Pagina 845 – Calcio News 24

Napoli, obiettivo costruire una squadra forte per Antonio Conte! Il punto sulla riunione tra ADL e Manna

Il Napoli sta programmando al meglio quella che sarà la prossima stagione di calciomercato. Il punto tra Conte, ADL e Manna

Il Napoli ha dato ufficialmente il via alla programmazione per la prossima stagione con un importante incontro di mercato, svoltosi sabato a Ischia. Il presidente Aurelio De Laurentiis e il nuovo direttore sportivo Giovanni Manna si sono riuniti per tracciare le linee guida della campagna estiva per ripetersi alla grande. Secondo quanto riportato dal Corriere del Mezzogiorno, al centro del confronto ci sono stati i temi caldi legati ai rinnovi contrattuali, alle possibili cessioni di rilievo e ai rinforzi da portare in rosa.

Una delle prime buone notizie arriva dal reparto dei portieri: il rinnovo di Alex Meret è ormai prossimo. Le parti hanno raggiunto un’intesa su tutti i dettagli, compresi i bonus, e la firma sul prolungamento fino al 2027 dovrebbe arrivare a breve. La società, però, sta anche valutando l’aggiunta di un secondo portiere di livello. Tra i nomi monitorati con attenzione spicca quello di Vanja Milinkovic-Savic, estremo difensore del Torino, apprezzato per la sua esperienza e affidabilità.

Grande attenzione resta puntata sulla situazione di Victor Osimhen. L’attaccante nigeriano è oggetto di fortissimo interesse da parte dell’Al Hilal, club saudita disposto a pagare la clausola rescissoria da 75 milioni di euro pur di assicurarsi il bomber azzurro. Ma non è l’unica pretendente: anche il Galatasaray, dove Osimhen ha vissuto una stagione da protagonista con 37 gol in 41 presenze, resta vigile e pronto a inserirsi.

Nel frattempo, anche Frank Anguissa potrebbe essere attratto dal calcio arabo. Il centrocampista camerunese è finito nel mirino dell’Al-Qadisiyya, ma per il momento manca un accordo concreto con il Napoli. Più serena sembra invece la posizione di Stanislav Lobotka: il centrocampista slovacco, nonostante una clausola da 25 milioni, ha ribadito la propria volontà di restare in azzurro, affermando di trovarsi bene nella città e nel club.

Per quanto riguarda i possibili nuovi arrivi, il Napoli continua a monitorare alcuni nomi già seguiti in passato. In attacco, restano nel mirino Edon Zhegrova del Lille e Noa Lang del PSV, due profili offensivi già valutati con interesse nella sessione invernale. A centrocampo, gli occhi sono puntati su Davide Frattesi, qualora il rapporto con l’Inter dovesse incrinarsi, e sul talento sudcoreano Kang-In Lee, attualmente al PSG, che rappresenta una possibile opzione per la trequarti.

Insomma, il lavoro per costruire il Napoli della prossima stagione è solo all’inizio, ma la dirigenza ha già acceso i motori. L’obiettivo è chiaro: rinforzare la squadra mantenendo competitività e qualità, ma con uno sguardo attento anche al bilancio. Sarà un’estate intensa a Castel Volturno, con tante decisioni da prendere e un futuro tutto da scrivere.

Yamal chiarisce: «Rinnovo Barcellona? La scelta migliore che potessi fare. Ho aspettato perché…»

Yamal, attaccante del Barcellona, ha voluto rilasciare qualche dichiarazione sul suo rinnovo

Intervistato dal ritiro della nazionale spagnola, in vista delle Final Four di Nations League e a due giorni dalla semifinale contro la Francia, Lamine Yamal, il baby prodigio del Barcellona, ha raccontato a Cope il suo momento magico. A soli 17 anni, il talento cresciuto nella cantera blaugrana si sta ritagliando un ruolo da protagonista tanto al club quanto in nazionale. Nonostante la giovane età, Yamal mostra una maturità sorprendente, frutto anche della serenità con cui affronta la pressione mediatica.

Uno dei primi temi toccati nell’intervista è stato il recente rinnovo con il Barcellona, valido fino al 2031, con una clausola rescissoria monstre da un miliardo di euro. Una dichiarazione d’amore calcistica, ma anche una presa di posizione netta sul proprio futuro:

«La cosa migliore è che si parli di quello che faccio in campo, non fuori. Non avevo dubbi su quello che volevo fare. Volevo risolverlo in fretta», ha dichiarato il classe 2007.

La sua vita, nonostante non abbia ancora raggiunto la maggiore età, è già cambiata radicalmente. A un anno di distanza dalla vittoria agli Europei con la Spagna Under 17, Yamal ha fatto il salto definitivo tra i grandi. Tuttavia, cerca di rimanere con i piedi per terra:
«Ne ho parlato con il presidente, la gente non sapeva che dopo il ristorante andavo in sala giochi o a giocare alla Play. Cerco di fare quello che fa un ragazzo di 17 anni. Ora non vado più a prendere mio fratello, è tutto molto diverso e lo capisco. I grandi giocatori erano Lewandowski, Gündogan, Raphinha… e ora si parla più di me, e vivo più tranquillo».

Pur essendo ormai una stella emergente, Yamal sembra non dare troppo peso a quello che si dice su di lui. O almeno, cerca di non farlo apertamente.

«Non ci sto attento, ma i miei amici me lo mandano. Mi mandano tanti TikTok. I miei due amici sanno che mi carico con le critiche, me le mandano prima delle partite per motivarmi», ha rivelato, lasciando intendere che le parole dei detrattori siano per lui uno stimolo più che un ostacolo.

Un aneddoto curioso racconta molto del suo approccio alle grandi sfide. Prima della sfida contro la Francia, uno dei suoi amici gli ha ricordato le parole di Rabiot, centrocampista francese (ex Juve), che aveva lanciato una provocazione.

«Sanno che prima di una partita non sono nervoso. Contro la Francia, stavo dormendo sull’autobus. Mi sveglio e il mio amico mi dice: “Ricordati cosa ti ha detto Rabiot”… Inizia la partita, loro segnano, guardo il mio amico e lui mi dice “ricordati”… e io mi infervoro e entro in quella fase in cui non smetto di correre».

Un mix di talento, umiltà e determinazione. Lamine Yamal non ha ancora compiuto 18 anni, ma ha già imparato a usare la pressione come carburante. E il futuro, per lui, è tutto da scrivere.

Lotito su Sarri: «Ho ritenuto giusto riprenderlo. Baroni? Su di lui penso questo, mentre su Simone Inzaghi…»

Claudio Lotito, presidente della Lazio, ha voluto rilasciare qualche dichiarazione sul ritorno di Maurizio Sarri. Il punto

Claudio Lotito, presidente della Lazio, è intervenuto durante un evento organizzato allo stadio Olimpico contro il bullismo. Ai microfoni dei giornalisti presenti, l patron biancoceleste ha colto l’occasione per affrontare temi sociali e sportivi, ribadendo l’impegno del club sia sul piano umano che calcistico.

«Penso che questo club, da quando sono presidente, abbia dimostrato non solo sensibilità, ma anche la capacità concreta di affrontare e risolvere una serie di problematiche», ha esordito Lotito. «Quando assunsi la guida della Lazio, dissi che avrei voluto un calcio didascalico e moralizzatore, che insegnasse comportamenti. Per questo ripeto sempre anche agli allenatori che dobbiamo allenare non solo il fisico, ma anche la mente e nutrire lo spirito. Ogni individuo è un mondo a sé e va educato ai valori fondamentali dello sport: rispetto per l’essere umano, attenzione verso gli altri».

Il presidente ha sottolineato come il calcio, per via del suo impatto mediatico, debba essere sfruttato anche come strumento educativo: «Il calcio ha una potenza comunicativa enorme, che va utilizzata per veicolare messaggi costruttivi, non solo sportivi. Noi lo facciamo, e non ci limitiamo agli stadi: andiamo nelle scuole, portiamo la nostra presenza laddove può essere utile, perché il nostro compito è anche quello di aiutare chi è meno fortunato. Dietro a ogni passione c’è un’anima, e una squadra può diventare un punto di riferimento».

Passando a temi di campo, Lotito ha commentato il ritorno di Maurizio Sarri alla guida tecnica della Lazio. «L’ho già detto nel comunicato ufficiale e mi attengo a quello. Sarri è un allenatore che ho voluto a tutti i costi. Il nostro percorso si era interrotto prematuramente, e ho ritenuto fosse giusto riprenderlo», ha spiegato.

In merito alla fine dell’avventura con Marco Baroni, Lotito ha chiarito: «Non è corretto dire che qualcosa non ha funzionato. Innanzitutto, non ho mai esonerato Baroni. Io non giudico le persone solo per i risultati, ma anche per la loro tenuta psicologica all’interno di un determinato contesto. Baroni ha fatto una scelta, ha ritenuto che alcune aspettative che si era posto non si fossero concretizzate. Anche l’ambiente aveva percepito possibilità che poi non si sono realizzate».

Il presidente ha poi ampliato la riflessione: «Non è un problema esclusivo della Lazio. Guardando anche alle grandi del nord, molte non hanno vinto nulla. Il calcio è così: dipende da tantissimi fattori, spesso imponderabili. A inizio stagione eravamo primi nel nostro girone di Europa League, poi ci siamo smarriti. È il bello e il brutto di questo sport».

A chi gli chiede perché adesso le cose dovrebbero andare diversamente con Sarri, Lotito risponde con determinazione: «Quando c’era lui, siamo arrivati secondi. Ma al di là dei risultati, la nostra è una scelta di valori. Sarri è un tecnico che si preoccupa prima di formare uomini, e solo dopo calciatori. Questo è ciò in cui crediamo profondamente».

Sul futuro dell’ex tecnico Baroni, Lotito ribadisce: «Vi risulta che io l’abbia esonerato? Allora rispondetevi da soli. Non c’è bisogno di aggiungere altro».

Alla domanda sulla finale di Champions League tra l’Inter di Simone Inzaghi e il PSG, il presidente ha liquidato con una battuta: «Chiedetelo a lui com’è andata. Io faccio il presidente della Lazio».

