La tradizione tedesca di non fermarsi mai: tutte le partite vinte con almeno 5 reti di scarto nella storia della Coppa del Mondo.
La pioggia di reti abbattutasi su Curaçao, con una Germania travolgente capace di metterne a segno 7 con 6 marcatori diversi (solo Havertz ha realizzato una doppietta), non è un evento isolato nella gloriosa storia della Mannschaft. La nazionale tedesca ha sempre fatto della spietatezza sportiva un proprio marchio di fabbrica, rifiutando il concetto di “gestione del risultato” per onorare l’avversario continuando a giocare al massimo delle proprie possibilità fino al fischio finale. Le vittorie schiaccianti, con almeno cinque gol di scarto, rappresentano un vero e proprio filo rosso nelle partecipazioni della Germania alla rassegna iridata.
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Nessuna goleada nella storia del calcio ha avuto l’impatto culturale, storico e sportivo del 7-1 inflitto al Brasile padrone di casa nelle semifinali del Mondiale 2014. Una vittoria con ben sei reti di scarto che ha zittito un intero Paese. Quella gara fu caratterizzata da un primo tempo irreale, chiuso sul 5-0 in meno di mezz’ora con un ritmo asfissiante. Fu un’esibizione di potenza, geometria e freddezza assoluta che spianò la strada verso la conquista del loro quarto titolo mondiale.
Nel Mondiale nippo-coreano del 2002, la Germania aprì le danze distruggendo l’Arabia Saudita con un clamoroso 8-0. Fino a oggi, questa rappresenta la vittoria con il più ampio scarto mai ottenuta dai tedeschi nella fase finale di una Coppa del Mondo. Quella partita a Sapporo fu un vero e proprio dominio aereo e lanciò Miroslav Klose nel firmamento del calcio internazionale, autore di una storica tripletta di testa.
Le macchine da gol del passato (1954 e 1978)
Andando a ritroso negli annali del torneo, la tradizione teutonica delle goleade ha radici antiche, con risultati tennistici che hanno segnato intere epoche calcistiche:
Germania Ovest – Messico 6-0 (1978): Durante la prima fase a gironi in Argentina, i tedeschi annientarono i messicani con una dimostrazione di forza impressionante. Fu un trionfo corale che vide assoluti protagonisti campioni del calibro di Karl-Heinz Rummenigge e Heinz Flohe, autori di una doppietta a testa.
Germania Ovest – Austria 6-1 (1954): Nelle semifinali dell’edizione svizzera, culminata poi con il celebre “Miracolo di Berna”, la squadra guidata in campo dai fratelli Fritz e Ottmar Walter schiantò i cugini austriaci. Un gap di cinque reti che spense sul nascere ogni sogno di gloria degli avversari.
Germania Ovest – Turchia 7-2 (1954): Sempre in quell’edizione del 1954, le squadre furono costrette a uno spareggio per superare il girone. I tedeschi letteralmente asfaltarono la difesa turca in un match senza storia, lanciando un segnale inequivocabile a tutte le grandi favorite del torneo.
La severa lezione impartita oggi a Curaçao è, dunque, la perfetta prosecuzione di una lunga eredità sportiva. Quando l’ingranaggio tedesco inizia a girare a pieno regime, non esistono calcoli, rallentamenti o pietà calcistica: esiste solo la via della rete, perseguita con una costanza e una ferocia agonistica che hanno reso la Germania una delle formazioni più temute e rispettate di tutti i tempi.
Top e Flop di Germania Curacao: i giudizi ai protagonisti del match, valido per la prima giornata dei Mondiali
Top e Flop di Germania Curacao: i giudizi ai protagonisti del match, valido per la prima giornata dei Mondiali. La nazionale tedesca di Nagelsmann vince per 7 a 1, ma il Curacao si prende comunque la scena per il primo storico gol alla prima partecipazione assoluta ad un Mondiale.
I Top
Felix Nmecha (Germania): autentico dominatore del centrocampo e spina nel fianco costante per la difesa avversaria. Sblocca la partita dopo appena sei minuti con un destro a giro chirurgico, sfiora la doppietta poco dopo e, allo scadere del primo tempo, si procura con grande astuzia il calcio di rigore che indirizza definitivamente il match. Presenza rilevante o, per meglio dire, dominante
Nathaniel Brown (Germania): un debutto mondiale letteralmente da sogno. Il terzino sinistro classe 2003 prima pennella dalla bandierina l’assist per il 2-1 di Schlotterbeck, poi si toglie la soddisfazione personale siglando la rete del 5-1 con un gran destro al volo. Non a caso, diventa il primo tedesco a mettere a referto gol e assist all’esordio dai tempi di Thomas Müller nel 2010.
Deniz Undav (Germania): entra al 64′ al posto di Musiala e ha un impatto semplicemente devastante. In meno di mezz’ora mette a referto un gol (quello del 6-1 da vero rapace d’area) e ben due assist al bacio, servendo prima Brown di tacco e poi mandando in porta Havertz per la rete che chiude il tabellino. Il miglior cannoniere tedesco della Bundesliga (Kane è di un altro pianeta, oltre che di un’altra nazione) si conferma soggetto da seguire.
Livano Comenencia (Curaçao): nonostante l’umiliante passivo finale, il suo nome entra di diritto nella storia calcistica della sua nazione. È lui a firmare l’incredibile gol dell’1-1, la prima storica marcatura di Curaçao in una fase finale della Coppa del Mondo. Si distingue anche per un provvidenziale salvataggio difensivo in scivolata su Pavlovic. E dire che nelle prime battute sembrava il più oppresso dal peso dell’impegno.
I Flop
Leroy Sané (Germania): l’unica vera nota stonata nella sinfonia perfetta dell’orchestra di Julian Nagelsmann. Appare a tratti impreciso e macchia la sua prestazione con un errore clamoroso al 64′: lanciato perfettamente a rete da Tah, si presenta a tu per tu con il portiere ma calcia incredibilmente a lato di sinistro a botta sicura.
Riechedly Bazoer (Curaçao): commette una grave ingenuità allo scadere del primo tempo. Nel momento di massima sofferenza difensiva, si fa saltare secco da Nmecha e lo stende in area con un intervento sconsiderato. Il rigore concesso permette alla Germania di andare a riposo sul 3-1, spegnendo di fatto le ultime speranze caraibiche.
Gestione dei contropiedi (Curaçao): l’inesperienza a questi livelli si è palesata in diverse occasioni, ma in particolare al 19′, sul punteggio di 1-0 per i tedeschi. Su una palla persa da Tah, la squadra si lancia in un sanguinoso contropiede in totale superiorità numerica, ma prima Locadia e poi Hansen perdono clamorosamente il tempo per la conclusione, vanificando un’occasione d’oro. Ma forse non è giusto fare le pulci a una nazionale che al Mondiale c’è…
Luka Modric, il sogno Serie A e il presente al Milan: «L’ho fatto nel miglior club in Italia». Il centrocampista croato si racconta
Luka Modric racconta il suo presente al Milan e ripercorre alcuni dei passaggi più significativi della sua carriera. Il centrocampista croato, oggi impegnato con la Croazia ai Mondiali, è stato intervistato da Giacomo Poretti nel «Poretcast», all’interno dell’evento «The Master & The Team: Luka Modrić incontra l’eccellenza MOVA», firmato MOVA e andato in scena il 19 maggio 2026 al Teatro Alcione di Milano.
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Il fuoriclasse rossonero ha parlato del suo arrivo in Serie A, del rapporto con il calcio italiano, della famiglia, della crescita personale, del talento e della mentalità che gli ha permesso di restare ai massimi livelli per così tanti anni. Un’intervista ricca di spunti, nella quale Modric ha raccontato anche il sogno realizzato di giocare in Italia con il Milan.
Modric Milan, le parole sul calcio e sulla sua carriera
CHI È LUKA MODRIC – «Direi che sono Luka Modric, calciatore. Ma prima di tutto sono un padre, un marito ed un ragazzo che aveva dei sogni a cui non ha mai smesso di credere».
IL LUKA BAMBINO – «Penso che direbbe “Wow”. Perché anche quando hai dei sogni da bambino, riuscire a raggiungere tutto quello che ho ottenuto… Non l’avrei mai immaginato, anche se ho sempre creduto in me stesso. Pensavo che avrei raggiunto grandi traguardi, ma quello che ho ottenuto era davvero difficile da immaginare. Ed è per questo che il me bambino direbbe «Wow, ce l’hai fatta. Non hai mai mollato. Ce l’hai fatta»».
IL CALCIO ITALIANO – «Mi sento davvero bene, sono cresciuto seguendo il calcio italiano. L’Italia ha regalato al mondo del calcio alcuni dei calciatori più intelligenti come Totti, Pirlo, Baggio, Del Piero e altri ancora. I tifosi capiscono di calcio e apprezzano i giocatori tattici e tecnici. Ed è per questo che qui mi sento così bene, sono felice di aver realizzato il mio sogno di giocare in Italia in un giorno. È successo, e l’ho fatto nel miglior club in Italia, per me».
IL RAPPORTO CON IL PALLONE – «Dacché ho memoria di me stesso, sono sempre stato con il pallone. Mi piaceva calciarlo contro il muro. Così, semplice: palla e muro. Poi, quando avevo sei o sette anni, mio padre mi portò in campo per fare esercizi: controllo palla, palleggio e tutto il resto. Ma la cosa più importante, e che consiglio sempre, è di calciare il pallone contro il muro. Semplice».
Modric Milan, guerra, forza mentale e lavoro
Modric Milan, guerra, forza mentale e lavoro – CalcioNews24.com
GUERRA E CRESCITA – «Mi ha formato come persona. Mi ha mostrato che a volte la vita non è giusta, per tutto quello che stava succedendo al tempo. Ma la vita è così, non puoi pensare che succederanno solo cose positive. Devi adattarti, continuare ad andare avanti, crescere, essere forte. Mi ha insegnato queste cose: essere forte e creare una personalità forte. Questi momenti difficili ti aiutano a creare una personalità forte, a crescere come personale. Mi ha aiutato molto».
LA SUA FORZA – «Per me la cosa più importante è l’amore per quello che faccio. E poi ci sono le persone importanti: famiglia, moglie, figli, persone vicine. Lo faccio per loro perché vedo quanto sono felici grazie a quello che faccio. E questo mi dà la forza di continuare a lottare e dimostrare che chi mi sottovaluta si sbaglia. La gente ti etichetta come vecchio, dice che non puoi fare questo o quello, ma io prendo forza dalla mia famiglia e da chi mi ama. Lo faccio per loro. La cosa più importante è amare ciò che fai. Io amo il calcio e lo vivo ancora con piacere».
