvini, Zalewski e Kossounou dovrebbero essere subito disponibili per la convocazione, mentre per Scamacca il giudizio è più cauto, con l’idea di reintrodurlo solo quando sarà “sicuro”. In più, De Ketelaere – convocato dal Belgio – dovrebbe rientrare in Italia pienamente ristabilito, ampliando le opzioni in attacco.

Juric sta dimostrando coraggio e pragmatismo, premiando il lavoro quotidiano e le qualità dei giocatori, a prescindere dall’età e dall’esperienza. Honest Ahanor (2008) e Lorenzo Bernasconi (2003) sono entrati stabilmente nel giro dei titolari, rispondendo bene con qualità e personalità. Questa armonia è possibile anche grazie alla completa sintonia tra Juric, il club e tutti i dirigenti, in primis l’AD Luca Percassi e il DS Tony D’Amico. I giocatori, riconoscendo la cultura del lavoro e la competenza del tecnico, lo seguono con autorevolezza, alimentando un dialogo costante.

La disavventura di Lookman

L’unico neo recente è l’ammonizione di Ademola Lookman durante la partita della Nigeria contro il Lesotho (vittoria 2-1). Un giallo pesante che gli farà saltare la decisiva partita contro il Benin, complicando la corsa alla qualificazione Mondiale per la sua nazionale e potenzialmente permettendo all’Atalanta di riaverlo prima per la ripresa del campionato.

Pjanic: «La Roma di Gasperini mi ricorda la mia. Gioco ancora 2 anni, forse torno in Italia…»

Pjanic: «La Roma di Gasperini mi ricorda la mia. Gioco ancora 2 anni, forse torno in Italia…». Le parole dell’ex giallorosso

Miralem Pjanic, il raffinato regista della Roma dello scorso decennio, torna a parlare del suo ex club con un affetto palpabile. Uno dei migliori cervelli del centrocampo giallorosso degli ultimi 20 anni, capace di leggere il gioco come pochi, Pjanic spinge in avanti la squadra di Gasp, che rivede un’eco di quella Roma del 2013-14 con Garcia in panchina. La speranza è che questa stagione possa culminare con un piazzamento straordinario, dall’approdo in Champions in su. Ecco cosa ha raccontato a La Gazzetta dello Sport.

ROMA IN ALTO – «Bello, bellissimo rivedere la Roma così in alto, mi sento ancora parte dell’ambiente e spero davvero che sia l’anno buono per un piazzamento finale esaltante».

LA SQUADRA STUPISCE – «In verità non tanto, perché in panchina c’è proprio un allenatore del calibro di Gasp. È un tecnico che bisogna lasciare lavorare e seguire senza esitazioni, con lui c’è molto da fare e da conquistare in prospettiva futura. Sta facendo grandi cose dal punto di vista tecnico: dimostra ogni volta la sua bravura. Quella squadra, con Totti, De Rossi e Maicon, era per la verità superiore qualitativamente. Quella di oggi è un’espressione della stagione precedente, con un Gasperini in più che esprime un calcio all’insegna della disciplina. È un gruppo pronto fisicamente, difficile da affrontare: con Gasp devi correre per giocare, si attacca e si difende in undici»

COSA MANCO’ ALLA SUA ROMA – «In generale, rispetto alla Juve in cui ho poi giocato, mancava un po’ di tranquillità, quella che c’era invece intorno ai bianconeri. Arrivando lì, trovai un club sicuro di sé che gestiva molto bene le pressioni: quello che succedeva dentro, rimaneva nello spogliatoio. Agnelli era fenomenale, Marotta e Paratici un tandem straordinario, con Maurizio Lombardo formavano un gruppo compatto, facevano un lavoro incredibile e in silenzio. A Roma invece usciva sempre qualche voce di troppo. Sabatini, Massara e Fenucci erano straordinari nel loro lavoro. E nonostante questo, malgrado la loro professionalità, venivano sempre fuori voci fatte circolare da altri».