Infine, parlando del suo rapporto con Sarri e delle condizioni che hanno portato al ritorno in panchina del tecnico toscano, Lotito ha voluto condividere un retroscena personale: «Il mio legame con Sarri è basato su stima reciproca e, posso dirlo, anche su affetto. Non sono mai andato a cena con mia moglie a casa di un allenatore, ma da Sarri ci sono andato. Tra noi c’è una forte considerazione anche a livello familiare. Si era creata una grande empatia. Quando si è dimesso, lo ha fatto perché riteneva che non ci fossero più le condizioni ambientali per portare avanti il progetto, non certo per colpa della società».

Concludendo, Lotito ha tracciato una linea chiara: la Lazio riparte da valori, identità e continuità. Con Sarri di nuovo alla guida, l’obiettivo è ricostruire, non solo sul piano sportivo, ma anche umano e morale.

Rocchi sulla stagione degli arbitri di Serie A: «I giovani devono imparare questa cosa. Penso che in questa annata…»

Rocchi, designatore degli arbitri in Serie A, ha voluto rilasciare qualche dichiarazione su quella che è stata la stagione

Alla conferenza stampa di fine stagione, il designatore arbitrale Gianluca Rocchi ha offerto un’ampia panoramica sul lavoro svolto durante l’annata sportiva, soffermandosi su criticità, prospettive future e scelte strategiche. La sua analisi è partita da un principio di trasparenza e confronto.

«Questa non è la sede per autocelebrarci – ha dichiarato – voglio invece conoscere il punto di vista esterno, soprattutto per ciò che è andato meno bene. Ci interessa confrontarci con chi ci guarda da fuori, perché è da lì che possono arrivare spunti di miglioramento».

Rocchi ha sottolineato quanto questo campionato sia stato particolarmente impegnativo: «È stato un torneo appassionante, ma anche estremamente difficile. Non è stato semplice valorizzare i giovani arbitri a causa dell’alto livello di competitività e della posta in palio nelle singole partite. Quando si investe sui giovani, serve tempo e pazienza. Purtroppo, il mondo del calcio non sempre ne dispone».

Ha poi parlato di due giovani arbitri internazionali inseriti nel gruppo, Marchetti e Marcenaro: «Potevano fare meglio, gliel’ho detto chiaramente. Ma il nostro orizzonte non è quello dell’immediato, bensì quello del futuro. Se l’obiettivo è avere arbitri al top intorno ai 39-40 anni, dobbiamo iniziare a investire seriamente su chi oggi ne ha 32-33. Sono scelte rischiose ma calcolate, investimenti per il domani».

Rocchi ha spiegato anche gli obiettivi più concreti dell’organizzazione arbitrale: «Stiamo lavorando per ridurre e razionalizzare l’organico. Vogliamo passare da 52 a 42 arbitri, da 87 a 76 assistenti, e aumentare il gruppo dei VMO (Video Match Officials) da 4 a 24. Questo per garantire maggiore qualità e coerenza. Tuttavia, la gestione di un gruppo numeroso è molto complessa. È difficile trovare uniformità anche in gruppi piccoli, figuriamoci con numeri così ampi. Alcuni allenatori parlano di ridurre le rose, noi stiamo cercando di fare lo stesso nel nostro settore».

Ha voluto inoltre evidenziare il prestigio internazionale conquistato da alcuni arbitri italiani: «Abbiamo tre arbitri élite nella UEFA, e il nostro obiettivo è tornare almeno a quattro. Abbiamo tolto le designazioni internazionali a Fabbri e Doveri, e nonostante ciò hanno disputato un’ottima stagione. Hanno lasciato spazio ad altri, e questo non è banale. Anzi, dimostra una grande professionalità. Questo passaggio sarà ancora più importante in chiave futura».

Uno degli aspetti più delicati riguarda la comunicazione e la gestione degli errori: «Abbiamo scelto di aprirci. Abbiamo ammesso i nostri sbagli e ci siamo assunti la responsabilità. Ma voglio sottolineare una cosa: non devo fare i complimenti a me stesso, bensì ai nostri arbitri. Ci sono ragazzi che accettano di rendere pubblici i loro audio, pur sapendo che saranno messi sotto giudizio dall’opinione pubblica. È una forma di trasparenza che non va sottovalutata. Sapere che le tue decisioni verranno ascoltate da milioni di persone non è cosa da poco. Eppure, nessuno mi ha mai chiesto di non rendere pubblici gli audio».

Ha poi riflettuto su un tema spesso dibattuto: l’uniformità nelle decisioni. «È quasi impossibile avere un’uniformità totale, ma ciò che possiamo e dobbiamo garantire è la coerenza. Se un errore capita, che sia in eccesso o in difetto, resta comunque un errore. Ma va contestualizzato. L’iniziativa dell’Open VAR, concessa da DAZN, ci ha offerto una grande opportunità di crescita. Ci ha costretti a lavorare meglio sulla comunicazione: sapere di essere ascoltati ti obbliga a pesare ogni parola. Prendere una decisione, la sera, sapendo che verrà analizzata in pubblico, non è affatto semplice».

In merito a determinati episodi, Rocchi ha spiegato: «In alcune situazioni ho scelto di confrontarmi con UEFA e FIFA, con Rosetti e Collina, per ricevere un parere autorevole e dare le risposte giuste. Per esempio, su Inter-Roma ho preferito non rendere pubblici alcuni dettagli per proteggere i ragazzi. È stata una mia scelta. Però ho capito che la strada migliore è mostrare tutto. È una sfida per il futuro, e la accetto volentieri».

Non è mancata una riflessione sugli errori più significativi della stagione: «Ce ne sono stati diversi. Ma quello che mi ha fatto più riflettere riguarda la comunicazione. Non è facile gestire tutto ciò che ruota attorno agli audio dell’Open VAR. Non sono particolarmente bravo in questo ambito, ma ho capito che serve essere più trasparenti possibile. Bisogna però anche permettere a un arbitro che ha sbagliato di essere designato anche la settimana successiva. Non posso escludere un professionista che ha fatto un percorso impeccabile per sette mesi solo per un errore. La comunicazione deve essere totale, a 360 gradi».

Sui giovani, Rocchi ha espresso parole di incoraggiamento ma anche di realismo: «Sozza e Colombo hanno disputato un’ottima stagione. Dietro di loro c’è ancora margine di crescita, ma serve tempo. Chi ha 20-30 partite di Serie A ha poca esperienza. Quando ero giovane io, c’erano meno partite decisive. Oggi ci sono incroci fondamentali per la classifica quasi ogni settimana, e questo alza il livello di difficoltà. È necessario tempo per far maturare gli arbitri, ma serve anche una maggiore determinazione da parte loro. Ci vuole un cambio di passo».

Sul piano tecnico, ha fornito qualche dato interessante: «In media, sono stati effettuati circa sei check VAR a partita. Gli interventi concreti sono stati 0,36 a partita, in leggero calo rispetto all’anno scorso. Questo potrebbe indicare una maggiore precisione in campo. Siamo intervenuti su 136 episodi, correggendo altrettanti errori. Di questi, 72 sono stati oggetto di On Field Review e 64 sono stati overrule, per esempio per fuorigioco o falli di mano in occasione di APP (attacking possession phase)».

Infine, Rocchi ha ammesso qualche mancanza anche sul piano disciplinare: «Siamo stati un po’ troppo parsimoniosi nella concessione dei rigori: alcuni li abbiamo persi. Inoltre, servivano più ammonizioni per proteste. Siamo stati invece molto rigidi sui gravi falli di gioco, forse anche troppo, ma la tutela dei calciatori viene prima di tutto».

In conclusione, Rocchi ha tracciato un bilancio complessivamente positivo, ma con la consapevolezza che c’è ancora tanto da fare: «Nelle ultime due giornate siamo riusciti a trasmettere gli episodi VAR entro 24 ore. Questo è un passo avanti. Non è facile digerire un errore, ma stiamo imparando. Il lavoro è stato buono, ma siamo solo all’inizio di un percorso che deve portarci a una maggiore credibilità e maturità arbitrale, dentro e fuori dal campo».

Theo Hernandez lascia il Milan? Quella decisione potrebbe sconvolgere i tifosi questa estate. Le ultime

Theo Hernandez vola in Arabia? Ecco l’indiscrezione tra l’offerta ricevuta al Milan e le intenzioni del terzino francese rossonero

Il calciomercato Milan ruota attorno a diverse questioni strategiche, ma una delle più delicate e cruciali è senza dubbio quella legata a Theo Hernandez. Il terzino francese, protagonista assoluto nelle ultime stagioni in rossonero, è al centro di una vera e propria telenovela di mercato, con più fronti aperti e una decisione finale ancora tutta da scrivere.

Secondo quanto riportato da Sky Sport, il Milan avrebbe trovato un’intesa di massima con l’Al-Hilal, club saudita tra i più ricchi e ambiziosi, per la cessione del giocatore a fronte di un’offerta da 35 milioni di euro, bonus inclusi. Una cifra ritenuta soddisfacente dalla dirigenza rossonera, che valuta con attenzione le possibili uscite per finanziare il mercato in entrata.

Tuttavia, il nodo principale non è economico, bensì legato alla volontà del giocatore. Theo Hernandez, infatti, non sembra per nulla convinto della destinazione araba. Nonostante l’Al-Hilal abbia offerto un ingaggio molto superiore a quello percepito attualmente a Milano, il classe ’97 non è orientato a lasciare l’Europa in questa fase cruciale della sua carriera.

Il terzino, che ha ancora ambizioni importanti sia a livello di club che di nazionale, spera in una chiamata da parte di un top club europeo, in grado di garantirgli visibilità, competitività e un palcoscenico come la Champions League. E proprio in questo contesto si inserisce un nome che per Theo rappresenterebbe molto più di una semplice opportunità: l’Atletico Madrid.

Il club spagnolo, dove il francese è cresciuto calcisticamente prima di esplodere definitivamente con la maglia del Milan, avrebbe di recente sondato il terreno per un possibile ritorno. Non si tratta ancora di una trattativa ufficiale, ma di un interesse concreto, che potrebbe trasformarsi in qualcosa di più se i colchoneros decidessero di affondare il colpo nelle prossime settimane.

Il problema, però, è di natura economica. Al momento, non è chiaro se l’Atletico sia disposto (e in grado) di eguagliare la proposta dell’Al-Hilal, che resta altissima per gli standard europei. Il Milan, dal canto suo, non ha intenzione di fare sconti: Theo è considerato uno dei migliori interpreti del ruolo a livello mondiale e, se dovrà partire, lo farà solo a fronte di una cifra ritenuta adeguata al suo valore.