TALENTO E LAVORO – «Un allenatore mi diceva sempre: «Il talento è il 20%, il resto è il duro lavoro». Non so se le percentuali sono davvero queste, ma il senso è che il talento è importante, ma da solo non basta. Se non lavori duramente, se non sei determinato, se non credi in te stesso e non fai tutto ciò che serve per avere successo nella vita, il talento non è sufficiente. Il talento è solo una parte, il resto è lavoro duro e molte altre cose».
ABITUDINI E RECUPERO – «Solo una? Ci sono così tante cose importanti per mantenere alto il livello, soprattutto con l’età. Il recupero è molto importante, e prendersi cura del proprio corpo. E anche il lavoro. Con l’età bisogna lavorare di più. Quando me l’hanno detto la prima volta mi sembrava strano, perché dovrei lavorare di più? Al massimo dovrebbe essere il contrario. E invece è così: devi lavorare di più per mantenere la forma fisica e restare a questo livello. Mi piace lavorare duro, ma anche il recupero è fondamentale. Bisogna trovare l’equilibrio tra le due cose».
Modric Milan, calma, tecnica e maestri
LA CALMA – «Fa parte della mia personalità, cerco di essere sempre positivo e calmo a prescindere dalla situazione. Quando accade qualcosa di negativo cerco di rimanere lucido, positivo e cerco di cambiare le cose».
LE GIOCATE – «Sì, certo. A volte fai cose e pensi: «Wow, è stato veramente fantastico». Puoi sempre migliorare, fare meglio qualcosa, provare cose nuove. Sono così: cerco sempre di imparare, di provare a fare qualcosa di nuovo. A volte guardi i compagni e puoi prendere ispirazione da loro. È questo che mi piace del calcio. Si può sempre imparare. Se mi diverto? Sì, molto».
PREPARAZIONE FISICA – «È cambiata. Non so quanto, ma di sicuro si è evoluta. Dipende molto dagli allenatori e dai preparatori. A volte è più facile, a volte è più dura. Preferisco quando nel pre stagione lavori duramente perché poi ti aiuta durante la stagione. Alcune cose sono cambiate, certo. Ma dire che è cambiato completamente… No, non al 100%».
ALLENATORI – «Ce ne sono stati. Non voglio nominarne solo uno perché sono stato fortunato ad aver lavorato con tanti grandi allenatori e campioni. Ho imparato qualcosa da tutti e mi hanno aiutato tanto durante la mia carriera. Senza allenatori è difficile farcela nel calcio. Ma se devo fare un nome torno a quando ero bambino. C’era un allenatore che arbitrava le nostre partite in allenamento. E fischiava di proposito a nostro sfavore per farci innervosire. Il suo obiettivo era farci capire che nel calcio e nella vita possono succedere molte ingiustizie. E quindi devi rimanere calmo e trovare una soluzione. Per me è stato molto importante impararlo crescendo».
AVVERSARIO PIÙ DIFFICILE – «Tanti. Mi è sempre piaciuto giocare contro il Barcellona quando ero al Real Madrid. Per me Iniesta… Mi piaceva tanto giocarci contro. È uno dei giocatori che ammiro di più, ma non era facile giocarci contro. Se ne devo dire uno, dico lui».
Modric Milan, spogliatoio, giovani e famiglia
SPOGLIATOIO – «Mi piace creare un’atmosfera calma e positiva, è la cosa più importante. Positività, calma. Queste sono le cose che voglio trasmettere ai miei compagni. Voglio portare energia positiva, motivazione, voglia di lottare in campo per la squadra e aiutarsi a vicenda. Queste sono le cose fondamentali. Quando devo dire qualcosa di importante negli spogliatoi? Sono una persona calma. Non parlo molto. Preferisco osservare e capire qual è il momento giusto per parlare. Non mi piacciono i discorsi troppo pomposi. Ma quando sento che è il momento giusto, allora parlo».
GIOVANI – «Mi viene voglia di aiutarli. Oggi i giovani hanno bisogno di aiuto, ci sono così tante distrazioni attorno al calcio. E ogni tanto ho la sensazione che il calcio non sia più la priorità assoluta per alcuni giovani. Ci sono molte altre cose che vengono prima. Per la mia generazione il calcio era la priorità, era tutto. Non avevamo distrazioni. Ora invece ce ne sono tantissime e i giovani possono confondersi. Per questo serve che i giocatori esperti li guidino, per mostrargli la strada giusta e fargli capire come comportarsi per avere successo. Non basta solo arrivare ad un certo livello. Ci sono molti giocatori che ci restano due o tre anni e poi spariscono. La cosa importante è la continuità, restare ad alti livelli per tanti anni. Cerco di aiutarli dando l’esempio».
FAMIGLIA – «È la cosa più importante. Quando torni a casa dopo le partite, dopo quelle andate male, tutto diventa più facile quando vedi i tuoi figli e tua moglie. Ti aiutano a dimenticare il calcio per un po’ e a stare semplicemente con loro, anche se non è così facile. Non è facile starmi vicino per un paio di giorni dopo una sconfitta. Ma quando li vedi ti rendono felice, ti fanno ridere, e piano piano ti dimentichi del calcio e ti godi il tempo con loro. È importante avere stabilità a casa e pensare anche ad altre cose, non solo al calcio».
Modric si racconta così: tra ambizione, serenità e cura dei dettagli. Il suo arrivo al Milan rappresenta per lui la realizzazione di un sogno, ma anche una nuova tappa di un percorso costruito su talento, lavoro e mentalità.
Germania Curacao, la partita di Musiala: ecco l’analisi completa della prestazione del trequartista nella gara d’esordio al Mondiale 2026
Uno dei protagonisti annunciati di Germania Curacao, la gara del primo turno del gruppo E al Mondiale 2026, è senza dubbio Jamal Musiala, trequartista e stella del Bayern Monaco. Ecco la nostra analisi sulla sua partita.
I primi palloni che tocca non sono felici, li perde per l’atteggiamento aggressivo del Curacao nelle fasi iniziali. Al 6′, poco prima del gol di Nmecha, ha un’opportunità su imbeccata di Brown in profondità, stringe verso il centro e trova un’opposizione al tiro. Poco dopo si ripete una situazione identica: accelerazione e conclusione in area murata. Al 10′ colpo di tacco per dialogare con Wirtz, poi serve Sane al limite dell’area: attaccanti e trequartisti stanno cercando di scambiare con profitto nello stretto. Al 19′ commette fallo su un tentativo di sombrero di Chong, il più ispirato dei suoi e poco dopo va ad aiutare la fase difensiva dopo un brutto pallone perso da Tah. Dopo l’1-1 prende in mano la squadra, fa un tunnel, va via sulla destra con determinazione, resiste a un po’ di cariche e guadagna una punizione. Al 29′ Obispo in scivolata lo ferma in area di rigore, il difensore del Psv rischia molto. Al 32′ prova un’imbucata per Nmecha, pallone intercettato, la Germania non sta riuscendo a trovare gli spazi al centro. Al 42′ entra bene in area, può calciare e invece cerca Havertz, sbagliando la misura del passaggio. Si rifà prontamente andando a rubare palla a ridosso della propria area, confermandosi connesso alle esigenze della squadra. Al 45′ semina il panico in area di rigore con un doppiopasso e un pallone messo in mezzo da fondo campo, Curacao si salva in qualche modo.
SECONDO TEMPO
Inizio ripresa, Musiala riceve palla da Kimmick, grande diagonale che mette il pallone alle spalle del portiere. Scelta di tempo, taglio perfetto, conclusione precisa e non forte (57 all’ora): il 4-1 ha tutti questi elementi. Al pari della squadra, il talento del Bayern mette un surplus di determinazione in questa fase. Al 55′ commette fallo su un effervescente Chong, scena che ripete quanto visto già nella prima frazione di gioco. Al 57′ resta a terra per un contrasto di Comenencia, l’arbitro non vede un fallo che c’è. Sia con Wirtz che con Sane, spesso Musiala fa da sponda spalle alla porta. Al 64′ termina la sua partita: Nagelsmann lo sostituisce con Undav. Molto positivo il giudizio sulla sua prestazione, tenendo conto che può fare ancora molto di più e che va valutato al cospetto di un avversario più competitivo.
Monza, non solo Gilardino e Pecchia: per la panchina spunta anche Juric. Contatti tra la dirigenza dei brianzoli e il tecnico croato
Il Monza continua a valutare diversi profili per la panchina in vista della prossima stagione. Dopo l’addio di Bianco, il club brianzolo è al lavoro per individuare il nuovo allenatore e, secondo quanto riportato da Sky Sport, nella lista non ci sarebbero soltanto Alberto Gilardino e Fabio Pecchia.
Nelle ultime ore, infatti, ci sarebbero stati contatti anche con Ivan Juric, reduce dall’esperienza alla guida dell’Atalanta, terminata a metà novembre dopo la pesante sconfitta per 0-3 contro il Sassuolo. Il tecnico resta quindi un nome da monitorare per il futuro della panchina biancorossa.
Monza, Gilardino resta tra i profili più graditi
Come anticipato nei giorni scorsi, il Monza ha avuto un incontro positivo con Alberto Gilardino, ex allenatore del Genoa, considerato uno dei profili più apprezzati dalla dirigenza. Oltre a lui è stato sondato anche Fabio Pecchia, con un passato recente sulla panchina del Parma.
Moviola Germania Curacao: gli episodi dubbi del match diretto da Jayed, valido per la prima giornata dei Mondiali 2026
Moviola Germania Curacao: gli episodi dubbi del match diretto dall’arbitro marocchino Jayed, valido per la prima giornata dei Mondiali 2026
PRIMO TEMPO
Il primo intervento vero è per catechizzare Locadia dopo 12 minuti per evitare interventi pericolosi. Poco dopo l’1-1 di Comenencia, Locadia entra in area e cade su spinta di Tah, non c’è assolutamente nulla da segnalare. Al 34′ Jayed dà un po’ di fastidio a Kimmich, quando il tedesco riceve palla gli è praticamente addosso. Sono 4 i minuti di recupero. Al 45+2 calcio di rigore: Nmecha sposta palla perfettamente, Bazoer interviener in tackle in netto ritardo, nessun dubbio. Il primo tempo si chiude con un dato curioso: è la Germania ad aver fatto più falli, 7 contro i 4 del Curacao.
SECONDO TEMPO
Al 67′ Leandro Bacuna mette il pallone in rete pur sapendo benissimo che l’azione è viziata da netto fuorigioco. Al 70′ rete di Brown su tocco lieve di Undav: valutata la posizione da un check, il tedesco è davanti a Leandro Bacuna solo per il braccio, pertanto il punto del 5-1 è assolutamente regolare. Extra-time di 5 minuti. Nonostante la differenza di valori e il punteggio dalle caratteristiche più che tennistiche, la gara è restata viva, non sono mancati i contrasti e la determinazione tedesca si evince dal numero finale di falli commessi: 18 da parte della Germania, 10 ad opera del Curacao.