ANALOGIE CON IL 2013 – «Ce ne sono. Anche nel 2013 era la prima stagione di Garcia: Rudi era arrivato con grande entusiasmo, voglia e determinazione. Facemmo un’ottima preparazione estiva. Vedo similitudini perché Gasperini sta facendo le cose per bene: penso che averlo strappato alla concorrenza sia stato già un ottimo colpo per la società, ora bisogna solo farsi guidare da lui e accontentarlo nelle sue richieste. Se lo merita. Il suo calcio è europeo, e mette in difficoltà tutti».

LA ROMA IN TESTA – «Ora però bisogna mantenere questo ritmo ed è la cosa più difficile nel lungo termine. L’esperienza dei senatori sarà fondamentale, perché non mancheranno com’è ovvio i momenti duri. Mi auguro davvero che la Roma possa brindare a fine stagione, vincere lì è speciale. Dico il Napoli, che si è rinforzato e ha Conte in panchina. Anche Allegri e il Milan daranno filo da torcere: le sue squadre sono sempre importanti. Ovviamente ci sono pure Inter e Juve, ma anche la Roma può dire la sua lì in alto».

POCHI GOL – «Il tecnico sa creare tanto, mi auguro che Ferguson e Dovbyk si sblocchino. I giocatori che fanno la differenza comunque ci vogliono e ci vorranno per esaltare il gioco di Gasp: è ancora presto comunque per scrivere sentenze sui due attaccanti in rosa.

KONÉ – «Lo conoscevo già ai tempi del Borussia Mönchengladbach, mi aveva colpito e l’avevo consigliato a Mehdi Benatia, ma le cifre allora erano troppo alte per l’Olympique Marsiglia. Koné è un giocatore forte attorno al quale costruire un progetto».

DYBALA PUO’ ESSERE UTILE – «Molto, ce ne sono pochi come lui. Ha anche tanta esperienza ed è uno di quelli che può far superare i momenti difficili alla squadra».

RITORNO IN ITALIA – «L’Italia è la mia seconda casa. Non c’è ancora un progetto concreto, ma non si sa mai. Di sicuro non è finita per me, voglio giocare ancora 1 o 2 anni».

Italia fuori dal Mondiale? I possibili danni sportivi, economici e politici. Ecco chi rischia il posto

Italia fuori dal Mondiale? I possibili danni sportivi, economici e politici. Ecco chi rischia il posto, fallire il terzo appuntamento consecutivo sarebbe un dramma

Tre a zero e palla al centro. Per l’Italia del calcio, mancare la qualificazione al terzo Mondiale consecutivo sarebbe molto più di una semplice sconfitta sportiva. Si tratterebbe di una tripletta devastante – un colpo durissimo dal punto di vista sportivo, politico ed economico – che rischierebbe di mandare al tappeto l’intero sistema. Un’ipotesi che il nostro Paese non può e non deve nemmeno contemplare.

Il primo, umiliante, gol che subiremmo sarebbe quello sportivo. Saltare l’evento americano del prossimo giugno ci consegnerebbe un record negativo senza precedenti nella storia del calcio. Staccheremmo tristemente tutte le altre grandi potenze del pallone: Brasile, Argentina, Germania, Francia e le altre non hanno mai mancato la qualificazione per più di due edizioni consecutive. Diventeremmo un caso unico, appesantendo l’immagine di un calcio, quello italiano, già in affanno e incapace di affermarsi oltre i confini del Vecchio Continente.

Il secondo gol, forse ancora più rumoroso, sarebbe quello politico. Un fallimento di tale portata provocherebbe un terremoto ai vertici della FIGC, travolgendo l’intero “palazzo” di Via Allegri. Il presidente federale, Gabriele Gravina, rieletto per la terza volta lo scorso 3 febbraio con una maggioranza schiacciante, difficilmente potrebbe resistere all’onda d’urto di un’altra esclusione. Se la mancata qualificazione a Qatar 2022 fu in parte attutita dal ricordo fresco e glorioso della vittoria all’Europeo di Wembley, questa volta quell’alibi non esisterebbe più. Ma non sarebbe l’unico a pagare. Anche il CT Rino Gattuso vedrebbe terminare il suo breve mandato, e con lui ne uscirebbe indebolito il capodelegazione Gigi Buffon, che ha scommesso molto su questo progetto. Dopo un Europeo deludente, un altro rovescio così clamoroso lo spingerebbe quasi certamente a un volontario passo indietro.