La situazione, dunque, resta in stand-by. Il Milan attende sviluppi, consapevole che una sua eventuale partenza cambierebbe radicalmente la strategia di mercato, rendendo necessario l’acquisto di un nuovo esterno sinistro titolare. D’altra parte, anche il giocatore si prende il suo tempo: lasciare il Milan non è una scelta che prenderebbe a cuor leggero, ma vuole garanzie sportive, non solo economiche.

Theo Hernandez, da tempo leader tecnico e carismatico dei rossoneri, è in un momento cruciale della sua carriera. A 26 anni, con ancora diversi anni ad alti livelli davanti a sé, vuole fare la scelta giusta. Per questo, l’ipotesi Arabia Saudita sembra sempre più lontana, mentre l’Europa resta il suo vero obiettivo.

Nel frattempo, a Milanello si spera ancora in una possibile permanenza, che garantirebbe continuità tecnica a un progetto ambizioso. Ma tutto dipenderà dalle prossime mosse: se l’Atletico Madrid deciderà davvero di muoversi, lo scenario potrebbe cambiare rapidamente. Intanto, Theo resta al centro del mercato rossonero.

Andrea Carnevale, la tragedia della sua vita: «Ho perdonato mio padre, l’uomo che ha ucciso mia madre… Oggi ho una vita normale, una parola meravigliosa»

Andrea Carnevale tra passato, presente e un periodo molto delicato al di fuori del campo di calcio. Le parole

Andrea Carnevale: da rapace attaccante, protagonista con il Napoli di Maradona e in Nazionale, a figura chiave per decenni dello scouting italiano, celebre per il suo fiuto nello scoprire talenti come responsabile dell’area osservatori dell’Udinese. Oggi il Corriere della Sera ospita un’importante intervista dedicata per lo più alla sua vita non professionale, caratterizzata dall’omicidio della madre da parte di suo padre.

IL PADRE IN CARCERE – «Dovevo incontrare mio padre in carcere, ci sono andato a 16 anni, due anni dopo il delitto. Volevo guardarlo negli occhi, mi aveva tolto tutto. Ebbene, l’ho visto e l’ho abbracciato. Forte. In qualche modo l’ho perdonato, con la consapevolezza di avere di fronte un uomo molto malato. Per tanti anni ho vissuto il dolore ma anche il timore di essere come lui. No, non sono lui. Questo l’ho capito quando l’ho visto. Ed è stato il primo passo verso la liberazione».

UNA VITA A TERRA – «Ci sono finito, eccome. Ma mi sono rialzato. Aggiunga anche che per 20 anni i miei figli, quando è finito il matrimonio con Paola, hanno pensato che fossi andato via di casa, che li avessi abbandonati. Io orfano che lasciavo orfani i miei figli. Capisce? Terribile, come rivivere il mio dramma. Mi sono preso colpe che non avevo, aggrappandomi a un solo raggio di luce: la fiducia nella giustizia. La verità viene fuori, mi dicevo. E il tempo mi è stato amico. Di stupidaggini ne ho fatte tante, per carità. Ma non tutte quelle che si sono dette sui giornali e in tv. La mia risposta è stata il silenzio. Ho vissuto sempre due vite. Il dramma familiare, la depressione, l’ansia, il timore che le mie sorelle fossero affidate ai servizi sociali, tutto senza parlare. Come un tabù, che non ci faceva elaborare il lutto. Bisognava combattere per evitare di disunirci, di darla vinta a chi voleva sgretolare quel poco che ci era rimasto. Eravamo poveri, facevamo fatica a trovare da mangiare. Il calcio ci ha salvati, tutti. Dopo Natali e feste di compleanno mai festeggiati».

LA FAMIGLIA OGGI – «Manca soltanto mia sorella più grande, morta anche lei giovanissima. Con i primi soldi ho comprato subito il nostro casolare a Monte San Biagio, dove siamo cresciuti. Pagai 450 milioni delle vecchie lire. Resta il miglior investimento della mia vita: il teatro dell’orrore è diventato il teatro dell’amore. C’è serenità, unione forte, la felicità però è un’altra cosa. Nulla sarà mai come prima. Ciascuno ha la sua vita, mia moglie Beatrice è il mio mondo migliore, la donna che mi ha capito subito, mi ha dato una seconda chance. Il mio tutto».

COM’É LA SUA SECONDA VITA – «Normale, una parola meravigliosa».

Ederson, l’Atalanta è abbastanza chiara: pagare moneta, vedere cammello! La situazione tra prezzo e indiscrezioni

Ederson e l’idea dell’Atalanta nei confronti del centrocampista brasiliano. Come ci si comporterà sul mercato estivo?

Secondo quanto riportato oggi da CalcioNews24, l’Atalanta ha le idee molto chiare. Ederson (così come tutti i “big”) andranno via solo in caso di offerte irrinunciabili, considerando la volontà della società di consolidare la rosa.

Ederson ad oggi è valutato intorno ai 70 milioni di euro. Il detto della società nerazzurra è molto semplice: pagare moneta, vedere cammello. Staremo a vedere nelle prossime settimane 

Pellissier e il suo grido d’allarme: «Il Chievo non ha un centro sportivo. Ecco come si è comportato Campedelli, sul marchio hanno fatto alzare il prezzo»

Le parole di Sergio Pellissier, leggenda e ora dirigente del Chievo Verona, con il sogno di riportare i clivensi in alto

Quando si parla di bandiere nel calcio italiano, di fedeltà incrollabile a una maglia e di un legame che trascende il campo, il nome di Sergio Pellissier emerge con la forza di un’icona. Per quasi due decenni, l’attaccante valdostano è stato il cuore pulsante, il capitano e il bomber implacabile del Chievo Verona, incarnando l’anima della “favola” di un piccolo quartiere capace di sfidare i giganti della Serie A. Le sue innumerevoli battaglie, i gol decisivi – oltre 100 nella massima serie con i clivensi – e le oltre 500 presenze lo hanno consacrato come leggenda indiscussa del club gialloblù, un simbolo di dedizione che ha scritto le pagine più gloriose della sua storia. Oggi, appese le scarpe al chiodo, quella passione e quell’attaccamento viscerale non si sono affatto spenti. Sergio Pellissier ha raccolto l’eredità spirituale del suo Chievo, trasformandosi in dirigente: di seguito le sue parole a la Gazzetta dello Sport.

VALDOSTANO – «Mio papà era il macellaio del paese. Da bambino ho praticato tutti gli sport della neve, slittino e bob inclusi. A 14 anni ho smesso perché il calcio stava diventando importante e non volevo rischiare un infortunio sugli sci o con altri mezzi. Da allora non ho più sciato, proprio mai».

CAMPEDELLI – «Credo che Campedelli, a un certo punto, immaginasse di far salire il Chievo a un livello superiore. Dovevamo andare avanti con le persone che amavano il Chievo e lo consideravano una famiglia, ma quelle persone non c’erano più».

L’ASTA PER IL MARCHIO CHIEVO – «Campedelli non si è presentato, ma c’erano dei dirigenti del Vigasio (un club del Veronese, ndr) con cui Campedelli aveva rapporti. Si partiva da una base di 100mila euro e a furia di rilanci ci siamo aggiudicati il nome e il marchio a 330mila più Iva, quasi 400mila. Sapevamo che ci avrebbero potuto fare questo scherzetto. Ci hanno fatto impegnare dei soldi che avremmo potuto investire nella rinascita».

IL NUOVO CHIEVO IN SERIE D – «Abbiamo una base di 800 soci, con quote disparate, c’è chi ha messo 250 euro, ma sono entrati in consiglio due imprenditori che, con un aumento di capitale, hanno acquisito la maggioranza del club, Gigi Tavernise e Pietro Laterza, costruttori edili. Ora siamo solidi. Io ho la carica di presidente onorario e direttore sportivo, mi occupo del mercato».

L’OBIETTIVO – «Penso un passo alla volta. Penso alla Serie D, un campionato complicato. Penso che non abbiamo un centro sportivo (il Bottagisio, la vecchia casa del Chievo, se l’è aggiudicato il Verona all’asta, ndr)».

Spezia, ora è tutto da rifare: i dubbi di D’Angelo e non solo; 9 giocatori su 16 della finale non ci saranno la prossima stagione

Spezia, dopo la sconfitta nella finale dei playoff contro la Cremonese è tutto da rifare: dal tecnico in dubbio a gran parte della rosa

Il futuro di Luca D’Angelo allo Spezia è avvolto nell’incertezza. Dopo l’amara sconfitta nella finale playoff contro la Cremonese, l’allenatore non ha chiarito le sue intenzioni. Le sue parole nel post-partita – «Abbiamo tutti bisogno di staccare» – lasciano spazio a dubbi. Il primo confronto con la proprietà americana non ha risolto l’enigma, ma altri incontri sono previsti, e una decisione dovrà arrivare entro giovedì, prima del rientro negli USA. Intanto, la società ha iniziato a gettare le basi per il futuro, rinnovando il contratto triennale dell’ad Gazzoli e quello annuale del ds Melissano, oltre a confermare lo staff medico. Tuttavia, la squadra, come riportato dal Secolo XIX è destinata a cambiare profondamente.

Ben 9 dei 16 giocatori impiegati nella finale di ritorno sono in partenza: Reca e Bertola non rinnoveranno, Pio Esposito torna all’Inter, Aurelio va a Palermo, altri come Salvatore Esposito e Wisniewski sono nel mirino di club in Serie A e all’estero. Kouda rientra al Parma, mentre Gori non verrà confermato. In rosa rientreranno contratti pesanti come quelli di Zurkowski, Verde e Antonucci, ma fuori dal progetto tecnico. Il club dovrà ridimensionare il budget e ricostruire la rosa, cercando di mantenere le qualità viste in questa stagione, tra cui un gioco fisico, un’ottima gestione del pallone e una straordinaria efficacia sulle palle inattive (55% dei gol). Per D’Angelo, che aveva dato identità alla squadra fin dal suo arrivo a novembre 2023, è il momento di riflettere: ripartire per un nuovo ciclo o chiudere qui. Il suo discorso finale, carico di gratitudine e delusione, ha il tono di un possibile addio.