Real Madrid, colpo Cucurella per Mourinho: accordo con il Chelsea oltre i 50 milioni. Tutti i dettagli dell’affare a sorpresa per i Blancos
Il Real Madrid piazza un nuovo colpo per rinforzare la difesa. In attesa di ufficializzare le operazioni legate a Ibrahima Konaté, in arrivo a parametro zero dal Liverpool, e Denzel Dumfries, pronto a lasciare l’Inter attraverso il pagamento della clausola da 20 milioni di euro, il club spagnolo avrebbe chiuso anche per Marc Cucurella.
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Secondo quanto riferito da Fabrizio Romano, le Merengues si sono mosse a sorpresa per l’esterno del Chelsea e della Nazionale spagnola, trovando un accordo totale sia con il calciatore sia con il club inglese. Un’operazione importante, destinata a rafforzare ulteriormente la retroguardia a disposizione di José Mourinho.
Real Madrid, Mourinho voleva un nuovo terzino sinistro
Il nome di Cucurella risponde a una precisa richiesta tecnica del nuovo corso madridista. Mourinho, tornato sulla panchina blanca, aveva indicato tra le priorità l’arrivo di un terzino sinistro in grado di alzare il livello della concorrenza interna e contendere il posto ad Alvaro Carreras.
Il Real Madrid ha così accelerato nelle ultime ore, chiudendo l’intesa con il Chelsea per una cifra superiore ai 50 milioni di euro complessivi. Il giocatore, dal canto suo, avrebbe accettato immediatamente la destinazione, convinto dalla prospettiva di trasferirsi in uno dei club più prestigiosi al mondo.
Real Madrid, Cucurella sarà ufficiale dopo il Mondiale
Il trasferimento di Marc Cucurella sarà formalizzato soltanto dopo i Mondiali, competizione che l’esterno disputerà con la Spagna di Luis de la Fuente. Una volta concluso il torneo, arriveranno le firme e l’annuncio ufficiale del nuovo rinforzo difensivo dei blancos.
Nella stagione 2025/26, Cucurella ha collezionato 50 presenze complessive con il Chelsea: 34 in Premier League, 9 in Champions League, 4 in EFL Cup e 3 in FA Cup. Il suo rendimento è stato completato da un gol e 4 assist in campionato.
Per il Real Madrid si tratta di un altro segnale forte sul mercato: la squadra di Mourinho prende forma con innesti di esperienza, qualità internazionale e grande affidabilità.
Le mosse tattiche di Koeman per l’Olanda: come De Jong, Gravenberch e Reijnders possono scardinare il pressing nipponico
All’ombra del continuo dibattito sul ruolo di centravanti, l’avvicinamento dell’Olanda all’esordio nei Mondiali 2026 si concentra sempre più sulle dinamiche del centrocampo. Le scelte tattiche riguardanti Frenkie de Jong, Ryan Gravenberch e Tijjani Reijnders si preannunciano infatti cruciali nella delicata sfida contro il Giappone. Ecco l’analisi di Espn.
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Sulla carta, la nazionale olandese vanta un reparto centrale di livello assoluto, con stelle che militano in top club come Barcellona, Liverpool e Manchester City. Tuttavia, finora questo terzetto ha faticato a impressionare con continuità. Dopo le deludenti amichevoli pre-Mondiale contro Algeria e Uzbekistan, in cui i Paesi Bassi non hanno segnato alcun gol su azione, è riemerso un dubbio tattico: De Jong, Gravenberch e Reijnders sono profili troppo simili tra loro? Pur eccellendo nella gestione del pallone sotto pressione, preferiscono tutti ricevere la sfera sui piedi. Una caratteristica che, unita a una momentanea mancanza di ritmo e dinamismo del resto della squadra, ha reso la manovra offensiva troppo leggibile.
La difesa di Koeman e l’ostacolo giapponese
Nonostante le critiche, le qualità tecniche dei tre giocatori restano indiscutibili. Il commissario tecnico Ronald Koeman ha recentemente difeso le sue scelte: “La composizione del reparto è ottima, si tratta solo di migliorare l’esecuzione in campo e di bilanciare le caratteristiche di ciascuno“.
Questa esecuzione sarà messa a dura prova proprio all’esordio. La formazione nipponica, guidata da Hajime Moriyasu, attua una fase di non possesso estremamente organizzata, con un’intensità e un baricentro molto alti. Il piano tattico asiatico prevede generalmente che l’attaccante Ayase Ueda oscuri le linee di passaggio proprio verso De Jong e Gravenberch, supportato dai trequartisti pronti a braccare i difensori centrali olandesi. Se la pressione alta non dovesse funzionare, i Samurai Blu sono abilissimi a ripiegare rapidamente, formando un blocco compatto e compresso.
Come uscire dalla gabbia
De Jong e Gravenberch sono, però, tra i migliori interpreti in Europa nell’eludere il pressing avversario. Grazie alla loro tecnica, sanno trattenere il pallone per attirare il marcatore e creare nuove linee di passaggio. Le statistiche della passata stagione nei rispettivi campionati (La Liga e Premier League) confermano la loro straordinaria abilità nei dribbling progressivi per guadagnare campo.
Per far funzionare il sistema contro il Giappone, sarà però vitale il movimento senza palla dei compagni. Lo stesso De Jong ha ammesso la necessità di migliorare il posizionamento e gli scambi rapidi. Con le giuste spaziature, i centrocampisti non si pesteranno i piedi e Reijnders potrà agire nella sua zona di comfort come incursore box-to-box. Se l’Olanda riuscirà a bucare la prima linea di pressione nipponica, si apriranno praterie per la velocità di giocatori come Donyell Malen, Cody Gakpo, Crysencio Summerville e Denzel Dumfries. In attesa di affrontare difese più bloccate come Svezia e Tunisia nel prosieguo del girone, il palleggio e la resistenza alla pressione di questo tridente rappresentano la migliore assicurazione per domare l’aggressività giapponese.
Quale sarà il futuro dell’attacco del Napoli di Allegri? In ballo i nomi di Lukaku, Lucca e Lang
“Lukaku resta più fuori che dentro, Noa Lang può avere un’altra chance. Bologna, Genoa e altre squadre hanno chiesto informazioni per Lorenzo Lucca“. Le recenti indiscrezioni di mercato riportate da Nicolò Schira delineano un quadro ben preciso per il futuro dell’attacco azzurro. Le scelte della dirigenza trovano pieno riscontro in un’annata vissuta sulle montagne russe, dove le prestazioni sul campo hanno tracciato il destino dei tre profili offensivi.
Ecco l’analisi della stagione dei tre giocatori, ripercorrendo i momenti chiave che hanno portato alle attuali dinamiche di mercato.
Romelu Lukaku: il leone a corrente alternata
Le parole dell’esperto di mercato, che lo vedono ormai “più fuori che dentro”, riflettono una stagione in cui il centravanti belga ha mostrato solo a sprazzi il suo strapotere fisico, mancando spesso nei momenti di maggiore necessità.
Il peso nei big match: la pesante sconfitta per 3-0 contro la Juventus è l’emblema delle occasioni sprecate. Nel finale di una gara complicata, è capitata proprio sui suoi piedi la palla gol più nitida per il Napoli, un’opportunità non sfruttata al pari di altre in un anno tormentato.
La fame nei momenti disperati: d’altra parte, il suo istinto da killer non è del tutto svanito. Nella delicata trasferta di Verona, vinta 2-1, Lukaku ha dimostrato di poter essere ancora decisivo, azzannando l’ultimo pallone utile con una fame e una cattiveria agonistica che in quella partita erano mancate a tutto il resto della squadra.
Un rendimento fatto di fiammate e pause, insufficiente per garantire la centralità in un progetto a lungo termine.
Lorenzo Lucca: l’ombra di Big Rom e l’isolamento tattico
Il forte interesse di club come Bologna e Genoa è giustificato dal potenziale di un ragazzo che, a Napoli, ha dovuto fare i conti con un’eredità tattica pesantissima e con le difficoltà strutturali della manovra offensiva.
Il peso del paragone: fin dall’esordio contro il Sassuolo, Lucca ha speso tantissime energie fisiche nel tentativo di fare il Lukaku, sobbarcandosi un lavoro sporco che lo ha spesso sfiancato.
Difficoltà di manovra e intesa: l’adattamento ai ritmi e alle richieste azzurre è stato complesso. Contro il Cagliari ha mancato due preziosi inviti in acrobazia di Spinazzola, mentre contro la Fiorentina ha palesato evidenti limiti nel fondamentale della protezione della palla per far salire la squadra. La sua prestazione anonima contro il Milan ha confermato queste difficoltà di inserimento nel gioco.
Isolamento e frustrazione: la gara contro il Torino ha evidenziato quanto sia dura la vita per un terminale offensivo delle sue caratteristiche quando la squadra non riesce a fornirgli palloni puliti da giocare. Una frustrazione esplosa nel disastroso match di Champions contro il PSV (perso 6-2), dove ha perso la testa urlando “sei matto” all’arbitro e rimediando un’espulsione ingenua.
Il lampo del bomber: l’unica vera luce della sua stagione resta la grande prestazione contro il Pisa: una firma da centravanti puro, un gol costruito quasi interamente da solo che dimostra come, nel contesto giusto, Lucca abbia i colpi per fare male. A Napoli è stato pochi mesi, solo nella prima parte della stagione, poco per lasciare un segno
Noa Lang: un talento in cerca di equilibrio
La possibile scelta del Napoli di concedere all’olandese un’altra chance è la scommessa su un talento evidente ma ancora grezzo dal punto di vista della continuità mentale. La sua stagione è stata divisa nettamente in tre fasi.
L’impatto traumatico: l’inizio è stato da incubo, culminato nel pesante 6-2 subito contro il suo PSV in Europa, una prestazione di totale smarrimento tattico. Anche contro il Bologna, pur ispirando qualcosa di buono, ha palesato una grave incapacità di portare a termine e concretizzare le azioni iniziate.
La rinascita e la maturità: il vero punto di svolta è arrivato con il 3-1 sull’Atalanta. Quella è stata la notte che sognava da tempo, coronata con un gol che ha sbloccato la sua stagione. Da lì, Lang ha mostrato una confidenza ritrovata (evidente nel 2-0 europeo al Qarabag) e, soprattutto, una maturità inaspettata: nella vittoria di misura contro la Roma ha dimostrato di saper “allacciare l’elmetto”, lottando con sacrificio e mettendosi al servizio della squadra.
Le ricadute finali: purtroppo, l’equilibrio non è durato. Nelle sfide più scorbutiche, come quella di Champions contro il Benfica, l’olandese si è intestardito in giochi di prestigio inutili, arrivando a sbagliare anche le giocate più semplici. Un calo di concentrazione confermato anche contro l’Udinese, dove è mancata del tutto la lucidità per riempire l’area di rigore e farsi trovare pronto sottomisura.