Infine, il terzo e ultimo gol, quello che colpirebbe le casse: il disastro economico. La mancata partecipazione ai Mondiali del 2018 e del 2022 è già costata carissima. Le stime parlano di un impatto negativo di 31,9 milioni di euro per l’assenza in Russia e di altri 41,1 milioni per il Qatar, tra premi FIFA mancati e minori ricavi commerciali. Nel 2026, con molti contratti di sponsorizzazione in scadenza, le conseguenze sarebbero ancora peggiori. Sebbene l’accordo con lo sponsor tecnico Adidas sia solido fino al 2031, altri partner potrebbero rinegoziare al ribasso.

Soprattutto, si perderebbe il treno per il Mondiale più ricco di sempre, con un montepremi annunciato dalla FIFA di 896 milioni di dollari, più del doppio del 2022. A questo si aggiunge l’impatto sull’economia nazionale: basti pensare che la vittoria a Euro 2021 generò una crescita stimata del PIL dello 0,7% e un indotto di 12 miliardi per il Made in Italy. Sbagliare la strada per l’America, semplicemente, non è un’opzione.

Calciomercato Inter, Bild: Bisseck valuta l’addio a gennaio. Teme di perdere il Mondiale

Calciomercato Inter, Bild: Bisseck valuta l’addio nella sessione di gennaio. Teme di perdere il Mondiale per le troppe panchine

L’impatto devastante di Manuel Akanji sulla difesa dell’Inter ha prodotto un effetto collaterale inaspettato, creando un grosso problema per un altro talento nerazzurro: Yann Bisseck. Il difensore tedesco, che nutre il grande sogno di essere convocato per giocare il suo primo Mondiale con la Germania, si trova ora in una posizione scomoda, quasi oscurato dallo strapotere del suo compagno di reparto. Con le scelte del CT Julian Nagelsmann che si decideranno nei prossimi, cruciali mesi, per Bisseck è fondamentale percepire una certa centralità nel progetto tecnico del suo club, un prerequisito che al momento sembra mancare.

Le voci sul suo malumore arrivano direttamente dalla Germania, lanciate dal quotidiano Bild, e delineano uno scenario radicalmente cambiato. Di fronte al rischio concreto di perdere il treno per il Mondiale, Bisseck sarebbe ora pronto a chiedere la cessione e a dire addio all’Inter già nella sessione invernale di calciomercato. Una posizione in netta controtendenza rispetto a quanto accaduto solo pochi mesi fa, in estate, quando il difensore aveva respinto con decisione l’interesse del Crystal Palace, preferendo rimanere a Milano per giocarsi le sue carte.

A preoccupare il giocatore è il drastico calo del suo minutaggio. Confrontando la stessa porzione di partite tra campionato e Champions League, un anno fa Bisseck aveva accumulato 271 minuti in campo, mentre nella stagione attuale è fermo ad appena 157 minuti, con il rischio che questo divario aumenti ulteriormente. Per un allenatore come Nagelsmann, che considera un ruolo da protagonista nel proprio club un requisito essenziale per la convocazione, questa situazione è un campanello d’allarme.

La Bild si spinge oltre, ipotizzando anche un crollo del prezzo del cartellino. Secondo la testata tedesca, i dirigenti nerazzurri sarebbero a conoscenza della situazione e, mentre in estate il valore del giocatore era fissato a circa 40 milioni di euro, ora sarebbero disposti a cederlo per una cifra notevolmente inferiore, intorno ai 20-25 milioni.

Tuttavia, da Viale della Liberazione filtra una versione diversa. Al momento non arrivano commenti ufficiali, ma la linea del club è chiara: il problema di Bisseck non deve diventare un problema dell’Inter. A Milano, tutti sarebbero felici di una sua eventuale convocazione, ma le scelte tecniche dell’allenatore Chivu vanno rispettate e il giocatore avrà comunque le sue occasioni per mettersi in mostra. Se poi la sua volontà sarà quella di partire, il club ascolterà le offerte, ma a un prezzo giusto. E quel prezzo, almeno ad oggi, non è sceso: per l’Inter, la valutazione di Bisseck non deve essere inferiore ai 30 milioni di euro. La finestra di gennaio si preannuncia calda.

