Conceição si racconta tra le pagine della Gazzetta dello Sport. Alcuni estratti della lunga intervista rilasciata dal tecnico portoghese
Dopo due anni di silenzio, Sergio Conceição si è raccontato in una lunga e intensa intervista concessa a La Gazzetta dello Sport. Oggi allenatore dell’Al-Ittihad di Karim Benzema, l’ex tecnico del Milan ha ripercorso senza filtri il suo percorso umano e professionale: dai trofei vinti al rigore quotidiano, dalla fede alle ferite personali, fino al legame profondo con i figli e con il calcio italiano.
VENI, VIDI, VICI IN SUPERCOPPA CON IL MILAN – «Ricordo giorni di lavoro intensi a livello di analisi video, di motivazioni e di discorsi per entrare subito nella testa dei calciatori. Battemmo la Juventus di mio figlio Cisco e poi l’Inter in rimonta. E piansi».
IL SIGARO DELLA SUPERCOPPA – «Era una promessa. I giocatori mi chiesero di fumarlo in caso di vittoria. Col Porto l’avevo fatto undici volte, dopo aver vinto trofei. E quindi l’ho rifatto».
OGGI NAPOLI BOLOGNA, ITALIANO VS CONTE – «Bologna e Napoli sono belle da vedere. La sfida tra Italiano e Conte è uno spot per il calcio. Antonio è un ossessionato, come me: l’ossessione batte il talento. Vincenzo invece gioca un grande calcio. Contro di lui ho perso una finale di Coppa Italia: un grande rimpianto».
IL BILANCIO AL MILAN – «Positivo. Dal 2017 a oggi solo Pioli e io abbiamo vinto trofei in rossonero. I risultati ci sono stati: derby vinti, successi importanti. Dispiace per la Coppa Italia, ma alcune cose non mi sono piaciute».
LA MANCANZA DI SUPPORTO – «C’era instabilità societaria e la dirigenza non mi ha supportato. Dopo la Supercoppa già circolavano voci su altri allenatori. Io pensavo solo a lavorare e vincere».
IL RAPPORTO CON I GIOCATORI – «Mai, anzi, erano con me. L’ha detto anche Theo nell’intervista che avete fatto: dopo il Feyenoord, quando la gente diceva che l’avesse fatto apposta a farsi espellere, io l’ho difeso. In molti mi hanno scritto quando sono andato via. Io pretendo rigore ed esigenza, e poi relax quando c’è da rilassarsi. Se uno si presenta con un chilo in più, arriva in ritardo o cose simili, io non posso tollerarlo. Per me, alla fine, i giocatori sono tutti uguali».
DISCORSO SIGNIFICATIVO – «Nel 2012, all’Olhanense, avevo studiato le passioni e gli hobby dei miei giocatori, una cosa che faccio sempre. Prima di una partita, per la Festa del Papà, mostrai un video in cui i padri parlavano di loro. C’era gente che piangeva, poi andarono in campo e… 2-0 per gli avversari. Al rientro nello spogliatoio cambiai versione e tornai sergente: pareggiammo 2-2».
SALUTO CON INZAGHI E L’ARABIA – «Sì, ci siamo sfidati a ottobre e ha vinto lui. Ero appena arrivato. Dopo Porto-Inter, dove i suoi ebbero un bel po’ di fortuna, non lo salutai perché sono così: durante le partite vado in trance. Ma è un grande allenatore. Abbiamo vinto lo scudetto insieme alla Lazio nel 2000. Il rapporto è buono».
FEDE E VITA PERSONALE – «Ho perso mio padre, mia madre e un fratello molto giovane. La fede mi ha dato forza. Sono un cattolico praticante. Dentro di me resterà sempre un’ombra, ma prego ogni giorno per loro».
I FIGLI E FRANCISCO – «Cisco è alla Juventus e sta facendo bene. Gli dico sempre che per fare la differenza servono sacrifici e fame. Se potessi, gli presterei la mia».
CALCIO A CASA – «Il meno possibile. L’importante è che a cena lascino i telefoni in tasca. L’ho preteso anche al Porto e al Milan. Cisco ha debuttato con me in Portogallo. Nel 2020, durante il lockdown, gli dissi: “Se hai fame, allora bevi acqua”. Era un po’ cicciottello. Per fare la differenza servono sacrifici e mentalità. Se potessi gli presterei la mia fame. Non che lui non ce l’abbia, anzi, ma io a 16 anni portavo i soldi a casa per mangiare. Era diverso. Ma ci ho sempre creduto. E lui anche».
IL PORTO E I TROFEI – «Undici titoli in sette anni. Abbiamo fatto grandi cessioni e risultati anche in Champions. Le italiane lo sanno: Juve, Roma, Lazio».
LE OFFERTE E L’ITALIA – «Con la Lazio ho avuto contatti, ma non solo. E anche prima di firmare per l’Al-Ittihad ho avuto offerte. Qui il campionato è competitivo, le ambizioni alte, ci si allena nel pomeriggio e non la mattina. Bisogna adattarsi alle dinamiche culturali. Ma questa è una sfida, e io amo sfide così».
LA FRASE CHE LO RAPPRESENTA – «“In acque dolci non si raggiungono grandi conquiste, serve la tempesta”. Mihajlovic, parlando di Benassi, disse che la difficoltà non era fare il capitano, ma alzarsi alle quattro di mattina e lavorare. A me l’hanno insegnato i miei genitori. E non bisogna accontentarsi. Mi sono iscritto all’università a 51 anni: sto facendo un master in allenamento sportivo».
DELUSIONE – «Lo scudetto perso il 5 maggio con l’Inter. Consolai Ronaldo in lacrime in panchina, ero accanto a lui. Nessuno ci poteva credere. A Milano ho avuto difficoltà: Cuper non mi dava fiducia, ma era un gruppo di campioni».