Il potenziale intravisto nel suo periodo d’oro giustifica però la volontà del club di non disperdere l’investimento, sperando che il prossimo anno possa trovare la tanto agognata stabilità. Anche perché Antonio Conte non c’è più e il dissidio tra i due, culminato nella scelta di andare via a gennaio, ha condizionato fortemente l’avventura italiana di un talento indubbio, che in Olanda ha spesso saputo fare la differenza
Ayyoub Bouaddi come un fulmine a ciel sereno! Il centrocampista classe 2007 all’esordio Mondiale si è mangiato la mediana del Brasile
(articolo a cura di Elia Serra) – Ogni volta che inizia il Mondiale, si va subito a vedere quando gioca il Brasile, contro chi, a che ora, si fissa la data in rosso sul calendario e si aspetta la partita. Quando inizia il Mondiale si va a vedere e si nota che il Brasile affronterà il Marocco nella prima sfida, un avversario di livello non assoluto, ma comunque una squadra da non sottovalutare.
Vai a vedere i convocati dei verdeoro e ti aspetti una squadra che può dire la sua nella competizione, soprattutto data la presenza in panchina di un allenatore di livello assoluto come Carlo Ancelotti. Inizia la partita e però vedi che c’è qualcosa che non va. Noti che c’è un giocatore che spicca su tutti e che non veste la maglia gialla, ma quella del Marocco. Vedi che non sbaglia nulla e che col passare dei minuti si impone come l’attore protagonista di una partita nella quale sarebbero dovuti essere i brasiliani a regalare spettacolo e a portare a casa i tre punti.
Il punteggio finale è un particolare, è un 1-1 che conferma il valore del Marocco e un percorso di crescita che il Brasile con Ancelotti potrebbe aver solo iniziato. Appunto, il punteggio finale è solo un particolare perché la cosa più importante della partita è la prestazione mostruosa di un classe 2007, un mediano, un centrocampista moderno, un giocatore che per qualità tecniche, collocazione tattica e fisionomia può ricordare Sergio Busquets, parliamo di Ayyoub Bouaddi.
Chi è Ayyoub Bouaddi: i numeri folli del classe 2007
Oggi è sulla bocca di tutti, ma è da tempo che i top club lo monitorano. Da tre stagioni è all’interno delle rotazioni del Lilla, mediano capace di impostare, ma anche di distruggere il gioco avversario, calciatore già di livello assoluto. Ripetiamo, classe 2007, è un giocatore che, nonostante la giovanissima età, è valutato tra i 40 e i 50 milioni di euro, ma si dice che il Lilla non lo lascerà partire per almeno 10-20 milioni in più e tutto ciò è motivato dal livello delle squadre che lo stanno seguendo. Si parla di Paris Saint-Germain, si parla di Bayern Monaco, si parla delle uniche squadre che si possono di permettere di spendere una cifra del genere.
Si parla di mercato, ma si deve parlare soprattutto della partita giocata da Bouaddi, che i numeri incorniciano come perfetta, ma che va molto al di là di questi, perché di fronte si trovava giocatori di livello “mondiale”, e ci scuserete per il gioco di parole, dato che di fronte aveva Bruno Guimarães, ma soprattutto il maestro del ruolo, Casemiro.
Inoltre si trovava costretto a giocare contro una trequarti ben assortita e composta da Paquetá, Raphinha e soprattutto Vinícius Júnior. Nonostante questo non ha tremato e a dispetto della giovanissima età non ha esitato a imporsi come il reale protagonista della partita e come l’MVP assoluto.
Cosa che, come dicevamo, è confermata dai dati, dato che parliamo di un giocatore che è stato capace di recuperare sei palloni, intercettarne cinque e dominare a livello di duelli, dato che ne porterà a casa nove vinti. Oltre ciò sfoggia una precisione nei passaggi incredibile: 91% completati, 60 su 66, numeri da leader della mediana.
Posto davanti a una solida difesa che vuole sfruttare le corsie con Mazraoui da una parte e Hakimi dall’altra, è chiamato a dare equilibrio, fare interdizione, fare gioco sporco, ma anche costruirlo. Beh, Ayyoub Bouaddi si è preso la scena, come dicevamo, non ha per niente deluso, ha completamente annullato la mediana verdeoro e creato molti problemi alla squadra di Ancelotti.
Parliamo di un giocatore che fa parte del progetto marocchino di riportare in patria, tramite la nazionale, tutta una serie di giocatori che hanno fatto tutta la trafila nelle nazionali della Francia. Parliamo di un giocatore che ha appena 19 anni, o meglio, che li deve ancora compiere. Parliamo di un talento assoluto e della prossima grande plusvalenza del Lille. Che siano 50, 60 o 70 milioni questo conta poco, conta quello che si è visto nella nottata in campo. Abbiamo potuto ammirare un giocatore di livello assoluto, un mediano che è eufemistico definire in rampa di lancio, un calciatore clamoroso. Tutti gli occhi ora sono su di lui e le big si mangiano le mani, perché se prima del Mondiale avrebbero dovuto spendere una fortuna per acquistarlo, ora dovranno fare ancora di più!
Il Portogallo non dimentica Diogo Jota: braccialetto speciale con il suo nome in occasione dei Mondiali – FOTO
La partecipazione della nazionale portoghese agli attuali Mondiali di calcio è segnata da una profonda e toccante carica emotiva. Oltre all’ambizione sportiva di arrivare in fondo alla competizione e sollevare il trofeo, la squadra lusitana è scesa in campo con un obiettivo umano e morale ancora più grande: onorare la memoria del loro amato compagno di squadra defunto, Diogo Jota. Per ricordare l’attaccante, i giocatori hanno scelto un gesto simbolico ma di fortissimo impatto visivo, che li accompagnerà in ogni singolo match della rassegna iridata.
Un dono speciale dal Primo Ministro Luis Montenegro
Durante tutte le partite del torneo, i calciatori lusitani indosseranno al polso dei braccialetti speciali. L’iniziativa, che ha subito fatto il giro del mondo commuovendo milioni di tifosi, non è nata per caso, ma è il frutto di un legame che coinvolge l’intera nazione. A rivelare i retroscena di questo splendido tributo è stato il centrocampista in forza al Paris Saint-Germain, Vitinha.
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Il ventiseienne ha spiegato che questi simbolici accessori sono stati un prezioso regalo da parte del primo ministro portoghese, Luis Montenegro. Il vertice istituzionale aveva infatti incontrato la rosa in anticipo, prima della partenza per la competizione. L’intervento del Primo Ministro è stato decisivo anche dal punto di vista burocratico per ottenere il via libera all’utilizzo durante le gare ufficiali. Riferendosi all’impegno di Montenegro, Vitinha ha infatti confermato: “Ha fatto in modo che potessimo indossarli in campo“.
Il significato del gesto e la scelta dello spogliatoio
La decisione di portare in campo questo ricordo non è mai stata un’imposizione istituzionale, ma una scelta profondamente voluta e condivisa dall’intero spogliatoio della Nazionale lusitana. Il centrocampista ha voluto sottolineare il clima di grande compattezza che ha accompagnato la ricezione di questo regalo. Riportando le parole esatte di Vitinha riguardo alle indicazioni ricevute da Montenegro: “Ci ha lasciato la scelta se indossarli o no“. Una libertà che i calciatori hanno immediatamente trasformato in un patto di fratellanza sportiva: “ne siamo stati davvero felici e abbiamo deciso di portarli tutti insieme.”
Tutta la squadra unita nel ricordo
Ma cosa rende questi braccialetti così unici? Il design nasconde un significato di straordinaria coesione. Su ogni accessorio, infatti, non compare solamente il ricordo dello scomparso, ma sono incisi i nomi di tutti i membri della rosa. Una scelta simbolica che rappresenta l’indissolubile legame tra chi scende in campo e l’amico che non c’è più, uniti in un’unica squadra per l’eternità. Una vicinanza spirituale riassunta perfettamente da Vitinha, che ha descritto l’incisione dei nomi sull’oggetto “proprio come un omaggio speciale a Diogo Jota.” Con questo spirito, il Portogallo affronta il Mondiale spinto da una forza in più.
Szczesny ha raccontato il momento della carriera che sta attraversando con queste parole. Le dichiarazioni del portiere del Barcellona
Le interviste di Wojciech Szczesny non sono mai fatte di dichiarazioni banali o frasi di circostanza. Approfittando dell’attuale periodo di vacanza, il trentaseienne portiere polacco del Barcellona ha rilasciato un’intervista a una rete televisiva connazionale in cui ammette senza filtri le crescenti difficoltà legate all’avanzare dell’età. Parole sincere che gettano inevitabilmente un’ombra sul suo futuro in maglia blaugrana.
Alla domanda diretta su come gestisca il tempo che passa, dividendosi tra sfera privata e professionale, l’ex estremo difensore della Juventus non ha avuto alcuna esitazione:“Nella vita personale, il trascorrere del tempo è persino un’esperienza piacevole. Ma nella vita professionale non è affatto così”.
Tek ha poi svelato il lato più duro dello sport agonistico, quello spesso invisibile ai tifosi, spiegando il peso del lavoro quotidiano sul campo: “Nel mio percorso professionale, non posso negare che ogni singola sessione di allenamento sia per me sempre più dolorosa. È diventata una vera e propria sofferenza. Mi richiede molta più energia rispetto al passato. Faccio fatica a livello mentale ad alzarmi dal letto al mattino, e il mio corpo ogni giorno fa sempre più fatica a rispondere”.
Trovare la motivazione per la sfida sul campo
Nonostante l’evidente logorio fisico ed emotivo, il numero uno del Barça ha spiegato come riesca ancora a trovare l’energia necessaria per competere ad altissimi livelli, trasformando lo sforzo in una conquista personale: “Lo accetto come una sfida che mi pongo ogni giorno: alzarmi, andare ad allenarmi e dare tutto me stesso. Alla fine di ogni seduta, resta la soddisfazione di potersi dire: Ah, posso ancora farlo! Ma non nego assolutamente che sia dura”.
Il rebus contrattuale e le mosse del Barcellona
Alla luce di queste dichiarazioni, il futuro di Szczesny in Catalogna diventa un importante nodo di calciomercato. Il suo contratto scade nella stagione 2026-27, ma l’intero reparto dei portieri del Barcellona è attualmente in fase di profonda rivoluzione strategica:
Cessioni in vista: la dirigenza sportiva intende snellire la rosa, valutando attentamente l’uscita di profili ingombranti come quello di Marc-André ter Stegen e di alcuni giovani provenienti dal vivaio.
I nuovi obiettivi: il club catalano resta molto attivo alla ricerca di nuovi talenti. Il nome in cima alla lista per difendere la porta è quello di Álex Remiro, attuale estremo difensore della Real Sociedad.
La clausola rescissoria: il contratto del polacco include una clausola di risoluzione unilaterale. Il Barcellona può decidere di annullare l’ultimo anno di contratto versando una penale di circa 2 milioni di euro.