Stroppa show a Cremona! Esonerato, poi richiamato per la A: «Al mio ritorno i pianeti si sono allineati. C’è una frase di Cruijff che bisogna ricordare sempre…»

Le parole di Giovanni Stroppa, tecnico della Cremonese, dopo la promozione ottenuta con i grigiorossi vincendo i playoff contro lo Spezia

Il cielo sopra Cremona si è tinto di un grigiorosso ancora più intenso e festoso da domenica sera, quando l’urlo liberatorio di un’intera città ha accompagnato il fischio finale che sanciva il ritorno in Serie A con la vittoria fuori casa sullo Spezia. Artefice indiscusso di questa autentica impresa sportiva è Giovanni Stroppa, il tecnico che ha saputo plasmare, guidare e infine condurre la Cremonese al traguardo più ambito, coronando una stagione esaltante e carica di emozioni, che ha avuto un momento anche doloroso con l’esonero, per poi essere richiamato quando la posizione di classifica della squadra era peggiorata. L’approdo nella massima serie non è stato un percorso semplice, ma il frutto di un lavoro meticoloso, di una filosofia di gioco propositiva e della capacità di Stroppa di creare un gruppo coeso e determinato, capace di superare le insidie di un campionato cadetto tradizionalmente ostico e competitivo. La promozione, sigillata al termine di una cavalcata che ha visto i grigiorossi protagonisti, rappresenta per l’allenatore lombardo l’ennesima perla di una carriera costruita sulla competenza e sulla valorizzazione del collettivo. Questa impresa, attesa e sognata da tutta la tifoseria cremonese, porta la sua firma in calce, quella di un condottiero che ha saputo trasformare la speranza in una splendida realtà, riportando la Cremonese nell’olimpo del calcio italiano. Di seguito le sue parole a la Gazzetta dello Sport.

I COMPLIMENTI DI D’ANGELO – «Prima negli spogliatoi, poi in conferenza. C’è grande stima tra di noi, lo sento molto vicino».

IL RISULTATO CONTA RELATIVAMENTE – «Può darsi, ma io guardo a come siamo cresciuti. Non parlo perché ho vinto, la penso sempre così. Quasi mi dispiace che sia finita, non vorrei mai smettere di allenare questo gruppo».

I PENSIERI DOPO LA VITTORIA – «Al mio staff, sono davvero fantastici. E tutta la “squadra invisibile”, i tanti collaboratori della società che hanno fatto con noi questo percorso».

QUANTO É CAMBIATO DAGLI ESORDI – «Ho maturato più esperienze, ma l’idea è sempre quella. E mi voglio solo godere queste emozioni».

CRUIJFF – «Diceva che la prima cosa da imparare è saper stoppare la palla, la seconda passarla. Se non la sai stoppare, non la puoi passare. Lo volevo scrivere nello spogliatoio del settore giovanile».

ESONERATO E POI TORNATO ALLA CREMONESE – «La squadra aveva perso qualche posizione in classifica. Ma al primo allenamento quando sono tornato tutti i pianeti si sono subito allineati».

PSG, dopo la Champions arriva il mercato: Mastantuono per Luis Enrique, ma non è il solo

PSG, il punto sul calciomercato dei Campioni d’Europa: Mastantuono il primo rinforzo, ora serve un difensore; e in uscita…

Il PSG è già al lavoro dopo la vittoria della Champions League per rinforzare la rosa in vista del Mondiale per club, con l’obiettivo di consolidare il proprio dominio anche su scala globale. Come riportato dal Corriere dello Sport Luis Campos, direttore sportivo del club, vuole colmare un vuoto nella rosa: serve un difensore centrale di piede destro che possa alternarsi con Marquinhos, ancora colonna della squadra ma bisognoso di rifiatare, specie con un calendario sempre più fitto. Le alternative attuali, come Lucas Hernandez e Beraldo, sono mancini e poco adatti a giocare sul centrodestra, mentre i profili più giovani non offrono garanzie sufficienti. Intanto è in arrivo anche Franco Mastantuono, trequartista argentino del River Plate, per cui il PSG pagherà i 45 milioni della clausola: il suo innesto, però, potrebbe slittare a gennaio.

Sul fronte uscite, il PSG dovrà gestire il ritorno dei vari giocatori in prestito (Kolo Muani, Asensio, Soler) e valutare il futuro di alcuni elementi che non rientrano nei piani di Luis Enrique, come Gonçalo Ramos e Kang-in Lee, il primo nel mirino della Juve e il secondo seguito con attenzione dal Napoli. In bilico anche il destino di Donnarumma, il cui contratto scade nel 2026: dopo una stagione da protagonista, il portiere italiano vuole discutere un eventuale rinnovo alle sue condizioni. In caso di mancato accordo, le pretendenti non mancano, e il PSG potrebbe virare su Lucas Chevalier del Lille, giovane e promettente, già nel giro della nazionale francese. In sintesi, Parigi lavora per mantenere l’equilibrio tra esperienza e rinnovamento, con l’ambizione di restare al vertice in Europa e oltre.

Obiettivo dell’Atalanta 2025-2026? Consolidarsi facendo propria la mentalità di Gasperini (aspettando il nuovo tecnico)

Atalanta tra presente e futuro senza Gasperini la parola chiave sarà solo una: consolidamento. Nel mezzo fare tesoro della mentalità vincente del tecnico

Per quanto negli ultimi nove anni sia “stato divertente giocare in allegria”, ora per l’Atalanta è tempo di guardare al futuro, in particolare alla stagione 2025-2026: per la prima volta dal 2016 senza Gian Piero Gasperini in panchina.

Tralasciando il catastrofismo da bar o, peggio ancora, l’essere “sottoni” del proprio ex allenatore, la Dea si trova di fronte a una grande opportunità. La chiave sarà nelle decisioni che prenderà la società considerando il cammino ambizioso in queste grandi annate.

Le basi ad oggi sono molto buone. L’Atalanta è realtà del calcio italiano, una società modello in cui si è imparato a crescere sognando insieme a Gasp (e investendo molto), e che si prepara la prossima stagione a disputare tre competizioni: tra cui la quinta Champions League della sua storia.

In attesa di conoscere il nome del prossimo allenatore (Thiago Motta è tra gli osservati, ma non è l’unico), qual è la parola chiave per il 2025-2026? Semplice: consolidamento. Certo, ci saranno difficoltà anche alla luce dei tanti cambiamenti, ma per l’Atalanta sarà l’esame del 110 e lode: dimostrare di aver fatto propria la mentalità vincente di Gasperini per consacrare sempre più la Dea tra le grandi del calcio europeo, intraprendendo la strada che fanno tutte le big indipendentemente da allenatori, giocatori e dirigenti.

Ogni partecipazione europea sarà utile: dalla Champions che porta prestigio e denaro, fino all’Europa o alla Conference League con la possibilità di vincere il trofeo a patto di costruire una squadra competitiva.

Aspettando il nuovo allenatore, l’Atalanta toglierà le rotelle dalla bicicletta e dovrà dimostrare di poter fare tanta strada anche senza Gasperini. La base c’è, i soldi non mancano e gli uomini giusti nemmeno. Questione di mentalità vincente: quella che ha fatto la differenza in questi straordinari nove anni.

Arrigo Sacchi: «Il vero male azzurro è la mancanza di stile del calcio italiano, Spalletti fa i salti mortali». La sua analisi su Norvegia-Italia: «Per vincere serve questo»

Le parole di Arrigo Sacchi, ex CT dell’Italia, in vista del prossimo impegno degli Azzurri contro la Norvegia, primo impegno per le qualificazioni ai mondiali

Arrigo Sacchi, leggendario ex CT, oggi su La Gazzetta dello Sport analizza Norvegia-Italia. Sfida che visse da protagonista sulla panchina azzurra a Usa ’94 vincendo 1-0 con gol di Dino Baggio. Ora offre la sua visione tattica e le aspettative per l’incontro, forte della sua inestimabile esperienza.

PAURA – «È quello che sostengo io quando mi fermano per strada e mi chiedono che cosa farà l’Italia in queste eliminatorie. Rispondo: noi siamo l’Italia, non possiamo aver paura della Norvegia, sennò tanto vale che restiamo a casa…».

IL PROBLEMA PRINCIPALE DELL’ITALIA – «La mancanza di uno stile nel calcio italiano e, di conseguenza, la mancanza di uno stile di gioco della Nazionale. Spalletti, che è bravissimo, fa i salti mortali. Ma cosa può inventarsi se alcuni elementi giocano con la difesa a quattro, altri sono abituati a un centrocampo che non fa pressing, altri ancora conoscono solo i principi di catenaccio e contropiede?Il ruolo del ct, credetemi, è davvero complicato, e ve lo dice uno che lo ha provato sulla propria pelle. Io avevo puntato sul blocco del Milan, ma Spalletti su quale blocco può puntare visto che la maggior parte delle squadre è zeppa di stranieri?».

COSA FARE CON LA NORVEGIA – «Prima cosa: non aspettare gli avversari. Guardate che cosa ha combinato l’Inter contro il Psg: otto in area di rigore e pallone sempre nei piedi dei francesi. Prima o poi, ti piazzano l’imbucata e vai sotto. Possibile che noi italiani non riusciamo a capire che il metodo migliore per difenderci è attaccare, pressare, rubare il tempo e lo spazio agli avversari? No, noi siamo sempre quelli che devono difendere il Piave… Ma per carità! Quindi: nessuna paura, coraggio e pressing, che è l’arma più utilizzata a livello internazionale».

COME STANNO GLI AZZURRI – «Non lo so, ma anche quelli della Norvegia hanno giocato per un anno intero, e saranno stanchi pure loro. Ripeto: se partiamo con gli alibi e con le paure, non andiamo da nessuna parte».