Openda è un caso, spara a salve anche in Nazionale. 43 milioni spesi, la Juve…

Openda Juve, è crisi vera. I numeri condannano il belga e neanche in nazionale si riprende. La fiducia del club resta immutata

Alla Juventus, il caso di Lois Openda sta diventando un vero enigma per Igor Tudor. Nonostante l’allenatore sia un maestro della motivazione, i suoi discorsi diretti sembrano non bastare per sbloccare l’attaccante belga, alle prese con un digiuno da gol che dura da ben sei mesi. Dall’11 aprile all’11 ottobre, più di 180 giorni senza esultare, un’eternità per qualsiasi centravanti, figuriamoci per un calciatore su cui la Juventus ha investito ben 43 milioni di euro, prelevandolo dal Lipsia al posto di Randal Kolo Muani. Ecco l’analisi della situazione fornita da La Gazzetta dello Sport.

L’ombra della maledizione

Una vera e propria “maledizione” che ha accompagnato Openda tra Lipsia, nazionale belga e ora Juventus. L‘ultima occasione sprecata è arrivata proprio contro la Macedonia del Nord (0-0), dove il belga, subentrato a Saelemaekers, ha fallito una facile occasione davanti a Dimitrievski. Una serata che ha solo prolungato l’amaro digiuno.

Alla Juventus, in 5 presenze tra campionato e Champions League (204 minuti totali), Openda ha mostrato impegno e sacrificio, ma la casella dei gol e degli assist è rimasta a zero. Come da lui stesso dichiarato in presentazione, «mi sento un numero 9 e Tudor lo sa», eppure in campo lo si è visto anche più largo o in coppia con Vlahovic, senza mai convincere appieno. Il tiro sbilenco contro il Milan è diventato simbolo del suo momento no.

La fiducia del club

L’investimento massiccio della dirigenza, con il dg Damien Comolli che ha puntato forte su di lui dopo la telenovela Kolo Muani, testimonia la fiducia che il club ripone nel potenziale di Openda. La speranza è di ritrovare il giocatore ammirato a Lipsia (28 gol nel 2023-24) e a Lens (21 gol nel 2022-23), un vero bomber capace di fare la differenza.

La crisi di Openda si inserisce in un contesto più ampio di difficoltà realizzative per la Juventus. Le altre punte non se la passano meglio: Jonathan David è fermo a un solo gol, mentre Dusan Vlahovic, pur con 4 reti, non segna dalla partita contro il Borussia Dortmund (16 settembre). L’intero reparto offensivo di Tudor è in affanno, e la squadra è reduce da 5 pareggi consecutivi.

Il tempo gioca a favore di Openda, e spesso basta un solo gol per sbloccarsi e cambiare completamente umore e rendimento. Tudor si augura che ciò accada in fretta, perché le reti dell’ex Lipsia sono fondamentali per curare la “pareggite” bianconera, a partire dalla trasferta di Como del 19 ottobre, un antipasto non morbido in vista del big match di Champions League contro il Real Madrid.

Zazzaroni: «’Lazio come il Torino’? Sarri grillo parlante, ha capito bene che…»

Zazzaroni: «’Lazio come il Torino’? Sarri grillo parlante, ha capito bene che…». Il commento del direttore del Corriere dello Sport

Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport, scrive delle ultime dichiarazioni del tecnico della Lazio Maurizio Sarri.

Così l’amaro Sarri, ieri: «Chi non aveva previsto questi alti e bassi era un folle. Prima di tutto dobbiamo ritrovare i giocatori che abbiamo fuori, poi vediamo a che punto siamo perché ora stiamo solo inseguendo le difficoltà… Era palese che la strada sarebbe stata lunga. Avevo detto fin dalle prime interviste che serviva una pazienza enorme che sorprendentemente sto trovando, ma la devono trovare tutti. Non posso averla solo io».