Sebbene Szczesny sia mentalmente pronto a onorare il suo impegno per l’ultima stagione, l’usura fisica e le imminenti dinamiche di mercato potrebbero scrivere un finale inaspettato per la sua carriera agonistica.
L’Egitto cambia maglia ai Mondiali 2026: la decisione ufficiale della FIFA e quanto è successo alla Nazionale di Salah
Alla vigilia del suo atteso debutto ai Mondiali 2026 contro il Belgio, in programma lunedì 15 giugno a Seattle (ore 21 italiane), l’Egitto scenderà in campo con una divisa profondamente modificata. La FIFA ha infatti ordinato alla Federazione calcistica egiziana (EFA) di alterare significativamente la maglia dei “Faraoni”, scatenando un acceso dibattito tra i tifosi.
L’addio al simbolo del dominio africano
La modifica più evidente e dolorosa per i sostenitori egiziani riguarda la rimozione delle sette stelle poste sopra lo stemma della Nazionale. Questi simboli rappresentano il dominio incontrastato dell’Egitto nel calcio africano, celebrando la cifra record di sette trionfi in Coppa d’Africa (vinti nel 1957, 1959, 1986, 1998, 2006, 2008 e 2010). Nessun’altra nazione ha mai vinto il campionato continentale tante volte quante i Faraoni: un patrimonio identitario a cui i fan sono profondamente legati.
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Tuttavia, il rigido regolamento della FIFA sulle attrezzature della Coppa del Mondo parla chiaro: le stelle sui kit nazionali possono rappresentare esclusivamente i trionfi mondiali, non i trofei continentali. Non avendo mai vinto la competizione iridata, l’Egitto ha dovuto incassare il divieto. L’EFA ha diramato un comunicato confermando la ricezione della notifica ufficiale: “La FIFA ci ha informato che le stelle che rappresentano i tornei continentali non sono ammesse sulle maglie dei Mondiali”.
Numeri bianchi per le dirette TV
Oltre alla rimozione delle stelle, l’organo di governo mondiale ha imposto di modificare il colore della numerazione. Lo storico colore oro, da anni parte integrante del design egiziano, è stato bocciato poiché, secondo i vertici del torneo, non garantirebbe un contrasto sufficiente per gli ufficiali di gara e per le trasmissioni televisive.
I giocatori dovranno quindi indossare numeri bianchi per migliorare la visibilità in campo. La Federazione ha tuttavia chiarito che questa specifica richiesta era già nota e pianificata da tempo: “Non è una sorpresa ed ne eravamo già a conoscenza prima del torneo”.
La linea dura: il caso Haiti
Mentre l’Egitto, inserito nel Gruppo G con Nuova Zelanda e Iran, si prepara a esordire cercando la sua prima storica vittoria in quattro partecipazioni mondiali, il suo caso si unisce a quello di Haiti. Anche la nazionale caraibica ha dovuto adeguare la propria divisa in extremis: la FIFA ha vietato la presenza di una bandiera commemorativa e di un’illustrazione della Battaglia di Vertières (1803), ritenendo il design di natura troppo politica.
La storia di Nestory Irankunda: dal campo profughi in Tanzania al gol ai Mondiali con la sua Australia. Chi è il classe 2006
Se ne parlava da giorni, e le aspettative sono state confermate alla prima occasione utile: Nestory Irankunda si è preso prepotentemente la scena nel Gruppo D. Il giovane attaccante classe 2006 è stato il mattatore indiscusso dell’esordio mondiale dei Socceroos, guidando la vittoria per 2-0 contro la più quotata Turchia di Vincenzo Montella.
Il suo impatto è stato devastante. Dopo appena 27 minuti di gioco, Irankunda è stato lanciato in profondità da Okon-Engstler: ha bruciato in velocità un difensore esperto come Demiral e, a tu per tu con Çakır, ha fulminato il portiere turco con un destro potente e preciso. A un quarto d’ora dalla fine è poi arrivato il raddoppio definitivo a firma di Metcalfe. Una rete storica quella di Irankunda, che lo proietta nei libri di storia come il marcatore australiano più giovane di sempre in un Mondiale.
La profezia di Harry Kewell e l’importanza del talento
Il fragore per la prestazione di Irankunda è un’eco di quanto, già prima dell’inizio del torneo, la leggenda del calcio australiano Harry Kewell aveva profetizzato. Kewell aveva sottolineato la vitale importanza del ventenne per le ambizioni di passaggio del turno dell’Australia. Intervistato dai media locali, l’ex stella di Leeds e Liverpool aveva previsto un torneo molto chiuso e tattico, dove i Socceroos avrebbero dovuto colpire in ripartenza, massimizzando le poche occasioni da rete. “Quando avremo l’opportunità di attaccare, dovremo essere letali. Avremo poche occasioni, dobbiamo colpire al momento giusto,” aveva dichiarato Kewell, individuando proprio in Irankunda l’arma in più per questo piano partita. “È un giocatore potentissimo e resistente. Nell’amichevole pre-Mondiale contro la Svizzera mi ha impressionato: ha preso calci, è caduto e si è rialzato subito sprintando in avanti, scagliando un tiro feroce da fuori area. Sono queste le giocate che cambiano i match”.
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E Irankunda ha cambiato eccome la partita contro la Turchia. Nominato meritatamente Man of the Match dalla FIFA, i suoi 61 minuti in campo raccontano di un dominio totale: 100% di dribbling riusciti, due tiri in porta su due tentativi e persino due decisivi salvataggi difensivi.
Esterno d’attacco naturale che predilige la fascia destra ma sa disimpegnarsi anche a sinistra o come punta centrale atipica da lanciare nello spazio, il gioiellino del Watford possiede un mix micidiale di accelerazione, esplosività e un gran tiro di destro (utile anche sui calci piazzati).
Oltre alle doti tecniche, ha mostrato anche una forte personalità, togliendosi qualche sassolino dalle scarpe a fine gara: “Le dichiarazioni della Turchia nei giorni precedenti sono state una motivazione extra. Non ci piace chi parla male di noi e ci sottovaluta, perché siamo una grande squadra”.
Dalla fuga dalla guerra civile al palcoscenico Mondiale
La storia personale di Irankunda rende la sua impresa sportiva ancora più straordinaria. I suoi genitori fuggirono dalla devastante guerra civile del Burundi, stabilendosi prima in un campo profughi in Tanzania – dove Nestory è nato – e poi trasferendosi definitivamente in Australia quando lui aveva solo tre mesi. Terzo di otto figli, è cresciuto inseguendo un pallone nel cortile di casa, prima di spiccare il volo nel settore giovanile dell’Adelaide United.
Nel 2024 è arrivata la grande chiamata europea da parte del Bayern Monaco, definita in patria come un vero e proprio spartiacque per tutto il movimento calcistico nazionale. Dopo un periodo nella squadra riserve in Germania e un proficuo prestito al Grasshopper in Svizzera, l’estate scorsa il Watford lo ha acquistato a titolo definitivo per 3 milioni di euro, regalandogli un’annata in Championship condita da 4 reti e 4 assist.
E poi ci sono le esultanze, diventate già il suo marchio di fabbrica, dai passi di danza stile Michael Jackson ai funambolici backflip. Dopo il gol contro la Turchia, però, Nestory ha scelto una via più romantica e simbolica: ha preso a pugni la bandierina del calcio d’angolo del BC Place di Vancouver, omaggiando esattamente la stessa esultanza che Tim Cahill rese immortale durante i Mondiali del 2006. Un passaggio di consegne in piena regola per il nuovo astro nascente australiano.
Rivoluzione audiovisiva per la Lega Serie A: bandi di produzione e spacchettamento di Ei Towers
La Lega Serie A si prepara a ridisegnare radicalmente la propria filiera tecnica legata alla produzione e alla distribuzione del campionato. Nelle ultime settimane sono stati infatti pubblicati due bandi cruciali per il futuro dei servizi audiovisivi, attualmente concentrati nel polo tecnologico di Lissone, sede dove vengono prodotti e gestiti i contenuti e dove operano le sale VAR.
Come evidenziato da Il Fatto Quotidiano, il primo bando si concentra sul servizio di contribuzione di contenuti video, audio e dati: si tratta dell’infrastruttura necessaria per prelevare il segnale dagli stadi e trasportarlo intatto verso il centro di produzione. Il secondo documento riguarda invece la fornitura dei sistemi tecnologici per la creazione di una Master Control Room (il cuore nevralgico della regia video), per un valore una tantum stimato in 8,5 milioni di euro.
A queste due gare se ne aggiungeranno presto altre due: una dedicata alla distribuzione delle partite verso i broadcaster nazionali e internazionali, e l’altra per le attività di post-produzione.
L’addio al monopolio e l’evoluzione in Media Company
La strategia della Lega è chiara: “spacchettare” la serie di servizi oggi affidati quasi interamente a Ei Towers — società che gestisce gran parte dell’infrastruttura televisiva italiana, nota per aver dato vita in passato al sodalizio Berlusconi-Galliani — per rimettili sul mercato a partire dal 2027. Sebbene il fornitore uscente possa liberamente partecipare alle nuove gare, il modello apre alla frammentazione delle assegnazioni a più fornitori specializzati. Una mossa che certifica l’intenzione della Lega Serie A di trasformarsi sempre più in una media company autonoma e padrona dei propri contenuti.
All’interno dei documenti figurano anche clausole strategiche di grande interesse: emerge una salvaguardia legata a una possibile modifica del numero delle squadre partecipanti, chiara apertura a future riforme del format del campionato, e la possibilità di variare la sede dell’attuale centro produttivo.
Il momento delicato di Ei Towers e l’impatto economico
Per Ei Towers, controllata al 60% da F2i e al 40% da MFE-MediaForEurope, questa rivoluzione arriva in un momento industriale complesso. L’azienda è in attesa di sbloccare il difficile dossier sulla possibile fusione con Rai Way, un’intesa a forte rischio la cui scadenza è ormai imminente.
In questo scenario, la partnership con la Serie A rappresentava un asset fondamentale sia a livello industriale che reputazionale, con un valore stimato di circa 15 milioni di euro l’anno. Una cifra vitale per un’azienda che nell’ultimo bilancio ha registrato un utile di 17,7 milioni di euro a fronte di ben 600 milioni di debiti. La rimessa a gara non decreta la fine certa del rapporto tra Serie A ed Ei Towers, ma inaugura un nuovo scenario competitivo dove la Lega punta ad avere il controllo assoluto sul prodotto calcio.
Riassetto RCS: scorporo delle attività sportive in vista per Urbano Cairo in RCS Sports&Events. Cosa sta pensando il presidente del Torino
Il mondo dell’editoria e degli eventi assiste a una mossa strategica di grande rilievo. Urbano Cairo, nelle vesti di presidente e amministratore delegato del gruppo editoriale (oltre che patron del Torino), ha ufficialmente dato il via al riassetto di tutte le attività sportive di RCS. L’obiettivo è quello di razionalizzare e potenziare un settore che da sempre rappresenta un pilastro fondamentale per il core business dell’azienda, sia a livello prettamente editoriale che su quello commerciale.