Norvegia Italia, Drillo Olsen, il guru degli anni ’90: «Azzurri, non siete superiori. Con Haaland e Odegaard possiamo battervi. Però abbiamo un problema dietro… Il mio pronostico è questo»

Le parole di Elgin ‘Drillo’ Olsen, leggendario ct della Norvegia, in vista della sfida di qualificazione ai mondiali contro l’Italia

Nel pantheon dei commissari tecnici che hanno scolpito pagine memorabili nella storia del calcio, il nome di Egil “Drillo” Olsen risuona con un’eco particolare, specialmente per chi ha seguito le vicende della nazionale norvegese. Figura quasi leggendaria in patria, Olsen è stato molto più di un semplice allenatore: è stato l’architetto visionario e pragmatico che, negli anni ’90, ha trasformato la Norvegia da comparsa a protagonista temuta e rispettata sui palcoscenici internazionali. Con i suoi inseparabili stivali di gomma a bordocampo – simbolo di un approccio concreto e quasi scientifico al gioco – e una filosofia tattica tanto discussa quanto tremendamente efficace, “Drillo” ha guidato una generazione di calciatori norvegesi verso vette mai raggiunte prima. Il suo “Flopasningen” (il “passaggio Flo“, dal nome dell’attaccante Jostein Flo, uno dei riferimenti prediletti dei suoi lanci lunghi) divenne un marchio di fabbrica, sinonimo di un calcio diretto, fisicamente imponente e letale sulle palle inattive, che ha permesso alla Norvegia non solo di qualificarsi a due Mondiali consecutivi (USA ’94 e Francia ’98), ma anche di raggiungere un incredibile secondo posto nel ranking FIFA, scrivendo il capitolo più glorioso del calcio del suo paese. Ecco le sue parole a La Gazzetta dello Sport a 3 giorni da Norvegia-Italia che inaugura le nostre qualificazioni per il Mondiale.

LA FORZA DELLA NORVEGIA – «Haaland e Sorloth, che fanno quasi sempre gol e giocano in Inghilterra e Spagna, e Odegaard a centrocampo. Avessimo la stessa forza in difesa…Purtroppo dietro non siamo all’altezza».

LA NAZIONALE AZZURRA – «L’Italia è sempre l’Italia, ha una grande storia, ma questa volta non siamo inferiori. Abbiamo giocatori di valore mondiale, siamo ottimisti per il futuro».

PRONOSTICO – «Possiamo vincere. Il pareggio ci può stare, credo sia il risultato più probabile. Non penso che possiate farcela voi. In Italia sarà diverso».

L’ITALIA NON PUO’ PERDERE IL TERZO MONDIALE DI FILA – «Capisco, ma questa per noi può essere la volta buona».

Dzeko Bologna, il bosniaco vuole tornare in Italia e i rossoblù sono la piazza giusta per quel traguardo

Edin Dzeko vuole tornare Bologna e ha scelto Bologna come piazza: il suo arrivo darebbe profondità ed esperienza all’attacco di Italiano

Edin Dzeko, attaccante bosniaco oggi a quota 381 gol in carriera con i club, ha espresso il desiderio di tornare in Serie A e ha individuato nel Bologna una possibile destinazione ideale per chiudere in grande stile il suo percorso calcistico, puntando al traguardo dei 400 gol. Dopo aver lasciato il Fenerbahce, dove nelle ultime due stagioni ha segnato rispettivamente 25 e 21 reti, Dzeko è libero a parametro zero e ha lanciato segnali concreti, come riportato dal Corriere dello Sport, al Bologna attraverso il suo entourage. L’esperienza europea dell’ex Roma e Inter, unita al suo istinto ancora intatto per il gol, potrebbe arricchire l’attacco rossoblù guidato da Vincenzo Italiano, impegnato nella prossima stagione su quattro fronti: Serie A, Coppa Italia, Supercoppa italiana ed Europa League. La squadra ha già giovani talenti come Castro e Dallinga, ma l’innesto di un veterano come Dzeko darebbe profondità, leadership ed efficacia sottoporta, nonostante l’età e la mobilità ridotta.

La carriera di Dzeko testimonia un rendimento costante ovunque abbia giocato, con importanti traguardi individuali e collettivi tra Bundesliga, Premier League e Serie A. A quasi 39 anni, il bosniaco non è un attaccante da pressing costante, ma la sua esperienza nei tornei europei, i numerosi trofei vinti e la capacità realizzativa lo rendono ancora competitivo. Bologna si presenta come una piazza ideale per veterani di talento: negli ultimi decenni ha già accolto campioni come Roberto Baggio, Beppe Signori, Marco Di Vaio e Marko Arnautovic, tutti capaci di lasciare un segno importante nella seconda parte della carriera. Dzeko, pur con qualche anno in più rispetto a loro, potrebbe seguire la stessa traiettoria, trovando a Bologna l’ambiente giusto per chiudere ad alti livelli. Resta ora da capire se il club, attraverso il lavoro del direttore tecnico Sartori, vorrà cogliere quest’opportunità, valutando i benefici sportivi ed economici di un ingaggio di grande esperienza ma a parametro zero.

Federico Chiesa vuota il sacco sulla Juve…: «Thiago Motta è stato diretto, ma che dispiacere… Slot, Salah e la Premier vinta: il mio anno a Liverpool»

Le parole di Federico Chiesa al termine della stagione: dall’addio alla Juve al primo anno difficile al Liverpool, finito però con la vittoria della Premier

Federico Chiesa: un passato alla Juventus segnato da vittorie (Coppa Italia, Supercoppa) e il duro infortunio. Poi, la stagione 2024-25 al Liverpool: un esordio in Premier League di luci e ombre, tra adattamento, 2 soli gol e un futuro tutto da scrivere. Oggi l’azzurro ne ha parlato a La Gazzetta dello Sport.

IL BILANCIO COL LIVERPOOL – «Positivo perché una Premier non si porta a casa tutti i giorni. Il dispiacere di non aver giocato abbastanza c’è, però bisogna guardare all’annata nel suo complesso: vincere è sempre bello. Mi mancava un’esperienza all’estero, dopo Firenze mi ero spostato solo a Torino. Vivere in una cultura e in un contesto diversi mi ha fatto crescere come uomo. Sono orgoglioso di ciò che ho fatto».

MEGLIO SALAH O CRISTIANO RONALDO – «Credo che quest’anno Salah abbia raggiunto un livello da Pallone d’oro, Cristiano ne ha vinti 5 e la differenza sta lì. La stagione di Momo è stata strepitosa e merita di essere premiato. Nella mia top 11 dei sogni li metterei tutti e due: insieme farebbero 80 gol a stagione…».

SECONDA PUNTA – «Con Allegri ho giocato tutta la stagione da seconda punta e i miei gol li ho fatti, anche Slot ha deciso di provarmi lì e io sono contento. Se due tecnici vincenti hanno visto in me le potenzialità per giocare punta vuol dire che posso farlo».

IL RAPPORTO CON SLOT – «Per mentalità vincente ricorda Allegri, venendo dall’Olanda ha però una metodologia diversa. Tutti pensavano che potesse far fatica invece ha dimostrato di essere un grande tecnico con idee moderne di calcio. Abbiamo vinto la Premier meritatamente».

L’ADDIO CON LA JUVE – «Non mi è mai stato offerto il rinnovo, c’erano stati dei contatti per parlarne dopo l’Europeo ma nessuno si è più fatto sentire. Quando sono rientrato dopo le vacanze e il matrimonio ho parlato subito con Thiago Motta, che mi ha detto chiaro e tondo: “Non fai parte del progetto, cercati una squadra”. Però provo grande affetto per la Juve e i tifosi».

STARE FUORI ROSA É STATA UN’UMILIAZIONE – «No perché mi sono allenato con altri giocatori che erano nella mia stessa situazione. Sono stati chiari fin dal primo giorno, mi hanno fatto lavorare per due settimane con la squadra, poi Motta non mi ha voluto più. Io sono un professionista, ho accettato e ho continuato ad allenarmi per cercarmi un’altra squadra. È stato un grande dispiacere perché io tengo molto alla Juventus e pensavo di poter dare ancora tanto»

Inzaghi Inter sull’orlo dell’addio, il popolo nerazzurro si divide tra gratitudine e frustrazione

Inzaghi verso l’addio all’Inter spacca la tifoseria: tra chi esprime gratitudine a chi ne sottolinea limiti e colpe

Un fulmine a ciel sereno, o forse il culmine di sussurri diventati boati: oggi, il futuro di Simone Inzaghi sulla panchina dell’Inter sembra appeso a un filo sottilissimo. Le voci di un possibile divorzio, rimbalzate con insistenza nelle ultime ore da fonti vicine alla società e amplificate dal tam-tam incessante dei social network, hanno gettato il popolo nerazzurro in un vortice di ansia, dibattito e recriminazioni. Dopo stagioni intense, culminate con la conquista del ventesimo Scudetto e la memorabile cavalcata fino alla finale di Champions League del 2023, seguite da ulteriori trofei, qualcosa sembra essersi incrinato. Ma cosa pensa davvero la tifoseria di questa situazione al cardiopalma? E quali sono, agli occhi dei suoi sostenitori, le “colpe” del tecnico piacentino?

Il sentimento predominante, navigando tra forum, gruppi Facebook e le infuocate discussioni su Twitter (ora X), è di profonda spaccatura. Da un lato, c’è chi invoca a gran voce un cambio di rotta, stanco di quella che viene percepita come una stagnazione tattica e una certa prevedibilità. Le “colpe” imputate a Inzaghi da questa frangia di tifosi, spesso la più rumorosa, sono molteplici. In primis, una gestione dei cambi e delle partite a volte giudicata tardiva o conservativa. “Sempre gli stessi cambi al 70esimo!“, tuona un utente su un noto forum interista, “Mai un guizzo, mai una mossa per sparigliare davvero le carte quando le cose non vanno“. A questo si aggiunge la critica per un gioco ritenuto a tratti troppo speculativo e meno dominante rispetto alle aspettative, specialmente dopo una stagione, quella appena conclusa (2024-2025), che non ha soddisfatto appieno le ambizioni di vertice in tutte le competizioni.

Un’altra “colpa” frequentemente sottolineata riguarda la valorizzazione della rosa e l’integrazione dei nuovi acquisti. Alcuni opinionisti social e tifosi più critici lamentano una presunta difficoltà nel lanciare con continuità i giovani più promettenti o nell’inserire rapidamente nei meccanismi di squadra i giocatori arrivati dal mercato, preferendo affidarsi al nucleo storico, con il rischio di un eccessivo logorio fisico e mentale di quest’ultimo. Non mancano poi le accuse di una certa “testardaggine” tattica, con il 3-5-2 che, sebbene abbia portato grandi successi, è visto da alcuni come un modulo a volte troppo rigido, incapace di adattarsi fluidamente alle diverse fasi della stagione o agli avversari più ostici, soprattutto in Europa dove il risultato traumatico nella finale d Monaco ha lasciato scorie.