Lotito non può permettersela, essendo il padre delle difficoltà stagionali (e per qualcuno ventennali) mentre il tifoso ha bucato anche la pazienza di scorta e si ritrova nella triste condizione di sognare in piccolo o di non sognare affatto.

«Siamo al livello del Torino» ha chiosato Sarri. Mentiva? Diceva la verità? Metteva le mani avanti? Apriva l’ombrello in previsione dei probabili temporali? In realtà ha semplicemente sostenuto la tesi più laziale che ci sia: c’è da soffrire. Ma siccome il rumore di fondo è ritmato dai tamburi della rabbia, il viaggio è appena iniziato e esperienza e età del condottiero suggeriscono che nel caos sia facile confondersi e perdere la rotta.

Sarri, che è nato a due passi dalla campagna ma conosce il mare, è costretto a travestirsi da grillo parlante perché sa che niente è più importante che mantenere la bussola salda tra le mani. Se cade nelle onde si va a sbattere. Se cade nelle onde, che l’orchestra suoni o meno, che lo si sia previsto o meno, che chi ha torto ne abbia sempre di più e chi è dalla parte della ragione rinforzi le proprie argomentazioni, la fine è nota: nel 1912 come nel 2025. Il film l’hanno visto tutti. Chiunque ami la Lazio sa che il pericolo esiste. Quando la guerra finirà, come accade nel mondo reale, si penserà a ricostruire. Con Sarri, magari, se la pazienza di nuovo conio dovesse trasformarsi in una moneta che non c’è, in un futuro diverso, nella Lazio di domani.

Argentina-Venezuela 1-0: assist di Lautaro, Nico Paz è puro show

Argentina Venezuela 1-0: assist di Lautaro, Nico Paz è puro show. L’Albiceleste, già al Mondiale, si conferma in amichevole

In una serata dal sapore quasi estivo a Miami, un’Argentina in versione sperimentale ma non per questo meno dominante ha superato per 1-0 il Venezuela in un’amichevole di preparazione al prossimo Mondiale. A decidere la sfida dell’Hard Rock Stadium è stata una rete di Giovani Lo Celso, splendidamente innescato da Lautaro Martínez, ma gli occhi degli addetti ai lavori erano tutti per la prestazione maiuscola del giovane Nico Paz, talento del Como, rimasto in campo per tutta la partita.

Più che una partita equilibrata, quella andata in scena è stata una dimostrazione di forza dell’Albiceleste, un vero e proprio tiro al bersaglio. Anche senza la sua stella più luminosa, Lionel Messi, la squadra è stata padrona assoluta del campo, come testimoniano le statistiche impressionanti: un possesso palla schiacciante del 70% e ben 11 tiri nello specchiodella porta avversaria. Al contrario, il Venezuela è riuscito a produrre un solo, timido tentativo, e deve ringraziare le parate miracolose del suo portiere, Contreras, se il passivo non è stato più pesante.

Il gol che ha deciso l’incontro è arrivato intorno alla mezz’ora di gioco, frutto di una combinazione di alta qualità: Lautaro Martínez ha rifinito con precisione per l’inserimento sul centro-sinistra di Lo Celso, e il centrocampista del Betis è stato glaciale nel battere il portiere con il suo mancino. “El Toro” dell’Inter, schierato in coppia con Julián Álvarez per tutta la durata del match, è stato protagonista di una serata a due facce: generoso nel servire l’assist vincente, ma anche insolitamente sprecone sotto porta. Nel finale, in particolare, ha divorato due clamorose occasioni nella stessa azione, calciando in entrambe le circostanze addosso a un reattivo Contreras.

Chi invece ha convinto senza riserve è stato Nico Paz. Il giovane talento del Como ha giocato con coraggio e intraprendenza, illuminando la manovra offensiva con giocate di classe superiore. La sua ottima gara è stata impreziosita da un palo colpito con una velenosa conclusione dalla distanza, a un passo da un gol che sarebbe stato meritatissimo.

L’Argentina tornerà ora in campo per un’altra amichevole martedì 14 ottobre. L’appuntamento è fissato per l’una di notte (ora italiana) contro Portorico, per un altro test in vista dell’impegno mondiale.

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