Secondo quanto emerso dai documenti ufficiali depositati lo scorso 5 giugno presso il Registro delle imprese di Milano Monza Brianza e Lodi — e prontamente rilanciati dalle testate Il Giornale e Nuovo Observer —, la manovra prevede un articolato progetto di “scissione parziale mediante scorporo”. Questa operazione tecnico-finanziaria mira a trasferire le attività operative legate al mondo dello sport a favore di RCS Sports&Events.
È fondamentale sottolineare che questa nuova realtà societaria resterà comunque sotto il controllo totale e assoluto (al 100%) della capogruppo RCS MediaGroup. In termini pratici, il riassetto manageriale prevede lo scorporo dell’intera partecipazione attualmente detenuta in RCS Sport, portando con sé in dote anche una lunga serie di marchi storici e nomi di dominio strettamente collegati all’organizzazione di manifestazioni di caratura internazionale.
Dal Giro d’Italia alla Milano Marathon: gli asset coinvolti
Il portafoglio di eventi che passerà sotto l’egida diretta del nuovo veicolo societario è di assoluto prestigio. Tra gli asset sportivi di punta coinvolti nell’operazione spicca in primo luogo il Giro d’Italia, la corsa a tappe più amata del nostro Paese. Insieme alla Corsa Rosa, il pacchetto include le quattro grandi classiche italiane del ciclismo agonistico: la Milano-Sanremo, la celebre Tirreno-Adriatico, il prestigioso Giro di Lombardia e le suggestive Strade Bianche. A questi appuntamenti dal fascino intramontabile si aggiungono anche competizioni dal respiro globale come l’UAE Tour, importante corsa a tappe che si disputa negli Emirati Arabi Uniti, e l’attesissima Milano Marathon, evento di punta per i runner di tutto il mondo.
L’obiettivo strategico e la valorizzazione del brand
La decisione presa da Urbano Cairo ha una chiara finalità industriale. L’obiettivo primario di questo profondo rinnovamento è quello di concentrare in un’unica e solida società tutte le molteplici attività relative all’organizzazione, alla gestione operativa e alla valorizzazione commerciale degli eventi sportivi.
Con la piena operatività di RCS Sports&Events, la dirigenza punta a rendere molto più efficiente ed elastica la struttura organizzativa del gruppo. Pur separando e razionalizzando le competenze, l’intero comparto manterrà salde le proprie radici all’interno del perimetro aziendale. La nuova società diventerà così il veicolo esclusivo attraverso cui gestire e sviluppare l’enorme potenziale dei marchi sportivi, garantendo loro una crescita mirata, un posizionamento più forte sul mercato globale e nuove opportunità di sponsorizzazione.
Como, Butez si è raccontato attraverso questa intervista nella quale ha parlato di rinnovo e Nazionale
Una stagione semplicemente irripetibile si è conclusa nel migliore dei modi per il Como. Il club lariano ha blindato una delle colonne portanti della sua storica cavalcata: il portiere francese Jean Butez ha rinnovato il contratto fino al 2030. I numeri della sua straordinaria annata parlano chiaro, avendo conquistato il primato come estremo difensore meno battuto del torneo e con il maggior numero di clean sheet (reti inviolate). Si tratta di mattoni pesantissimi che hanno trascinato la squadra verso una leggendaria qualificazione in Champions League.
Il numero uno transalpino non ha nascosto l’entusiasmo per il prolungamento: “Per me il rinnovo è un segno di rispetto. Credo sia anche la dimostrazione che me lo merito per il lavoro che ho fatto e per quello che abbiamo conquistato tutti insieme, staff e giocatori. È una cosa fantastica da parte della società e anche per me, per la mia stabilità e il mio futuro, perché sono davvero felice qui con la mia famiglia”.
Il rapporto con Fabregas e la filosofia tra i pali
Dietro alla sua crescita esponenziale c’è la sapiente guida di Cesc Fabregas. Il tecnico spagnolo ha impostato un calcio moderno, dove il portiere partecipa attivamente alla manovra fungendo da vero e proprio regista aggiunto. Butez spiega come gestisce la costruzione dal basso e i suggerimenti ai compagni: “Scelgo io se giocare corto o lungo, ovviamente dopo il lavoro fatto con Fabregas. Se la pressione è molto alta e giocano l’uomo contro uomo, c’è la possibilità di lanciare lungo per trovare chi davanti possa puntare l’avversario. Se invece non c’è pressione, allora possiamo costruire dal basso“. Un ruolo di grande responsabilità, non solo con i piedi, ma anche nella gestione vocale dei difensori centrali: “Io li aiuto in questa scelta parlandoci, per fornirgli quante più informazioni possibile, e soprattutto quelle giuste, così da aiutarli a trovarsi nella posizione migliore”.
A differenza degli altri reparti della rosa, la porta è l’unico ruolo in cui l’allenatore non attua mai il turnover. Una scelta di fiducia assoluta ampiamente apprezzata dal calciatore: “Il portiere ha bisogno di avere punti di riferimento e automatismi per sentirsi a suo agio fra i pali. E l’allenatore lo sa bene… Non è un ruolo facile in cui cambiare ogni partita o ogni mese; quindi, credo sia davvero importante sentire la fiducia dell’allenatore e sentirsi anche libero di giocare. Fabregas mi dà questa libertà di essere me stesso, ovviamente con alcuni consigli da diverse prospettive di gioco. Ma alla fine è sempre lui a decidere”.
Il sogno Nazionale e il podio dei portieri al Mondiale
L’eccellente rendimento in Serie A ha inevitabilmente attirato le attenzioni dei selezionatori della Francia. Nonostante non sia arrivata la chiamata definitiva per il torneo iridato, Butez ha incassato una prestigiosa pre-convocazione: “No. Io do il meglio di me stesso al Como e poi, se dovesse arrivare una chiamata sarebbe fantastico e ne sarei orgoglioso. Ma non è una cosa che inseguo. Ovviamente è un sogno, ed è successo già in questa stagione, per la prima volta, di essere pre-convocato, una grande soddisfazione. Vedremo quali saranno le scelte del nuovo ct dopo Deschamps”.
Guardando proprio alla rassegna del Mondiale, l’estremo difensore del Como ha stilato la sua personalissima top 3 dei colleghi: “Sul primo gradino metto Maignan, perché sono francese e mi piace molto come gioca. Poi Joan García, anche se non so se giocherà con la Spagna; sta facendo davvero grandi cose nel Barcellona e ha uno stile che mi piace molto. E come terzo, sì, ci sta ancora il vecchio Neuer”.
Infine, una battuta sul ciclismo, l’altra grande passione di Butez, in vista del prossimo Tour de France e della grande sfida a Tadej Pogacar: “Penso che sarà una lotta a tre. C’è Vingegaard, che è ancora in ottima forma e lo ha dimostrato al Giro. E le francese Paul Seixas penso sia in grado di mettere in difficoltà Pogacar nei prossimi anni“. Il futuro a lungo termine di Butez, intanto, resta saldamente colorato di azzurro sulle sponde del lago di Como.
Juve Inter preparano l’asse di mercato, Carnevali incontra Marotta. I nomi sul tavolo tra i due club
Il nuovo corso dirigenziale della Juventus si apre all’insegna delle stringenti necessità finanziarie. Il primo e fondamentale obiettivo di Giovanni Carnevali, da poco insediatosi alla guida del club bianconero, è quello di generare entrate importanti nel brevissimo periodo. La priorità strategica è cercare di colmare rapidamente il pesante deficit economico causato dall’esclusione dalla Champions League. Proprio per sbloccare questa delicata situazione di bilancio, il dirigente ha immediatamente avviato i primi contatti istituzionali ai massimi livelli: uno dei primissimi colloqui del nuovo amministratore delegato è andato in scena con Beppe Marotta, attuale presidente dell’Inter e amico di una vita, gettando le basi per una clamorosa sinergia.
Andrea Cambiaso nel mirino nerazzurro: le richieste bianconere
Secondo Tuttosport, il numero uno del club nerazzurro avrebbe messo concretamente nel mirino il profilo di Andrea Cambiaso. Il talentuoso e duttile laterale è attualmente considerato un pezzo sacrificabile dalla Vecchia Signora in nome del bilancio, ma la partenza avverrà solo alle condizioni dettate da Torino: serve un’offerta cash irrinunciabile di almeno 40 milioni di euro. Una valutazione economica che, al momento attuale, è giudicata decisamente troppo alta e fuori portata dai vertici del Biscione.
I possibili intrecci e le pedine di scambio
Tutto, però, potrebbe improvvisamente cambiare qualora si riuscisse a trovare il giusto e complesso incastro di calciomercato. Come riportato dal quotidiano sportivo, i due esperti dirigenti «inizieranno a ragionare presto pure su altri nomi potenzialmente utili a entrambi. Uno è Davide Frattesi, in uscita dai nerazzurri e ormai da tempo. Si parla di Carlos Augusto. E Bremer è da sempre un pallino interista, proprio come lo stesso Cambiaso: prima della firma per la Juve, era stato a meno d’un passo dai campioni d’Italia, quindi la virata in direzione Bellanova nelle ultime curve. Storie vecchie. E quelle di oggi si compongono di volti simili, ma di necessità differenti. Anche piuttosto stringenti».
L’obiettivo plusvalenze e le scadenze societarie
La situazione in casa Juventus è dettata da tempistiche rigorose. La dirigenza si trova davanti a scadenze precise e ha la forte e indifferibile necessità di incassare più di 50 milioni di euro dalle cessioni entro la fine del mese. Per raggiungere questa quota, i nomi inseriti nella lista delle uscite sono ovviamente più di uno. L’asse di mercato tra Torino e Milano rischia così di infiammarsi molto presto e in maniera inaspettata: l’Inter resta vigile e pronta a sfruttare le migliori occasioni, mentre i bianconeri sono costretti a sacrificare qualche pezzo pregiato della rosa per rimettere definitivamente in sesto i conti societari.
Caso Omar Artan, l’arbitro respinto dagli USA: la FIFA paga comunque tutto il gettone Mondiale
Il sogno Mondiale di Omar Artan si è spezzato all’aeroporto di Miami, ma la FIFA ha scelto di non lasciarlo solo. L’arbitro somalo, a cui è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti e quindi la possibilità di partecipare alla Coppa del Mondo 2026, riceverà comunque l’intero compenso previsto per il torneo.
Una forma di tutela per un professionista che si è visto negare “il sogno più grande della vita” a causa di un caso diplomatico e di sicurezza nazionale tanto intricato quanto doloroso. A riportarlo è la BBC.