Dall’altro lato della barricata, però, si erge un nutrito gruppo di tifosi che esprime gratitudine e riconoscimento per il lavoro svolto da Inzaghi. “Non dimentichiamo da dove venivamo e cosa ci ha fatto vincere Simone“, scrive un tifoso su X, “Scudetto, Coppe Italia, Supercoppe, due finali di Champions che nessuno osava sognare. La riconoscenza dovrebbe venire prima di tutto“. Per questi sostenitori, le eventuali difficoltà dell’ultima annata sono da attribuire più a fattori esterni – infortuni, un mercato non sempre all’altezza delle aspettative o la forza degli avversari – piuttosto che a demeriti specifici del tecnico. Essi temono che un cambio in panchina possa portare a un periodo di instabilità, vanificando il lavoro di costruzione degli ultimi anni. “Chi meglio di Inzaghi ora? Rischiamo di fare come il Milan post-Allegri“, avverte un altro commentatore, paventando scenari di incertezza.

In mezzo a queste due correnti principali, si collocano i più riflessivi, coloro che, pur riconoscendo i meriti e i limiti dell’allenatore, analizzano la situazione con maggiore distacco. Per costoro, il problema potrebbe risiedere in un fisiologico “fine ciclo“, un esaurimento naturale della spinta propulsiva che ogni allenatore porta con sé. Forse, semplicemente, le idee del tecnico e le ambizioni del club hanno smesso di viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda, o la dirigenza stessa cerca nuovi stimoli per alzare ulteriormente l’asticella.

Champions League femminile: dal prossimo anno sarà su Disney+, i dettagli della svolta storica

Champions League femminile, accordo raggiunto con Disney+ che si assicura i diritti dalla prossima stagione per 5 anni

Dal 2025, la Champions League femminile sarà trasmessa interamente su Disney+ in tutta Europa, senza costi aggiuntivi per chi è già abbonato. L’accordo quinquennale con UC3 – l’ente che gestisce i diritti commerciali per UEFA ed ECA – segna una svolta: per la prima volta una competizione calcistica europea avrà copertura integrale su una piattaforma unica a livello continentale. Dalla prossima stagione, il torneo adotterà un nuovo formato con 18 squadre (incluse Juventus, Inter e Roma per l’Italia), una prima fase a girone unico e successiva eliminazione diretta. ESPN curerà produzione e commenti in più lingue, garantendo una copertura professionale e capillare delle 75 partite annuali. Oltre a Disney+, UC3 ha stretto un’intesa con EBU per trasmettere in chiaro alcune gare in circa 30 paesi europei, esclusa l’Italia. Il prezzo pagato da Disney per l’acquisizione dei diritti non è stato reso noto, ma è evidente la volontà della compagnia di investire in contenuti sportivi strategici per espandere e fidelizzare la propria base di utenti – che solo in Italia, a fine 2024, superava i 3 milioni.

Questo annuncio conferma la crescente attrattiva dello sport per le piattaforme di streaming generaliste. Disney+ si unisce così a Prime Video, che già trasmette la miglior partita del mercoledì di Champions maschile in Italia e si prepara a diffondere match NBA fino al 2036, e ad Apple TV, che detiene i diritti per la MLS. Netflix, pur puntando finora su eventi singoli come incontri di boxe e football americano, sembra intenzionata a entrare più stabilmente nel settore. Come osservato dal giornalista Giovanni Armanini, questa tendenza riflette un uso dello sport come mezzo per consolidare il dominio di mercato delle piattaforme, più che come fine in sé. L’ingresso di Disney nella Champions League femminile, quindi, si inserisce in una strategia più ampia: non tanto fare dello sport un core business, quanto sfruttarne l’appeal per rafforzare il brand e attrarre nuovi abbonati in un panorama sempre più competitivo.

Morata, l’addio al Milan e i retroscena mai svelati: «Cose che non avevo mai vissuto. Tare, Allegri, la Spagna e quel fenomeno di Yamal: vi dico tutto»

Le parole di Alvaro Morata sull’arrivo al Milan e l’addio a gennaio con il trasferimento in Turchia al Galatasaray

L’arrivo di Alvaro Morata al Milan nell’estate del 2024 è stato accolto con grande clamore e aspettative elevate. I tifosi rossoneri hanno visto nello spagnolo l’attaccante esperto, capace di garantire gol e leadership per puntare in alto sia in Serie A che in Champions League. La sua avventura milanista è iniziata con alcuni lampi incoraggianti: gol importanti nelle prime uscite e la solita generosità al servizio della squadra. Tuttavia, con il passare dei mesi, la sua vena realizzativa si è rivelata più altalenante del previsto e, nonostante l’impegno profuso, non è riuscito a incidere con la continuità che il club e i tifosi hanno sperato, contribuendo a prestazioni di squadra talvolta discontinue. Questo scenario ha portato a un sorprendente quanto rapido epilogo della sua esperienza in rossonero, che è culminato con la cessione nel mercato invernale. Trasferitosi al Galatasaray nel febbraio 2025, Morata ha cercato un immediato riscatto nell’infuocato ambiente turco. Fin dalle prime apparizioni con la maglia giallorossa, l’attaccante ha mostrato una rinnovata verve: ha trovato con buona frequenza la via del gol nella Süper Lig ed è diventato un punto di riferimento offensivo per la squadra di Istanbul. Nei mesi trascorsi sulle rive del Bosforo, da febbraio a oggi (giugno 2025), ha contribuito in maniera significativa alla rincorsa del Galatasaray nelle posizioni di vertice del campionato: ha segnato reti decisive e un totale di 7, ha fornito assist importanti e ha dimostrato di essersi integrato rapidamente e di aver ritrovato quella fiducia cruciale per ogni bomber. Di seguito le sue parole a la Gazzetta dello Sport.

É ARRIVATO AL MILAN PIENO DI VOGLIA – «Sì, e secondo me abbiamo fatto anche grandi partite, le cose non stavano andando così male come sembrava o si diceva. Poi però là dentro sono successe cose che non avevo mai vissuto in carriera e che preferisco tenere per me, non mi sentivo più a mio agio e prima di diventare un problema me ne sono andato».

QUAL ERA IL PROBLEMA – «Non lo posso dire. I cambi repentini non sono mai facili. Se inizi a giocare con una mentalità e all’improvviso muti radicalmente ti può andare molto bene oppure no. Magari la nuova strada scelta a inizio stagione aveva bisogno di un po’ di tempo per essere battuta: hanno deciso di cambiare e non c’è molto da dire. Sì, anzi, una cosa c’è: non è vero che come ho letto in giro mi sarei pentito della scelta. Mai. È stato un onore vestire una maglia storica come quella del Milan».

HA PARLATO CON TARE E ALLEGRI – «No, o almeno, non nelle nuove vesti. Perché Max lo sento spesso per il rapporto che ci lega. Tarel’ho visto un paio di volte a cena con amici ma niente di più. Sono contento per loro e per il Milan: sono grandissimi professionisti e se li hanno presi vuol dire che il Milan vuole tornare subito a vincere e a essere importante e spero che gli vada tutto alla grande. Di me però non so nulla».

LA SPAGNA É IN SALUTE – «Sì, sì, ma c’è un’atmosfera magnifica, grande allegria, con la concentrazione che sale quando si deve giocare. È una base che fa sì che ci si avvicini di più alla vittoria, perché c’è un’unità tale che quando arriva il momento di lottare diventa tutto più facile».

LAMINE YAMAL – «Eh – Alvaro sospira- . Incredibile. È così. Super tranquillo, scherza, ride, ma quando entra in campo si trasforma, dà tutto e non ce n’è per nessuno. Non ho mai visto una cosa del genere, mai. Mi ha colpito il riconoscimento che ha ricevuto dai giocatori dell’Inter dopo le semifinali di Champions, stiamo parlando di gente forte forte, con esperienza. Giornalisti e addetti ai lavori si siedono davanti alla tv per vedere cosa può fare, dov’è il suo limite… E ha soltanto 17 anni, ha appena firmato un contratto fino al 2031 e quando scadrà avrà appena 23 anni!»

Italia, l’assenza dai mondiali pesa: un’obiettivo che non possiamo più fallire

in vista della sfida contro la Norvegia, l’Italia ha un compito importante: qualificarsi ai mondiali! Dopo due esclusioni non si può più fallire

L’Italia manca dai Mondiali dal 2014, e la sua assenza inizia a pesare non solo sul piano sportivo, ma anche emotivo e culturale. Un tempo considerata una delle squadre più temute, capace di bloccare avversari con qualsiasi stile di gioco, oggi si è ridotta a spettatrice di una competizione che aveva contribuito a rendere leggendaria. L’ultima vittoria in un Mondiale risale al 14 giugno 2014 contro l’Inghilterra, e da allora solo numeri impietosi: eliminazioni precoci, qualificazioni mancate e un calo d’immagine che ha avuto effetti anche sul sistema calcio italiano. Eppure, siamo l’Italia: quattro titoli mondiali, due finali perse contro il Brasile, un nome inciso nella storia accanto a giganti come Argentina e Germania. Un’assenza che pesa come peserebbe un Mondiale senza gli All Blacks nel rugby o gli Stati Uniti nel basket.

E nonostante le recenti esclusioni da Russia e Qatar, non si può dire che ci siano state davvero 32 squadre migliori della nostra. Come riportato da la Gazzetta dello Sport La squadra ha dato segnali di ripresa: un’ottima Nations League, la vittoria contro la Francia, una reazione convincente contro la Germania. Il ranking FIFA ci vede ancora tra le prime dieci, a dimostrazione di un valore che resiste. Ma la concorrenza in Europa è sempre più agguerrita, e la riforma del Mondiale con 48 squadre, pur allargando la partecipazione globale, penalizza proprio il nostro continente: solo 16 posti per 55 federazioni. Il Sudamerica, con sei squadre qualificate su dieci (più una ai playoff), ha vita più facile. Forse è arrivato il momento di far valere il peso storico del calcio europeo nelle sedi che contano. Perché l’Italia non è solo una squadra: è una parte del mito del calcio mondiale.

Balotelli torna in campo: con Okocha e lo youtuber KSI in una partita di Baller League

Mario Balotelli torna in campo: in attesa di scoprire il suo futuro giocherà in una partita tra leggende contro content creator

Mario Balotelli torna sotto i riflettori: l’ex attaccante di Inter e Milan parteciperà alla spettacolare sfida “Legends vs Creators” della Baller League UK, in programma all’O2 Arena di Londra. L’evento, che chiuderà la stagione con un mix di calcio e intrattenimento, vedrà il 34enne italiano capitanare la squadra delle leggende, affiancato dall’icona nigeriana Jay-Jay Okocha, celebre per il suo stile di gioco spettacolare.