Respinto a Miami: 11 ore di interrogatorio e rientro forzato
L’odissea di Artan è iniziata lunedì scorso. Nonostante passaporto diplomatico e visto regolare, il direttore di gara è stato fermato e sottoposto a 11 ore di interrogatorio per una presunta associazione con il gruppo militante somalo Al Shabab. Accuse che l’arbitro ha respinto con fermezza: «Avevo i documenti in regola, sono semplicemente un arbitro che cercava di vivere il sogno più grande della sua vita».
Dopo il colloquio forzato, Artan è stato imbarcato su un volo diretto a Mogadiscio, con assistenza dei funzionari FIFA durante lo scalo a Istanbul. Non arbitrerà alcuna gara della rassegna nordamericana, ma la Federazione gli garantirà comunque lo stipendio previsto.
Nuove chance: dirigerà la Supercoppa UEFA
La delusione per il Mondiale sfumato non cancella i successi recenti del trentiquattrenne, eletto Miglior Arbitro CAF 2025. E il calcio internazionale gli ha già offerto una nuova vetrina: il 12 agosto a Salisburgo, Artan dirigerà la Supercoppa UEFA tra Paris Saint‑Germain e Aston Villa.
Un nuovo punto di ripartenza, con un obiettivo già dichiarato: tornare protagonista nella corsa ai Mondiali 2030.
Panchina del Milan, Ruben Amorim sempre più vicino alla fumata bianca: i retroscena svelati da Fabrizio Romano
Nel consueto video‑aggiornamento pubblicato sul suo canale YouTube, il noto esperto di mercato Fabrizio Romano ha fatto il punto sul futuro della panchina del Milan, confermando che la candidatura di Rúben Amorim sta guadagnando sempre più terreno nelle ultime ore.
PAROLE – «Si vede la luce. Vi abbiamo detto per giorni “Sempre meno Glasner, non c’è nessun accordo, non arriva”, e vi abbiamo tenuti due nomi, quelli di Amorim e Jaissle. Entrambi, ancora, a stanotte, perché non c’è ancora nulla di chiuso, ma a stanotte possiamo dirvi che il nome di Ruben Amorim prende sempre più forza per il Milan. Vi abbiamo parlato del suo nome come outsider, dei contatti di ieri. L’accordo tra il Milan e Amorim anche a livello di cifre e durata, per un contratto che potrà essere triennale, si sta lavorando forte. Il Milan e Amorim sempre più vicini».
NODO JAISSLE – «Teniamo lì anche il nome di Matthias Jaissle, ma in questo caso il problema che sta facendo perdere posizioni al tedesco è come liberarlo dall’Al-Ahli, che chiederebbe più delle cifre che chiederebbe in giro. Non sono 5-6 milioni, ma molti di più. E questo è un problema. Il nome di Amorim è molto più semplice, il portoghese ha già dato apertura totale, e quindi teniamo lì la svolta Milan per Ruben Amorim. Mostra fiducia. Alle persone più vicine ha già confessato che non vede l’ora di andare al Milan, di essere pronto per questa esperienza. È molto ottimista di essere il prescelto».
Capello: «Ronaldo il fenomeno? Era un leader negativo: portava i compagni a far baldoria. Decidemmo di mandarlo via»
Nel corso di una lunga intervista concessa al Corriere della Sera, l’ex allenatore e oggi opinionista Fabio Capello ha affrontato un tema che da sempre accende il dibattito calcistico: i più grandi calciatori della storia.
I MIGLIORI NEL CALCIO –«Quando davi la palla a Maradona vedevi qualcosa di unico. Come Pelé. Io ho giocato con Pelé in America, nel 1976: torneo del Bicentenario, Italia-Inghilterra-Stati Uniti, lui era con gli Stati Uniti. Per tutta la partita fece pochissimo. A dieci minuti dalla fine prese palla e ribaltò il match. Maradona, Pelé e Messi sono i tre geni della storia del calcio. Hanno fatto cose che gli altri non osano neanche pensare. Chi il più grande? Non riesco a scegliere. Sono nati a vent’anni di distanza l’uno dall’altro. Ogni vent’anni nasce qualcuno che calcisticamente inventa qualcosa di nuovo”»
RONALDO IL FENOMENO –«Ronaldo il fenomeno. Anche se per vincere l’ho dovuto mandare via. Ronaldo arriva infortunato al Real Madrid e un po’ mal messo, un po’ gordo, come dicono gli spagnoli. Gli chiedo quanto pesava ai mondiali in Giappone, che aveva vinto. Mi risponde: 84 chili. Era arrivato quasi a 94. Era un leader negativo: portava i compagni a far baldoria tutte le sere. Così con il presidente del Real decidiamo di mandarlo via. Mi chiama Berlusconi, mi chiede un parere, gli dico che era il giocatore più forte che avessi mai allenato. Il giorno dopo leggo la Gazzetta: Ronaldo al Milan. L’aveva già preso Galliani. Berlusconi mi aveva chiamato solo per capire che giocatore fosse»
GLI OLANDESI – «Cruijff? Un giocatore di grandissima qualità, molto altruista. Nel ’73 ho avuto la fortuna e la sfortuna di giocare contro di lui a Belgrado con la Juve, finale di Coppa Campioni. Ci dominarono. Da tecnico lui è stato molto bravo, ma anche un po’ spocchioso. Aveva una certa superbia, come tutti gli olandesi. È difficile spiegare a un olandese qualcosa di diverso; è sempre lui che ti spiega cosa devi fare. Esempio? Faccio comprare Seedorf. Aveva 19 anni, lo porto dalla Samp al Real Madrid. Dopo cinque partite, durante l’intervallo, dico ai ragazzi: non parlate di quello che è successo in campo; ora vi dico cosa dovete fare. Si alza Seedorf e comincia a dire la sua, a spiegare come si deve muovere la squadra. Mi alzo, vado da lui, mi tolgo la giacca e gli dico: ecco, avete un nuovo allenatore. Van Basten? No. Era molto serio, molto attento, molto educato»
Konè sul suo futuro: «Inter? In questo momento penso solo alla Coppa del Mondo. Del futuro parleremo dopo il Mondiale e vedremo cosa accadrà»
La Francia si prepara a iniziare il proprio Mondiale martedì alle 21.00 italiane contro il Senegal. La squadra di Didier Deschamps è considerata una delle grandi favorite per la vittoria finale, ma prima dovrà superare un girone tutt’altro che banale, composto da Norvegia, Iraq e, appunto, Senegal.
A pochi giorni dal debutto, ha preso la parola Manu Koné, centrocampista della Roma e uno dei volti nuovi della spedizione francese. Le sue dichiarazioni, riportate da La Gazzetta dello Sport, arrivano in un momento in cui l’ambiente transalpino respira fiducia ma anche grande concentrazione.
FUTURO – «Inter? Sinceramente in questo momento penso soltanto alla Coppa del Mondo. È la mia prima grande competizione internazionale, un torneo che ho sempre sognato di disputare. Voglio restare concentrato esclusivamente su questo. Del futuro parleremo dopo il Mondiale e vedremo che cosa accadrà».
OBIETTIVO –«Il mio obiettivo è essere sempre pronto per il ct e per la squadra. Nelle qualificazioni ho giocato parecchio, è vero, ma oggi abbiamo un gruppo pieno di grandi calciatori. Ci saranno molte partite e spero naturalmente di giocare il più possibile, ma la priorità è essere utile»
Biancocelesti in emergenza: calciomercato bloccato e sacrificio pesante per sbloccare le operazioni in casa Lazio
La Lazio è arrivata a uno snodo cruciale nella pianificazione della prossima stagione. Come spiegato nel comunicato ufficiale, il club si trova nella necessità di operare a saldo zero, vincolato dai rigidi paletti finanziari imposti dalla normativa FIGC. Secondo Il Messaggero, però, esiste una finestra concreta per sistemare i conti entro il 30 giugno, così da poter tornare a muoversi liberamente sul mercato in entrata.
Le strade percorribili sono due: aumento di capitale immediato oppure cessioni mirate. Considerando che sotto la gestione Lotito la proprietà è intervenuta raramente con iniezioni dirette di denaro, la seconda opzione appare la più realistica.
Il piano strategico: esuberi o un sacrificio eccellente
Per superare l’impasse legata all’indice di liquidità, la dirigenza deve prendere una decisione rapida e netta. Due le vie operative:
Cedere gli esuberi e i giocatori con mercato immediato: Romagnoli, Provedel, Cancellieri, Lazzari, Pellegrini.
Sacrificare un big della rosa per generare una plusvalenza significativa.
In quest’ultima categoria rientrano i profili più appetibili a livello internazionale: Mario Gila e Christos Mandas, entrambi molto richiesti e in grado di garantire un impatto economico immediato.
L’ambiente si aspetta un’accelerata nelle uscite già nei prossimi giorni, così da permettere al club di respirare prima del raduno estivo.
Le cifre reali: quanto serve per rientrare nei parametri FIGC
Secondo Il Corriere dello Sport, la Lazio avrebbe bisogno di una cifra compresa tra 4 e 15 milioni di euro per rientrare nei limiti federali. Una forbice relativamente contenuta, considerando che il disallineamento è minimo: appena lo 0,7% dell’indice del costo del lavoro allargato.
Il club potrebbe risolvere il problema anche sfruttando utili e riserve già accantonati nei bilanci precedenti, riducendo così la necessità di cessioni pesanti. Resta comunque valida l’opzione dell’aumento di capitale mirato, soluzione già adottata da altre società italiane per superare i controlli FIGC e consentire all’allenatore di ottenere i rinforzi richiesti.
Calciomercato Inter, accelerata per Curtis Jones: il piano nerazzurro per convincere il Liverpool prende forma
Come si convince un giocatore cresciuto nel proprio club a cambiare aria? Con un progetto forte, chiaro e credibile. È ciò che l’Inter sta facendo da mesi con Curtis Jones, che – secondo La Gazzetta dello Sport – sarebbe rimasto rapidamente affascinato dalla proposta nerazzurra.
L’inglese è un obiettivo concreto fin da gennaio: l’affare non si è chiuso in inverno, ma solo rimandato. Con la fine del campionato, il dossier è tornato prepotentemente sul tavolo, come confermato anche dal ds Piero Ausilio, che ha ribadito pubblicamente l’interesse per il centrocampista del Liverpool.
Perché l’affare non si è fatto a gennaio
A inizio anno il trasferimento non si è concretizzato per una serie di fattori. Il primo riguarda Davide Frattesi: il suo passaggio al Nottingham Forest è saltato proprio in quei giorni, bloccando l’effetto domino che avrebbe portato Jones a Milano. Un’operazione che, peraltro, potrebbe riaprirsi a breve.
Il secondo ostacolo è stato il Liverpool, poco incline a cedere un centrocampista a metà stagione. A complicare ulteriormente il quadro c’era il rapporto teso tra Jones e l’allora tecnico Arne Slot, situazione che sembrava spingere verso la separazione.
L’esonero dell’olandese aveva fatto pensare a un possibile cambio di rotta, ma l’arrivo di Andoni Iraola non ha modificato la posizione del club: nessun dietrofront, nessuna chiusura definitiva.
Con il nuovo corso nerazzurro già impostato, l’Inter continua a considerare Jones un profilo ideale per qualità, età e margini di crescita. Il progetto tecnico, unito alla fiducia mostrata nei suoi confronti, ha già fatto breccia nel giocatore: ora resta da trovare la formula giusta con il Liverpool.
Curtis non sembra rientrare nei piani di Iraola: «Una fotocopia di Jones che lo farebbe scivolare in basso nelle gerarchie, ma è anche un possibile assist involontario all’Inter, che al momento è ferma all’ultima offerta da 20 milioni. I Reds ne chiedono almeno 10 di più, ma la vera partita si giocherà anche (e soprattutto) sulla percentuale di futura rivendita. Lui intanto, lo sappiamo, ha chiesto informazioni sull’Italia a Federico Chiesa. E di questi tempi, qualsiasi consiglio su Milano per l’inglese potrebbe rivelarsi davvero utile…».
Ralf Rangnick, spunta tutta la verità sul Milan: «Chiarezza? Non è mai arrivata». Ecco il retroscena sull’affare saltato
L’Austria si prepara all’esordio Mondiale del 17 giugno contro la Giordania con una certezza assoluta: Ralf Rangnick sarà il timoniere della spedizione negli Stati Uniti e continuerà a esserlo ancora a lungo.
Il ct tedesco ha infatti firmato il rinnovo di contratto con la Federazione austriaca fino al 2028, una scelta che chiude definitivamente le porte al corteggiamento del Milan, che per settimane aveva provato a portarlo a Milano come direttore tecnico.
Il dirigente‑allenatore, oggi alla guida della Nazionale europea, ha valutato a fondo la proposta rossonera, ma alla fine ha deciso di proseguire il progetto iniziato con l’Austria, proprio alla vigilia di un Mondiale che il Paese vive con grande entusiasmo.
Rangnick spiega tutto in conferenza: perché resta e perché il Milan è sfumato
Intervenuto in conferenza stampa, Rangnick ha voluto chiarire pubblicamente le ragioni della sua scelta, affrontando sia il rinnovo sia la mancata intesa con il club rossonero. Le sue parole, riportate da Sport Krone, non lasciano spazio a interpretazioni:
«Ho detto fin dall’inizio che il rinnovo è una decisione di principio in cui hanno influito molti fattori. Tra questi anche la questione di chi, all’interno del mio staff tecnico, sarebbe rimasto a disposizione. Per questo ora posso stare qui seduto e dire con grande soddisfazione: è la decisione giusta quella di rimanere in carica dopo i Mondiali».
Una dichiarazione che conferma come la continuità del suo staff e la solidità del progetto federale siano state determinanti per la sua scelta finale.
PAROLE – «Tre settimane fa c’è stato un primo contatto e si sono tenuti dei colloqui. Ho chiarito fin dall’inizio che volevo avere chiarezza prima dell’inizio dei Mondiali per me, per la squadra, per il Paese, per la Federcalcio austriaca e per i miei giocatori. Questo è stato comunicato chiaramente sin dall’inizio, ma da parte del Milan non c’era ancora chiarezza».
Juventus, il caso Vlahovic cambia direzione: cosa è emerso dall’incontro tra Carnevali e Spalletti
Il nuovo corso della Juventus prende forma in Toscana. A Forte dei Marmi, Giovanni Carnevali e Luciano Spalletti si sono concessi una lunga chiacchierata che è sfociata nel primo vero summit del rinnovato assetto societario. Niente weekend di relax: entrambi sanno che alla Continassa li attende una mole di lavoro enorme.
Tra i dossier più caldi, oltre alle trattative già avviate, è tornato sorprendentemente in auge il nome di Dusan Vlahovic. A riportarlo è Tuttosport.
Il caso Vlahovic: da separato in casa a possibile riapertura?
La rottura tra l’entourage del serbo e l’ex dirigente Damien Comolli sembrava definitiva, complice un metodo negoziale poco gradito alla Juventus. Ora però Carnevali, da neo amministratore delegato, ha il dovere di valutare ogni elemento della rosa e sta cercando di capire se sia possibile ricomporre un rapporto che appariva compromesso.
L’ipotesi di riaprire il dialogo nasce da ragioni strategiche ed economiche: acquistare un’altra punta di livello come Sorloth o Kolo Muani comporterebbe un investimento pesante, sostenibile solo con cessioni dolorose. Trattenere Vlahovic aiuterebbe il bilancio, ma alle condizioni imposte dal club: niente ingaggi da 8 milioni né commissioni fuori scala.
Spalletti, dal canto suo, resta aperto a ogni scenario, purché non vengano compromessi gli equilibri dello spogliatoio.
Nel frattempo Vlahovic è rimasto a Torino per proseguire le terapie quotidiane, in attesa di un segnale concreto dalla società. Le squadre europee e italiane a cui è stato proposto si sono fermate davanti alle richieste elevate avanzate dal padre‑agente Milos.
Un clamoroso dietrofront, dunque, non è da escludere. Ma per rientrare davvero nel progetto, il “dress code” bianconero è chiaro: Vlahovic dovrà scegliere la via dell’umiltà.
Montella affonda all’esordio con la Turchia, la Scozia riscrive la storia: vittoria su Haiti e girone del Mondiale comandato
Dopo 28 anni di assenza, la Scozia torna ai Mondiali e lo fa con un successo che mancava addirittura da Italia ’90. L’1-0 su Haiti vale il primo posto nel girone C per la squadra di Clarke, che ora intravede con decisione la qualificazione agli ottavi.
Haiti, però, esce a testa altissima: Pierrot e compagni hanno tenuto botta fino all’ultimo, sfiorando un pareggio che sarebbe stato storico alla loro prima partecipazione mondiale dal 1974. A decidere il match è stato McGinn, mentre McTominay ha colpito un palo dopo aver già sfiorato il gol in precedenza.
La Scozia approfitta così del pareggio tra Brasile e Marocco e si prende la vetta del girone. In una gara equilibrata, la differenza l’hanno fatta i giocatori di maggiore esperienza: McGinn ha sfruttato una respinta del portiere su un’azione del torinista Adams, firmando l’1-0 che resterà anche il risultato finale. Nel recupero Haiti ha avuto l’occasione del pari con Pierrot, ma la Tartan Army può finalmente tornare a esultare.
Turchia, ritorno amaro: 0-2 con l’Australia e qualificazione in salita
Ben diverso l’esordio della Turchia, che torna al Mondiale dopo 24 anni ma trova una sconfitta pesante contro una sorprendente Australia. La squadra di Montella cade 2-0 e vede complicarsi subito il cammino nel girone.
Gli Aussie si difendono con ordine e colpiscono in contropiede: nel primo tempo arriva il gran gol della giovane promessa Irankunda, mentre nella ripresa è Metcalfe a chiudere i conti.
Calhanoglu, Yildiz (entrato nella ripresa) e compagni hanno provato a sfondare il muro australiano, ma senza successo. Ora la qualificazione si fa in salita: la Turchia dovrà giocarsi tutto contro Stati Uniti e Paraguay, due avversarie tutt’altro che semplici.
Il Brasile di Ancelotti bloccato all’esordio Mondiale: solo un pari contro un Marocco brillante. Non basta Vinicius Jr
Diciamolo chiaramente: non è stato l’esordio che il Brasile di Carlo Ancelotti si aspettava. Alla prima del Mondiale 2026, la Seleção si è inceppata sull’1-1 contro un Marocco che ha giocato a ritmi altissimi, mettendo in difficoltà i brasiliani per lunghi tratti.
Gli africani sono partiti a duemila: Hakimi sulla destra era un treno, Brahim Diaz inventava tra le linee, ma il vero protagonista è stato un diciottenne che in passato aveva attirato anche l’interesse della Juventus: Ayyoub Bouaddi, classe 2007, autore di una partita impressionante per leadership, personalità e qualità. Il più giovane in campo, ma sembrava il più esperto.
Il Marocco ha trovato il vantaggio con Saibari, premiando una prima parte di gara giocata con coraggio e intensità. Il Brasile ha reagito a sprazzi e si è aggrappato al talento di Vinicius Junior, uno dei pochi a salvarsi, autore del gol del pareggio che ha evitato una sconfitta pesante anche sul piano psicologico.
Il finale dice 1-1, ma la sensazione è che il Brasile debba ancora accendersi davvero, mentre il Marocco ha già mandato un messaggio forte al torneo.
Le prime pagine dei quotidiani sportivi di oggi in edicola: Tuttosport, Corriere dello Sport e La Gazzetta dello Sport. I dettagli
Sono decine di migliaia le copie vendute tutte le mattine in edicola, ma un’anteprima dei principali contenuti può essere consultata già dalla sera precedente. Ecco, allora, le prime pagine dei Quotidiani Sportivi di oggi in edicola. Tuttosport, Corriere dello Sport e La Gazzetta dello Sport rappresentano i principali quotidiani sportivi in Italia.
Prima mini-contestazione al 10′: Gaber fa cenno a un tuffo di Vargas, in realtà il fallo al limite dell’area non è contestabile. Al 14′ rigore fischiato senza esitazione: Freuler anticipa nettamente Abunada che rimane a terra perché prende una ginocchiata sul volto nell’impatto col centrocampista del Bologna. Check Var su un possibile fuorigioco, penalty confermato. Ammonito nella circostanza il portiere del Qatar. A metà primo tempo Gaber riceve il giallo per uno spunto di Vargas che lo lascia fermo sul posto, fallo doveroso per impedirgli di entrare in area. Altra interruzione lunga dopo quella del rigore: resta a terra Pedro Miguel che su un corner a favore si è scontrato con un compagno. Al 42′ Zakaria è il primo ammonito rossocrociato, lo sgambetto ai danni dell’avversario è evidente. Sono 6 i minuti di recupero, potevano anche essere di più tenendo conto delle soste per infortunio e dell’hydration break. Gara nella norma, si va all’intervallo con 14 falli complessivi, la Svizzera ne ha commesi 2 in più del Qatar, 8 a 6.
SECONDO TEMPO
La ripresa inizia con un mancato corner per la Svizzera, sul tiro di Xhaka c’è una deviazione di Abunada non vista. Al 57′ perdonato Ndoye, che entra fuori tempo e avrebbe meritato una sanzione con cartellino. I 30 gradi si fanno sentire, anche la terza arbitrale si rinfresca a metà tempo con asciugamani bagnati e ghiaccio in testa. Lopetegui piuttosto polemico su una serie di contrasti che l’arbitro honduregno valuta come fallosi da parte dei suoi giocatori. I minuti di recupero sono 6. Il caldo estremo ha portato a una gara decisamente meno spigolosa rispetto al primo tempo: si chiude la partita con 23 falli complessivi, 12 del Qatar e uno in meno della Svizzera.