Dall’altra parte del campo ci sarà una formazione di creator digitali capitanata da KSI, celebrità di YouTube, pugile e presidente della lega, insieme al content creator Chunkz. La partita sarà il culmine di una serata ricca di eventi, che includerà anche le semifinali della Baller League tra le prime quattro classificate della stagione. Tra queste, spiccano Deportrio — squadra allenata da Micah Richards, Gary Lineker e Alan Shearer, al momento in vetta — e Yanited, guidata dal creator Angry Ginge.

In scadenza di contratto con il Genoa, Balotelli sfrutterà questa occasione per tornare sotto i riflettori in attesa di decidere la prossima destinazione, con la MLS nel mirino.

Europa League: Crystal Palace a rischio esclusione! Ecco cosa sta succedendo

Europa League, il Crystal Palace a rischio esclusione: vertice in giornata in Svizzera per decidere, ecco cosa è successo

Il Crystal Palace rischia clamorosamente l’esclusione dall’Europa League nonostante la storica vittoria in FA Cup contro il Manchester City. La dirigenza del club londinese parteciperà martedì a un vertice d’emergenza con la UEFA in Svizzera per tentare di salvare la qualificazione, messa in discussione a causa delle norme contro la multiproprietà. Il problema nasce dal fatto che John Textor, investitore americano con circa il 43% delle quote del Palace, è anche il principale azionista del Lione, club francese qualificato anch’esso all’Europa League. Le regole UEFA vietano la partecipazione di più squadre controllate dallo stesso soggetto alla stessa competizione europea, per tutelare l’integrità sportiva.

La situazione si complica ulteriormente perché anche il Brondby, squadra danese parzialmente controllata da David Blitzer (co-proprietario del Palace), parteciperà ai playoff di Conference League. Secondo le normative UEFA, quando più club legati tra loro si qualificano alle coppe, a rimanere in gara è quello con il miglior piazzamento nel campionato nazionale. In questo scenario, Palace – solo dodicesimo in Premier League – sarebbe il primo a dover rinunciare. Tuttavia, il club inglese si dice fiducioso: sostiene che Textor non abbia controllo operativo, detenendo solo il 25% dei diritti di voto, pari agli altri soci, e che non esistano legami diretti tra Palace e Lione. Una delle ipotesi sul tavolo prevede la cessione temporanea delle quote di Textor a un “blind trust”, ma restano dubbi sulla fattibilità e i tempi. Se la UEFA dovesse confermare l’esclusione, il posto in Europa League andrebbe al Nottingham Forest e il Brighton verrebbe promosso in Conference League. Una decisione ufficiale è attesa nel corso di giugno.

Udinese, i Pozzo vendono? Il fondo Guggenheim pronto a subentrare, ma la famiglia…

Udinese, i Pozzo vicino alla cessione del club al fondo americano Guggenheim, ma potrebbero rimanere dentro la società

È ormai imminente la cessione ufficiale dell’Udinese a una società americana. Secondo quanto riportato da Sacha Tavolieri tramite il suo profilo sulla piattaforma X, l’acquirente sarebbe il fondo Guggenheim Partners, pronto a investire oltre 180 milioni di euro per rilevare il club dalla famiglia Pozzo. Guggenheim, gruppo statunitense con sedi a New York, Chicago, Los Angeles, San Francisco e Londra, è attivo nei servizi finanziari, con focus su asset management, capital markets e assicurazioni. Il CEO, Mark Walter, è anche co-proprietario del Chelsea e starebbe cercando di replicare un modello multi-club sul piano europeo, simile a quanto fatto in passato dalla stessa famiglia Pozzo.

Resta da chiarire se i Pozzo lasceranno totalmente il club o manterranno un ruolo, come una quota di minoranza o la sola gestione operativa, sull’esempio della famiglia Percassi all’Atalanta. Il closing dell’operazione è previsto per il 6 o 7 giugno, come riportato dalle indiscrezioni filtrate in questi giorni.

Con questa transazione, potrebbe chiudersi una delle gestioni più longeve della Serie A: i Pozzo guidano l’Udinese dal 28 luglio 1986, quando rilevarono il club da Lamberto Mazza. In quasi 39 anni di presidenza, hanno conquistato una partecipazione in Champions League, nove in Coppa Uefa, vinto un’Intertoto e rinnovato lo stadio Friuli, lanciando numerosi talenti nel calcio italiano.

La Roma fa cassa: Le Fée, Dahl e Zalewski portano nuove risorse nelle casse del club

La Roma al lavoro sul mercato in uscita per mettere a posto il bilancio prima del 30 giugno: in uscita Le Fée, Dahl e Zalewski

La Roma, in attesa dell’insediamento ufficiale di Gasperini, sta completando importanti operazioni di mercato in uscita per sistemare il bilancio al 30 giugno: come riportato dal Corriere dello Sport Le Fée è stato riscattato dal Sunderland per 18 milioni più bonus, Dahl passerà al Benfica per 9 milioni più 2 di bonus e Zalewski andrà all’Inter per 6,5 milioni. Queste plusvalenze aiuteranno il club ad avvicinarsi ai paletti imposti dal fair play finanziario, ma non sono sufficienti a garantire la sostenibilità economica richiesta. Secondo l’accordo transattivo firmato nel 2022 con l’Uefa, la Roma dovrà limitare le perdite aggregate del biennio 2024-2025 a un massimo di 60 milioni (esclusi gli investimenti virtuosi). Dopo i 81,4 milioni di rosso nel 2023/24 e una multa di 3 milioni, il club è chiamato a dimostrare progressi tangibili, specialmente entro dicembre 2025. Friedkin spera che il percorso di risanamento venga riconosciuto, così da evitare l’esclusione dalle coppe nella stagione 2026/27, anche se qualche sanzione è comunque attesa (limitazioni alla rosa o ulteriori multe).

Al di là della solidità del gruppo Friedkin, il vero nodo è l’equilibrio tra costi e ricavi, ancora instabile dopo il cambio di proprietà nel 2020. La Roma dovrà continuare a generare liquidità sfruttando il valore dei suoi calciatori, decidendo chi cedere (N’Dicka è valutabile, Svilar dovrebbe restare), rinnovando le sponsorizzazioni (Riyadh Season è in scadenza) e muovendosi con oculatezza sul mercato in entrata. In questo contesto si inserisce la scelta di Gasperini: il nuovo tecnico accetta la sfida incentrata su idee e competenza, consapevole di lavorare con margini economici ristretti ma anche con l’ambizione di riportare stabilità e competitività al club.

Inzaghi, oggi il vertice con la dirigenza dell’Inter: c’è aria di divorzio e l’Arabia lo aspetta…

Inter, possibile il divorzio con Simone Inzaghi: l’Arabia Saudita lo tenta e il tecnico è insoddisfatto di un’aspetto in particolare

Il 3 giugno 2021 Simone Inzaghi veniva ufficialmente annunciato come nuovo allenatore dell’Inter. Oggi, esattamente quattro anni dopo, quella storia sembra prossima alla conclusione. Dopo una giornata di riflessioni, Inzaghi appare sempre più vicino all’Al Hilal, che lo attende con un piano definito: firma del contratto entro domani, trasferimento a Riad e guida del club nel Mondiale per club. Il vertice odierno tra il tecnico e i dirigenti nerazzurri sarà decisivo, come riporta la Gazzetta dello Sport. Se Inzaghi confermerà la volontà di partire, l’Inter si attiverà subito per trovare il sostituto: Fabregas, attualmente al Como, è in pole position, seguito da De Zerbi, attratto dall’idea di allenare i nerazzurri. La dirigenza ha comunque fissato alcuni paletti per un’eventuale prosecuzione: un rinnovo fino al 2027, un ritocco moderato dell’ingaggio e una continuità tecnica senza rivoluzioni, puntando solo a migliorare le seconde linee.

Dal canto suo, Inzaghi è sempre più frustrato dal ruolo di capro espiatorio attribuitogli in caso di insuccesso, e si sente poco valorizzato nonostante gli ottimi risultati raggiunti: due finali europee, uno scudetto e circa 200 milioni generati tra premi e incassi. Tuttavia, il vero spartiacque emotivo potrebbe essere stata la sconfitta in finale contro il PSG, che ha lasciato il segno. L’Inter, dal canto suo, vuole evitare di ripartire con incertezze o strascichi, rischiando di trascinarsi in una stagione con un ciclo ormai logoro. La priorità è avere chiarezza e, in assenza di una scelta netta da parte dell’allenatore, saranno i dirigenti a chiudere il rapporto. In ogni caso, il quadro sarà definito entro 48 ore.

Juve, serve una punta da 20 gol: prende quota Ramos, Gyokeres e Retegui nel radar

Juve, rebus attacco: Vlahovic e Milik in uscita, Kolo Muani in stallo e ora serve una punta da 20 gol a stagione; ecco i nomi

La Juve è ancora alla ricerca del suo nuovo direttore sportivo, ma il mercato non aspetta e in vista della stagione 2025-26 resta aperta l’urgenza di trovare un centravanti titolare. Come riportato da la Gazzetta dello Sport Vlahovic e Milik sono in uscita, mentre l’opzione Kolo Muani sembra in fase di stallo. Tra i candidati più caldi spicca Gonçalo Ramos, reduce da una stagione da riserva al PSG, ma con un bottino di 18 reti in 16 presenze da titolare. Il portoghese è giovane (classe 2001), ha uno stipendio sostenibile e un costo del cartellino potenzialmente più basso di altri profili seguiti come Gyokeres dello Sporting o Retegui dell’Atalanta. Il PSG lo aveva acquistato per 65 milioni dopo un prestito dal Benfica, ma il suo impiego limitato potrebbe abbassarne la valutazione a circa 50 milioni. Ramos ha tecnica, visione e istinto del gol: un attaccante completo, in grado di giocare anche spalle alla porta e di inserirsi con efficacia, ideale per un progetto tecnico a medio-lungo termine come quello che i bianconeri stanno cercando di costruire.

Le alternative non mancano ai bianconeri, ma ciascuna presenta ostacoli. Viktor Gyokeres ha segnato 54 gol stagionali ma costa almeno 70 milioni e ha forte concorrenza internazionale. Retegui sarebbe una scelta più accessibile (40-45 milioni) e garantirebbe un rinforzo anche per lo zoccolo italiano. Lookman, pure lui nell’orbita Atalanta, è meno centravanti puro. Hojlund del Manchester United è stimato, ma considerato troppo acerbo per il prezzo. Osimhen resta un sogno irrealizzabile per clausola e volontà del Napoli, mentre Jonathan David appare più vicino ad altre big italiane. Lucca dell’Udinese piace, ma solo come rincalzo. Dopo una stagione poco prolifica in cui Vlahovic è stato capocannoniere con appena 15 gol, la Juve è chiamata a un investimento deciso su un attaccante in grado di garantire oltre 20 reti stagionali: un requisito fondamentale per tornare a competere ai massimi livelli.

Wirtz l’uomo dei record: 150 milioni per essere il più pagato del calcio tedesco: parte l’asta

Florian Wirtz al centro di un’asta di mercato tra Liverpool e Bayern Monaco: la famiglia del calciatore vuole però un’offerta da record

Florian Wirtz, il talento ventiduenne del Bayer Leverkusen, è al centro di un’asta internazionale che potrebbe stabilire un nuovo record di uscita dalla Bundesliga. Come riportato da la Gazzetta dello Sport, dopo aver rifiutato l’offerta del Bayern Monaco, la famiglia Wirtz – che gestisce direttamente gli affari del giocatore – ha declinato anche la proposta da 135 milioni del Liverpool, ritenuta troppo bassa rispetto alla richiesta di almeno 150 milioni. Il Leverkusen, che nel 2020 riuscì a spuntare un affare da 100 milioni con il Chelsea per Kai Havertz, non sembra intenzionato ad accettare contropartite tecniche. Se la trattativa con i Reds dovesse andare in porto, Wirtz supererebbe il precedente record di Ousmane Dembélé, acquistato dal Barcellona nel 2017 per 148 milioni complessivi.

Ma Wirtz non è solo una questione di milioni: in patria è considerato il talento più promettente della prossima generazione, al pari di Jamal Musiala. Già sbocciato in nazionale prima ancora dell’esplosione del Leverkusen targato Xabi Alonso, è un giocatore duttile, capace di agire da trequartista, esterno, centravanti o falso nove con la stessa efficacia. Il CT Julian Nagelsmann lo utilizza con totale libertà, riconoscendone l’intelligenza tattica e l’altruismo in campo. Descritto da Rudi Völler come “un classico giocatore da strada” con dribbling, visione e resistenza, Wirtz salterà le finali di Nations League senza il compagno Musiala, ma avrà comunque l’occasione di confermarsi davanti ai suoi futuri tifosi, probabilmente in Premier League. Secondo Hansi Müller, è il tipo di fuoriclasse capace di cambiare da solo l’inerzia di una partita, un profilo che secondo la Rosea l’Inter ha seguito ma considerato economicamente irraggiungibile.

Stadi, atteso per il 5 giugno il decreto sport con la norma che sblocca l’apertura dei cantieri: ecco cosa prevede

atteso per il 5 giugno il decreto sport con la norma sblocca-stadi: ecco cosa prevede la norma per velocizzare i cantieri in vista di Euro 2032

L’approdo del decreto Sport in Consiglio dei ministri è atteso per il 5 giugno, salvo possibili slittamenti dell’ultima ora. Al centro del provvedimento ci sarà la tanto attesa norma “sblocca-stadi”, pensata per accelerare la costruzione e la ristrutturazione degli impianti sportivi in vista di Euro 2032. In Italia, infatti, l’età media degli stadi supera i 60 anni e le lungaggini burocratiche rallentano ogni intervento. Come riportato da Il Messaggero, il piano messo a punto dal ministro Andrea Abodi prevede una struttura commissariale centrale, affiancata da sindaci con funzioni di sub-commissari a livello locale. L’obiettivo è semplificare l’avvio dei cantieri, con una procedura accelerata e facoltativa: i primi cittadini potranno collaborare direttamente con il commissario nazionale – possibile incaricato Massimiliano Atelli – per sbloccare i progetti. Dei dieci impianti coinvolti nella candidatura UEFA, solo l’Allianz Stadium è attualmente pronto. Gli altri – dall’Olimpico al Maradona, dal Franchi al San Nicola – richiedono importanti interventi da completare entro ottobre 2026 per restare in corsa.

Per Euro 2032 la parola d’ordine è accelerare: ogni ritardo potrebbe compromettere il rispetto delle scadenze internazionali, in un contesto politico che potrebbe cambiare già con le prossime elezioni.

Sarri: il sarrismo, il derby che tritura e la tuta: una raccolta delle sue massime in vista del suo secondo mandato alla Lazio

Alcune delle massime di Maurizio Sarri nel giorno del suo ritorno alla Lazio 446 giorno dopo le dimissioni

Maurizio Sarri è tornato ufficialmente sulla panchina della Lazio il 3 giugno 2025, 446 giorni dopo le dimissioni che avevano chiuso il suo primo ciclo biancoceleste. L’accordo, definito come una «scelta di cuore» da entrambe le parti, è nato da un dialogo diretto e senza fronzoli con il presidente Lotito. Il tecnico toscano riparte a carte scoperte, con la sua identità intatta e un linguaggio sempre tagliente, capace di dividere ma anche di lasciare il segno. Ecco una raccolta delle sue frasi più emblematiche, raccolte dal Messaggero, tra calcio, società e Lazialità.

SARRISMO – «Quando l’ho letto sulla Treccani ho capito che abbiamo tutti perso la testa. Io non saprei darne una definizione, mia moglie sì: il modus operandi di un uomo scontroso. Adotto metodi ossessivi che a volte provocano un rigetto dei calciatori. Ma non bisogna spegnere il bambino che è in loro».

OBIETTIVO – «Il mio mestiere è l’unico che avrei fatto gratis. Parte tutto dall’allenatore: se si diverte lui, dopo un po’ si divertono i giocatori. Se giochi bene ti diverti, e alla lunga vinci».

CALCIO MODERNO – «Va salvato dalle istituzioni, è un business. Il calcio italiano è in mano ai procuratori, il mercato aperto a campionato iniziato è uno scandalo. Soluzioni? Cominciare dalle piccole cose: rinunciare alle tournée estive, riportare la Coppa Italia ad agosto anche per le big, farle giocare sui campi delle squadre di C, che farebbero incassi record».

CALENDARI – «Ho parlato con un mio amico statistico del calendario 2023/24: giocare 3 delle prime 4 trasferte contro Juve, Napoli e Milan era impossibile, non può essere casuale».

APPARENZA – «Mi criticano per la tuta: quando vedo gli allenatori delle Giovanili in divisa sociale su terreni di fango mi vien da ridere. Purtroppo ormai conta solo l’apparenza».

AMBIENTE – «L’ambiente che contorna la Lazio è devastante: c’è insoddisfazione perenne».

TIFOSERIA – «Il popolo laziale è molto migliore di come viene descritto in giro. Ti entra nella pelle. L’educazione e la civiltà con cui ti parlano i laziali non l’ho mai vista».

LAZIALITÀ – «La Lazio è strana: da fuori non te ne rendi conto, ma se entri dentro, la Lazialità ti invade. La cosa più bella che può succedere è sentirsi d’appartenere a un popolo».

STADIO – «Sentire l’urlo dei laziali all’Olimpico è clamoroso, vorrei averli con me in uno stadio da 50mila persone con le tribune incollate al campo. Il mio obiettivo prima di smettere è fare la prima partita della Lazio al Flaminio, e che il Flaminio si chiami Maestrelli».

DERBY – «Il derby mi trita, mi rovina la vita, mi toglie il sonno la notte ma è bellissimo. Quando lo giochi, l’ultimo pensiero sono i punti: si gioca solo per il popolo laziale. Battere il Bayern dà soddisfazione, ma la felicità di regalare il derby ai laziali vale di più».

Napoli, summit di mercato tra De Laurentiis e Manna: serve una rosa lunga e competitiva; ecco i nomi

Napoli, summit di mercato tra il presidente Aurelio De Laurentiis e Dadive Manna: tutti i nomi – specie per l’attacco – per rinforzare la rosa

Il Napoli è pronto a rilanciare il proprio progetto tecnico con ambizioni rinnovate e un piano di rafforzamento profondo in vista del ritorno in Champions League. Dopo un weekend di riflessione a Ischia, il presidente De Laurentiis e il ds Manna, affiancati dal club manager Sinicropi, hanno tracciato le linee guida del mercato estivo, con l’obiettivo di consegnare ad Antonio Conte una rosa lunga, completa e competitiva entro l’inizio del ritiro a Dimaro Folgarida. L’idea, come riportato da la Gazzetta dello Sport, è costruire un gruppo con 22 titolari, in cui ogni riserva sia all’altezza del titolare. A tale scopo, è stato stanziato un budget molto ampio, potenzialmente superiore ai 150 milioni spesi lo scorso anno. Conte ha chiesto duttilità e qualità, privilegiando giocatori capaci di adattarsi a più ruoli e moduli. La priorità assoluta è l’attacco: perso Kvaratskhelia, il Napoli vuole chiudere per Lee Kang-in del PSG, abile nel dribbling e nella gestione del ritmo. Si cerca anche un altro esterno (piace Chiesa) e un centravanti da affiancare a Lukaku: Jonathan David è in stand-by, mentre restano vive le piste che portano a Gyokeres, Darwin Núñez, Kean e Lucca.

Il centrocampo dipenderà dalle cessioni: se partirà Anguissa (cercato in Arabia), potrebbe arrivare Frattesi, mentre è già praticamente chiuso l’arrivo di Kevin De Bruyne. In uscita anche Lobotka, altro profilo attenzionato da club esteri. In difesa servono rinforzi su entrambe le fasce e almeno un centrale. Miguel Gutierrez, terzino sinistro del Girona con un passato nel vivaio del Real Madrid, è l’obiettivo primario per la corsia mancina: è valutato 20 milioni ma il Napoli tratta per abbassare il prezzo. In mezzo alla difesa, il nome in cima alla lista è Sam Beukema, mentre Gatti e Kiwior restano opzioni alternative. Infine, Meret ha rinnovato per due anni, ma si cerca comunque un portiere di alto profilo da affiancargli. Idee chiare, priorità definite: ora il compito di Manna è tradurre la strategia in colpi concreti.

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